Attila

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Attila
Attila in una incisione occidentale d'epoca, in forma di demone
Attila in una incisione occidentale d'epoca, in forma di demone
Re degli Unni
In carica 434453
Predecessore Bleda e Rua
Successore Ellac
Nascita Caucaso, 406
Morte Pannonia, 16 marzo 453
Padre Mundzuk

Attila, in ungherese moderno: Attila; in turco: Atilla; in norvegese antico: Atle o Atli; in islandese: Atli; in tedesco: Etzel (Caucaso, 406Pannonia, 16 marzo 453), fu l'ultimo e più potente sovrano degli Unni. Dall'Europa, dal 434 fino alla sua morte, governò un vastissimo impero che si estendeva dall'Europa centrale al Mar Caspio, e dal Danubio al Baltico, unificando - per la prima ed ultima volta nella storia - la maggior parte dei popoli barbarici dell'Eurasia settentrionale (dai Germani agli Slavi ai così detti Ugro-Finni)[1].

Durante il suo regno divenne il più irriducibile nemico dell'Impero romano d'Oriente e dell'Impero romano d'Occidente: invase due volte i Balcani, cinse d'assedio Costantinopoli, marciò attraverso la Francia spingendosi fino ad Aurelianum, scacciò da Ravenna l'imperatore Valentiniano III (452).

Soprannominato flagellum Dei ("flagello di Dio") per la sua ferocia, si diceva che dove fosse passato non sarebbe più cresciuta l'erba. Gli studi storici moderni vedono in lui più un predone che un distruttore insensato.[2] Si racconta che fosse superstizioso, facesse affidamento sulle profezie e si facesse influenzare nelle decisioni in campo militare da indovini e sciamani.[1] Le leggende bugiarde e ridicole raccontano di sue pratiche cannibalistiche e che avesse mangiato i propri figli Erp ed Eitil, che sua moglie gli servì dopo averli arrostiti nel miele.[1] Alcuni raccontano che avrebbe avuto numerose mogli e più di cento figli in confusione con i sovrani mongoli Genghis Khan e Kublai Khan.[1]

Attila, re degli Unni, come visto nel Chronicon Pictum

Nonostante il suo impero si sia disgregato alla sua morte, è diventato una figura leggendaria nella storia europea, che lo ricorda in modo diverso a seconda della zona: guerriero feroce, avido e crudele nell'area al tempo sotto Roma; condottiero impavido e coraggioso nei paesi che facevano parte del suo impero. In alcuni racconti viene celebrato come un grande e nobile re ed è il personaggio principale di diverse saghe dell'Europa settentrionale ed orientale.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Origini[modifica | modifica sorgente]

Pare che gli Unni europei fossero il ramo occidentale della stirpe degli Xiongnu (Xiōngnú, 匈奴),[3] tribù nomadi antenate dei Mongoli e dei Turchi, originarie della Cina nord-orientale e dell'Asia centrale. Gli Unni riuscirono ad ottenere la supremazia militare sulle popolazioni rivali, più acculturate e civilizzate, grazie alla loro abilità nel combattimento, alla capacità di spostarsi con una straordinaria facilità e di usare armi innovative nei confronti di quelle usate in Europa e Medio Oriente, come l'arco unno.

La data di nascita di Attila si aggira intorno al 406, perse il padre da bambino. Secondo il costume unno, imparò ad andare a cavallo prima ancora di imparare a camminare, dicono che a cinque anni già sapesse combattere con arco e frecce.[1]

All'inizio del V secolo Roma concluse un trattato di pace con il re Rua, zio di Attila, in base al quale l'Urbe doveva pagare un tributo annuale di 160 chili d'oro ed entrambi gli schieramenti trattenevano ostaggi di alto rango come garanzia. Tra gli ostaggi, sembra che vi fu anche Attila, mandato a vivere a Ravenna, nell'Impero Romano d'Occidente, dove imparò il latino.[1]

A vent'anni Attila tornò tra la sua gente partecipando a numerose invasioni scatenate dallo zio Rua. Alla morte di questi nel 434, diventò re Bleda, il fratello ventisettenne di Attila, che si impegnò subito a costruirsi una reputazione di spietato capo militare.[1]

Divisione del regno[modifica | modifica sorgente]

Massima espansione dell'impero unno, 451 circa

Invio di mercenari a sostegno dell'Impero d'Occidente[modifica | modifica sorgente]

Poco tempo dopo la sua ascesa al trono, in condivisione con il fratello Bleda, gli Unni ricevettero, intorno al 435, un'ambasceria da Flavio Ezio, generalissimo dell'Impero romano d'Occidente: i Romani d'Occidente chiedevano agli Unni sostegno militare contro le minacce nella Gallia, ovvero Burgundi, Bagaudi (ribelli separatisti) e Visigoti; in cambio dell'invio di truppe mercenarie in sostegno dell'Impero, gli Unni avrebbero ottenuto dall'Impero le province di Pannonia e Valeria.[4] Gli Unni, trovando conveniente l'accordo, accettarono e nel 436/437 contribuirono alla distruzione del regno dei Burgundi, che ispirò la saga dei Nibelunghi; sempre nel 437 truppe unne arruolate nell'esercito di Litorio, sottufficiale di Ezio, contribuirono alla repressione dei Bagaudi in Armorica e alla sconfitta dei Visigoti alle porte di Narbona, che costrinse i Goti a levare l'assedio: si narra che i vittoriosi Unni facenti parte dell'esercito di Litorio portarono ciascuno alla popolazione affamata un sacco di grano.[5]

L'impiego degli Unni come mercenari di Roma non mancò di provocare polemiche tra gli scrittori cristiani del tempo, in particolare Prospero Tirone e Salviano, Vescovo di Marsiglia: tali scrittori erano scandalizzati dal fatto che Litorio permettesse agli Unni di fare sacrifici alle loro divinità pagane e per il fatto che alcune bande di Unni saccheggiassero alcune regioni dell'Impero senza alcun controllo, sostenendo che se i Romani avessero perseverato a utilizzare un popolo pagano (gli Unni) contro un popolo cristiano seppur ariano (i Visigoti), avrebbero perso presto il sostegno di Dio.[6] Nel 439 Litorio, dopo alcune vittorie, era arrivato con i suoi Unni alle porte di Tolosa, intenzionato a conquistarla e a sottomettere definitivamente i Visigoti: nella battaglia che ne risultò, però, le sue truppe mercenarie unne subirono una grave sconfitta e fuggirono in disordine, mentre lo stesso Litorio fu catturato e giustiziato pochi giorni dopo. Secondo Salviano, la sconfitta degli arroganti Romani, adoratori degli Unni, contro i pazienti goti, timorati di Dio, confermava il passo del Nuovo Testamento, secondo cui «chiunque si esalta sarà umiliato, e chiunque si umilia sarà esaltato.» La sconfitta di Litorio spinse Ezio a firmare una pace con i Visigoti riconfermante il trattato del 418, dopodiché tornò in Italia,[7] per l'emergenza dei Vandali, che proprio in quell'anno avevano conquistato Cartagine.

Accordi di Margus e campagne del 441-442[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Campagne balcaniche di Attila.

In quel periodo gli Unni stavano concordando con gli ambasciatori dell'imperatore Teodosio II il ritorno di numerosi fuggiaschi rifugiatisi entro i confini dell'Impero romano d'Oriente. Nell'inverno del 439, Attila e Bleda si incontrarono con i legati imperiali a Margus (l'odierna Požarevac) e, seduti a cavallo secondo l'usanza unna, conclusero un accordo molto vantaggioso con il quale i Romani accettarono non solo di riconsegnare i fuggitivi, ma raddoppiarono anche il tributo in oro, allora pari a 350 libbre romane (circa 114,5 kg), aprirono i mercati ai commercianti unni e pagarono un riscatto di otto solidi per ogni Romano fatto da loro prigioniero. Soddisfatti dell'accordo, gli Unni levarono gli accampamenti dall'impero spostandosi verso i territori interni del continente, forse con l'intento di consolidare e rafforzare il proprio dominio. Accettando questo trattato di pace, i Romani d'Oriente speravano di aver rimosso ogni pericolo di attacco unno dai Balcani, per poter così sguarnire il limes danubiano di truppe per inviarle in Africa a combattere i Vandali, che da poco avevano occupato Cartagine.[8]

Nell'anno successivo, il 440, Genserico, re dei Vandali, invase la Sicilia con una potente flotta. Il timore da parte di Teodosio II che le scorrerie della flotta vandala potessero danneggiare anche l'Impero d'Oriente, oltre che il legame dinastico che lo legava all'Imperatore d'Occidente, il cugino Valentiniano III, lo spinse a inviare, nella primavera del 441, un'immensa flotta di 1100 navi in Sicilia, sotto il comando di Flavio Areobindo, Ansila e Germano, in vista di uno sbarco in Africa per riconquistare Cartagine.[9] Attila, forse su richiesta del re vandalo Genserico, decise di approfittare dello sguarnimento del limes danubiano cogliendo un pretesto per rompere gli accordi di Margus. Nel 440 fecero di nuovo la loro comparsa sui confini dell'impero sanciti con il trattato aggredendo i mercanti sulla sponda settentrionale del Danubio. Attila e Bleda minacciarono una nuova guerra, asserendo che i Romani non avevano rispettato gli accordi presi e che il vescovo di Margus, nei pressi dell'odierna Belgrado, aveva attraversato il Danubio per saccheggiare e violare le tombe dei re degli Unni sulla riva settentrionale.[10] Passarono il fiume e devastarono le città dell'Illiria e le fortezze, tra cui, secondo lo storico Prisco di Panion, Viminacium. Il vescovo di Margus, il profanatore di tombe che aveva provocato l'ira degli Unni, timoroso per la propria sorte, accettò di consegnare la città di Margus agli Unni in cambio della sua incolumità.

Poiché Teodosio aveva rimosso i baluardi sul fiume dopo la presa di Cartagine da parte di Genserico, re dei Vandali nel 440, e l'invasione dell'Armenia da parte di Yazdegerd II della dinastia dei Sasanidi nel 441, nello stesso anno fu facile per Attila e Bleda aprirsi un varco attraverso l'Illiria per raggiungere i Balcani. L'esercito degli Unni, dopo aver saccheggiato Margus e Viminacium, occupò Sigindunum (l'attuale Belgrado) e Sirmium (l'attuale Sremska Mitrovica), e poi sospese le operazioni militari. Nel 442 conquistarono Naissus, oggi Niš con l'uso di arieti e torri d'assedio, equipaggiamenti militari di nuova concezione. Si racconta che quando Attila attaccò e devastò Naissus, le rive del fiume della città si coprirono di un tal numero di cadaveri che a causa del fetore di morte diventò impossibile per chiunque entrare a Naissus per anni e che Attila gongolasse davanti alle gesta di devastazioni compiute dai suoi uomini.[1] Teodosio, allarmato, richiamò allora le truppe dal Nordafrica, ma prima che la flotta tornasse accettò di firmare una pace con gli Unni.[11]

Soddisfatte per un po' le loro pretese, gli Unni fecero ritorno nel loro impero. Secondo Giordane (che riporta quanto riferito da Prisco di Panion), qualche tempo dopo, nel periodo di pace che seguì alla ritirata da Bisanzio, forse intorno al 445, Bleda morì ed Attila divenne l'unico re.[12] In ogni modo, Attila con la morte del fratello divenne il capo indiscusso degli Unni e rivolse di nuovo le sue attenzioni verso l'Impero d'Oriente.

Monarca assoluto[modifica | modifica sorgente]

Litografia di Attila

Campagne balcaniche del 447[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Campagne balcaniche di Attila.

Dopo la partenza degli Unni, la città di Costantinopoli attraversò un periodo di gravi calamità sia naturali sia causate dall'uomo: lotte sanguinarie tra le fazioni dell'Ippodromo, epidemie nel 445 e nel 446, quest'ultima a seguito di una carestia; quattro mesi di terremoti che distrussero gran parte delle mura causando migliaia di vittime, e dando origine, nel 447, ad una nuova epidemia, proprio quando Attila, consolidato il suo potere, si mise di nuovo in marcia verso il sud dell'impero attraverso la Mesia. Teodosio II aveva infatti interrotto il versamento del tributo, e di fronte alle proteste di Attila per le 6.000 libbre d'oro di arretrati non versati, si rifiutò di pagarli, causando una nuova offensiva per rappresaglia degli Unni nei Balcani.

L'esercito romano, capeggiato dal magister militum Arnegisclo, lo sfidò sul fiume Utus (attuale Vit) subendo una sconfitta, non senza aver inflitto pesanti perdite. Compiendo razzie lungo il Danubio gli Unni sottomisero i campi militari di Ratiera e si impossessarono di Sardica (Sofia), Philippopolis (Plovdiv), odierna Bulgaria, e Arcadiopolis, nell'odierna Turchia; affrontarono e sconfissero l'esercito romano alle porte di Costantinopoli e soltanto la mancanza di mezzi di combattimento in grado di far breccia nelle mura massicce della città li costrinse a fermarsi.

Gli Unni non trovarono più ostacoli e proseguirono le loro scorribande nei Balcani fino alle Termopili. La stessa Costantinopoli fu salvata dall'intervento del prefetto Flavio Costantino, che coinvolse la cittadinanza nella ricostruzione delle mura abbattute dal terremoto e nella costruzione di alcuni tratti di una nuova linea fortificata davanti alle antiche mura. Ecco un brano del racconto dell'invasione, tratto dalla Vita di San Ipazio di Callinico:

« La stirpe barbarica degli Unni in Tracia diventò talmente potente da conquistare oltre cento città, mettendo Costantinopoli quasi in ginocchio e facendo fuggire molti abitanti... Omicidi e spargimenti di sangue furono talmente numerosi da non riuscire a contare le vittime; occuparono chiese e monasteri e trucidarono monaci e giovani donne. »
(Callinico, Vita di Sant'Ipazio)

Teodosio ammise la sconfitta ed inviò l'ufficiale di corte Anatolio a negoziare le condizioni di pace, questa volta più pesanti del trattato precedente. L'imperatore acconsentì a cedere oltre 6.000 libbre d'oro romane (1.963 kg) come sanzione per non aver rispettato i patti durante l'invasione; il tributo annuale fu triplicato fino a 2.100 libbre d'oro (687 kg) e l'ammontare del riscatto di ogni prigioniero romano aumentò fino a 12 solidi. Come condizione per la pace, Attila pretese inoltre che i Romani continuassero a pagare il tributo in oro e lasciassero libera una striscia di terra che si estendeva per 480 km ad est di Sigindunum (Belgrado) e oltre 100 km a sud del Danubio.

Tentativo di assassinio[modifica | modifica sorgente]

Nel 449 Attila si lamentò perché una parte dei contadini non intendeva evacuare la zona a sud del Danubio larga cinque giorni di viaggio che i Romani dovevano evacuare secondo le condizioni del trattato. Teodosio II decise di inviare un'ambasceria dal re unno, per cercare di convincere il braccio destro di Attila, Onegesio, a intercedere presso il re unno per cercare un compromesso; il motivo segreto per l'invio di un'ambasceria era in realtà complottare l'assassinio di Attila. L'eunuco di corte e consigliere dell'Imperatore, Crisafio, aveva infatti cercato di convincere un inviato di Attila nella capitale, Edeco, a partecipare alla congiura: dopo una cena nella residenza dell'eunuco, Edeco, a cui, insieme ad altri comandanti, era stata affidata la protezione personale di Attila, acconsentì ma ad un prezzo:

« ...richiese un piccolo anticipo in compenso, 50 libbre d'oro da distribuire alla sua scorta per garantirsi che collaborasse con lui nella congiura. ...dopo la sua assenza, anche lui, come gli altri, sarebbe stato interrogato da Attila in merito a chi, fra i Romani, gli avesse fatto doni e a quanto denaro avesse ricevuto, e che [a causa dei compagni di missione] non avrebbe potuto nascondere le 50 libbre d'oro. »
(Prisco, Storie.)

Si stabilì dunque l'invio di un'ambasceria presso Attila con il pretesto di negoziare sulle richieste dell'Unno, ma in realtà per ricevere istruzioni su come dovevano essere consegnate le 50 libbre d'oro. Lo storico Prisco di Panion partecipò personalmente all'ambasceria e, in un frammento sopravvissuto della sua Storia, descrive accuratamente questo viaggio diplomatico, a cui presero parte almeno tre persone: Massimino, Prisco e l'interprete Vigilas, oltre agli ambasciatori di Attila Edeco e Oreste. Prima della partenza, gli ambasciatori furono avvertiti di non commettere atti che potessero infastidire Attila e provocare un incidente diplomatico, in particolare di tenersi sempre dietro di lui e non piantare mai la propria tenda più in alto della sua.[13] Quando erano giunti ormai in prossimità degli accampamenti, ricevettero dei messi unni che, con atteggiamento ostile, dissero di sapere «già tutto ciò di cui la nostra ambasceria avrebbe dovuto discutere e ci dissero che se non avevamo nient'altro da dire potevamo andarcene subito.» Sfiduciati, gli ambasciatori romani si stavano preparando per la partenza, ma in serata un messaggero di Attila li fermò comunicando loro che Attila aveva cambiato idea e, vista l'ora tarda, li invitava a fermarsi per la notte. Il mattino successivo però arrivò l'ordine da parte del re unno di andarsene, se non avevano nulla di nuovo da comunicargli. Prisco, però, fattosi furbo, contattò uno dei messi di Attila, tal Scotta, promettendogli un premio se fosse stato in grado di convincere il re unno a conceder loro un'udienza, e dicendogli che se era veramente una persona così influente e importante, sarebbe stato un gioco da ragazzi riuscire in quell'impresa. Scotta, persuaso dal discorso di Prisco, riuscì a convincere Attila a concedere un'udienza agli ambasciatori.

Attila, che era stato già informato della congiura dallo stesso Edeco, il quale fin dall'inizio non aveva alcuna intenzione di tradire il suo capo, decise di far finta di esserne ignaro, anche se alluse enigmaticamente alla congiura: quando Massimino gli consegnò le lettere dell'Imperatore «dicendogli che questi augurava salute a lui e al suo seguito», Attila «rispose che i Romani avrebbero avuto ciò che gli auguravano». Attila fu molto ostile con gli ambasciatori, sostenendo che finché i Romani non avessero restituito tutti i fuggiaschi, non avrebbe più concesso loro il diritto di essere ricevuti. Alla risposta dell'interprete, Vigilas, che tutti i fuggiaschi erano stati consegnati, Attila si «arrabbiò ancora di più e lo insultò violentemente, gridandogli che l'avrebbe fatto impalare e divorare dagli uccelli se il fatto di punirlo ... per ... le sue parole sfrontate e senza vergogna non avesse costituito una violazione dei diritti degli ambasciatori». Dopo aver ordinato a Vigilas di ritornare a Costantinopoli per ribadire a Teodosio II la richiesta da parte di Attila di restituire tutti i fuggiaschi unni, Attila dichiarò conclusa l'udienza, ordinando a Massimino di attendere mentre egli scriveva una lettera di risposta all'Imperatore. Subito dopo gli ambasciatori romani, rimasti di stucco per l'atteggiamento ostile di Attila (che nelle precedenti ambascerie, sosteneva Vigilas, era stato cordiale con lui), ricevettero altri ambasciatori unni che proibirono loro di comprare ogni cosa che non fossero generi alimentari fintanto non fossero state soddisfatte le richieste degli Unni.

Mentre Vigilas partì per Costantinopoli, gli altri ambasciatori seguirono Attila in una delle sue residenze in attesa che questi rispondesse per iscritto alle lettere dell'Imperatore e furono ammessi a un banchetto; alcuni frammenti della Storia di Prisco offrono un'immagine reale di Attila in mezzo alle sue numerose mogli, al giullare scita ed al nano moresco, pacifico e sobrio nello splendore della sua corte imperiale:

« Abbondanti pietanze erano state preparate per noi e per gli ospiti barbari e servite su piatti d'argento, ma Attila mangiò soltanto della carne da un tagliere di legno; inoltre, dimostrò in tutto una grande modestia: bevve da una coppa di legno, mentre agli ospiti furono dati calici d'oro e argento. Anche gli abiti erano molto semplici e puliti; la spada al fianco, le borchie delle calzature, e la bardatura del cavallo non erano adorne, come quelle degli altri Sciti, di guarnizioni d'oro o pietre preziose né di altro materiale pregiato. »

Prisco citò inoltre: Il pavimento era ricoperto di stuoie di lana su cui camminare.

Una volta che Attila ebbe finito di rispondere per lettera all'Imperatore, gli ambasciatori furono congedati. Mentre tornavano a Costantinopoli, durante il tragitto, Prisco e Massimino incontrarono Vigilas, che stava tornando dall'Unno con lo scopo di portargli la risposta di Teodosio II per quanto riguarda la restituzione dei fuggitivi. Gli Unni, perquisendo Vigilas, gli trovarono addosso 50 libbre d'oro, e gli chiesero a cosa gli servissero dato che per volontà di Attila gli ambasciatori romani potevano comprare solo del cibo e con 50 libbre d'oro si poteva comprare tanto cibo da sfamare un piccolo esercito; quando gli Unni minacciarono di uccidergli un figlio, Vigilas confessò tutto l'intrigo, cadendo nella trappola di Attila, che aveva proibito ai messi romani di comprare tutto ciò che non fosse cibo appunto per impedire a Vigilas di trovare giustificazioni per le 50 libbre d'oro con cui intendeva pagare Edeco per il tradimento. Attila permise a Vigilas di riscattare il figlio al prezzo di 50 libbre d'oro e:

« ...ordinò a Oreste di presentarsi all'Imperatore con appesa al collo la borsa in cui Vigilas aveva messo l'oro destinato a Edeco. Egli doveva mostrarla al sovrano e all'eunuco [Crisafio] e domandar loro se la riconoscevano. Eslas doveva anche dire chiaramente che Teodosio era figlio di padre nobile e che pure Attila lo era... ma mentre Attila aveva preservato intatto il suo nobile lignaggio, Teodosio era decaduto del proprio e ormai non era altro che un servo di Attila, tenuto a pagargli un tributo. Cercando di aggredirlo di nascosto come il più infido degli schiavi, quindi, egli aveva commesso ingiustizia contro un imperatore che la sorte gli aveva dato come mentore. »
(Prisco, Storia.)

Fu in questo periodo, secondo una leggenda raccontata da Giordane, che Attila scoprì la Spada di Marte, e Prisco narra come avvenne la scoperta: «Un pastore vide zoppicare una giovenca del suo gregge e non capendo la causa della ferita, seguì con ansia le tracce di sangue ed alla fine trovò una spada su cui l'animale era inciampato inavvertitamente mentre brucava l'erba; la estrasse dal terreno e la portò subito ad Attila, il quale apprezzò molto il dono e, essendo ambizioso, si convinse di essere stato eletto padrone assoluto del mondo intero e che la spada di Marte gli avrebbe garantito la vittoria in tutte le battaglie.»

Più tardi gli studiosi avrebbero identificato la leggenda come un esempio di culto religioso per la spada, diffuso tra le popolazioni nomadi delle steppe dell'Asia centrale.

Attila in occidente[modifica | modifica sorgente]

Galla Placidia con i due figli: Giusta Grata Onoria e Valentiniano III (Brescia, Museo di Santa Giulia). Onoria, costretta dal fratello a sposare un senatore che non amava, contattò Attila chiedendogli di salvarla dal matrimonio combinato. Ciò fu uno dei pretesti che Attila usò per invadere l'Occidente romano

Già nel 450, Attila aveva proclamato la sua intenzione di attaccare il potente regno dei Visigoti con sede Tolosa, forse influenzato dalle profferte e dalla tattica diplomatica di Genserico, nemico dei Visigoti. In precedenza, c'erano stati buoni rapporti con l'Impero d'Occidente ed il suo governatore di fatto Flavio Ezio, il quale aveva trascorso un breve periodo in esilio tra gli Unni; l'Impero d'Occidente conferì ad Attila addirittura la carica onorifica di magister militum per le truppe messe a disposizione da Attila contro Visigoti e Burgundi.[14]

Ad ogni modo, Onoria, sorella di Valentiniano, nella primavera del 450 aveva inviato al re degli Unni una richiesta d'aiuto, insieme al proprio anello, perché voleva sottrarsi all'obbligo di fidanzamento con il senatore Flavio Basso Ercolano: la sua non era una proposta di matrimonio, ma Attila interpretò il messaggio in questo senso, ed accettò pretendendo in dote metà dell'Impero d'Occidente.[15] Quando Valentiniano scoprì l'intrigo, fu solo l'intervento della madre Galla Placidia a convincerlo a mandare in esilio, piuttosto che ad uccidere Onoria, e ad inviare un messaggio ad Attila, in cui disconosceva assolutamente la legittimità della presunta proposta matrimoniale. Attila, per nulla persuaso, inviò un'ambasciata a Ravenna per affermare che Onoria non aveva alcuna colpa, che la proposta era valida dal punto di vista legale e che sarebbe venuto per esigere ciò che era un suo diritto.

Nel frattempo, Teodosio II era morto cadendo da cavallo; il suo successore Marciano aveva annullato il tributo agli Unni verso la fine del 450; numerose invasioni da parte degli Unni e di altre popolazioni avevano devastato i Balcani e non c'era quasi niente da saccheggiare. Alla morte del re dei Franchi la lotta tra i due figli per la successione sancì la rottura tra Attila ed Ezio, poiché l'uno dava il suo appoggio al figlio maggiore, e l'altro al figlio minore. Secondo J.B. Bury,[16] quando Attila si mise in marcia verso ovest la sua intenzione era quella di ingrandire il proprio regno, già allora il più forte sul continente, fino all'Oceano Atlantico attraversando la Gallia. Dopo aver radunato i suoi sudditi, Gepidi, Ostrogoti, Rugi, Sciri, Eruli, Turingi, Alani, Burgundi, intraprese la marcia verso occidente prendendo in considerazione un'alleanza con i Visigoti ed i Romani.

Forte di un esercito che si diceva contasse all'incirca 500.000 uomini, il più grande in Europa da duecento anni a quella parte, Attila attraversò la Germania provocando morte e distruzione. Conquistò molte delle grandi città europee, tra cui Reims, Strasburgo, Treviri, Colonia. Secondo una vecchia leggenda, a Colonia Attila avrebbe incontrato sant'Orsola, che si sarebbe trovata in città con addirittura undicimila compagne. Attila sarebbe rimasto colpito dalla straordinaria bellezza di Orsola, cosa questa che in un primo momento le avrebbe salvato la vita. Ma al suo rifiuto di concederglisi, il re Unno l'avrebbe fatta uccidere a colpi di freccia e massacrare anche le 11.000 donne che la seguivano.[17]

Entrati a Divodurum (l'odierna Metz) alla vigilia di Pasqua del 451, gli Unni “diedero alle fiamme la città, passarono gli abitanti a fil di spada e trucidarono i sacerdoti cristiani sui sacri altari”. Seguirono la stessa sorte di Divodurum tutte le città francesi attraversate da Attila. Si salvò Parigi perché mentre si avvicinava alla città Attila ebbe la premonizione che attaccare la capitale sarebbe stato di malaugurio.[1]

Nel frattempo Ezio mosse la controffensiva radunando le truppe tra Franchi, Burgundi e Celti. L'inarrestabile marcia verso occidente convinse Teodorico, re dei Visigoti, ad allearsi con i Romani; i due eserciti raggiunsero insieme Orléans prima di Attila, per tenere sotto controllo e così respingere l'avanzata unna. Ezio inseguì e bloccò gli Unni in una località nei pressi di Chalôn (battaglia dei Campi Catalaunici), dove i due eserciti combatterono una sanguinosissima battaglia, non persa dagli alleati ma non vinta da Attila, che si ritirò oltre il confine.

Battaglia dei Campi Catalaunici[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia dei Campi Catalaunici.
Carta storica che descrive l'invasione della Gallia da parte degli Unni nel 451 d.C., e la battaglia dei Campi Catalaunici. Sono mostrati i probabili itinerari, e le città conquistate o risparmiate dagli Unni

La battaglia di Chalôn è stata definita da alcuni storici una delle quindici battaglie più decisive della storia: se avesse vinto Attila, la civiltà Europea per come la conosciamo non sarebbe esistita.[1] Secondo altri storici, invece, la vittoria fu di relativa importanza, perché non colpì Attila al culmine della sua potenza né gli impedì di compiere nuove scorriere.[18] La battaglia di Chalôn diventò famosa per la sua violenza. Scorsero fiumi di sangue: si racconta che i soldati assetati furono costretti a bere acqua tinta di rosso. A un certo punto della battaglia Attila credette di essere sul punto di venire sconfitto. Così ordinò che gli fosse preparata la pira funeraria. Tuttavia i Visigoti, comandati da Torismondo, abbandonarono sul campo di battaglia Ezio che così fu costretto a cessare i combattimenti e a ritirarsi. La ritirata dei Romani fu comunque così improvvisa che inizialmente Attila la considerò una stratagemma di Ezio per attirarlo in trappola, tanto è che invece di attaccare ordinò alle proprie truppe di mantenere una posizione difensiva.[1]

Durante la ritirata Attila non si astenne dal commettere atrocità. Fece massacrare ostaggi e prigionieri. “Duecento giovani fanciulle furono torturate con disumana ferocia: i loro corpi vennero legati a cavalli selvaggi e squartati, le ossa frantumate sotto le ruote dei carri e le membra abbandonate sulle strade in pasto ai cani”.[1]

Invasione dell'Italia e morte[modifica | modifica sorgente]

Invasione degli Unni in Italia

Attila tornò in Italia nel 452 per reclamare nuovamente le sue nozze con Onoria. Il suo esercito, composto soprattutto da truppe germaniche, avanzò su Trieste ma venne fermato ad Aquileia, città fortificata di grande importanza strategica: il suo possesso permetteva di controllare gran parte dell'Italia settentrionale. Attila la cinse d'assedio per tre mesi ma inutilmente. La leggenda racconta che proprio mentre era sul punto di ritirarsi, da una torre delle mura si levò in volo una cicogna bianca che abbandonò la città con il piccolo sul dorso. Il superstizioso Attila a quella vista ordinò al suo esercito di rimanere: poco dopo crollò la parte delle mura dove si trovava la torre lasciata dalla cicogna. Attila poté così impossessarsi della città, che rase al suolo senza lasciare più nessuna traccia della sua esistenza.[1]

Quindi si diresse verso Padova, che saccheggiò completamente. Prima del suo arrivo molti abitanti della città cercarono rifugio nelle paludi, dove avrebbero poi fondato Venezia. Dopo la presa di Aquileia l'avanzata di Attila fino a Milano avvenne senza difficoltà in quanto nessuna città tentò la resistenza ma tutte aprirono per paura le loro porte all'invasore.

Attila conquistò Milano e si stabilì per qualche tempo nel palazzo reale. Famoso è rimasto il modo singolare con cui affermò la propria superiorità su Roma: nel palazzo reale c'era un dipinto in cui erano raffigurati i Cesari seduti in trono e ai loro piedi i principi sciti. Attila, colpito dal dipinto, lo fece modificare: i Cesari vennero raffigurati nell'atto di vuotare supplici borse d'oro davanti al trono dello stesso Attila.[1]

Incontro tra Leone il Grande e Attila, Affresco, 1514, Stanza di Eliodoro, Palazzi Pontifici, Vaticano. L'affresco fu completato durante il pontificato di Leone X (papa dal 1513 al 1521). Secondo la leggenda, la miracolosa apparizione dei Santi Pietro e Paolo armati con spade durante l'incontro tra Papa Leone e Attila (452) avrebbe spinto il re degli Unni a ritirarsi, rinunciando al sacco di Roma

Nel frattempo Valentiniano fuggì da Ravenna a Roma; Ezio rimase sul campo ma mancava della potenza necessaria per ingaggiare battaglia, avendo a disposizione solo pochi uomini; era però consapevole che Attila aveva necessità di grandi quantità di foraggio e viveri per i suoi uomini e bastava un nulla perché scoppiassero epidemie; inoltre era in attesa dell'esercito che Marciano stava convogliando sul Danubio per chiudere in una sacca gli Unni. Attila si fermò finalmente sul Po, in una località tramandata col nome di "Ager Ambulejus", dove incontrò, nell'attuale Governolo,[19] frazione di Roncoferraro, un'ambasciata formata dal prefetto Trigezio, il console Avienno e papa Leone I (la leggenda vuole che proprio il papa abbia fermato Attila mostrandogli il crocifisso). Dopo l'incontro Attila tornò indietro con le sue truppe senza pretese né sulla mano di Onoria, né sulle terre in precedenza reclamate. Sono state date diverse interpretazioni della sua azione. La fame e le malattie che accompagnavano la sua invasione potrebbero aver ridotto la sua armata allo stremo, oppure le truppe che Marciano mandò oltre il Danubio potrebbero avergli dato ragione di retrocedere, o forse entrambe le cose sono concausali alla sua ritirata. Prisco riporta che la paura superstiziosa della fine di Alarico - che morì poco dopo aver saccheggiato Roma nel 410 - diede all'Unno una battuta di arresto. La "favola che è stata rappresentata dalla matita di Raffaello e dallo scalpello di Algardi" (come l'ha chiamata Edward Gibbon) di Prospero d'Aquitania dice che il papa, aiutato da Pietro apostolo e Paolo di Tarso, lo convinse a girare al largo dalla città. Vari storici hanno supposto che l'ambasciata portasse un'ingente quantità d'oro al sovrano unno e che lo abbia persuaso ad abbandonare la sua campagna,[20] e questo sarebbe stato perfettamente in accordo con la linea politica generalmente seguita da Attila, cioè di chiedere un riscatto per evitare le incursioni unne nei territori minacciati.

Governolo, lapide a Papa Leone I.[21]

Quali che fossero le sue ragioni, Attila lasciò l'Italia e ritornò al suo palazzo attraverso il Danubio. Da lì pianificò di attaccare nuovamente Costantinopoli e reclamare il tributo che Marciano aveva tagliato. Comunque, morì nei primi mesi del 453; la tradizione, secondo Prisco, dice che la notte dopo un banchetto che celebrava il suo ultimo matrimonio (con un'ungherese di nome Krimhilda, poi abbreviato con Ildiko), egli ebbe una copiosa epistassi e morì soffocato. Una teoria alternativa prova a spiegare la tradizione dell'"epistassi" con una ipotesi di morte più credibile, probabilmente provocata da emorragia interna, più precisamente di natura digestiva.[22]

I suoi guerrieri, dopo aver scoperto la sua morte, si tagliarono i capelli e si sfregiarono con le loro spade in segno di lutto così che, dice Giordane, "il più grande di tutti i guerrieri dovette essere pianto senza lamenti femminili e senza lacrime, ma con il sangue degli uomini". Fu seppellito in un triplo sarcofago d'oro, argento e ferro con il bottino delle sue conquiste e il corteo funebre fu ucciso per mantenere segreto il suo luogo di sepoltura. Secondo le leggende ungheresi il sarcofago si trova tra il Danubio e il Tibisco, in Ungheria. Dopo la sua morte, continuò a vivere come figura leggendaria: i personaggi di Etzel nella Saga Nibelunga e di Atli nella Saga Volsunga e nell'Edda poetica sono (seppur in maniera vaga e decisamente alterata) basati sulla sua vita.

Una storia alternativa della sua morte, registrata per la prima volta ottant'anni dopo il fatto dal cronista romano il Conte Marcellino, riporta: Attila rex Hunnorum Europae orbator provinciae noctu mulieris manu cultroque confoditur ("Attila, Re degli Unni e devastazione delle province d'Europa, fu trafitto a morte dalla mano e dalla lama di sua moglie").[23] La saga Volsunga e l'Edda Poetica raccontano che Re Atli morì per mano di sua moglie Gudrun.[24] La maggioranza degli studiosi rifiuta comunque queste versioni come racconti leggendari, preferendo invece la versione data da Prisco di Panion, contemporaneo di Attila.

I suoi figli Ellak (il successore designato), Dengizico ed Ernak combatterono per la successione e, divisi, furono sconfitti e dispersi l'anno seguente nella Battaglia di Nedao (in Pannonia). L'impero di Attila non sopravvisse al suo fondatore.

Il figlio più giovane sarebbe potuto essere Merovech, capostipite dei Merovingi anche se le fonti (Gregorio di Tours e i resoconti successivi della Battaglia di Chalons) non sono certe al riguardo. Resoconti successivi della battaglia sostengono che gli Unni fossero già entrati in città, o la stessero già saccheggiando, quando arrivò l'esercito dei Romani e dei Visigoti. Giordano non fa menzione della cosa.[16]

Aspetto, carattere e nome[modifica | modifica sorgente]

La fonte principale di informazioni su Attila è Prisco di Panion, uno storico che viaggiò con Massimino in un'ambasciata mandata da Teodosio II nel 448. Egli descrive il villaggio che i nomadi Unni hanno costruito e in cui si sono insediati come una grande città dalle solide mura di legno. Descrisse lo stesso Attila così:

« Basso di statura, con un largo torace e una testa grande; i suoi occhi erano piccoli, la sua barba sottile e brizzolata; e aveva un naso piatto e una carnagione scura, che metteva in evidenza la sua origine. »

L'aspetto fisico di Attila era probabilmente più sul tipo asiatico orientale o mongolo, o forse un misto di questo tipo e quello delle popolazioni turche centro-asiatiche. Comunque egli probabilmente aveva i lineamenti tipici orientali, che gli Europei non erano abituati a vedere, e questi quindi lo descrissero spesso con termini amari.

Attila è conosciuto nella storia occidentale e nella tradizione come il "Flagello di Dio", e il suo nome è diventato sinonimo di crudeltà e barbarie; a questa fama può aver contribuito il fatto che la sua figura sia stata nel tempo assimilata a quella di altri condottieri della steppa: Mongoli come Genghis Khan e Tamerlano, noti come signori della guerra abili in combattimento, crudeli e sanguinari, e dediti al saccheggio; la figura di Attila, in realtà, è più complessa.

Gli Unni all'epoca di Attila avevano avuto modo di interagire con la civiltà romana, principalmente tramite i Germani che abitavano al confine tanto che Prisco, all'epoca dell'ambasciata di Teodosio nel 448, identificò il gotico, l'unno ed il latino come i tre principali idiomi del popolo di Attila. Prisco riferisce anche di un suo incontro con un prigioniero romano che si era così integrato nello stile di vita degli Unni da non voler più ritornare a casa, ed il resoconto che lo storico fa di Attila, della sua semplicità ed umiltà è chiaramente intriso di ammirazione.

Il contesto storico in cui Attila visse fu determinante per la sua immagine pubblica, così come si venne a creare in seguito: nell'epoca di declino dell'Impero d'Occidente i suoi conflitti con Ezio (spesso chiamato "l'ultimo dei Romani") uniti alla esoticità della sua cultura, favorirono l'immagine del barbaro feroce e nemico della civiltà che è stata rappresentata in seguito in innumerevoli opere d'arte. Le saghe epiche in cui egli appare ci danno invece un'immagine più sfumata: un nobile e generoso alleato, come l'Etzel dei Nibelunghi, o il crudele Atli della Saga Volsunga e dell'Edda poetica. Alcune storie nazionali comunque lo dipingono sempre in modo positivo: in Ungheria i nomi di Attila e della sua seconda moglie Ildikó sono tuttora comuni. Sullo stesso piano si inserisce l'opera A láthatatlan ember (pubblicata in inglese come Slave of the Huns) dell'autore ungherese Géza Gárdonyi, ampiamente basata sull'opera di Prisco, che fornisce un'immagine di Attila come capo saggio ed amato.

Il nome "Attila" sarebbe, secondo alcuni, di origine germanica. "Attila" in lingua gota (i Goti partecipavano alla confederazione di genti guidata da Attila) significherebbe "piccolo padre" (atta: "padre" più il suffisso diminutivo -la) ed "Attila" fu un nome usato dai germani.[25] Anche in turco "atta" significa "padre" e si noti che pure in ungherese "padre" si dice atya.

Il mistero del sepolcro di Attila[modifica | modifica sorgente]

Della tomba di Attila si persero le tracce già in epoca del tardo impero romano. D'altronde è verosimile il racconto di Prisco (ripreso secoli dopo da Giordane e da Paolo Diacono) secondo cui il grande condottiero e sovrano unno fosse stato sepolto in una tripla bara, l'interna d'oro massiccio, d'argento massiccio l'intermedia e di ferro l'esterna a simboleggiare che le ricchezze furono da lui conquistate con la guerra, in una notte di novilunio in una radura (od in una brughiera) immersa nella bruma non in un tumulo, come consuetudine di quel popolo barbaro, ma in una semplice fossa, di cui non sarebbe rimasta traccia visibile già una settimana dopo, anche a causa della tradizione dei nomadi uralo - altaici di calpestare più volte il terreno di sepoltura con la cavalleria allo scopo di compattare il terreno e di favorirne la ricrescita del manto erboso. Verosimile è pure il fatto che la fossa fosse stata scavata dagli schiavi, così come la deposizione del cadavere e del corredo funebre di favoloso valore sarebbe stata opera loro e che le quattro guardie, incaricate di sorvegliare il buon esito del funerale, avrebbero al termine eliminato questi scomodi testimoni e sarebbero esse stesse state epurate al loro rientro alla reggia, appunto perché fosse mantenuto il segreto totale circa l'ubicazione della sepoltura. Prisco - al proposito - scrive che "... Un silenzio di morte avvolse allo stesso tempo la salma deposta e coloro che la deposero...". Il sepolcro sarebbe prossimo ad un importante corso d'acqua, come nella tradizione religiosa unna. Secondo Silvia Blason Scarel[26] alcuni fiumi potrebbero essere quelli indicati da Prisco ove riposa tuttora il corpo di Attila. Meno probabile di tutte le localizzazioni è quella che vede l'alto Isonzo presso Tolmino, nell'attuale Slovenia Occidentale. Più probabili risultano essere il medio Tibisco, in Ungheria, perché non lontano Attila aveva eretto la sua capitale, e la confluenza tra i fiumi Murra e Drava, nella Croazia orientale, che, seppur lontano dalla reggia di Attila e prossima al confine dell'Impero Romano d'Occidente, potrebbe appunto esser stata scelta per la sua lontananza. Il folklore[27] sloveno s'è impadronito - col trascorrere dei secoli - della leggenda della tomba di Attila, tanto che si narra che, ogni notte, lo spettro del re Unno - nel cuore della notte - con le sembianze da demonio - arriva e sosta nei pressi del suo sepolcro e si mette a disseppellire le monete del suo tesoro ed a contarle per accertarsi che la sua tomba non sia stata violata e che il tesoro sia rimasto integro. Nell'estate del 1959 gli archeologi ungheresi scoprirono una ricca sepoltura unna presso il Tibisco ed i giornali di mezzo mondo riportarono la scoperta della tomba di Attila. L'esame al radiocarbonio, però, escludeva la veridicità di quanto affermato a mezzo stampa, essendo la tomba in questione, databile intorno al 415 d. C. cioè quasi quaranta anni precedente alla data della morte del "Flagello di Dio".

Attila nella letteratura[modifica | modifica sorgente]

Attila compare nelle letterature sia germaniche sia scandinave. L'opera più nota in cui compare come personaggio è il Nibelungenlied (la saga dei Nibelunghi), in cui compare con il nome di Etzel, ed in cui diventa il secondo marito di Crimilde, che lo sfrutta per vendicarsi degli uccisori del primo marito Sigfrido. In un feroce banchetto gli Unni di Attila uccideranno tutti i Burgundi, guidati da Gunther e da Hagen (l'uccisore di Sigfrido). Questi ultimi, presi prigionieri, saranno poi uccisi da Crimilde stessa.

Nella letteratura scandinava Attila è ricordato nel poema epico norreno La ballata di Hloth e Anatyr, in cui è indicato come Hotli e nella più ampia Saga di Hervoir, in cui sono riproposte anche le tragiche nozze con Gudrun (Crimilde).[28] Figura importante anche per i carmi eroici che concludono l'Edda poetica.

Nel Dracula di Bram Stoker, il conte Dracula, durante un dialogo con Jonathan Harker afferma di essere un discendente di Attila.

La figura di Attila è anche al centro del romanzo storico Attila The Hun dello scrittore tedesco Louis De Wohl, pubblicato in italiano con il titolo Attila. La tempesta dall'Oriente.

In Italia Attila è figura centrale di un poema di Rocco degli Ariminesi.

Luoghi e memorie legate ad Attila[modifica | modifica sorgente]

Attila è ancora oggi celebrato come una persona di rilievo in molti paesi d'Europa come l'Ungheria, la Turchia. l'Islanda e la Scandinavia, dove vengono ancora oggi nominati neonati e strade alla memoria del grande capo barbarico.[senza fonte]

Luoghi legati ad Attila

Attila nella cinematografia[modifica | modifica sorgente]

Attila nella musica[modifica | modifica sorgente]

Il 12 ottobre 2010 i Pooh hanno presentato il loro nuovo album Dove comincia il sole. In particolare la canzone "L'aquila e il falco" sottolinea molti riferimenti al personaggio di Attila, nonostante il suo nome non sia mai espressamente pronunciato. La canzone tratta principalmente del rapporto tra Attila e la Morte; Lei, una donna bellissima nel cui corpo "non c'è sangue", Lui, il "flagello di Dio", che non vuole abbandonare la vita. La canzone termina con la decisione della Morte di concedergli altro tempo, conscia che all'ultimo assalto sarà Lei ad avere la meglio.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Errore nell'uso delle note: Marcatore <ref> non valido; non è stato indicato alcun testo per il marcatore Klein
  2. ^ Luttwak, op. cit., Cap. 1 Attila e la crisi dell'Impero, pp. 29-64
  3. ^ Tuttavia gli Xiongnu sono collocabili nella Manciuria circa tre secoli prima che gli Unni comparissero sul Volga, quindi non è spiegabile un migrazione così veloce per una tale distanza, Luttwak, op. cit., p. 25
  4. ^ Kelly, pp. 92-93.
  5. ^ Kelly, pp. 94-95.
  6. ^ Kelly, pp. 94-96.
  7. ^ Sidonio Apollinare, Carmina VII 297-309; Prospero Tirone, s.a. 439; Idazio, 117 (s.a. 439); Cronaca gallica dell'anno 452 123 (s.a. 439).
  8. ^ Kelly, p. 98.
  9. ^ Kelly, pp. 100-102.
  10. ^ Kelly, p. 102.
  11. ^ Secondo Heather, è possibile che il tributo fu raddoppiato, raggiungendo le 1400 libbre d'oro, ma è una sua congettura, dato che, come ammette lui stesso, le fonti superstiti non riferiscono le condizioni di pace del 442.
  12. ^ Secondo Cassiodoro, Storia dei Goti, libro XXXV, citato da E. Luttwak, op. cit., p. 51, Bleda venne ucciso dal fratello, tuttavia non tutti gli storici moderni concordano su questa affermazione
  13. ^ Heather, p. 381.
  14. ^ Kelly, pp. 184-185.
  15. ^ Kelly, p. 201.
  16. ^ a b J.B. Bury, The Invasion of Europe by the Barbarians, lecture IX (e-text)
  17. ^ Vera Schauber- Hanns Michael Schindler, Santi e patroni nel corso dell'anno, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, p. 548
  18. ^ Lucien Musset, The Germanic Invasions: The Making of Europe, AD 400–600, 1975.
  19. ^ Attila e Leone I sulle rive del Mincio
  20. ^ Luttwak, op. cit., p. 62.
  21. ^ Lapide posta sulla corte San Leone Magno a Governolo: HIC EST LOCVS CELEBRIS ILLE VBI IN PADVM / OLIM MINTII. INFLVENTIBVS VNDIS, LEO PRIMVS PONT(ifex.) MAX(imus) / ANNO D(om)i NI. CCCCLIIII. ATHILAN FLAGELLVM DEI. / PRAESENTIA MINITABVNDA PETRI ET PAVLI APOS(tolorum) MVNITVS ADMIRANDA ELOQVENTIA. SVA, A ROMANAE VRBIS, ET TOTIVS / ITALIAE. DEVASTATIONE REMOVIT. / CVIVS TANTE REI MEMORIA NE DEPERIRET FR(ater) FRANC(isc) VS GONZ(ag)A: E(Piscop) VS MANT(uanus) AEDICVLAM / POSVIT / AC S(anc)TO. LEONI PAPAE DICAVIT. AN(n)O. D(omini.) MDCXVI. Traduzione: "QUESTO È QUEL CELEBRE LUOGO DOVE UNA VOLTA IL MINCIO CONFLUIVA IN PO / DOVE LEONE I PONTEFICE MASSIMO NELL’ANNO DEL SIGNORE 454 / SORRETTO DALLA PRESENZA MINACCIOSA DI PIETRO E PAOLO APOSTOLI / CON LA SUA MERAVIGLIOSA ELOQUENZA / DISTOLSE ATTILA, FLAGELLO DI DIO, / DALLA DEVASTAZIONE DELLA CITTÀ DI ROMA E DI TUTTA ITALIA. / AFFINCHÉ NON PERISSE LA MEMORIA DI COSÌ GRANDE AVVENIMENTO / FRATE FRANCESCO GONZAGA VESCOVO DI MANTOVA / POSE QUESTA EDICOLA / E LA DEDICÒ A S. LEONE PAPA NELL’ANNO DEL SIGNORE 1616"
  22. ^ John Man, Attila: the Barbarian King Who Challenged Rome, New York, Thomas Dunne Books, 2009, ISBN 978-0-312-53939-9. URL consultato il 7 giugno 2014.
  23. ^ Conte Marcellino, Chronicon (e-text), citato in Hector Munro Chadwick: The Heroic Age (London, Cambridge University Press, 1926), p. 39 n. 1.
  24. ^ Saga Voslunga, Chapter 39; Edda poetica, Atlamol En Grönlenzku, The Greenland Ballad of Atli
  25. ^ Otto Maenchen-Helfen: "The World of the Huns", University of California Press, 1973, Cap. 9.4; ISBN 978-0-520-01596-8.
  26. ^ Silvia Blason Scarel e Gruppo Archeologico Aquileiese: "Attila e gli Unni"; 1995; pp. 194 - 195; ISBN 88-7062-874-4.
  27. ^ Ibidem.
  28. ^ Luttwak, op. cit., p. 31
  29. ^ Cfr. p. 54 in: Jenö Szücs, “Sur le concept de nation reflexions sur la théorie politique médiévale”, Actes de la recherche en sciences sociales, 64 (1986), n. 1, pp. 51–62, in http://www.persee.fr/web/revues/home/prescript/article/arss_03355322_1986_num_64_1_2337?_Prescripts_Search_tabs1=standard& (20.04.09)

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Edward N. Luttwak, The grand strategy of the Byzantyne Empire, tradotto in italiano da Domenico Giusti e Enzo Peru come La grande strategia dell'Impero Bizantino, RCS Libri, Milano, 2009 ISBN 978-88-17-03741-9
  • Richard J. Samuelson, Attila, Flagellum Dei, 2011, LA Case (Audiolibro).
  • Peter Heather, La caduta dell'Impero romano, Garzanti, 2006.
  • Christopher Kelly, Attila e la caduta di Roma, Bruno Mondadori, 2009.
  • Louis de Wohl, Attila La tempesta dall'Oriente Rizzoli, 2010
  • Mauro Calzolari, Papa Leone e Attila al Mincio, Editoriale Sometti, 2013, ISBN 978-88-7495-467-4

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Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Predecessore Re degli Unni Successore
Bleda 445-453 Ellac

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