Flavio Ezio

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Flavio Ezio (in latino Flavius Aetius) (Durosturum, 390 circa – Ravenna, 21 settembre 454) è stato un militare romano, di origini scite, più volte console e ministro sotto Valentiniano III.

Flavio Ezio (Flavius Aëtius)
Impero Romano d'Occidente
Impero Romano d'Occidente
390 d.C. (circa) - 21 settembre 454
Soprannome "L'ultimo dei romani"
Nato a Durosturum
Morto a Ravenna
Cause della morte Assassinato
Dati militari
Paese servito Impero Romano d'Occidente
Forza armata Esercito Romano tardo-antico
Grado Magister Militum per Gallias;

Comes et Magister Utriusque Militae (Junior);

Comes et Magister Utriusque Militae (Senior)
Guerre Guerra visigotica del 437 d.C.
Campagne contro i barbari
Battaglie Battaglia di Rimini;

Battaglia di Mons Colubrarius; Battaglia di Vicus Helena;

Battaglia dei Campi Catalaunici

[senza fonte]

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Famosa la sua vittoria su Attila presso i Campi Catalaunici, dove i Romani inflissero una pesante sconfitta all'esercito degli Unni. Edward Gibbon lo ha definito "l'uomo celebrato universalmente come terrore dei Barbari e baluardo della Repubblica di Roma".

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Famiglia[modifica | modifica wikitesto]

Ezio nacque a Durosturum in Mesia inferiore (oggi Silistra in Bulgaria), intorno al 390; suo padre era Gaudenzio, comandante militare romano di origine scita o gotica, mentre sua madre, di nome ignoto, era una ricca e nobile italica.[1]

Prima del 425 sposò la figlia dell'ex-comes domesticorum Carpilione, dalla quale ebbe un figlio cui diede il nome del nonno materno. Dopo il 432 sposò Pelagia, vedova di Bonifacio, da cui ebbe un figlio di nome Gaudenzio. Forse ebbe anche una figlia che sposò Traustila.[2]

Ascesa al comando militare supremo d'Occidente[modifica | modifica wikitesto]

Moneta coniata da Giovanni Primicerio, usurpatore sostenuto da Ezio

Da ragazzo servì probabilmente alla corte imperiale, arruolato nell'unità militare dei tribuni praetoriani partis militaris.[3] Dal 405 al 408 fu dato in ostaggio ad Alarico I, re dei Goti, dal quale imparò l'arte della guerra; Alarico chiese espressamente Ezio nuovamente in ostaggio nel 408, ma questa volta gli fu rifiutato. Poco dopo, però, fu inviato come ostaggio presso Rua, re degli Unni.[4]

Nel 423 l'imperatore d'Occidente Onorio morì, e al suo posto l'uomo forte della corte occidentale, Castino, nominò imperatore Giovanni Primicerio; Ezio servì sotto Giovanni come cura palatii. Giovanni non fu però riconosciuto dall'imperatore d'Oriente Teodosio II, che inviò in Italia un esercito per porre sul trono suo nipote, il giovane Valentiniano III; Giovanni inviò allora Ezio presso gli Unni, allo scopo di chiedere il loro aiuto. Nel 425 Ezio tornò in Italia alla testa un forte contingente di Unni, ma Giovanni era stato già catturato, deposto e ucciso da Valentiniano e da sua madre Galla Placidia; non di meno Ezio attaccò con i propri Unni l'esercito romano comandato da Aspare. La presenza in Italia di un forte esercito barbarico spinse Galla Placidia a scendere a patti con Ezio, il quale strinse un accordo con il giovane imperatore e rimandò i propri uomini nelle loro terre in cambio di un comando militare.[5]

Pannello del dittico consolare di Felice (428), uno degli avversari di Ezio, che ne causò la morte nel 430

Gli anni che seguirono, caratterizzati dalla minore età dell'imperatore Valentiniano III (che aveva appena sei anni al momento dell'ascesa al trono imperiale), furono segnati dalle manovre di potere di tre personaggi forti: Ezio, Bonifacio e soprattutto Felice, oltre alla reggente Galla Placidia, che li schierò l'uno contro l'altro affinché nessuno ottenesse abbastanza potere da marginalizzare lei e l'imperatore.[6]

Nel 425 Ezio si assicurò dunque la carica di comes et magister militum per Gallias, divenendo così il comandante supremo delle truppe stanziate in Gallia. La sua posizione era certamente inferiore a quella del patricius e magister militum Felice, ma la sua influenza sui contingenti ausiliari barbarici garantiva a Ezio una certa sicurezza e autonomia, facendone l'uomo più forte e influente in Gallia.[6] Sempre nel 425, o nel 426, sconfisse i Visigoti che assediavano Arelate (Arles) e li costrinse a ritornare in Aquitania. Nel 428 sconfisse i Franchi, liberando del territorio da loro occupato lungo il Reno.[7]

Nel 429 fu nominato magister militum; si trattava probabilmente del rango di magister militum praesentalis iunior dell'Impero d'Occidente; lo stesso grado, ma di rango senior, era tenuto all'epoca dal patricius Felice, il personaggio più potente della corte imperiale, sostenitore dell'augusta Galla Placidia. Nel maggio 430 Ezio accusò Felice di complottare contro di lui assieme alla moglie e li fece entrambi arrestare e uccidere. Morto Costanzo, Ezio divenne probabilmente il primo tra i magister militum, sebbene non ricevesse il rango di patricius. Sempre nel 430 sconfisse in Rezia gli Iutungi e distrusse un contingente visigoto nei pressi di Arelate, catturandone il capo, Anaolso. Nel 431 sconfisse i Norici e, tornato in Gallia, ricevette l'ambasciata di Idazio, vescovo di Aquae Flaviae, che si lamentava delle incursioni dei Suebi. Nel 432 sconfisse i Franchi, facendo pace con loro e rimandando Idazio in Spagna come ambasciatore presso i Suebi.[8]

In questo ruolo non passò molto prima che entrasse in conflitto col potente Bonifacio. Gli storici successivi Procopio di Cesarea e Giovanni di Antiochia affermavano che gettò così tanto discredito su quest'ultimo, che lo portò alla rivolta; il cronista contemporaneo Prospero Tirone attribuisce invece questo ruolo a Felice. Bonifacio fu nominato nemico di Roma (427), ma successivamente riottenne il favore di Galla Placidia (429).[9]

La resa dei conti tra i due potenti generali avvenne nel 432, quando Bonifacio concentrò nelle proprie mani il magisterio militare e il patriziato, di fatto superando in prestigio Ezio che era console per quell'anno e al più Magister militum. Bonifacio sbarcò in Italia richiamato da Galla, portando con sé l'esercito più grande che potesse raccogliere; Ezio, che stava organizzando un esercito con l'aiuto del re unno Rua, ritornò dalla Gallia in Italia, di fatto ponendosi come fuorilegge. I due avversari si affrontariono in campo aperto nella battaglia presso Ravenna, che vide come vincitore Bonifacio, il quale, però, morì poco tempo dopo a causa delle ferite riportate nello scontro.[10][11]

Ezio, sconfitto, riparò nei propri possedimenti di campagna, ma dopo essere stato bersaglio di un fallito attentato, fuggì prima a Roma e poi presso gli Unni, passando dalla Dalmazia e dalla Pannonia.[12] Col supporto militare dei suoi alleati, l'anno successivo Ezio tornò in Italia e costrinse Galla Placidia ad accettarne il ritorno al potere: fece esiliare fuori dall'Italia il genero e successore di Bonifacio, Sebastiano;[13] sposò la vedova del suo nemico, Pelagia, e ne ottenne i possedimenti e i contingenti militari privati.[14] Infine, fu nominato Comes et Magister militum, il massimo rango militare d'Occidente, e ottenne finalmente il rango di patricius, conferitogli il 5 settembre 435 a Ravenna.[15][11]

L'alleanza con gli Unni (433-439)[modifica | modifica wikitesto]

Negli anni che vanno dal 433 al 450 Ezio divenne la personalità più potente dell'Impero d'Occidente. Egli continuò a curare in special modo la difesa della frontiera delle Gallie.

A tal fine continuò a fare affidamento sugli Unni, che già lo avevano aiutato nelle lotte per il potere nel 425 e nel 433 e che continuarono a fornirgli aiuti militari in Gallia: per ottenere il loro sostegno, Ezio dovette però cedere agli Unni la Pannonia e la Valeria intorno al 435.[16][17] Secondo il panegirico di Merobaude, per merito di Ezio, «il Reno firmò dei patti che asservivano quel freddo mondo a Roma»; ma nel caso dei Burgundi, Ezio fu particolarmente duro. Nel 436/437, infatti, il generalissimo dell'Impero romano d'Occidente, sfruttando il supporto militare degli Unni, pose fine alle incursioni dei Burgundi nella Gallia Belgica, sottomettendoli: secondo le scarne cronache sopravvissute, i Burgundi di Gundecario subirono una prima sconfitta per opera di Ezio stesso nell'anno 436, venendo costretti a stringere una pace, mentre l'anno successivo avvenne l'offensiva degli Unni che attaccarono e annientarono i Burgundi.[18] Nel frattempo l'Armorica si era nuovamente rivoltata secessionando dall'Impero sotto la guida di gruppi autonomisti locali, etichettati dai Romani come "Bagaudi" ("briganti") e condotti da Tibattone.[19] Nell'anno 437, tuttavia, un sottufficiale di Ezio, Litorio, riuscì a sopprimere la rivolta bagauda. Per i suoi successi Ezio resse il suo secondo consolato proprio in quell'anno.

Nel frattempo i Visigoti erano in piena rivolta, essendo intenzionati ad acquisire lo sbocco al Mediterraneo conquistando Narbona: nel corso del 436 la cinsero d'assedio, cercando di ottenere la resa della strategicamente importante città per fame.[20] Deciso a porre fine alle incursioni dei Visigoti, Ezio inviò nel 437 il generale Litorio con ausiliari unni per liberare dall'assedio Narbona, riuscendo nell'impresa: secondo Prospero Tirone gli Unni portarono ciascuno un sacco di grano alla popolazione cittadina affamata. La campagna proseguì con un certo successo: nel 438 Ezio inflisse una pesante sconfitta ai Visigoti nella battaglia di Mons Colubrarius, celebrata dal poeta Merobaude. La scelta di Ezio di impiegare un popolo pagano come gli Unni contro i cristiani (seppur ariani) Visigoti trovò però l'opposizione di taluni, come il vescovo di Marsiglia Salviano, autore del De gubernatione dei ("Il governo di Dio").[21] Secondo Salviano i Romani, adoperando i pagani Unni contro i cristiani Visigoti, avrebbero perso la protezione di Dio, perché i Romani «avevano avuto la presunzione di riporre la loro speranza negli Unni, essi invece che in Dio». Si narra che nel 439 Litorio, arrivato ormai alle porte della capitale visigota Tolosa, che intendeva conquistare annientando completamente i Visigoti, permettesse agli Unni di compiere sacrifici alle loro divinità e di predire il futuro attraverso la scapulimanzia, suscitando lo sdegno e la condanna di scrittori cristiani come Prospero Tirone e Salviano. La battaglia che ne seguì, nei pressi della città, tra Romani e Unni contro i Visigoti vide però la vittoria di questi ultimi, che catturarono Litorio e lo giustiziarono. Secondo Salviano la sconfitta degli arroganti Romani, adoratori degli Unni, contro i pazienti goti, timorati di Dio, era una giusta punizione per Litorio, e confermava il passo del Nuovo Testamento, secondo cui «chiunque si esalta sarà umiliato, e chiunque si umilia sarà esaltato.»[22] La sconfitta e morte di Litorio spinse Ezio a firmare una pace con i Visigoti riconfermante il trattato del 418, dopodiché tornò in Italia,[23] per l'emergenza dei Vandali, che proprio in quell'anno avevano conquistato Cartagine.

Nel frattempo, sembra che la situazione subì un leggero miglioramento anche in Spagna, dove, con la partenza dei Vandali per l'Africa, erano rimasti solo gli Svevi in Galizia. Il panegirico di Merobaude asserisce che in Spagna, dove prima «più niente era sotto controllo,... il guerriero vendicatore [Ezio] ha riaperto la strada un tempo prigioniera e ha cacciato il predatore [in realtà andatosene in Africa per propria iniziativa], riconquistando le vie di comunicazione interrotte; e la popolazione è potuta ritornare nelle città abbandonate.» Sembra che l'intervento di Ezio in Spagna si fosse limitato a negoziazioni diplomatiche con gli Svevi in modo da raggiungere a un accomodamento tra Svevi e abitanti della Galizia, nonostante le pressioni esercitate da alcuni ispano-romani, che avrebbero preferito un intervento militare.[24] Ezio non intendeva però perdere soldati nella riconquista di una provincia poco prospera quale la Galizia e si limitò a ripristinare il dominio romano sul resto della Spagna, che ricominciò di nuovo a far affluire entrate fiscali nelle casse dello stato a Ravenna.

La fallita spedizione contro i Vandali (440-442)[modifica | modifica wikitesto]

La perdita di Cartagine provocò un deterioramento della situazione, spingendo Ezio a stringere una pace con i Visigoti, che confermò loro il possesso dell'Aquitania, per poter tornare in Italia per affrontare i Vandali.[25] È probabile che fu dopo il suo ritorno in Italia che Senato e popolo di Roma eressero una statua in suo onore a Roma, per volere dell'imperatore,[26] e forse anche i dona militaria;[27] a questo periodo va probabilmente fatto risalire il panegirico composto da Merobaude in suo onore.[28] Nel 440 tornò in Gallia. Qui entrò in contrasto con il prefetto del pretorio delle Gallie Albino, e il diacono Leone, il futuro papa Leone I, dovette intervenire a riappacificare i due avversari.[29] Fu probabilmente Ezio a curare l'insediamento, avvenuto sempre nel 440, di alcuni Alani guidati da Sambida nei pressi di Valence, nella valle del Rodano.

La caduta di Cartagine in mano vandala, avvenuta nel 439, e la successiva invasione vandalica della Sicilia nell'anno successivo, tuttavia, spinse il comandante a ritornare in Italia. Nel giugno del 440 era atteso in Italia con un grande esercito da inviare contro i Vandali, come attesta una legge del 24 giugno, esprimente fiducia in una vittoria romana: «l'esercito dell'invincibilissimo imperatore Teodosio, nostro Padre, arriverà presto, e l'eccellentissimo patrizio Ezio sarà qui ad attenderlo con un grande esercito.» L'Imperatore Teodosio II inviò una flotta di ben 1100 navi in Sicilia in vista di un attacco congiunto delle due metà dell'Impero contro i Vandali: ma la spedizione sfumò a causa di una massiccia invasione unna nei Balcani ad opera di Attila, che costrinse Teodosio II a richiamare la flotta.[30] L'Impero fu così costretto a negoziare una pace con i Vandali nel 442, in cui riotteneva le Mauritanie e parte della Numidia, ma riconosceva ai Vandali il possesso di Proconsolare, Byzacena e del resto della Numidia. Il re vandalo Genserico inviò come ostaggio a Ravenna il figlio Unerico, che si fidanzò con la figlia dell'Imperatore, secondo i termini del trattato. Gli Unni, in precedenza alleati, ora venivano visti come una minaccia per l'Impero e per Ezio come conferma il panegirico di Merobaude del 443, che mette in bocca a Bellona, dea della guerra:

« Io sono ormai disprezzata. Ogni rispetto per la mia sovranità è stato cancellato da una serie di molteplici disastri [le vittorie di Ezio e la pace con i Vandali]...

Io solleverò le nazioni che vivono nell'estremo nord, e lo straniero delle rive del Fasi nuoterà nel tremebondo Tevere. Mescolerò i popoli fra loro, infrangerò i trattati di pace siglati tra i regni e la nobile corte sarà gettata nel caos dalle mie tempeste...
[Rivolgendosi alla furia Enio] Spingi alla guerra le orde selvagge e lascia che il Tanais, che ruggisce nelle sue regioni incognite, porti fin qui le faretre della Scizia...
[Rivolgendosi a Ezio] Che egli [Ezio] non deleghi ad altri, ma intraprenda personalmente la guerra e rinnovi il suo destino con i trionfi di un tempo; che non sia il bottino il suo mentore, né la folle brama dell'oro..., bensì il lodevole amore degli eserciti e la spada ignara del sangue latino, ma grondante di quello che esce dalle gole nemiche, che sanno mostrarlo invincibile eppur gentile. »

(Merobaude, Panegyrici 2. 53-104.)

Le "orde selvagge" provenienti dalla Scizia, cioè gli Unni, avrebbero in realtà attaccato l'Impero romano d'Occidente solo otto anni dopo, nel 451, ma, attaccando l'Impero romano d'Oriente proprio in coincidenza con la spedizione congiunta contro Cartagine, avevano indirettamente favorito Genserico provocando il fallimento della spedizione e costringendo l'Impero romano d'Occidente a rinunciare alle più prospere province dell'Africa.

Stanziamento di Foederati in Gallia (442-448)[modifica | modifica wikitesto]

Ezio probabilmente passò in Italia il 441, prima di tornare l'anno successivo in Gallia. Nel 442, infatti, decise di riportare l'ordine in Armorica, infestata dai ribelli, permettendo agli Alani di re Goar di insediarsi nella regione. Nel 443 Ezio stanziò come foederati i rimanenti Burgundi nella odierna Savoia a sud del Lago di Ginevra. Questi stanziamenti di barbari foederati, che avevano l'incarico di tenere a bada i ribelli e difendere le frontiere da altri barbari, generarono le proteste dei proprietari terrieri gallici, molti dei quali furono espropriati dei loro possedimenti da questi gruppi di foederati.[31] Secondo Halsall, «a questo punto, sembra che la politica imperiale in Gallia prevedesse un ritiro della frontiera dalla ... Loira alle... Alpi, con gruppi di federati insediati lungo quella frontiera affinché aiutassero a difenderla», mentre i resti dell'esercito romano in Gallia avrebbero tentato di restaurare l'effettiva autorità romana in Gallia Ulteriore (settentrionale).[32]

Nel 446 Ezio resse per la terza volta il consolato, celebrato da un secondo panegirico di Merobaude;[33] si trattava di un onore molto significativo, in quanto per secoli il terzo consolato era stato un onore riservato ai membri della famiglia imperiale, effettivi o futuri.[11] In questo stesso anno ricevette l'ultima richiesta d'aiuto da parte dei Romani di Britannia, il cosiddetto Gemitus Britannorum, contro gli invasori Sassoni. Ezio era probabilmente in Gallia Settentrionale in quel periodo, e fu forse la vicinanza del generale alla Britannia a spingere i Britanni ad implorare il suo aiuto, ma il generale decise invece di declinare l'invito dei Britanni, perché impegnato a tenere a bada altre minacce. Nel 447 o 448 sorsero nuovi problemi in Armorica, a causa dello stanziamento degli Alani. Vi fu una piccola battaglia vicino Tours, seguita da un attacco dei Franchi di Clodione che penetrarono dirigendosi su Atrebates (Arras, in Belgica Secunda), ma furono gravemente sconfitti a vicus Helena da Ezio stesso, con la collaborazione del proprio generale Maggioriano.[34]

Nel frattempo in Spagna la situazione si deteriorò: il re svevo Rechila, tra il 439 e il 441, conquistò Lusitania, Betica e Cartaginense, riducendo la Spagna romana alla Tarraconense, infestata dai Bagaudi.[35] Ezio, essendo impegnato in altri fronti, si limitò essenzialmente a inviare generali che sedassero le rivolte dei Bagaudi nella Tarraconense, conducendo un solo serio tentativo di recuperare le province occupate dagli Svevi: nel 446 inviò il generale Vito con un esercito "non trascurabile" rinforzato da contingenti di Visigoti; l'esercito di Vito fu però annientato da Rechila, e la spedizione fallì.[36] La Tarraconense continuò ad essere infestata dai Bagaudi, che nel 449 nominarono come leader Basilio e si allearono con il nuovo re degli Svevi, Rechiaro, saccheggiando il territorio imperiale e massacrando in una chiesa a Tyriasso federati goti.[37]

Prima del 449 Ezio aveva negoziato lo stanziamento di parte degli Unni in Pannonia, lungo il corso del fiume Sava; i suoi buoni rapporti con gli Unni di questo periodo sono confermati dal fatto che inviò un segretario ad Attila. Nel 449 inviò al sovrano unno una ambasciata, guidata dal comes Romolo, allo scopo di placare la sua rabbia a seguito di un presunto caso di furto di un piatto d'oro; Attila gli donò un nano, di nome Zercone, che poi Ezio restituì al suo primo padrone Aspare.[38]

Nel 450 morì il re dei Franchi, ed Ezio sostenne il suo figlio minore come successore. Il giovane si trovava a Roma come ambasciatore ed Ezio lo adottò, rimandandolo in patria carico di doni.[39]

La vittoria su Attila[modifica | modifica wikitesto]

Spostamenti dei due eserciti nella campagna di Gallia di Attila, 451.

Nel 451, Attila decise di invadere l'Impero d'Occidente e progettò di eliminare Ezio prima dell'inizio della campagna; ciononostante, Ezio rimase al comando delle truppe romane.[40]

Alla testa di un vasto esercito formato da Unni, Ostrogoti e Burgundi, Attila varcò il confine del Reno assoggettando molte città. Per contrastarlo, Ezio intraprese una grande opera di diplomazia riuscendo, con l'aiuto di Avito, a coinvolgere i Visigoti di Teodorico I in un'alleanza contro i nemici comuni e attraendo gli Alani di Sangibano dalla sua parte, togliendo così un potenziale alleato ad Attila, e convincendo persino i Burgundi. Ciò viene riportato anche da Arthur Ferrill quando dice:

« Attila, dopo essersi assicurato salde posizioni sul Reno, mosse verso la Gallia centrale mettendo, infine, sotto assedio Orléans. Così Attila aveva raggiunto il suo scopo, ora si trovava in una posizione sufficientemente solida per poter sottomettere i Visigoti in Aquitania, ma Ezio riuscì a mettere assieme una formidabile alleanza per contrastare gli Unni.

Lavorando freneticamente, il generale romano costruì una potente alleanza formata da Alani, Burgundi e Visigoti, unendo questi popoli tradizionalmente avversari dei Romani nella difesa della Gallia. Le parti che intervennero in difesa dell'Impero Romano d'Occidente avevano poi in comune l'odio per gli Unni, rimane comunque il grande merito di Ezio di essere riuscito a tradurre ciò in una reale alleanza militare »

Quando gli Alani arrivarono in Gallia, pronti per combattere contro Attila, Ezio e il re visigoto Teodorico I mossero alla volta di Orléans, assediata da Attila, per riprenderne il controllo.

Attila allora abbandonò la città e si mosse verso l'aperta campagna dove, il 20 settembre 451 (o secondo altri il 20 giugno 451), assieme ai suoi alleati ingaggiò lo scontro con l'esercito guidato da Ezio nella battaglia dei Campi Catalaunici, vicino Châlons-en-Champagne. Il risultato tattico dello scontro non fu decisivo, ma fu un grande trionfo strategico per Ezio e i Romani; Attila, infatti, fu costretto a ritirare le sue truppe oltre il Reno a causa dell'inverno, pur avendo ancora tutti i mezzi necessari per riprendere le ostilità l'anno successivo. Durante la battaglia, per altro, trovò la morte Teodorico, il re dei Visigoti, e Ezio suggerì al figlio Torismondo di affrettarsi a tornare nella capitale Tolosa per assicurarsi il trono.

Gli ultimi anni[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la vittoria su Attila, l'alleanza coagulata da Ezio si sfaldò. Sebbene riuscisse a contenere i Visigoti a meridione della Loira, Ezio non poté impedire loro di mettere sotto assedio Arelate (451-453).

Attila nel 452, con il pretesto di richiedere la mano di Onoria, invase l'Italia, saccheggiando numerose città e radendo al suolo Aquileia. Valentiniano III si rifugiò a Roma, Ezio rimase invece con le sue poche truppe cercando di rallentare l'avanzata del re barbaro. Attila riusci comunque a passare il Po, oltre il quale fu raggiunto da una delegazione composta dal prefetto Trigezio, dall'ex-console Gennadio Avieno e da papa Leone I. Dopo questo incontro Attila volse indietro il suo esercito senza aver richiesto per questo gesto né la mano di Onoria né i territori da lui precedentemente rivendicati.

Nel 454 si accordò con Valentiniano III per far fidanzare i loro figli, probabilmente Gaudenzio e Placidia. Ma quello stesso anno, il 21 o il 22 settembre, Ezio fu ucciso da Valentiniano III, a Ravenna, a seguito di intrighi ai quali non fu estraneo Petronio Massimo. La sua morte fu vendicata l'anno successivo, quando due ex-guardie del corpo di Ezio, Optila e Traustila, assassinarono Valentiniano.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Giordane, Getica, 176; Merobaude, Carmina, iv, 42-43, e Panegirici, ii, 110-115, 119-120; Gregorio di Tours, ii.8; Zosimo, v.36.1; Chronica gallica 452, 100. Citati in Jones, p. 21.
  2. ^ Gregorio di Tours, ii.8; Prisco, frammento 8; Cassiodoro, Variae, i.4.11; Giovanni di Antiochia, frammento 201.3 e 204; Marcellino comes, s.a. 432; Sidonio Apollinare, Carmina, v.205; Idazio, 167; Merobaude, Carmina, iv (versi composti per il primo compleanno di Gaudenzio); Additamenta ad chron. Prosperi Hauniensis, s.a. 455 (unica fonte a citare Traustila come genero di Ezio. Citati in Jones, p. 21.
  3. ^ Gregorio di Tours, ii.8; Jones, p. 21.
  4. ^ Gregorio di Tours, ii.8; Merobaude, Carmina, iv, 42-46, e Panegirici, ii.1-4 e 127-143; Zosimo, v.36.1
  5. ^ Cassiodoro, Chronica, s.a. 425; Gregorio di Tours, ii.8; Filostorgio, xii.4; Prospero Tirone, s.a. 425; Chronica gallica 452, 100; Giordane, Romana, 328; Jones, p. 22.
  6. ^ a b O'Flynn, p. 78.
  7. ^ Filostorgio, xii.4; Prospero Tirone, s.a. 425 e 428; Chronica gallica 452, 102 (s.a. 427); Cassiodoro, Chronica, s.a. 428. Citati in Jones, p. 22.
  8. ^ Prospero Tirone, s.a. 429 e 430; Giovanni di Antiochia, frammento 201; Idazio, 92, 93 e 94 (s.a. 430), 95 e 96 (s.a. 431), 98 (s.a. 432); Chronica gallica 452, 106 (s.a. 430); Giordane, Getica, 176; Sidonio Apollinare, Carmina, vii.233. Citati in Jones, pp. 22-23.
  9. ^ O'Flynn, p. 79.
  10. ^ Prospero Tirone, s.a. 432; Cronaca gallica del 452, 109 e 111 (s.a. 432); Idazio, 99; Marcellino comes, s.a. 432; Giovanni Antiocheno, frammento 201.3 (che però afferma in maniera errata che Ezio sconfisse Bonifacio).
  11. ^ a b c O'Flynn, p. 80.
  12. ^ Prospero Tirone, s.a. 432; Cronaca gallica del 452, 112 (s.a. 433); Cronaca gallica del 511, 587.
  13. ^ Idazio, 99.
  14. ^ Giovanni Antiocheno, frammento 201.3.
  15. ^ Annales Ravennatenses, s.a. 435.
  16. ^ Heather, p. 350.
  17. ^ Kelly, p. 92.
  18. ^ Chron. Gall. 452, 118; Idazio, Chron. 99; Prospero, Chron., ap 408 (=435).
  19. ^ Halsall, p. 244.
  20. ^ Kelly, p. 94.
  21. ^ Kelly, pp. 95-96.
  22. ^ Salviano, De gubernatione Dei, VII, 9.
  23. ^ Sidonio Apollinare, Carmina VII 297-309; Prospero Tirone, s.a. 439; Idazio, 117 (s.a. 439); Cronaca gallica dell'anno 452 123 (s.a. 439).
  24. ^ Heather, p. 352.
  25. ^ Heather, p. 245.
  26. ^ AE 1950, 30. La statua fu eretta nell'Atrium Libertatis (Degrassi, Attilio, «L'iscrizione in onore di Aezio e l'Atrium Libertatis», Bollettino della Commissione Archeologica Comunale di Roma, 72, 1946-1948, pp. 33-44).
  27. ^ PLRE II, p.26.
  28. ^ Merobaude, Panegirico, I.
  29. ^ Prospero Tirone, s.a. 440.
  30. ^ Heather, pp. 354-355.
  31. ^ Chron. Gall. 452, 127.
  32. ^ Halsall, p. 248.
  33. ^ Merobaude, Panegirico, II.
  34. ^ Jan Willem Drijvers, Helena Augusta, Leyden, Brill, ISBN 90-04-09435-0, p. 12.
  35. ^ Idazio, Chron. 91–2, 105–6, 111, 113.
  36. ^ Idazio, Chron. 126 (s.a. 446).
  37. ^ Idazio, Chron. 129, 132–4.
  38. ^ Prisco, frammenti 7 e 8; Suda, Z 29. Citati in Jones.
  39. ^ Prisco di Panio, frammento 16.
  40. ^ Giovanni antiocheno, frammento 199.2.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti primarie
Fonti secondarie
Predecessore
Flavio Anicio Auchenio Basso,
Flavio Antioco
Console romano
432
con Valerio
Successore
Imperatore Cesare Flavio Teodosio Augusto XIV,
Petronio Massimo
Predecessore
Flavio Antemio Isidoro,
Flavio Senator
Console romano
437
con Flavio Sigisvulto
Successore
Imperatore Cesare Flavio Teodosio Augusto XVI,
Anicio Acilio Glabrione Fausto
Predecessore
Imperatore Cesare Flavio Placido Valentiniano Augusto VI,
Flavio Nomo
Console romano
446
con Quinto Aurelio Simmaco
Successore
Flavio Calepio,
Flavio Ardaburio

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