Salotto letterario

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« ...il luogo dove le persone amano trovarsi per conversare piacevolmente.[1] »

Con l'espressione salotto letterario s'intende un luogo di riunione, spesso privato, dove si riuniscono periodicamente, a cura di un anfitrione, intellettuali o personaggi più o meno noti alle cronache mondane, per dibattere o conversare su argomenti legati all'attualità culturale o politica.[2]

La conduzione di un salotto può essere anche un modo per influire sulla formazione dell'opinione pubblica e sulla politica dello Stato attraverso le funzioni che i "salottieri" svolgono nella vita pubblica e la rete di amicizie o di convinzioni ideologiche che si formano nei luoghi di ricevimento.[3]

Lettura di Molière in un salotto letterario del '700

Storia[modifica | modifica wikitesto]

« Che cosa può esservi di più adatto ad aguzzar l'ingegno, a renderlo abile e sottile, della discussione...?[4] »

La tradizione di riunire una comunità di amanti della cultura in un unico ambiente nasce nell'antica Grecia come symposion, una tavola imbandita intorno alla quale si declamavano versi e si svolgevano discussioni di carattere artistico, letterario, filosofico e politico: un luogo d'incontro per gli amanti della sapienza che praticavano la dialettica, per nutrire dialogando con amici l'anima e il corpo.

La consuetudine venne poi importata nel mondo romano, con Gaio Cilnio Mecenate che, nell'epoca augustea, incoraggiò e sostenne poeti come Virgilio, Orazio e Properzio fino a far diventare la sua figura un emblema di protettore e di patrono illuminato, e Marco Valerio Messalla Corvino che protesse Albio Tibullo, Ligdamo e Ovidio.

Le riunioni continuarono a svolgersi nel medioevo e nel rinascimento, soprattutto a scopo di intrattenimento della nobiltà, in ambienti privilegiati come ville, castelli, monasteri; ad esempio si tenevano nella villa di un mecenate – e perciò chiamati spesso horti - o in un monastero come quello di Camaldoli, o nella casa di un intellettuale dove si trovavano a conversare i Medici, Cristoforo Landino, Marsilio Ficino, Leon Battista Alberti poiché, come diceva Leonardo Bruni: «Che cosa c’è, quando la gente è stanca e abbattuta, e quasi disgustata dalla lunga e assidua occupazione (lavorativa), che meglio la rinfreschi dei discorsi scambiati in comune [...]?»[5]

Nell'epoca umanistica, con il nome di sodalitates litterarum o di contubernales, furono proprio i salotti letterari ad attivare l’espansione culturale fuori del mondo istituzionale delle università o degli ambienti regligiosi, anche se ancora dipendenti dalle possibilità di signori che spesso li utilizzavano come espressione del loro potere. Non è un caso se proprio in quest'epoca si affermano salotti costituiti da editori (il primo è quello di Aldo Manuzio) poiché la stampa viene considerata come essenziale alla diffusione della cultura e per la rinomanza degli autori. Vi erano anche editori che partecipavano agli incontri degli "amici della cultura" come Francesco (Minizio) Calvo di Menaggio[2] frequentatore del circolo romano del mecenate tedesco Hans Goritz da Treviri che organizzava nella sua villa sul Campidoglio un circolo poetico.[6]

Ma fu nel XVI secolo che il salotto letterario prese la la forma organizzativa dell'epoca moderna.

Nell'epoca illuminista, dopo che le accademie, nate dai salotti, erano divenute istituzioni finalizzate al sapere ufficiale, le riunioni cominciarono a svolgersi anche in case private e assunsero una connotazione più borghese. Fu determinante il loro ruolo di diffusione della cultura al di fuori degli ambienti di potere (laico o ecclesiastico) e si affermò la figura dell'organizzatore o anfitrione, che spesso era una donna.

I salotti letterari parigini primeggiarono per fama in quest'epoca in cui, al di là della figura del patrono, le riunioni erano spesso caratterizzati dalla presenza di una personalità di spicco attraverso la quale filtravano le discussioni e si forgiavano nuove idee, arrivando poi anche a trattare problemi filosofici, religiosi e politici. La fortuna di questo tipo di aggregazione si spiega con il tradizionale immobilismo e la refrattarietà delle istituzioni ufficiali nei confronti delle nuove istanze di cultura e con l’aumentata richiesta di confronto tra posizioni diverse di pensiero e di esperienza.

Queste motivazioni furono lo spunto, in ogni epoca successiva, per la formazione delle varie configurazioni di “salotto”. In ogni forma di riunione, tuttavia, si ritrovano alcune caratteristiche costanti:

  • gli incontri sono liberi, spontanei e informali;
  • i partecipanti hanno una contiguità socio-culturale;
  • le riunioni hanno un interesse intellettuale, che prevale rispetto ad altri fini;
  • nel dibattimento è implicitamente riconosciuta una eguale capacità intellettuale dei partecipanti, anche in presenza di una personalità preminente.[7]

Salotti in Francia[modifica | modifica wikitesto]

Salotto letterario di dame (XVII secolo)

La formazione di salotti letterari in età moderna fu particolarmente diffusa in Francia prevalentemente nella capitale Parigi, allora come ora centro della vita culturale e mondana. Il primo celebre salotto letterario parigino fu quello aperto da Catherine de Vivonne de Rambouillet marchesa de Rambouilet (1588-1665) nella sua residenza dell'Hôtel de Rambouillet.

Sul suo modello una particolare funzione sociale e politica venne svolta nel "Âge des Lumières" nel XVIII secolo dai salotti letterari: una tradizione culturale già presente in Francia dai tempi di Luigi XIV quando ci si riuniva a intervalli regolari presso una signora di mondo nei «bureaux d’esprit».[8]

Gli incontri erano ora organizzati da altolocati membri dell'alta borghesia o dell'aristocrazia riformista francese che erano soliti invitare in casa loro intellettuali più o meno noti per conversare e dibattere temi d'attualità o argomenti particolarmente graditi all'anfitrione come accadeva nel salotto di Madame Geoffrin che invitava celebrità letterarie e filosofiche come Diderot, Marivaux, Grimm, Helvétius o nel salotto del barone d’Holbach, «le premier maître d’hôtel de la philosophie», (primo direttore dell'albergo della filosofia)[9] nella cui casa si riunivano Diderot, d’Alembert, Helvétius, Marmontel, Raynal, Grimm, l’abate Galiani e altri filosofi. In genere nei salotti si leggevano opere giudicate politicamente eretiche dall'assolutismo monarchico o si discuteva di cosa stesse accadendo fuori del mondo salottiero.

Il salotto di Madame Geoffrin (XVIII secolo)

In questo ambiente culturale svolgevano un ruolo preminente le donne, le "salonnièries" (salottiere) alle quali il nuovo ideale egualitario illuminista offriva l'opportunità di collaborare, mostrando le proprie doti intellettuali, a un progetto politico radicalmente riformista, non più riservato a una cultura soltanto maschile,[10] che si intrecciava con un elemento femminista di reazione contro la condizione di passività riservata alla donna spesso costretta, per le classi agiate, a scegliere tra matrimoni di convenienza o il convento, e la ricerca di una compensazione nella vita mondana.

I salotti sono tenuti essenzialmente da donne spesso appartenenti alla borghesia agiata e che potevano vantare amicizie influenti. Avere un salotto era una sorta di emancipazione della condizione femminile che tuttavia riposava sulla qualità degli invitati e sul loro potere d'attrazione. Affinché il salotto avesse successo la salottiera doveva avere tra i suoi ospiti un filosofo illustre che desse spunti per le discussioni che si svolgevano in un clima di libertà e di uguaglianza che rimaneva nei confini del salotto. Gli enciclopedisti potevano propagandare le loro idee, Helvetius e Holbach esporre la loro dottrina materialista ma il salotto doveva rimanere innanzitutto un luogo di svago: ciò che contava era la buona compagnia, le discussioni non dovevano essere troppo impegnate sino a rasentare la noia.[11].

I salotti erano dunque strumenti per diffondere le proprie opinioni non certo luoghi di produzione di idee. Jean-Jacques Rousseau era ben consapevole di questo limite quando denunciava la futilità delle discussioni salottiere fondate sulla "morale del bilboquet"

« Quando mi trovavo a Motiers andavo a degli incontri mondani dai miei vicini portandomi in tasca sempre un bilboquet per giocarci per tutto il tempo per non parlare quando non avevo niente da dire. Se ognuno facesse altrettanto, gli uomini diventerebbero meno malvagi, i loro commerci diventerebbero più sicuri, e io penso, più agevoli. Infine, che qualcuno rida se vuole, ma io sostengo che la sola morale disponibile nei tempi odierni sia la morale del bilboquet.[12] »

Tuttavia fu nei salotti come quello di Madame de Rambouillet, che nacque il preziosismo, un fenomeno di costume e di gusto, ma anche di novità letteraria, improntata a una lingua ricercata, tutta iperboli, sfumature, metafore, paradossi, giochi di parole, fatta apposta per le eleganti conversazioni dei salotti letterari ma che, nonostante gli eccessi snobistici stigmatizzati da Molière ne Le preziose ridicole, contribuì ad arricchire e ad affinare la lingua, ad attirare l'attenzione sui problemi di espressione.

Celebri salottiere francesi[modifica | modifica wikitesto]

I salotti più noti erano quelli di (lista non esaustiva):

XVI secolo[modifica | modifica wikitesto]

Claude Catherine de Clermont, duchessa di Retz, salottiera degli inizi del XVI secolo

XVII secolo[modifica | modifica wikitesto]

XVIII secolo[modifica | modifica wikitesto]

Madame de Staël
Madame Geoffrin

XIX secolo[modifica | modifica wikitesto]

George Sand
Marie d'Agoult

XX secolo[modifica | modifica wikitesto]

Salotti in Italia[modifica | modifica wikitesto]

La consuetudine del salon francese si sviluppa anche in Italia nel '600 e nel '700 dove un notevole contributo alla storia, non solo letteraria, venne offerto ad esempio dal salotto di Pietro Verri che fondò l'Accademia dei Pugni o da quello chiamato scherzosamente "cameretta" di Carlo Porta che aveva come ospiti più noti Alessandro Manzoni, Tommaso Grossi, Giovanni Berchet.

Celebri salotti in Italia[modifica | modifica wikitesto]

Firenze[modifica | modifica wikitesto]

Milano[modifica | modifica wikitesto]

Napoli[modifica | modifica wikitesto]

Roma[modifica | modifica wikitesto]

Venezia[modifica | modifica wikitesto]

Salotti in Germania, Austria e Svizzera[modifica | modifica wikitesto]

Marie Schleinitz

Berlino[modifica | modifica wikitesto]

Helene von Nostitz

Berna[modifica | modifica wikitesto]

Dresda[modifica | modifica wikitesto]

Kiel[modifica | modifica wikitesto]

Monaco di Baviera[modifica | modifica wikitesto]

Stoccarda[modifica | modifica wikitesto]

Vienna[modifica | modifica wikitesto]

Charles Nodier

Zurigo[modifica | modifica wikitesto]

Altri salotti furono organizzati da:

Salotti e Caffè letterari in Gran Bretagna[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Oeuvres de Fontenelle, Tome deuxième, Paris, Salmon Libraire Éditeur, 1825
  2. ^ a b Enciclopedia Treccani alla voce corrispondente
  3. ^ E. Scaramuzza, Politica e amicizia: relazioni, conflitti e differenze di genere, 1860-1915, ed. Franco Angeli, 2010
  4. ^ Leonardo Bruni in Ugo Dotti, L'età dell'umanesimo, ed. Palumbo, 1978, p.73
  5. ^ Leonardo Bruni, Dialogi ad Petrum Paulum Histrum in Ariel - Editori Laterza
  6. ^ Giovanni Da Pozzo, Storia letteraria d'Italia, ed. Piccin, 2007 p.206
  7. ^ Cfr. Francesco di Ciaccia, I salotti letterari
  8. ^ Il termine "salotto letterario" apparirà soltanto nel XIX secolo ad opera della duchessa Laure Junot d'Abrantès (Cfr. Albert Tornezy, Un bureau d'esprit au 18e siècle: le salon de Madame Geoffrin, Biblio Bazaar, 2009)
  9. ^ In una lettera dell'abate Galiani a lui inviata da Napoli il 7 aprile 1770: «La philosophie, dont vous êtes le premier maître d'hôtel, mange-t-elle toujours de bon appétit?» (La filosofia, di cui voi siete il primo direttore d'albergo, mangia sempre con buon appetito?)
  10. ^ Maria Luisa Betri ed Elena Brambilla, a cura di, Salotti e ruolo femminile in Italia. Tra fine del Seicento e i primi del Novecento, Marsilio, 2004.
  11. ^ Heyden-Rynsch, Verena Von Der, Salons européens, Paris, Gallimard, 1993
  12. ^ J. J. Rousseau, Les Confessions, libro V

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Verena Von Der Heyden-Rynsch, Salons européens, Paris, Gallimard, 1993.
  • Claudio Chiancone, Le lettere d’amore di Alba Corner Vendramin al Bertola (1793-1795), in “Archivio veneto”, Serie V - Vol. CLXVII (2006), pp. 155–192 (sul salotto veneziano di Alba Corner Vendramin).
  • La dimensione internazionale dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, A cura di Mariasole Fanuzzi e Antonio Gargano con la collaborazione di Antonella Chiaro, Ist. It. di Studi Filosofici, Tomo I, Napoli 2010, p. 185.

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