Miklós Jancsó

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Miklós Jancsó nel 2000

Miklós Jancsó (IPA: [ˈmiklo:ʃ ˈjɒnʧo:]) (Vác, 27 settembre 1921Budapest, 31 gennaio 2014) è stato un regista e sceneggiatore ungherese.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

I primi film[modifica | modifica wikitesto]

Nasce a Vác, in Ungheria Centrale, il 27 settembre del 1921 da padre ungherese, Sándor Jancsó, e da madre romena, Angela Poparad. Dopo gli studi in un collegio religioso, dal 1939 al 1944 studia giurisprudenza, etnologia e storia dell'arte a Kolozsvár, in Transilvania. In questo periodo l'Ungheria, alleata delle Potenze dell'Asse, viene occupata dall'Armata Rossa.

Dopo la guerra studia all'Accademia d'Arte Teatrale e Cinematografica di Budapest. Orientato verso i principi del socialismo, dopo la seconda guerra mondiale Jancsó aderisce ai cosiddetti collegi popolari, nati con lo scopo di rifondare la cultura e di creare una "coscienza di classe" nei figli dei contadini e degli operai per la costruzione di una autentica "democrazia popolare". Gira numerosi cortometraggi documentari, alcuni dei quali durante un viaggio nella Repubblica Popolare Cinese.

Dal matrimonio con Katalin Wowesznyi, sua moglie dal 1949, nascono Nyika (Miklós Jancsó Jr., 1952) e Babus (Katalin Jancsó, 1955). Nel periodo di incertezza politica della destalinizzazione, la rivolta antisovietica nel paese e l'ascesa al potere di Imre Nagy portano alla proposta di una fuoriuscita dell'Ungheria dal Patto di Varsavia e a una riduzione del ruolo ideologico e politico del Partito Ungherese dei Lavoratori. Nell'autunno dello stesso anno la rivolta guidata da Nagy sarà sconfitta dall'intervento militare dell'Armata Rossa. In questo difficile clima politico e culturale nasce il cosiddetto "Nuovo cinema ungherese", di cui Miklós Jancsó sarà uno degli esponenti più autorevoli.

Il primo lungometraggio, Le campane sono partite per Roma (A harangok Rómába mentek, 1958), è ambientato nell'aprile 1945 e termina con la liberazione del paese dalle forze armate naziste da parte dell'Armata Rossa. Dopo il divorzio da Katalin Wowesznyi, sposa la regista Márta Mészáros nel 1958. Nel 1959 conosce l'autore e sceneggiatore Gyula Hernádi, che collaborerà con lui fino alla sua morte nel 2005. Il film successivo, Sciogliere e legare (Oldás és kötes, 1963), mette in scena il dilemma esistenziale di un intellettuale e rivela l'influenza di Michelangelo Antonioni. Il mio cammino (Igy jöttem, 1964), storia dell'amicizia tra un ungherese e un russo alla fine della guerra, segna un primo avvicinamento ai temi dei film maggiori.

Gli anni sessanta[modifica | modifica wikitesto]

Jancsó conquista la notorietà internazionale con una trilogia sui momenti fondamentali della storia ungherese che definisce il suo stile personale. Ridotta ai minimi l'importanza del contesto storico ed eliminata la complessità psicologica dei personaggi, Jancsó mette in scena complesse riflessioni sul potere, la repressione e l'intercambiabilità dei ruoli di vittima e carnefice. Distaccandosi dai moduli naturalistici più convenzionali, il suo stile si fa progressivamente più stilizzato, con scene di massa organizzate in rigorosi moduli geometrici e filmate con lunghi piani-sequenza.

I disperati di Sandór (Szegénylegények, 1964), primo film della trilogia, rivela Jancsó al pubblico internazionale. Ambientato nel 1848, durante la repressione dei moti guidati da Sándor Petőfi, è una gelida riflessione sui temi della violenza e della ribellione. L'armata a cavallo (Csillagosok, katonák, 1967), ambientato nella Repubblica Russa all'alba della Rivoluzione, radicalizza ulteriormente il suo stile facendo a meno di una trama convenzionale e aumentando la complessità delle coreografie. Il terzo film, Silenzio e grido (Csend és kiáltás, 1968), è ambientato nel 1919 durante la repressione della Repubblica dei consigli da parte dell'ammiraglio Horty, adatta l'usuale messa in scena della violenza repressiva a un contesto individuale (anche se estremamente ellittico e privo delle convenzionali motivazioni psicologiche) mettendo in scena gli ambigui rapporti tra un comunista ricercato, l'ufficiale che gli dà la caccia, il contadino che lo ospita e la moglie di quest'ultimo.

Nel 1969 Jancsó abbandona temporanemanete l'ambientazione storica per girare Venti lucenti (Fényes szelek), ispirato alla contestazione studentesca che sta scuotendo l'Europa. In seguito il film sarà adattato in uno spettacolo teatrale di successo. Nello stesso anno conosce la giornalista e sceneggiatrice italiana Giovanna Gagliardo, che diventerà sua collaboratrice e compagna di vita.

L'anno successivo torna ai suoi moduli più abituali con una quadrilogia dedicata alle origini ideologiche del fascismo. Scirocco d'inverno (Sirokkó, 1969) ricostruisce l'attentato del 1934 contro il re Alessandro I di Jugoslavia da parte di un gruppo di ustascia. Nel 1970 si trasferisce a Roma insieme alla Gagliardo, con cui realizza La pacifista, un tentativo (unanimemente considerato poco riuscito) di adattare la messa in scena stilizzata che gli è tipica con i moduli del cinema politico italiano. Con Agnus dei (Égi bárány, 1971) torna a raccontare la repressione del regime di Horty. Gira poi per la RAI La tecnica e il rito (1972), in cui Attila incarna sia il compito ideologico e intellettuale del potere sia il suo ruolo repressivo e violento.

Gli anni settanta[modifica | modifica wikitesto]

Negli anni settanta Jancsó radicalizza progressivamente le sue scelte formali, integrando la messa in scena con coreografie sempre più complesse, simbolismi, danze e canti. Il primo passo in questa nuova direzione è segnato da Salmo rosso (Még kér a nép, 1973), in cui una rivolta contadina si carica di significati universali mediante un complesso apparato simbolico.

Dopo il film televisivo Roma rivuole Cesare (1974), una nuova riflessione sulla responsabilità del potere, Jancsó raggiunge l'apice della sua ricerca formale con Elettra, amore mio (Szerelmem, Elektra, 1974). Lasciatosi alle spalle la storia, il suo cinema affronta la dimensione del mito trasformando i personaggi in figure puramente allegoriche e dilatandone la complessità formale con un uso labirintico di riferimenti simboli, coreografie, composizioni visive e musicali, con risultati espressivi inediti.

Dopo questo exploit, la vena creativa del regista sembra attenuarsi a favore di soluzioni più tradizionali. Di nuovo in Italia, nel 1976 presenta Vizi privati, pubbliche virtù, una libera rilettura dei fatti di Mayerling in chiave ribellistica ed erotica, che ha un successo di scandalo ma viene stroncato dalla critica.

Il decennio si chiude con una trilogia "incompleta" dal titolo "Vitam et sanguinem", che avrebbe dovuto raccontare la storia dell'Ungheria dal 1911 al 1945 attraverso le vicende di due fratelli, figli di un proprietario terriero e ufficiali dell'esercito. I primi due film, Rapsodia ungherese (Magyar rapszódia, 1979) e Allegro barbaro (1979), vengono presentati al Festival di Cannes; la terza parte, Concerto, non viene realizzata.

Gli ultimi film[modifica | modifica wikitesto]

Il cuore del tiranno (Zsarnok szive, avagy Boccaccio Magyarorszáagon, 1981), storia di un despota ungherese coinvolto in intrighi di palazzo e rappresentazioni teatrali, è l'ultimo film nel suo tipico stile.

Nei film successivi, che hanno scarsa diffusione al di fuori dell'Ungheria, Jancsó abbandona la stilizzazione allegorica a favore di una messa in scena più tradizionale e dell'ambientazione contemporanea. L'aube (1985), dal romanzo di Elie Wiesel, è la storia di un sionista incaricato di uccidere un soldato inglese. Con La stagione dei mostri (Szörnyek évadja, 1987) e L'oroscopo di Gesù Cristo (Jézus Krisztus horoszkópja, 1988) guarda agli avvenimenti che hanno segnato la fine del blocco socialista.

Nel 1990 gli è stato assegnato il Leone d'oro alla carriera al Festival di Venezia.

Nel 1999 ha ottenuto grande successo al botteghino ungherese con la commedia musicale A Pest il Signore mi ha messo una lanterna nelle mani (Nekem lámpást adott kezembe az ur Pesten).

Miklós Jancsó è morto a Budapest il 31 gennaio 2014, all'età di 92 anni.

Filmografia parziale[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giovanni Buttafava, Miklós Jancsó, Il Castoro Cinema n. 10, La Nuova Italia, 1975

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