Attila

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Attila
Attila-ChroniconPictum.jpg
Attila, re degli Unni, come visto nel Chronicon Pictum

Regno 434453
Predecessore Bleda e Rua
Successore Ellac
Nascita Caucaso, 406
Morte Pannonia, 16 marzo 453
Padre Mundzuk

Attila, in ungherese moderno: Attila; in turco: Atilla; in norvegese antico: Atle o Atli; in islandese: Atli; in tedesco: Etzel (Caucaso, 406Pannonia, 16 marzo 453), fu l'ultimo e più potente sovrano degli Unni. Dall'Europa, dal 434 fino alla sua morte, governò un vastissimo impero che si estendeva dall'Europa Centrale al Mar Caspio, e dal Danubio al Baltico, unificando - per la prima ed ultima volta nella storia - la maggior parte dei popoli barbarici dell'Eurasia settentrionale (dai Germani agli Slavi ai così detti Ugro-Finni).

Durante il suo regno divenne il più irriducibile nemico dell'Impero romano d'Oriente e dell'Impero romano d'Occidente: invase due volte i Balcani, cinse d'assedio Costantinopoli, marciò attraverso la Francia spingendosi fino ad Aurelianum, scacciò da Ravenna l'imperatore Valentiniano III (452).

Soprannominato flagellum Dei ("flagello di Dio") per la sua ferocia, si diceva che dove fosse passato non sarebbe più cresciuta l'erba. Ancora oggi è considerato tra i personaggi più malvagi della storia. [1] Conquistò un impero, che si estendeva dalla Russia all’Europa meridionale, con metodi selvaggi e brutali. Portò terrore e distruzione a molti popoli. Torturò, violentò e uccise quanti ostacolavano il suo cammino. Rase al suolo intere città. [2] La sua fama di crudeltà era così grande che bastava pronunciare il suo nome per terrorizzare le popolazioni delle città verso cui si dirigeva con le sue truppe, sopprimendo qualsiasi loro resistenza e inducendole ad aprirgli le porte senza colpo ferire. Governò per otto anni: in questo breve periodo ispirò un tale terrore che ancora oggi il suo nome è simbolo di morte e distruzione. [3]

Nonostante il suo impero si sia disgregato alla sua morte, è diventato una figura leggendaria nella storia europea, che lo ricorda in modo diverso a seconda della zona: guerriero feroce, avido e crudele nell'area al tempo sotto Roma; condottiero impavido e coraggioso nei paesi che facevano parte del suo impero. In alcuni racconti viene celebrato come un grande e nobile re ed è il personaggio principale di tre saghe islandesi-norvegesi.

Indice

[modifica] Biografia

[modifica] Origini ed esordio

Pare che gli Unni europei fossero il ramo occidentale della stirpe degli Xiongnu (Xiōngnú, 匈奴), tribù nomadi antenate dei Mongoli e dei Turchi, originarie della Cina nord-orientale e dell'Asia centrale. Gli Unni riuscirono ad ottenere la supremazia militare sulle popolazioni rivali, più acculturate e civilizzate, grazie alla loro abilità nel combattimento, alla capacità di spostarsi con una straordinaria facilità e di usare armi come l'arco unno.

La data di nascita di Attila si aggira intorno al 406. Perse il padre da bambino. Secondo il costume unno, imparò ad andare a cavallo prima ancora di imparare a camminare. A cinque anni già sapeva combattere con arco e frecce. [4]

All’inizio del V secolo Roma concluse un trattato di pace con il re Rua, zio di Attila, in base al quale l’Urbe doveva pagare un tributo annuale di 160 chili d’oro ed entrambi gli schieramenti trattenevano ostaggi di alto rango come garanzia. Tra gli ostaggi, ci fu anche Attila, mandato a vivere a Ravenna, nell’Impero Romano d’Occidente. Qui Attila imparò il latino e fu testimone oculare del declino e della corruzione dell’Impero Romano. È durante questo soggiorno che Attila cominciò a disprezzare i costumi decadenti dei Romani e maturò l’odio che lo avrebbe fatto diventare il più pericoloso nemico di Roma. [5]

A vent’anni Attila tornò tra la sua gente partecipando a numerose invasioni scatenate dallo zio Rua. Alla morte di questi nel 434, diventò re Bleda, il fratello ventisettenne di Attila, che si impegnò subito a costruirsi una reputazione di spietato capo militare. [6]

[modifica] Divisione del regno

Massima espansione dell'impero unno, 451 circa

In quel periodo gli Unni stavano concordando con gli ambasciatori dell'imperatore Teodosio II il ritorno di numerosi fuggiaschi rifugiatisi entro i confini dell'Impero Bizantino. Un anno dopo, Attila e Bleda si incontrarono con i legati imperiali a Margus (l'odierna Požarevac) e, seduti a cavallo secondo l'usanza unna, conclusero un accordo molto vantaggioso con il quale i Romani accettarono non solo di riconsegnare le tribù dei fuggitivi, dai quali avevano ottenuto l'appoggio contro i Vandali, ma anche raddoppiarono il tributo in oro, allora pari a 350 libbre romane (circa 114,5 kg), aprirono i mercati ai commercianti unni e pagarono un riscatto di otto solidi per ogni Romano fatto da loro prigioniero. Soddisfatti dell'accordo, gli Unni levarono gli accampamenti dall'impero spostandosi verso i territori interni del continente, forse con l'intento di consolidare e rafforzare il proprio dominio. Teodosio ne approfittò per fortificare le mura di Costantinopoli, costruire le prime mura verso il mare ed erigere baluardi difensivi lungo il corso del Danubio.

Gli Unni non ebbero scontri con i Romani durante i cinque anni successivi, e mirarono all'invasione della Persia; ma una sconfitta subita in Armenia per la controffensiva persiana, li costrinse a rinunciare alla conquista del paese. Nel 440 fecero di nuovo la loro comparsa sui confini dell'impero sanciti con il trattato aggredendo i mercanti sulla sponda settentrionale del Danubio. Attila e Bleda minacciarono una nuova guerra, asserendo che i Romani non avevano rispettato gli accordi presi e che il vescovo di Margus, nei pressi dell'odierna Belgrado, aveva attraversato il Danubio per saccheggiare e violare le tombe dei re degli Unni sulla riva settentrionale. Passarono il fiume e devastarono le città dell'Illiria e le fortezze, tra cui, secondo lo storico Prisco di Panion, Viminacium, iniziando la loro offensiva da Margus, poiché, quando i Romani negoziarono la liberazione del vescovo che li aveva offesi, costui passò in segreto dalla parte dei barbari ai quali, a tradimento, consegnò la città.

Poiché Teodosio aveva rimosso i baluardi sul fiume dopo la presa di Cartagine da parte di Genserico, re dei Vandali nel 440, e l'invasione dell'Armenia da parte di Yazdegerd II della dinastia dei Sassanidi nel 441, nello stesso anno fu facile per Attila e Bleda aprirsi un varco attraverso l'Illiria per raggiungere i Balcani. L'esercito degli Unni, dopo aver saccheggiato Margus e Viminacium occupò Sigindunum (l'attuale Belgrado) e Sirmium (l'attuale Sremska Mitrovica), e poi sospese le operazioni militari. Seguì un periodo di stasi fino al 442, anno in cui Teodosio richiamò le truppe dal nord Africa ed ordinò che fosse coniata una nuova moneta per finanziare l'azione offensiva contro gli Unni; con questi preparativi, riteneva fosse meglio rifiutare le richieste dei loro re.

La risposta di Attila e Bleda fu la ripresa della campagna d'invasione nel 443; compiendo razzie lungo il Danubio sottomisero i campi militari di Ratiera e conquistarono Naissus, oggi Niš con l'uso di arieti e torri d'assedio, equipaggiamenti militari di nuova concezione. Si racconta che quando Attila attaccò e devastò Naissus, le rive del fiume della città si coprirono di un tal numero di cadaveri che a causa del fetore di morte diventò impossibile per chiunque entrare a Naissus per anni e che Attila gongolasse davanti alle gesta di devastazioni compiute dai suoi uomini.[7] In seguito, le armate di Attila si impossessarono di Sardica (Sofia), Philippopolis (Filippopoli), e Arcadiopolis, nell'odierna Serbia; affrontarono e sconfissero l'esercito romano alle porte di Costantinopoli e soltanto la mancanza di mezzi di combattimento in grado di far breccia nelle mura massicce della città li costrinse a fermarsi. Teodosio ammise la sconfitta ed inviò l'ufficiale di corte Anatolio a negoziare le condizioni di pace, questa volta più pesanti del trattato precedente. L'imperatore acconsentì a cedere oltre 6.000 libbre d'oro romane (1.963 kg) come sanzione per non aver rispettato i patti durante l'invasione; il tributo annuale fu triplicato fino a 2.100 libbre d'oro (687 kg) e l'ammontare del riscatto di ogni prigioniero romano aumentò fino a 12 solidi.

Soddisfatte per un po' le loro pretese, gli Unni fecero ritorno nel loro impero. Secondo Giordane (che riporta quanto riferito da Prisco di Panion), qualche tempo dopo, nel periodo di pace che seguì alla ritirata da Bisanzio, forse intorno al 445, Bleda morì ed Attila divenne l'unico re; alcuni storici si chiedono se Attila fu il suo assassino o se la morte fu causata da un'altra ragione; in ogni modo, Attila divenne il capo indiscusso degli Unni e rivolse di nuovo le sue attenzioni verso l'Impero d'Oriente.

[modifica] Monarca assoluto

Dopo la partenza degli Unni, la città di Costantinopoli attraversò un periodo di gravi calamità sia naturali sia causate dall'uomo: lotte sanguinarie tra le fazioni dell'Ippodromo, epidemie nel 445 e nel 446, quest’ultima a seguito di una carestia; quattro mesi di terremoti che distrussero gran parte delle mura causando migliaia di vittime, e dando origine, nel 447, ad una nuova epidemia, proprio quando Attila, consolidato il suo potere, si mise di nuovo in marcia verso il sud dell'impero attraverso la Mesia. L'esercito romano, capeggiato dal magister militum Arnegisclo, lo sfidò sul fiume Utus (attuale Vit) subendo una sconfitta, non senza aver inflitto pesanti perdite. Gli Unni non trovarono più ostacoli e proseguirono le loro scorribande nei Balcani fino alle Termopili. La stessa Costantinopoli fu salvata dall'intervento del prefetto Flavio Costantino, che coinvolse la cittadinanza nella ricostruzione delle mura abbattute dal terremoto e nella costruzione di alcuni tratti di una nuova linea fortificata davanti alle antiche mura. Ecco un brano del racconto dell'invasione, tratto dalla Vita di San Ipazio di Callinico:

« La stirpe barbarica degli Unni in Tracia diventò talmente potente da conquistare oltre cento città, mettendo Costantinopoli quasi in ginocchio e facendo fuggire molti abitanti... Omicidi e spargimenti di sangue furono talmente numerosi da non riuscire a contare le vittime; occuparono chiese e monasteri e trucidarono monaci e giovani donne. »
(Callinico, Vita di Sant'Ipazio)

Come condizione per la pace, Attila pretese che i Romani continuassero a pagare il tributo in oro e lasciassero libera una striscia di terra che si estendeva per 480 km ad est di Sigindunum (Belgrado) e oltre 100 km a sud del Danubio. Le trattative di pace tra Unni e Romani proseguirono per circa tre anni. Prisco fu inviato nell'accampamento di Attila in qualità di ambasciatore nel 448, ed alcuni brani delle sue cronistorie conservati dallo storico Giordane offrono un'immagine reale di Attila in mezzo alle sue numerose mogli, al giullare scita ed al nano moresco, pacifico e sobrio nello splendore della sua corte imperiale:

« Abbondanti pietanze erano state preparate per noi e per gli ospiti barbari e servite su piatti d'argento, ma Attila mangiò soltanto della carne da un tagliere di legno; inoltre, dimostrò in tutto una grande modestia: bevve da una coppa di legno, mentre agli ospiti furono dati calici d'oro e argento. Anche gli abiti erano molto semplici e puliti; la spada al fianco, le borchie delle calzature, e la bardatura del cavallo non erano adorne, come quelle degli altri Sciti, di guarnizioni d'oro o pietre preziose né di altro materiale pregiato. »

Prisco citò inoltre: Il pavimento era ricoperto di stuoie di lana su cui camminare.

Fu in questo periodo, secondo una leggenda raccontata da Giordane, che Attila scoprì la Spada di Marte, e Prisco narra come avvenne la scoperta: «Un pastore vide zoppicare una giovenca del suo gregge e non capendo la causa della ferita, seguì con ansia le tracce di sangue ed alla fine trovò una spada su cui l'animale era inciampato inavvertitamente mentre brucava l'erba; la estrasse dal terreno e la portò subito ad Attila, il quale apprezzò molto il dono e, essendo ambizioso, si convinse di essere stato eletto padrone assoluto del mondo intero e che la spada di Marte gli avrebbe garantito la vittoria in tutte le battaglie.»

Più tardi gli studiosi avrebbero identificato la leggenda come un esempio di culto religioso per la spada, diffuso tra le popolazioni nomadi delle steppe dell'Asia Centrale.

[modifica] Attila in occidente

Già nel 450, Attila aveva proclamato la sua intenzione di attaccare il potente regno dei Visigoti a Tolosa stringendo un'alleanza con l'imperatore Valentiniano III. In precedenza, c’erano stati buoni rapporti con l'Impero d'Occidente ed il suo governatore di fatto Flavio Ezio, il quale aveva trascorso un breve periodo in esilio tra gli Unni nel 443, meritandosi in occidente l'appellativo onorifico di magister militum per le truppe messe a disposizione da Attila contro Goti e Burgundi. Le profferte e la tattica diplomatica di Genserico, nemico dei Visigoti, un popolo che incuteva timore, avevano probabilmente influenzato i piani di Attila.

Ad ogni modo, Onoria, sorella di Valentiniano, nella primavera del 450 aveva inviato al re degli Unni una richiesta d'aiuto, insieme al proprio anello, perché voleva sottrarsi all'obbligo di fidanzamento con un senatore: la sua non era una proposta di matrimonio, ma Attila interpretò il messaggio in questo senso, ed accettò pretendendo in dote metà dell'Impero d'Occidente. Quando Valentiniano scoprì l'intrigo, fu solo l'intervento della madre Galla Placidia a convincerlo a mandare in esilio, piuttosto che ad uccidere Onoria, e ad inviare un messaggio ad Attila, in cui disconosceva assolutamente la legittimità della presunta proposta matrimoniale. Attila, per nulla persuaso, inviò un'ambasciata a Ravenna per affermare che Onoria non aveva alcuna colpa, che la proposta era valida dal punto di vista legale e che sarebbe venuto per esigere ciò che era un suo diritto.

Nel frattempo, Teodosio II era morto cadendo da cavallo; il suo successore Marciano aveva annullato il tributo agli Unni verso la fine del 450; numerose invasioni da parte degli Unni e di altre popolazioni avevano devastato i Balcani e non c’era quasi niente da saccheggiare. Alla morte del re dei Franchi la lotta tra i due figli per la successione sancì la rottura tra Attila ed Ezio, poiché l'uno dava il suo appoggio al figlio maggiore, e l'altro al figlio minore. Secondo J.B. Bury, quando Attila si mise in marcia verso ovest la sua intenzione era quella di ingrandire il proprio regno, già allora il più forte sul continente, fino all'Oceano Atlantico attraversando la Gallia. Dopo aver radunato i suoi sudditi, Gepidi, Ostrogoti, Rugi, Sciri, Eruli, Turingi, Alani, Burgundi, intraprese la marcia verso occidente prendendo in considerazione un'alleanza con i Visigoti ed i Romani.

Forte di un esercito che contava tra i 300.000 e i 700.000 uomini, il più grande in Europa da duecento anni a quella parte, Attila attraversò la Germania provocando morte e distruzione. Conquistò molte delle grandi città europee, tra cui Reims, Strasburgo, Treviri, Colonia. A Colonia Attila incontrò sant’Orsola, che si trovava in città con undicimila compagne. Si narra che Attila rimase colpito dalla straordinaria bellezza di Orsola, cosa questa che in un primo momento le salvò la vita. Ma quando lei rifiutò di concederglisi, il re Unno la fece uccidere a colpi di freccia e massacrò le 11.000 compagne che la accompagnavano. [8] Entrati a Metz alla vigilia di Pasqua del 451, gli Unni “diedero alle fiamme la città, passarono gli abitanti a fil di spada e trucidarono i sacerdoti cristiani sui sacri altari”. Seguirono la stessa sorte di Metz tutte le città francesi attraversate da Attila. Si salvò Parigi perché mentre si avvicinava alla città Attila ebbe la premonizione che attaccare la capitale sarebbe stato di malaugurio. [9]

Nel frattempo Ezio mosse la controffensiva radunando le truppe tra Franchi, Burgundi e Celti. L'inarrestabile marcia verso occidente convinse Teodorico, re dei Visigoti, ad allearsi con i Romani; i due eserciti raggiunsero insieme Orléans prima di Attila, per tenere sotto controllo e così respingere l'avanzata unna. Ezio inseguì e bloccò gli Unni in una località nei pressi di Chalôn (battaglia dei Campi Catalaunici), dove i due eserciti combatterono una sanguinosissima battaglia, non persa dagli alleati ma non vinta da Attila, che si ritirò oltre il confine.

La battaglia di Chalôn è stata definita una delle quindici battaglie più decisive della storia: se avesse vinto Attila, oggi gli europei discenderebbero in linea diretta dalle orde mongole. [10] La battaglia di Chalôn diventò famosa per la sua violenza. Scorsero fiumi di sangue: si racconta che i soldati assetati furono costretti a bere acqua tinta di rosso. A un certo punto della battaglia Attila credette di essere sul punto di venire sconfitto. Così ordinò che gli fosse preparata la pira funeraria. Tuttavia i Visigoti, comandati da Torismondo, abbandonarono sul campo di battaglia Ezio che così fu costretto a cessare i combattimenti e a ritirarsi. La ritirata dei Romani fu così improvvisa che inizialmente Attila la considerò una stratagemma di Ezio per attirarlo in trappola. Così invece di attaccare ordinò alle proprie truppe di mantenere una posizione difensiva. [11]

Durante la ritirata Attila non si astenne dal commettere atrocità. Fece massacrare ostaggi e prigionieri. “Duecento giovani fanciulle furono torturate con disumana ferocia: i loro corpi vennero legati a cavalli selvaggi e squartati, le ossa frantumate sotto le ruote dei carri e le membra abbandonate sulle strade in pasto ai cani” [12]

[modifica] Invasione dell'Italia e morte

Invasione degli Unni in Italia

Attila tornò in Italia nel 452 per reclamare nuovamente le sue nozze con Onoria. Il suo esercito, composto soprattutto da truppe germaniche, avanzò su Trieste ma venne fermato ad Aquileia, città fortificata di grande importanza strategica: il suo possesso permetteva di controllare gran parte dell’Italia settentrionale. Attila la cinse d’assedio per tre mesi ma inutilmente. La leggenda racconta che proprio mentre era sul punto di ritirarsi, da una torre delle mura si levò in volo una cicogna bianca che abbandonò la città con il piccolo sul dorso. Il superstizioso Attila a quella vista ordinò al suo esercito di rimanere: poco dopo crollò la parte delle mura dove si trovava la torre lasciata dalla cicogna. Attila poté così impossessarsi della città, che rase al suolo senza lasciare più nessuna traccia della sua esistenza. [13] Quindi si diresse verso Padova, che saccheggiò completamente. Prima del suo arrivo molti abitanti della città cercarono rifugio nelle paludi, dove avrebbero poi fondato Venezia. Dopo la presa di Aquileia l’avanzata di Attila fino a Milano avvenne senza difficoltà in quanto nessuna città tentò la resistenza ma tutte aprirono per paura le loro porte all’invasore.

Attila conquistò Milano e si stabilì per qualche tempo nel palazzo reale. Famoso è rimasto il modo singolare con cui affermò la propria superiorità su Roma: nel palazzo reale c’èra un dipinto in cui erano raffigurati i Cesari seduti in trono e ai loro piedi i principi sciti. Attila, colpito dal dipinto, lo fece modificare: i Cesari vennero raffigurati nell’atto di vuotare supplici borse d’oro davanti al trono dello stesso Attila. [14]

Nel frattempo Valentiniano fuggì da Ravenna a Roma; Ezio rimase sul campo ma mancava della potenza necessaria per ingaggiare battaglia. Ezio aveva a disposizione pochi uomini ma sapeva perfettamente cosa fare,sapeva che Attila aveva necessità di grandi quantità di foraggio e viveri per i suoi uomini e bastava un nulla perché scoppiassero epidemie e poi aspettava l'esercito che Marciano stava convogliando sul Danubio per chiudere in una sacca gli Unni. Attila si fermò finalmente sul Po, in una località tramandata col nome di "Ager Ambulejus", dove incontrò, nell'attuale Governolo frazione di Roncoferraro, un'ambasciata formata dal prefetto Trigezio, il console Avienno e papa Leone I (la leggenda vuole che proprio il papa abbia fermato Attila mostrandogli il crocifisso). La storia dice che nell'altra mano avesse un cospicuo e soddisfacente tributo che Attila accettò ma che mandò su tutte le furie Ezio perché non poteva mettere più in atto il suo piano. Comunque, dopo l'incontro Attila tornò indietro con le sue truppe senza pretese né sulla mano di Onoria, né sulle terre in precedenza reclamate. Sono state date diverse interpretazioni della sua azione. La fame e le malattie che accompagnavano la sua invasione potrebbero aver ridotto la sua armata allo stremo, oppure le truppe che Marciano mandò oltre il Danubio potrebbero avergli dato ragione di retrocedere, o forse entrambe le cose sono concausali alla sua ritirata.Prisco riporta che la paura superstiziosa della fine di Alarico - che morì poco dopo aver saccheggiato Roma nel 410 - diede all'Unno una battuta di arresto. La "favola che è stata rappresentata dalla matita di Raffaello e dallo scalpello di Algardi" (come l'ha chiamata Edward Gibbon) di Prospero di Aquitania dice che il papa, aiutato da Pietro apostolo e Paolo di Tarso, lo convinse a girare al largo dalla città. Vari storici (tra cui Isaac Asimov) hanno supposto che l'ambasciata portasse un ingente quantità d'oro al leader unno e che lo abbia persuaso ad abbandonare la sua campagna.

Qualsiasi fossero le sue ragioni, Attila lasciò l'Italia e ritornò al suo palazzo attraverso il Danubio. Da lì pianificò di attaccare nuovamente Costantinopoli e reclamare il tributo che Marciano aveva tagliato. Comunque, morì nei primi mesi del 453; la tradizione, secondo Prisco, dice che la notte dopo un banchetto che celebrava il suo ultimo matrimonio (con una gota di nome Krimhilda, poi abbreviato con Ildiko), egli ebbe una copiosa epistassi e morì soffocato. I suoi guerrieri, dopo aver scoperto la sua morte, si tagliarono i capelli e si sfregiarono con le loro spade in segno di lutto così che, dice Giordane, "il più grande di tutti i guerrieri dovette essere pianto senza lamenti femminili e senza lacrime, ma con il sangue degli uomini". Fu seppellito in un triplo sarcofago d'oro, argento e ferro con il bottino delle sue conquiste e il corteo funebre fu ucciso per mantenere segreto il suo luogo di sepoltura. Secondo le leggende ungheresi il sarcofago si trova tra il Danubio e il Tibisco, in Ungheria. Dopo la sua morte, continuò a vivere come figura leggendaria: i personaggi di Etzel nella Saga Nibelunga e di Atli nella Saga Volsunga e nell'Edda poetica sono (seppur in maniera vaga e decisamente alterata) basati sulla sua vita.

Una storia alternativa della sua morte, registrata per la prima volta ottant'anni dopo il fatto dal cronista romano il Conte Marcellino, riporta: Attila rex Hunnorum Europae orbator provinciae noctu mulieris manu cultroque confoditur ("Attila, Re degli Unni e devastazione delle province d'Europa, fu trafitto a morte dalla mano e dalla lama di sua moglie")[15]. La saga Volsunga e l'Edda Poetica raccontano che Re Atli morì per mano di sua moglie Gudrun[16]. La maggioranza degli studiosi rifiuta comunque queste versioni come racconti leggendari, preferendo invece la versione data da Prisco di Panion, contemporaneo di Attila.

I suoi figli Ellak (il successore designato), Dengizik ed Ernak combatterono per la successione e, divisi, furono sconfitti e dispersi l'anno seguente nella Battaglia di Nedao (in Pannonia). L'impero di Attila non sopravvisse al suo fondatore.

Il figlio più giovane sarebbe potuto essere Merovech, capostipite dei Merovingi anche se le fonti (Gregorio di Tours e i resoconti successivi della Battaglia di Chalons) non sono certi a riguardo. Resoconti successivi della battaglia sostengono che gli Unni fossero già entrati in città, o la stessero già saccheggiando, quando arrivò l'esercito dei Romani e dei Visigoti. Giordano non fa menzione della cosa [17]

[modifica] Aspetto, carattere e nome

La fonte principale di informazioni su Attila è Prisco di Panion, uno storico che viaggiò con Massimino in un'ambasciata mandata da Teodosio II nel 448. Egli descrive il villaggio che i nomadi Unni hanno costruito e in cui si sono insediati come una grande città dalle solide mura di legno. Descrisse lo stesso Attila così:

« Basso di statura, con un largo torace a una testa grande; i suoi occhi erano piccoli, la sua barba sottile e brizzolata; e aveva un naso piatto e una carnagione scura, che metteva in evidenza la sua origine. »

L'aspetto fisico di Attila era probabilmente più sul tipo asiatico orientale o mongolo, o forse un misto di questo tipo e quello delle popolazioni turche centroasiatiche. Comunque egli probabilmente aveva i lineamenti tipici orientali, che gli Europei non erano abituati a vedere, e questi quindi lo descrissero spesso con termini amari.

Attila è conosciuto nella storia occidentale e nella tradizione come il "Flagello di Dio", e il suo nome è diventato sinonimo di crudeltà e barbarie; a questa fama può aver contribuito il fatto che la sua figura sia stata nel tempo assimilata a quella di altri condottieri della steppa: Mongoli come Genghis Khan e Tamerlano, noti come signori della guerra abili in combattimento, crudeli e sanguinari, e dediti al saccheggio; la figura di Attila, in realtà, è più complessa.

Gli Unni all'epoca di Attila avevano avuto modo di interagire con la civiltà romana, principalmente tramite i Germani che abitavano al confine tanto che Prisco, all'epoca dell'ambasciata di Teodosio nel 448, identificò il gotico, l'unno ed il latino come i tre principali idiomi del popolo di Attila. Prisco riferisce anche di un suo incontro con un prigioniero romano che si era così integrato nello stile di vita degli Unni da non voler più ritornare a casa, ed il resoconto che lo storico fa di Attila, della sua semplicità ed umiltà è chiaramente intriso di ammirazione.

Il contesto storico in cui Attila visse fu determinante per la sua immagine pubblica, così come si venne a creare in seguito: nell'epoca di declino dell'Impero d'Occidente i suoi conflitti con Ezio (spesso chiamato "l'ultimo dei Romani") uniti alla stranezza della sua cultura, favorirono l'immagine del barbaro feroce e nemico della civiltà che è stata rappresentata in seguito in innumerevoli opere d'arte. Le saghe epiche in cui egli appare ci danno invece un'immagine più sfumata: un nobile e generoso alleato, come l'Etzel dei Nibelunghi, o il crudele Atli della Saga Volsunga e dell'Edda poetica. Alcune storie nazionali comunque lo dipingono sempre in modo positivo: in Ungheria i nomi di Attila e della sua seconda moglie Ildikó sono tutt'ora comuni. Sullo stesso piano si inserisce l'opera A láthatatlan ember (pubblicata in inglese come Slave of the Huns) dell'autore ungherese Géza Gárdonyi, ampiamente basata sull'opera di Prisco, che fornisce un'immagine di Attila come capo saggio ed amato.

Il nome "Attila" sarebbe molto probabilmente di origine germanica. "Attila" in lingua gota (i Goti partecipavano alla confederazione di genti guidata da Attila) significa "piccolo padre" (atta: "padre" più il suffisso diminutivo -la) ed "Attila" fu un nome usato dai germani. Si noti che anche in ungherese "padre" si dice in una forma vicina al goto: atya.

[modifica] Curiosità

  • Attila devastò in lungo e in largo l'Europa del tempo, ma venne fermato tre volte da tre persone con il nome di animali, il vescovo Lupo di Troyes (poi divenuto San Lupo), il vescovo Orso di un paese della Germania, e da papa Leone I: da ciò qualcuno ha dedotto che Attila avesse una sorta di superstizione o di paura nei confronti di persone con i nomi di belve feroci.
  • Si racconta che fosse superstizioso, facesse affidamento sulle profezie e si facesse influenzare nelle decisioni in campo militare da indovini e sciamani.[18]
  • Attila conservò modi rozzi anche dopo essere diventato sovrano di un vasto impero. Durante i pranzi con i dignitari stranieri, faceva servire loro i cibi migliori in piatti d’argento e mescere il vino in bicchieri d’oro, mentre lui si limitava a mangiare un pezzo di carne cruda e a bere vino da una coppa di legno. [19]
  • Le leggende raccontano di sue pratiche cannibalistiche e che abbia mangiato i propri figli Erp ed Eitil, che sua moglie gli servì dopo averli arrostiti nel miele. [20]
  • Alcuni raccontano che avrebbe avuto numerose mogli e più di cento figli. [21]

[modifica] Luoghi e memorie legate ad Attila

Attila è ancora oggi celebrato come una persona di rilievo in molti paesi d'Europa come l'Ungheria, la Turchia. l'Islanda e la Scandinavia, dove vengono ancora oggi nominati neonati e strade alla memoria del grande capo barbarico.[senza fonte]

Luoghi legati ad Attila:

[modifica] Attila nella cinematografia

[modifica] Note

  1. ^ Shelley Klein – Miranda Twiss, I personaggi più malvagi della storia, Ariccia (Roma), Newton & Compton Editori, 2005, p. 81
  2. ^ Shelley Klein – Miranda Twiss, I personaggi più malvagi della storia, Ariccia (Roma), Newton & Compton Editori, 2005, p. 81
  3. ^ Shelley Klein – Miranda Twiss, I personaggi più malvagi della storia, Ariccia (Roma), Newton & Compton Editori, 2005, p. 91
  4. ^ Shelley Klein – Miranda Twiss, I personaggi più malvagi della storia, Ariccia (Roma), Newton & Compton Editori, 2005, p. 81
  5. ^ Shelley Klein – Miranda Twiss, I personaggi più malvagi della storia, Ariccia (Roma), Newton & Compton Editori, 2005, p. 81-82
  6. ^ Shelley Klein – Miranda Twiss, I personaggi più malvagi della storia, Ariccia (Roma), Newton & Compton Editori, 2005, p. 81-82
  7. ^ Shelley Klein – Miranda Twiss, I personaggi più malvagi della storia, Ariccia (Roma), Newton & Compton Editori, 2005, p. 82
  8. ^ Vera Schauber- Hanns Michael Schindler, Santi e patroni nel corso dell’anno, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, p.548
  9. ^ Shelley Klein – Miranda Twiss, I personaggi più malvagi della storia, Ariccia (Roma), Newton & Compton Editori, 2005, p. 86-87
  10. ^ Shelley Klein – Miranda Twiss, I personaggi più malvagi della storia, Ariccia (Roma), Newton & Compton Editori, 2005, p. 88
  11. ^ Shelley Klein – Miranda Twiss, I personaggi più malvagi della storia, Ariccia (Roma), Newton & Compton Editori, 2005, p. 88
  12. ^ Shelley Klein – Miranda Twiss, I personaggi più malvagi della storia, Ariccia (Roma), Newton & Compton Editori, 2005, p. 88
  13. ^ Shelley Klein – Miranda Twiss, I personaggi più malvagi della storia, Ariccia (Roma), Newton & Compton Editori, 2005, p. 89
  14. ^ Shelley Klein – Miranda Twiss, I personaggi più malvagi della storia, Ariccia (Roma), Newton & Compton Editori, 2005, p. 90
  15. ^ Conte Marcellino, Chronicon (e-text), citato in Hector Munro Chadwick: The Heroic Age (London, Cambridge University Press, 1926), p. 39 n. 1.
  16. ^ Saga Voslunga, Chapter 39; Edda poetica, Atlamol En Grönlenzku, The Greenland Ballad of Atli
  17. ^ J.B. Bury, The Invasion of Europe by the Barbarians, lecture IX (e-text)
  18. ^ Shelley Klein-Miranda Twiss, I personaggi più malvagi della storia, Ariccia (Roma), Newton & Compton Editori, 2005, p. 81 e 87
  19. ^ Shelley Klein-Miranda Twiss, I personaggi più malvagi della storia, Ariccia (Roma), Newton & Compton Editori, 2005, p. 85
  20. ^ Shelley Klein-Miranda Twiss, I personaggi più malvagi della storia, Ariccia (Roma), Newton & Compton Editori, 2005, p. 85
  21. ^ Shelley Klein-Miranda Twiss, I personaggi più malvagi della storia, Ariccia (Roma), Newton & Compton Editori, 2005, p. 85
  22. ^ Cfr. p. 54 in Jenö Szücs, “Sur le concept de nation reflexions sur la théorie politique médiévale”, Actes de la recherche en sciences sociales, Année 1986, Volume 64, Numéro 1, p. 51 – 62, in http://www.persee.fr/web/revues/home/prescript/article/arss_03355322_1986_num_64_1_2337?_Prescripts_Search_tabs1=standard& (20.04.09)

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