Albio Tibullo

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Il poeta Tibullo da un dipinto di Lawrence Alma-Tadema (1866).

Albio Tibullo (Albius Tibullus; Gabii o Pedum, 54 a.C. circa – Roma, 19 a.C.) è stato un poeta romano del I secolo a.C., tra i maggiori esponenti dell'elegia erotica.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Scarse le notizie sulla sua vita. Nacque probabilmente nel Lazio, forse a Gabii, tra il 55 a.C. e il 50 a.C. da una ricca famiglia di ceto equestre. Nel 44 a.C. può darsi che la famiglia di Tibullo abbia subito una confisca di terre, dopo la battaglia di Filippi. Fece parte del circolo di Marco Valerio Messalla Corvino, che seguì in una spedizione militare in Aquitania e poi nel 22 a.C. in Siria, ma fu costretto a fermarsi a Corfù per un malattia (elegia I, 3). Nel 27 a.C. poté assistere a Roma al trionfo di Messalla, celebrato il 25 settembre. Terminati i viaggi e le spedizioni militari, dividendo la sua vita fra la città e la campagna, Tibullo strinse amicizia con Orazio, che gli dedicò due suoi componimenti: il carme I, 33, e l'epistola I, 4. Morì poco dopo Virgilio, nell'anno 19 a.C., probabilmente a Roma[1].

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Corpus Tibullianum e Storia della letteratura latina (31 a.C. - 14 d.C.).

A Tibullo sono attribuiti due libri di elegie, per un totale di 1.238 versi (619 distici elegiaci).

Il primo libro[modifica | modifica wikitesto]

Il primo libro, pubblicato probabilmente nel 26 o nel 25 a.C., contiene 10 elegie di varia estensione, i cui temi principali sono l'amore per Delia (pseudonimo di Plania, come sappiamo da Apuleio Apologia 10) e per Marato, il rifiuto della guerra e della violenza.

  1. La prima elegia è programmatica, una sorta di presentazione e di manifesto della poetica e della personalità di Tibullo. Rivolgendosi a Messalla, introduce alla tematica dell'amore per Delia, l'amore per la vita in campagna e per la pace.
  2. La seconda elegia, un paraklaysíthyron, svolge uno dei temi tipici della poesia erotica. Davanti alla porta chiusa di Delia si svolge il canto del poeta, una sorta di serenata.
  3. Tibullo malato è costretto ad abbandonare Messalla, in viaggio verso l'Egeo. In un'ansia di morte, Tibullo ripensa alle ultime ore passate con Delia a Roma, immagina lei rimasta sola che prega per lui. In uno dei pochi excursus mitologici della sua opera, Tibullo illustra i miti dell'età dell'oro.
  4. Viene introdotto il tema dell'amore omosessuale per Marato. Tibullo, dopo aver chiesto consiglio ad una statua del dio Priapo, viene istruito sull'arte di sedurre i giovinetti.
  5. Ancora un paraklaysíthyron. Delia, lasciato Tibullo, ha un amante più vecchio e più ricco.
  6. Con questa elegia si chiude il "romanzo di Delia". La donna tradisce il marito con Tibullo, che qui fornisce una sorta di precettistica dell'infedeltà.
  7. Elegia in onore di Messalla, in occasione del suo compleanno.
  8. Si esorta una fanciulla, Foloe, a ricambiare le attenzioni di Marato.
  9. Marato tradisce Tibullo con un amante più ricco. Invettiva contro i due, sul modello della poesia giambica.
  10. Tibullo, richiamato sotto le armi, maledice la guerra ed elogia la vita in campagna e l'amore.

Il secondo libro[modifica | modifica wikitesto]

Il secondo libro contiene 6 elegie. La donna cantata non è più Delia, bensì Nemesi, ancora più crudele nei confronti del poeta.

  1. Componimento dedicato alla festa degli Ambarvalia.
  2. Elegia dedicata all'amico Cornuto in occasione del suo compleanno.
  3. Fa la sua comparsa Nemesi, che si trova con un amante nella casa di campagna di lui. Tibullo dà sfogo alla sofferenza della gelosia.
  4. Si svolge il tema della "servitù d'amore": Tibullo è succube di Nemesi, ed è disposto a tutto per soddisfarne le richieste.
  5. Elegia dedicata a Messalino, figlio di Messalla, in occasione della sua investitura sacerdotale.
  6. L'amico Macro deve partire militare. Tibullo, riluttante, è disposto ad accompagnarlo, pur di dimenticare la crudele Nemesi. Nella speranza che l'amata diventi più tenera verso di lui, Tibullo rievoca l'immagine della sorellina di lei, morta cadendo da una finestra.

Altri componimenti[modifica | modifica wikitesto]

A Tibullo sono attribuiti anche alcuni componimenti del terzo libro del Corpus Tibullianum

Lingua e stile[modifica | modifica wikitesto]

Lo stile di Tibullo, tersus atque elegans (chiaro ed elegante), come lo definisce Quintiliano (X, 1, 93), è uno dei modelli della classicità. Tibullo lavora con un lessico limitato e con un numero ristretto di temi, variando i quali riesce a creare effetti sempre diversi, sfumando dal dolce al malinconico, talvolta al rabbioso. Non fa sfoggio invece di quell'erudizione mitologica che caratterizza lo stile del suo contemporaneo Properzio. La lingua di Tibullo è priva di arcaismi, grecismi e neologismi, nonché di anomalie morfologiche.

Fonti[modifica | modifica wikitesto]

Tibullo stesso ci fornisce diverse informazioni su di sé, nella propria opera. Inoltre, il testo di Tibullo, nei manoscritti che ce lo tramandano, è accompagnato da un epigramma scritto da Domizio Marso e da una Vita anonima. Il primo ci fornisce l'indicazione della data di morte. La seconda ci informa della sua origine, dei suoi rapporti con Messalla, dice che fisicamente era bellissimo e che multorum iudicio principem inter elegiographos obtinet locum (a giudizio di molti, ha il primo posto tra gli scrittori di elegie).

Testimonianze dei contemporanei[modifica | modifica wikitesto]

L'epistola I, 4 di Orazio è rivolta ad un Albio, quasi sicuramente da identificarsi con Tibullo, ritraendolo pensoso a comporre ed elogiandolo, concludendo con un invito a fargli visita. L'elegia III, 9 degli Amores di Ovidio è un epicedio per la morte di Tibullo. Ovidio si immagina il funerale, dove Delia e Nemesi si contendono il primato nel cuore del defunto. Il testo contiene varie citazioni e rimandi al testo di Tibullo. Ancora Ovidio fa il nome di Tibullo insieme a quelli di Virgilio, Orazio, Cornelio Gallo e Properzio nell'elegia IV,10 dei Tristia, lamentando che il destino non gli ha concesso abbastanza tempo per stringere amicizia con lui. Qui Ovidio, seguendo una consuetudine antica, stabilisce una "successione" dei poeti elegiaci: Gallo, Tibullo, Properzio e sé stesso come quarta "generazione" (Virgilium vidi tantum: nec avara Tibullo / tempus amicitiae fata dedere meae. / successor fuit hic tibi, Galle, Propertius illi; / quartus ab his serie temporis ipse fui. Virgilio lo vidi soltanto; né la morte prematura diede a Tibullo il tempo per la mia amicizia. Fu il tuo successore, o Gallo, e Properzio successe a lui. Dopo costoro, in ordine di tempo io sono il quarto).

Tradizione e critica del testo[modifica | modifica wikitesto]

Benché Tibullo fosse molto apprezzato nell'antichità, nel Medio Evo la sua opera ha scarsa circolazione, e per lo più in antologie. Solo alla fine del XIV secolo l'opera torna ad avere una vasta circolazione nella sua integrità.

Manoscritti[modifica | modifica wikitesto]

Non sono sopravvissuti manoscritti tardoantichi né medievali. Da un archetipo O - perduto - derivano tutti i manoscritti rinascimentali, circa 100. Tra questi i migliori, alla base delle edizioni a stampa, sono tre:

  1. l'Ambrosiano (A), scritto intorno al 1375, il cui primo proprietario conosciuto è l'umanista Coluccio Salutati.
  2. il Vaticanus latinus 3270 (V), inizio del XV secolo.
  3. il Genuensis Berianus D bis 11-6-51 (Ber), inizio del XV secolo.

Altre lezioni genuine si ricavano da alcune antologie di poeti latini, come il Florilegium Gallicum (composto intorno alla metà del XIII secolo) o gli Excerpta Frisingensia (conservati in un solo manoscritto ora a Monaco di Baviera), raccolte per lo più in Francia in epoca tardomedievale, che sembrano derivare da una tradizione indipendente da O.

Edizioni a stampa[modifica | modifica wikitesto]

L'editio princeps risale al 1472, stampata a Venezia da Vindelino di Spira. La prima edizione condotta con criteri scientifici moderni è quella del Lachmann del 1829. Il lettore italiano può reperire facilmente in commercio:

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Giusto Monaco, Gaetano de Bernardis, Andrea Sorci - "L'attività letteraria nell'Antica Roma" - Palumbo, 1982

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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