Certosa di Pavia

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Coordinate: 45°15′25.2″N 9°08′52.8″E / 45.257°N 9.148°E45.257; 9.148

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Certosa di Pavia
2014-01-01-Pavia Certosa.jpg
Facciata della Certosa
Ubicazione
Stato Italia Italia
Regione Lombardia
Località Certosa di Pavia
Indirizzo Viale Certosa
Informazioni
Condizioni In uso
Costruzione XIV-XVI secolo
Stile Goticorinascimentale
Uso Museo, monastero
Realizzazione
Architetto Bernardo da Venezia
Proprietario Demanio dello Stato italiano
Proprietario storico Ordine cistercense
Ordine certosino
 

La Certosa di Pavia Gra-Car (Gratiarum Carthusia - Beata Vergine Maria Madre delle Grazie) è un complesso monumentale storico che comprende un monastero e un santuario. Si trova nel comune omonimo di Certosa di Pavia, località distante circa otto chilometri a nord del capoluogo di provincia.

Edificato come ex voto per volere di Gian Galeazzo Visconti, signore di Milano, alla fine del XIV secolo, e completato quasi due secoli più tardi, assomma in sé diversi stili, dal tardo-gotico italiano al rinascimentale, e vanta apporti architetturali e artistici di diversi maestri del tempo, da Bernardo da Venezia, il suo progettista originario, a Giovanni Solari e suo figlio Guiniforte, Giovanni Antonio Amadeo, Cristoforo Lombardo e altri.

Originariamente affidato alla comunità certosina, poi quella cistercense e, per un breve periodo, anche quella benedettina, dopo l'unificazione del Regno d'Italia la Certosa fu dichiarata nel 1866 monumento nazionale e acquisita tra le proprietà del demanio dello Stato italiano, così come tutti i beni artistici ed ecclesiastici in essa contenuti; dal 1968 ospita una piccola comunità monastica cistercense.

Gli edifici che fanno parte del complesso monumentale attualmente ospitano al loro interno la sede del Museo della Certosa di Pavia e la locale stazione dei Carabinieri.

Collocazione geografica[modifica | modifica sorgente]

In origine la posizione del monastero coincideva con il margine nord del Parco Visconteo del Castello di Pavia, di cui oggi resta solo una traccia nel Parco della Vernavola, a nord di Pavia, che non è più collegato al castello e alla Certosa. È possibile osservare la rappresentazione di questo parco sul bassorilievo "Consacrazione della Certosa" posto nel portale d’ingresso della chiesa della Certosa dove si vedono i confini delimitati dalle mura, i boschi, i corsi d’acqua e gli edifici (tra i quali sono riconoscibili i castelli di Mirabello e di Pavia).
La posizione era strategica: a metà strada tra Milano, capitale del ducato, e Pavia, la seconda città per importanza, dove il duca era cresciuto e dove aveva sede la corte, nel castello visconteo. Il luogo scelto per la fondazione era un bosco all'estremo nord dell'antico parco visconteo, un'area recintata che aveva una estensione di circa 22 km², che collegava il Castello Visconteo di Pavia alla zona adibita alla caccia riservata ai signori della Lombardia.

Storia[modifica | modifica sorgente]

L'interno della Certosa

La costruzione della Certosa di Pavia fu iniziata da Gian Galeazzo Visconti, Duca di Milano, che il 27 agosto 1396 poneva la prima pietra della Certosa,[1], realizzando un progetto che derivava dal voto emesso sotto forma di testamento nell'anno 1390 dalla sua seconda moglie Caterina Visconti, figlia di Bernabò Visconti e di Regina della Scala. La prima gravidanza di Caterina Visconti andò male: una figlia era nata e morta nel giugno 1385. All'approssimarsi di un nuovo parto l'8 gennaio 1390, desiderando la nascita di un figlio maschio, fece voto di costruire una Certosa presso Pavia se fosse sopravvissuta alla nuova per lei terribile esperienza. Nacque un bambino che però morì, ma Caterina si salvò e mantenne il voto[2].

Durante la prima fase dei lavori, i monaci risiedettero nell'antico castello di Torre del Mangano e nel Castello di Carpiano (o Grangia), uno dei tanti territori lasciati ai monaci da Gian Galeazzo, per poi occupare gli ambienti conventuali, i primi ad essere edificati. Gian Galeazzo Visconti donò alla Chiesa anche le cittadine di Binasco, Magenta, Boffalora e San Colombano, nel 1397 anche Selvanesco e Marcignago, e nel 1400 anche Vigano[3]

Secondo l'ipotesi di Luca Beltrami i primi sostegni dei chiostri, in attesa di più dignitose soluzioni architettoniche, furono piloni quadrati in laterizio. Le funzioni religiose venivano provvisoriamente celebrate nel refettorio, l'unico ambiente dalle dimensioni adatte per accogliere l'intera comunità dei Certosini, fatta di monaci e fratelli conversi. La attuale struttura più grande è dovuta alle forti modifiche (1428-1462) di Guiniforte Solari, figlio di Giovanni (in realtà l'interno del monastero contiene opere d'arte di ben quattro secoli, XV, XVI, XVII, XVIII secolo).
La chiesa, destinata a divenire mausoleo dinastico dei Duchi di Milano, era stata progettata con dimensioni superiori a quelle che erano state sinora realizzate, con una struttura a tre navate, che non era mai stata utilizzata dall'Ordine Certosino e fu edificata per ultima. La navata fu progettata in stile gotico, e la sua costruzione fu completata nel 1465.

Tuttavia, l'influenza del primo Rinascimento era divenuta importante in Italia e il resto della chiesa, con le sue gallerie ad archi e i pinnacoli (inclusa la piccola cupola), e i chiostri furono riprogettati da Guiniforte Solari, che guidò i lavori tra il 1453 e il 1481, con dettagli in terracotta. In seguito, Giovanni Antonio Amadeo li continuò tra il 1481 e il 1499. Il 3 maggio 1497 la Chiesa venne consacrata, ma la parte inferiore della facciata fu completata solo nel 1507.

Il Monastero certosino maschile (1396 - 1782)[modifica | modifica sorgente]

I monaci certosini che vi abitarono furono inizialmente dodici, in totale vita di clausura, e legati da un contratto che prevedeva l'uso di parte dei loro proventi (campi, terreni, rendite ecc.) per la costruzione del monastero stesso. Nel XVIII secolo il monastero diventò proprietario dei latifondi dei paesi vicini, quali Badile, Battuda, Bernate, Binasco, Boffalora, Borgarello, Carpiano, Carpignano, Milano, Giovenzano, Graffignana, Landriano, Magenta, Marcignago, Opera, Pairana, Pasturago, San Colombano, Torre del Mangano, Trezzano, Velezzo, Vidigulfo, Vigentino, Villamaggiore, Villanterio, Villareggio e Zeccone[4].
Nel 1560, il Priore Generale dei certosini tal Piero Sarde autorizzò l'installazione delle attrezzature idonee per la stampa di messali e di corali, ed in data 28 agosto invitò tutte le certose d'Italia a rifornirsi esclusivamente dei prodotti della nuova stamperia (il primo libro "Breviarium Carthusiensis" fu stampato nel 1561).
Nel 1565, con i vari ampliamenti architettonici quali la costruzione del chiostro grande, i certosini che vi abitarono passarono almeno al doppio di numero (24), da cui le 24 celle di preghiera grandi a due piani e provviste anche di piccolo giardino interno.

Il monastero di Santa Maria delle Grazie viene soppresso il giorno 16 dicembre 1782[5] Monastero di Santa Maria delle Grazie, 1396 - 1782 – Istituzioni storiche – Lombardia Beni Culturali.

Il Monastero cistercense maschile (1784 - 1798)[modifica | modifica sorgente]

I monaci certosini furono espulsi nel 1782 dall'imperatore Giuseppe II, che incamerò i beni di tutti gli ordini contemplativi dei suoi possedimenti.

Il monastero cistercense di Santa Maria delle Grazie viene istituito nel 1784, due anni dopo la soppressione del monastero certosino[6]. Il monastero viene definitivamente soppresso nel 1798, quando il direttorio esecutivo della repubblica cisalpina, autorizzato dalla legge 19 fiorile anno VI, richiamò alla nazione i beni e gli effetti appartenenti ai cistercensi della Certosa di Pavia[7] Monastero di Santa Maria delle Grazie, 1784 - 1798 – Istituzioni storiche – Lombardia Beni Culturali.

Carmelitani, certosini e di nuovo cistercensi (dal 1798 fino a oggi)[modifica | modifica sorgente]

Il monastero passò quindi nel 1798 ai carmelitani, subendo la violenta devastazione operata dalle truppe napoleoniche, che razziarono e distrussero alcune ricchezze artistiche. Nel 1810 venne infine chiuso, fino al 1843 quando i certosini rientrarono nel monastero.

Con la legge 3036 del 7 luglio 1866, il monastero fu dichiarato monumento nazionale italiano ed i beni ecclesiastici diventarono proprietà del Regno d'Italia, ma fino al 1880 alcuni certosini continuarono ad abitare il monastero.

Prima della Prima guerra mondiale iniziarono dei lavori di ristrutturazione. Il 9 ottobre 1930 papa Pio XI decise di riaffidare il luogo ai certosini.

Durante il fascismo, il monastero fu visitato una sola volta da Benito Mussolini, il 31 ottobre 1932.

Le cronache inoltre riportarono anche l'avvenimento del ritrovamento dei resti del cadavere dello stesso duce, avvolti in dei sacchi di tela, circa un anno dopo la sua fucilazione, il 12 agosto 1946, proprio dentro la Certosa.[8]

L'anno successivo i certosini abbandonarono quindi la struttura, sia per mancanza di vocazioni sia per lo scandalo del ritrovamento del cadavere del duce.

Il monastero rimase chiuso fino al 1949, quando vi si insediarono nuovamente i carmelitani fino al 1961.

Dopo il Concilio Vaticano II, il Vaticano decise di riaffidare il monastero nuovamente ai cistercensi della congregazione Casamariensis ([2] provenienti dall'Abbazia di Casamari), che vi si insediò il 10 ottobre 1968.

Oggi, la gestione è dei monaci cistercensi del Priorato della Beata Maria Vergine della Certosa Ticinese, sotto la guida del Priore Celestino Parente.

Qui svolgono vita monastica, occupandosi anche delle visite guidate ed alla vendita di articoli sacri e prodotti tipici.

Nei locali adiacenti il monastero si trova invece il Museo della Certosa di Pavia che, da maggio 2008 è invece gestito direttamente dalla Sovrintendenza per i beni storici artistici ed etnoantropologici di Milano MUSEO della CERTOSA di Pavia- Pinacoteca di Brera.
Come dentro la Chiesa, anche qui è possibile trovare delle opere tra le più famose del Rinascimento lombardo, per cui spiccano il Bergognone e il Vincenzo Foppa. Informazioni sulle visite guidate al Museo si possono avere contattando direttamente l'associazione PaviaMusei ::Pavia Musei::. Ulteriori fotografie del monumento sono visibili sul sito dei monaci Cistercensi [3]; altre informazioni sugli orari di apertura e delle SS. Messe sono riportate sul sito della Pro Loco Certosa di Pavia Per il turista - Pro loco Certosa di Pavia.

Il nome vero[modifica | modifica sorgente]

Il nome vero della Certosa di Pavia è Gratiarum Carthusia cioè Certosa delle Grazie.

Architettura[modifica | modifica sorgente]

Facciata[modifica | modifica sorgente]

Il portale della Certosa
un dettaglio della facciata
L'interno e il coro

La facciata, realizzata sovrapponendo semplici rettangoli, è rivestita da decorazioni, tipico procedimento dell'architettura lombarda. Il portale è opera di collaborazione tra l'Amadeo e il suo allievo Benedetto Briosco (1501) ed è caratterizzato da colonne binate e bassorilievi con Storie della Certosa. Fra gli scultori attivi sulla facciata Cristoforo Mantegazza e Giovanni Antonio Amadeo.

La pianta della Certosa ha lo stesso impianto della Chiesa di Santa Maria del Carmine (Pavia), ma la supera in dimensioni in quanto dotata di una campata in più in corrispondenza del presbiterio e di ciascun braccio del transetto. Elemento originale del tracciato della navata è costituito da un terzo quadrato "diagonale" che si aggiunge al doppio quadrato di base della pianta. Con questo disegno sovrapposto, si ottiene il tracciato della stella a otto punte o ottogramma (in tedesco acht-uhr o acht-ort, otto ore o otto luoghi), che si ritrova effigiato dappertutto, come simbolo della Madonna delle Grazie e della Certosa, con la sigla Gra-Car, persino nelle piastrelle dei pavimenti.

L'altare maggiore è posto all'interno del presbiterio e, attualmente non è utilizzato per le celebrazioni religiose che si svolgono nella navata centrale, davanti alla cancellata. La navata del presbiterio è chiusa alla vista dei fedeli come nella tradizione delle Chiese Ortodosse ed è lungo il suo perimetro sino all'abside, interamente occupata dagli stalli lignei riservati al clero celebrante.

I materiali utilizzati per la costruzione è misto: i pilastri e le parti basse dei muri sono in pietra da taglio, cui si sovrappongono le parti alte e le volte in laterizio. La tecnica di costruzione delle volte è a crociera gotica. Le volte delle navate laterali risultano dalla combinazione di cinque spicchi di crociera e si aprono come "cuffie" verso lo spazio centrale.

Interni[modifica | modifica sorgente]

Bergognone, Pala di Sant'Ambrogio
Gian Galeazzo dona alla Madonna la Certosa

La chiesa ha pianta a croce latina divisa in tre navate con abside e transetto, coperta da volte a crociera su archi a sesto acuto, ispirata, seppure in scala ridotta, alle proporzioni del Duomo di Milano.

Le volte esapartite sono dipinte alternativamente con motivi geometrici e con un cielo stellato. Singolari sono le terminazioni dei transetti e della cappella maggiore, costituiti da cappelle a pianta quadrata chiuse su tre lati da absidi semicircolari, secondo una soluzione trilobata di probabile ispirazione classica.

La prima soluzione della facciata, più sobria e di forme genuinamente gotiche, progettata da Boniforte Solari, è visibile in un affresco di Bergognone. Sono presenti opere realizzate in materiale ligneo intagliato e intarsiato: i paliotti posti sopra degli altari delle cappelle poste sui lati della navata centrale e i quarantadue stalli lignei dei monaci, posti su tre lati del perimetro del presbiterio, decorati con immagini sacre intagliate ed intarsiate su disegni del Bergognone.

All'interno si segnalano alcune opere pittoriche dello stesso Bergognone, come la pala di Sant'Ambrogio (1490), quella di San Siro (1491) e la Crocifissione (1490).

Altre pale dello stesso artista sono ora disperse tra musei e collezioni private: si segnalano qui il trittico con i Santi Cristoforo e Giorgio, ora a Budapest, la pala delle due Ss. Caterine (1490) circa; Londra, National Gallery) e il Cristo portacroce e certosini della Pinacoteca Malaspina di Pavia (1493 circa).

La chiesa contiene numerose altre opere d'arte, tra cui il Padre Eterno, unico pannello rimasto in Certosa del polittico di Perugino, pale del Cerano, del Morazzone, del Guercino, di Francesco Cairo e, nel presbiterio, un ciclo di affreschi di Daniele Crespi.

Nell'abside di destra del transetto è collocato un affresco di Bergognone con Gian Galeazzo Visconti presenta alla vergine il modello della Certosa tra Filippo Maria Visconti, Galeazzo Maria Sforza e Gian Galeazzo Sforza, eseguito tra il 1490-1495.

Altri affreschi (oculi con santi e profeti) si devono ad un gruppo di ignoti maestri di ascendenza bramantesca, tra cui il giovanissimo Bernardo Zenale. Nell'abside di sinistra un altro affresco di Bergognone con l'Incoronazione di Maria tra Francesco Sforza e Ludovico il Moro, con cui quest'ultimo voleva celebrare la propria successione dinastica, ottenuta non senza polemiche dopo la morte del nipote Gian Galeazzo Sforza.

Monumenti funebri[modifica | modifica sorgente]

tomba di Gian Galeazzo Visconti
coperchio funebre di Ludovico il Moro e Beatrice d'Este, appoggiato su marmo rosso

Nella parte destra del transetto si trova la tomba del fondatore della Certosa, Gian Galeazzo Visconti; la figura di Galeazzo, sorvegliato da angeli si trova sotto una canapa di marmo, con la Madonna in una nicchia al di sopra, fu iniziata nel 1494-1497 da Giovanni Cristoforo Romano e Benedetto Briosco, ma non fu finita fino al 1562.

Nella parte sinistra del transetto si trova il coperchio del monumento funebre di Ludovico il Moro e di sua moglie Beatrice d'Este; queste statue sono opera di Cristoforo Solari. Fu lo stesso Ludovico il Moro a commissionarne l'esecuzione dopo la morte della moglie nel 1497. Il monumento funebre rimase incompiuto a causa della caduta di Ludovico nel 1499; le sculture furono inizialmente sistemate nella chiesa milanese di Santa Maria delle Grazie,(mentre della parte sottostante non se ne ebbe più traccia) ma, nel 1564, vennero acquistate dai monaci e portate nella Certosa per preservarne la distruzione. Solo alla fine del secolo XIX il coperchio fu appoggiato su marmo rosso. Le tombe sono sempre state inutilizzate, in quanto il Moro dopo la caduta del Ducato di Milano fu catturato dai francesi e morì in Francia. Attualmente è sepolto in Francia nella Chiesa dei Padri Domenicani di Tarascona, mentre Beatrice è sepolta nella Chiesa dei Padri Domenicani di S. Maria delle Grazie a Milano.

Vetrate, oreficerie, arti minori[modifica | modifica sorgente]

Particolare del coro
il Trittico

La Certosa possiede anche un importante (e poco studiato) corpus di vetrate, realizzate su cartoni di maestri attivi nel XV secolo in Lombardia, quali Zanetto Bugatto, Vincenzo Foppa, Bergognone e il savoiardo Hans Witz.

L'altare maggiore, risalente al tardo XVI secolo, è intarsiato con bronzi e con diverse qualità di marmi e di pietre dure, realizzato da diversi artisti tra cui Cristoforo Solari.

Nella sacrestia vecchia è conservato un trittico in avorio e osso, opera del fiorentino Baldassarre di Simone di Aliotto, appartenente alla famiglia degli Embriachi (Baldassarre degli Embriachi), donato alla Certosa da Gian Galeazzo Visconti. L'opera misura alla base 2,45 metri per un'altezza massima, riferita ai pinnacoli laterali, di 2,54 m. È composto di minute composizioni e adorno di piccoli tabernacoli con dentro statuine di santi; nello scomparto centrale accoglie 26 formelle illustranti la leggenda dei Re Magi secondo i vangeli apocrifi; nello scomparto di destra e in quello di sinistra 36 bassorilievi (18 per parte) sono raccontati gli episodi della vita di Cristo e della Vergine. Nella cuspide mediana, dentro un tondo sostenuto da angeli, domina il Padre eterno in una gloria angelica, mentre la base del trittico presenta una pietà, fiancheggiata da 14 edicole con altrettante statuine di Santi decorate. Vi sono anche due pilastrini esterni poligonali composti da 40 piccoli tabernacoli adorni di statuette.
Il Trittico fu trafugato dal monastero nell'agosto del 1984 e recuperato nell'ottobre 1985. Sottoposto a restauro negli anni tra il 1986 e il 1989 presso l’Istituto Centrale per il Restauro, l'opera fu ricomposta con ancoraggio alla struttura portante delle parti asportate, tenendo conto del diverso comportamento chimico-fisico dei materiali di cui è composta l’opera (legno, osso e avorio).

Sono presenti anche opere di scultura bronzea, come i candelabri di Annibale Fontana e la cancellata che divide la chiesa dei monaci da quella dei fedeli (XVII secolo).

I Chiostri[modifica | modifica sorgente]

Il Chiostro piccolo[modifica | modifica sorgente]

Il chiostro
La chiesa vista dal chiostro piccolo

Un portale decorato all'interno con sculture realizzate dai fratelli Cristoforo e Antonio Mantegazza ed all'esterno da Giovanni Antonio Amadeo, conduce dalla chiesa al chiostro piccolo al cui centro si trova un giardino.

Il chiostro piccolo era il luogo in cui si svolgeva gran parte della vita comunitaria dei padri: questo collegava, con i suoi portici, ambienti come la chiesa, la sala capitolare, la biblioteca ed il refettorio.

Da esso si vede il fianco ed il transetto della chiesa, con le guglie, le loggette in stile "neoromanico" ed il tiburio. Un tempo tutti i tetti erano ricoperti di rame, sequestrato durante le guerre napoleoniche per la costruzione di cannoni.

Sul portale d’accesso al chiostro piccolo si legge la firma del pavese Giovanni Antonio Amadeo (1447-1522). Gli ornamenti in terracotta che sormontano i sottili pilastri di marmo sono stati eseguiti dal maestro cremonese Rinaldo de Stauris nel 1466 che, in collaborazione con i fratelli Cristoforo e Antonio Mantegazza, realizzò anche quelli del chiostro grande nel 1478. Alcune delle arcate, decorate dagli affreschi di Daniele Crespi, sono oggi in parte illeggibili.

All'interno del chiostro piccolo vi è il lavabo in pietra e terracotta, con la rappresentazione della scena della Samaritana al pozzo (terzo quarto del XV secolo).

Il Chiostro grande[modifica | modifica sorgente]

le celle e il chiostro grande

Decorazioni simili, opera degli stessi scultori, sono presenti anche nel chiostro grande, lungo circa 125 metri e largo circa 100. In origine le celle erano 23. Interventi strutturali nel 1514 ne aumenteranno il numero, che passarono a 36. Oggi si affacciano sul chiostro grande 24 celle o casette, abitazioni dei monaci, ognuna costituita da tre stanze e un giardino. Di fianco all'ingresso delle celle, siglate da lettere dell'alfabeto, è collocata una piccola apertura entro cui il monaco riceveva il suo pasto giornaliero nei giorni feriali, in cui era prescritta la solitudine. Per i pasti comunitari, ammessi solo nei giorni festivi, ci si riuniva nel refettorio. Le colonne delle arcate, decorate da elaborate ghiere in cotto, con tondi e statue di santi, profeti ed angeli, sono alternativamente in marmo bianco e marmo rosa di Verona.
Sono, invece, scomparsi i dipinti con profetis [...] et certis altris figuris, che ornavano un tempo il chiostro, per cui Vincenzo Foppa fu pagato nel 1463.

Altri ambienti[modifica | modifica sorgente]

La cosiddetta Sagrestia Nuova, l'antica sala capitolare, contiene un ciclo di affreschi con colori vivaci dei fratelli Sorri, tardi esponenti del manierismo senese. Alle pareti sono appesi dipinti di artisti come Francesco Cairo, Camillo Procaccini, il Passignano e Giulio Cesare Procaccini. Da ricordare anche, sempre nella Sacrestia Nuova, la pala d'altare di Andrea Solario (1524), terminata cinquant'anni dopo da Bernardino Campi. Va ricordato anche il grande refettorio, che nei primi anni del cantiere fu utilizzato come chiesa, e che conserva un affresco con l´Ultima Cena (1567), opera di Ottavio Semino e, nella volta una Madonna con Bambino (completata da Profeti nelle lunette) di Bergognone.

L'antica Foresteria, edificata tra il 1616 ed il 1667, è nota anche come Palazzo Ducale ed è opera di Francesco Maria Richino. Negli ambienti interni vi è una gipsoteca che custodisce le copie in gesso di varie sculture ed oggetti dei Visconti. Oltre alla presenza di calchi e frammenti scultorei provenienti dalla Certosa, si segnalano alcuni ambienti affrescati (come lo Studiolo e l'Oratorio del Priore) e dipinti di Vincenzo Campi (lo splendido Cristo inchiodato alla croce), Bernardino Campi, Bartolomeo Montagna, il Bergognone, Bernardino Luini.

Sul retro della chiesa un alto muro di cinta delimita i terreni dove vengono coltivate erbe medicinali. In questo spazio, dietro l'abside, si trova anche una grande peschiera in marmo decorato che in passato serviva ai monaci per allevare pesci d'acqua dolce ed a conservarvi quelli pescati nei canali circostanti.

Come arrivare[modifica | modifica sorgente]

La Certosa è raggiungibile in auto grazie alla Strada statale 35 dei Giovi (tratto Milano - Pavia); la Certosa si trova alla fine del lungo viale che dal centro abitato di Certosa porta a Guinzano.

La Certosa è raggiungibile anche in treno, grazie alla Stazione di Certosa di Pavia della linea S13. Fra la stazione e la Certosa vi è un collegamento ciclo pedonale di campagna, in parte su strada asfaltata e in parte su terra battuta, non illuminato e della durata di circa 20 minuti a piedi.

Note[modifica | modifica sorgente]

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Luca Beltrami, La Certosa di Pavia, Milano 1911.
  • Rossana Bossaglia, Maria Grazia Albertini Ottolenghi, Franco Renzo Pesenti (a cura di), La Certosa di Pavia, Milano, Cariplo, 1968.
  • Richard V. Schofield, Janice Shell, Grazioso Sironi, Giovanni Antonio Amadeo/ I documenti, Edizioni New Press, Como 1989.
  • Roberta Battaglia Le "memorie" della Certosa di Pavia, in "Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa, Classe di Lettere e Filosofia", 3. Ser. 22.1992 No. 1, p. 85-198.
  • Aldo A. Settia, La Certosa di Pavia tra devozione e prestigio dinastico: fondazione, patrimonio, produzione culturale, in Maria Grazia Albertini Ottolenghi, (a cura di), atti del convegno, "Annali di Storia Pavese", 1997.
  • Gianni Carlo Sciolla Ambrogio da Fossano, detto il Bergognone, un pittore per la Certosa, catalogo della mostra a cura di, Milano, Skira, 1998.
  • La Certosa di Pavia e il suo Museo. Ultimi restauri e nuovi studi, atti del convegno (Certosa di Pavia, 22-23 giugno 2005), presentazione di Carla Di Francesco; a cura di Beatrice Bentivoglio-Ravasio con Letizia Lodi e Mari Mapelli, Ministero per i beni e le attivita culturali, Direzione generale per i beni culturali e paesaggistici della lombardia, 2008.
  • Franco Maria Ricci (a cura di), Certosa di Pavia, atlante fotografico, Parma, CaRiParma e Piacenza, 2006.

Fonti archivistiche[modifica | modifica sorgente]

  • La fonte documentaria più usata per la ricostruzione dello sviluppo artistico della Certosa sono le cosiddette "memorie" del priore Matteo Valerio, con una serie di annotazioni sparse sugli artisti che lavorarono in Certosa tra il XIV e il XVII secolo, trascritte in un manoscritto oggi alla Biblioteca Braidense di Milano.
  • Parte di questo articolo è basata sulla traduzione dell'edizione del 1911 dell'Enciclopedia Britannica.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]