Palazzo Reale (Pavia)
Il Palazzo Reale era la più importante opera dell'architettura longobarda civile di Pavia, capitale del Regno longobardo dal 625 alla caduta del regno, nel 774, e ospitava la corte dei re dei Longobardi e d'Italia. L'edificio, più volte modificato durante l'età longobarda, è stato distrutto nell'XI secolo.
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Storia [modifica]
Entrati in Italia nel 568, i Longobardi riuscirono a espugnare Pavia soltanto nel 572, dopo tre anni di assedio. Il palazzo reale esisteva già, eretto ai tempi di Teodorico il Grande, e il re dei Longobardi, Alboino, vi si installò[1]. Da allora il palazzo fu teatro di numerosi eventi significativi della storia longobarda, registrati da Paolo Diacono nella sua Historia Langobardorum.
Nel 662 il duca di Benevento, Grimoaldo, alloggiò a palazzo per "proteggere" il nuovo e debole re Godeperto; tuttavia il duca tradì, pare su istigazione del duca di Torino Garibaldo, e uccise il sovrano nella stessa residenza regia, per poi usurparne il trono[2] e installarsi nello stesso palazzo[3].
Durante il suo secondo periodo di regno (671-688) Pertarito edificò presso il palazzo una nuova porta nella cinta muraria, Porta Palatina, «con un lavoro straordinario»[4]. Dopo la morte di Pertarito il palazzo fu brevemente occupato dall'usurpatore Alachis (688-689), prima di esserne definitivamente sloggiato dal legittimo sovrano, Cuniperto[5].
Il tesoro reale conservato nel palazzo fu depredato da Ariperto II, in fuga verso il Regno franco incalzato da Ansprando; appesantito dal carico, tuttavia, sprofondò nel Ticino e affogò[6]. Il successore di Ansprando, Liutprando, sventò a palazzo la congiura di Rotari, che affrontò personalmente prima che fosse ucciso dalle sue guardie[7]. Lo stesso Liutprando arricchì il palazzo di una cappella palatina intitolata al Signore e Salvatore, presso la quale istituì un collegio sacerdotale che cantava ogni giorno l'ufficio divino[8].
Dopo la caduta del Regno longobardo (774) il palazzo divenne sede del conte palatino di Pavia, di nomina imperiale; fu distrutto nel 1024, alla morte dell'imperatore Enrico II.[senza fonte]
Note [modifica]
- ^ Paolo Diacono, Historia Langobardorum, II, 27.
- ^ Paolo Diacono, IV, 51.
- ^ Paolo Diacono, V, 3-4.
- ^ Paolo Diacono, V, 36.
- ^ Paolo Diacono, V, 37-39.
- ^ Paolo Diacono, VI, 35.
- ^ Paolo Diacono, VI, 38.
- ^ Paolo Diacono, VI, 58.
Bibliografia [modifica]
- Paolo Diacono, Lidia Capo (a cura di), Storia dei Longobardi, Milano, Lorenzo Valla/Mondadori, 1992. ISBN 8804330104
Voci correlate [modifica]
| L'arte dei Longobardi |
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Arte longobarda: Architettura - Oreficeria - Pittura - Scultura |
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