Intellettuale

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Il termine intellettuale deriva dal tardo latino intellectualis, aggettivo che vuole indicare ciò che in filosofia riguarda l'intelletto nella sua attività teoretica e si caratterizza perciò come separato dalla sensibilità e dall'esperienza giudicata di grado conoscitivo inferiore. Nella concezione aristotelica erano definite intellettuali quelle virtù come scienza, sapienza, intelligenza e arte che consentivano all'anima intellettiva di raggiungere la verità. Nel campo della metafisica il termine stava poi ad indicare l'astrattezza, in contrapposizione alla concretezza e alla materialità.

Concezione e funzione storica dell'intellettuale[modifica | modifica sorgente]

Il significato politico[modifica | modifica sorgente]

La parola diviene un sostantivo nel secolo XIX nell'ambito degli intellettuali della Russia prerivoluzionaria quando si coniò il termine intellighenzia intendendo il ceto intellettuale che, critico del regime zarista, rivendicava i valori democratici e riformisti. Membri dell'intellighenzia erano in genere nobili terrieri "illuminati" e in seguito esponenti colti della piccola borghesia cittadina.

Il termine intellectuels si ritrova in Francia ad opera di Clemenceau e Émile Zola che lo adoperano per designare i sostenitori dell'innocenza di Alfred Dreyfus. Da quel momento il concetto connotò un acceso dibattito politico sulla funzione degli intellettuali nella società.

Il problema storico della funzione sociale degli intellettuali era in effetti già presente in passato ogni qual volta si facevano appelli alla mobilitazione e all'impegno politico degli intellettuali di cui si chiedeva la guida o la collaborazione ai processi di riforma e di rinnovamento politico oppure quando, con il progresso scientifico, si era posto il problema sulla funzione civile della ricerca scientifica.

Il termine intellettuale in questo periodo comincia ad acquistare anche connotazioni negative riferito a colui che rifiuta i valori della fantasia e dei sentimenti o a chi si compiace di considerazioni artificiose e cerebrali che acquistano tanto più importanza quanto più lontane dalla realtà: è questo quello che viene definito intellettualismo.

Dall'Illuminismo all'engagement esistenzialista[modifica | modifica sorgente]

I primi intellettuali, uomini di cultura al passo con i loro tempi che sentirono la necessità di impegnarsi in una causa civile furono gli illuministi del XVIII secolo, periodo in cui cominciò a formarsi l'opinione pubblica che modificò il ruolo sociale degli uomini di cultura mettendoli in contatto con i fruitori del loro pensiero. In quel periodo gli intellettuali acquisirono i caratteri tipici dei portavoce del dissenso, rivolto verso qualunque tipo di autorità, e dei progressismi, che li accompagneranno fino ai nostri giorni.[1]

Così Kant insisteva sulla funzione pubblica dell'intellettuale ma sentiva la necessità di distinguere tra l'uso privato" e l'"uso pubblico" della ragione, intendendo in questa seconda accezione il rapporto che doveva instaurarsi tra l'intellettuale e "il pubblico dei suoi lettori" nei confronti dei quali il filosofo poteva ritenersi assolutamente libero nell'esporre le proprie convinzioni e il proprio pensiero anche critico nei confronti delle istituzioni.

Nel positivismo il ruolo degli intellettuali consiste soprattutto in una rigorosa difesa dell'indipendenza della scienza da ogni intromissione che la renda "serva o cortigiana" come già diceva Bacone.

Nella seconda parte dell'Ottocento, gli intellettuali venivano identificati con quei "letterati" promotori del dissenso, del cambiamento.

Di fronte però alla affermazione delle dittature del secolo XX si innescò un lungo e acceso dibattito sul "tradimento degli intellettuali" (Julien Benda, Johan Huizinga) che avrebbero rinnegato la loro connaturata cultura razionalista subendo il fascino di miti irrazionali di potenza.

Tema questo trattato anche da Benedetto Croce che identificava nel 1866, l'annus mirabilis della vittoria prussiana, la frattura tra la prima metà dell '800, caratterizzata dal sano razionalismo idealistico, e la seconda metà del secolo, in cui, di fronte al cinico pragmatismo e al successo della politica bismarchiana, ci fu uno smarrimento dei valori intellettuali liberali e il prevalere di forze istintive ed irrazionali che avrebbero portato alla nascita dei regimi fascisti.

Antonio Gramsci distingue, fra gli intellettuali, gli "intellettuali organici" e specifica la loro funzione essenziale nella costruzione dell'egemonia culturale. In un contesto rivoluzionario, nella prassi politica, questi si sarebbero dovuti schierare nella lotta di classe al servizio del riscatto del proletariato.

Il tema dell'"engagement",[2] dell'impegno degli intellettuali, fu ripreso nel secondo dopoguerra dalla corrente esistenzialistica (Jean Paul Sartre) pur con una difesa dell'autonomia da ogni condizionamento dai partiti organizzati in nome della irrinunciabile libertà di critica (Max Weber, Karl Mannheim, Edmund Burke).

Molto critico con gli intellettuali di sinistra Raymond Aron con il suo L'oppio degli intellettuali del 1955.

Gli intellettuali italiani e la società di massa[modifica | modifica sorgente]

Pier Paolo Pasolini

Da un punto di vista sociologico si è assistito alla identificazione progressiva degli intellettuali come un gruppo sociale autonomo e strutturato, con proprie regole e modalità di selezione e conservazione.[3] La diffusione progressiva dell'istruzione e della cultura nei secoli XIX e XX ha aumentato il numero delle professioni intellettuali, ma non ha sostanzialmente mutato il rapporto tra gli intellettuali e le masse. Certamente è aumentata però l'influenza degli intellettuali nella società di massa moderna, soprattutto grazie dalla imponente crescita dei mezzi di comunicazione.

In Italia nell'ultimo scorcio del XX secolo è stato il letterato e poeta Pier Paolo Pasolini a mettere in evidenza come le classi subordinate, quelle che una volta costituivano il proletariato, si fossero giovate dello sviluppo economico del paese uscendo dalla povertà e dall'ignoranza ma fossero rimaste sostanzialmente fuori da una reale partecipazione alla vita pubblica, essendo ancora prive degli strumenti culturali per la comprensione della realtà sociale in cui vivevano. Egli d'altra parte metteva anche in rilievo come i rappresentanti della cultura alta e raffinata alla fine s'impegnassero in una critica sterile ed astratta chiudendosi in una sorta di casta e assumendo un ruolo conservatore, vedendo nella società attuale solo connotazioni negative e lasciandosi andare al continuo rimpianto di una mitica "età dell'oro" ormai trascorsa.[4]

La condanna politica della cultura degli anni trenta[modifica | modifica sorgente]

Nell'immediato dopoguerra il Partito comunista italiano era un grande partito di massa ed era quindi inevitabile che gli intellettuali impegnati nella Sinistra si ponessero il problema del loro ruolo nei confronti della società.

Alla luce delle tristi e terribili vicende della guerra ormai da poco trascorsa tutta la produzione letteraria degli anni '30 appariva agli occhi degli intellettuali "impegnati", come allora si diceva, una sorta di arcadia quanto mai lontana dalla realtà di un popolo che aveva partecipato alla Resistenza guadagnandosi la libertà e la speranza di un rinnovamento politico e sociale ma che invece continuava a soffrire miseria e ingiustizia. Quella letteratura passata aveva soprattutto l'onta di essere stata, essa che avrebbe dovuto coraggiosamente opporsi, partecipe, sostenitrice e complice interessata del regime fascista nella repressione della libertà. Anche se da parte di alcuni si faceva notare che si doveva giudicare positivamente anche l'assenza e il non coinvolgimento con il fascismo da parte di quei molti letterati che si erano messi in disparte, il giudizio complessivo della sinistra intellettuale era di condanna nei confronti della cultura passata.

Il "Politecnico" e il P.C.I.[modifica | modifica sorgente]

Elio Vittorini

Questi temi letterari ed insieme politici trovavano ampio spazio in una nuova rivista, "Il Politecnico", che riprendeva nel titolo quella pubblicata da Carlo Cattaneo[5] negli anni risorgimentali, che fu edita a Milano dal 1945 al 1947 sotto la direzione di Elio Vittorini.

Il tema principale della rivista si accentrava nel ritenere la passata cultura italiana consolatoria, nel senso che di fronte all'ingiustizia e alla sofferenza degli uomini del proprio tempo aveva avuto l'unica funzione di consolarli, nulla facendo per difenderli e proteggerli. Gli intellettuali ora devono assumersi il compito di esprimere una cultura liberatrice che eliminasse le sofferenze, lo sfruttamento e la schiavitù. Questo avrebbe potuto farlo solo se fosse stata in grado di organizzarsi politicamente prendendo il potere politico e diventando una forza attiva nella società.

È vero che la cultura sin qui espressa, come sosteneva il marxismo, nasceva da una classe borghese decadente, ma, sosteneva Vittorini, quella cultura borghese era apprezzabile poiché era essa stessa a criticarsi e a mettersi in discussione giudicandosi severamente. Era quindi una cultura rivoluzionaria che aspirava e si batteva per distruggere il vecchio mondo e per edificare una nuova classe dirigente: questa ad esempio, era stata la missione storica che la borghesia intellettuale francese del '700 aveva realizzato con la Rivoluzione.

Nascono a questo punto i problemi dei rapporti con il P.C.I. che avrebbe dovuto essere portatore e diffusore di questa nuova cultura di liberazione e che invece interpretava la funzione dell'intellettuale, secondo la linea stalinista, subordinata a un rigido controllo della guida politica del partito.

Secondo il partito, gli intellettuali dovevano riprendere nella loro produzione letteraria il linguaggio ottocentesco romantico e popolare che era stato proprio della propaganda marxista e della rivoluzione sovietica. Il partito pretendeva questo proprio nel momento in cui le avanguardie letterarie stavano elaborando una nuova arte che agli occhi dei dirigenti politici comunisti era invece espressione di una cultura nemica di classe.

Vittorini affermava invece, la sostanziale autonomia dell'arte che riferendosi all'universalità del "bello" incide sulla storia, dalla politica che guarda ai fatti particolari e alla cronaca operando trasformazioni materiali, quantitative, della società che invece gli intellettuali, come artisti, possono modificare profondamente, qualitativamente.

La critica di Alicata[modifica | modifica sorgente]

Vittorini e i compagni della "corrente Politecnico", sosteneva Mario Alicata (uno dei più importanti dirigenti del P.C.I.), hanno fallito due principali obiettivi:

  1. ricreare un contatto tra la nostra cultura e le esigenze concrete delle masse popolari italiane;
  2. farsi portatori di una mediazione culturale tale da stabilire un rapporto tra le classi medie, sempre lontane dagli ideali democratici, e il popolo. Quelli del "Politecnico" hanno fallito perché si sono posti sul piedistallo illuministico di una informazione razionale, liberatoria dall'ignoranza, diretta al popolo vittima della superstizione e dei regimi tirannici, scambiando l'informazione letteraria, scientifica, storica...ecc. con la formazione, con l'educazione del popolo risvegliandone l'entusiasmo e la fantasia.

L'intervento di Togliatti[modifica | modifica sorgente]

Palmiro Togliatti

Nel "Politecnico" del 1946 intervenne direttamente nella polemica il segretario del partito comunista Palmiro Togliatti. Egli negava che il partito volesse soffocare la naturale libertà degli intellettuali ma rimproverava a questi la pretesa di fare la storia con la loro cultura. Al contrario, essi sono legati al contingente e alla cronaca mentre la politica, anche quando non ispira la rivoluzione, sia pure a piccoli e graduali passi, opera le grandi trasformazioni storiche. Certo rinnovare la cultura italiana non spetta alla politica, ma il "Politecnico" è lontano dal popolo, esso esalta le avanguardie e l'arte decadente, alla continua ricerca del nuovo. Infine è loro la responsabilità di avere fomentato nell'ambito della sinistra il ribellismo individualista degli intellettuali che minano la saldezza del partito.

La risposta di Vittorini[modifica | modifica sorgente]

Nella "Lettera a Togliatti" pubblicata sul "Politecnico" nel 1947, Vittorini negava che la cultura potesse dirigere la politica ma anche questa non pretendesse di imporsi alla cultura. Il compito dell'intellettuale non è quello di suonare il piffero per la rivoluzione dando una veste poetica alla politica, ma quello di raccogliere tutti gli stimoli culturali che la società offre, per rinnovarla dal profondo. Assegnare all'intellettuale un ruolo strumentale per la politica, come dimostra l'esperienza dell'arte realistica, popolare sovietica, significa isterilirlo, smorzarne ogni impeto culturale e rivoluzionario.

Questa presa di posizione di Vittorini portò alla rottura con il partito che divenne manifesta con la cessazione della pubblicazione del "Politecnico" nel 1947.[6]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Cf. Luciano Gallino, Sociologia dell'economia e del lavoro, Utet, Torino, 1989, p. 204, voce "Intellettuale".
  2. ^ Cf. voce su Treccani Vocabolario online.
  3. ^ P. Battista, "Il partito degli intellettuali. Cultura e ideologie nell'Italia contemporanea", Bari 2001
  4. ^ Dopo la guerra Pasolini, che era stato a lungo indeciso con quale ideologia politica schierarsi, osservando le nuove esigenze di giustizia che erano nate nel rapporto tra il padrone e le varie categorie di diseredati, scelse decisamente di aderire al movimento politico comunista. Il tema del rapporto tra gli intellettuali e il potere politico Pasolini lo aveva quindi affrontato già nell'immediato dopoguerra: infatti il 26 gennaio del 1947 aveva scritto sul quotidiano "Libertà" di Udine una dichiarazione che fece scalpore tra i politici comunisti che smentirono la sua iscrizione al PCI: «Noi, da parte nostra, siamo convinti che solo il comunismo attualmente sia in grado di fornire una nuova cultura "vera", una cultura che sia moralità, interpretazione intera dell'esistenza».
  5. ^ Cattaneo, federalista dei tempi delle Cinque giornate di Milano, pensava che l'educazione scientifica del popolo fosse la necessaria premessa di una rivoluzione che avrebbe portato a uno stato repubblicano federale.
  6. ^ Dalla fine degli anni 60 e '70 la polemica del "Politecnico" fu ripresa dall'esigenza del P.C.I. di trovare sostegno nell'opera degli intellettuali per un nuovo modello di sviluppo. Valga per tutte la posizione fuori dagli schemi di Pasolini e i più recenti interventi di Norberto Bobbio sui rapporti tra potere politico e cultura. Da ultimo si può considerare anche il giudizio di Indro Montanelli che, in un articolo sul "Corriere della sera", riteneva che l'intellettuale italiano, a partire da quello rinascimentale, era sempre stato al servizio del potere, esprimendo o una cultura raffinata e d' élite o destinata a magnificare il suo "signore". Queste infine le considerazioni nate dalla sua esperienza di editore saggista di Giuseppe Laterza sul rapporto tra politica e intellettuali: «Oggi questo circuito intellettuale si è molto indebolito, esiste ancora ma conta molto meno, perché c'è una segmentazione del sapere e dei circuiti. Inoltre, il linguaggio politico e la comunità politica, che una volta erano un potente veicolo per la saggistica, sono oggi in crisi. Da anni ormai il dialogo tra politica e cultura si è interrotto, anche a sinistra, con risultati dirompenti. [...] Il circuito intellettuale della saggistica si reggeva molto su questo rapporto con la politica, quindi oggi risente della sua crisi. In fondo, l'intellettuale scrive un saggio anche perché ritiene che nella sfera pubblica ci sia qualcuno capace di recepire il suo discorso. Se invece questo discorso è sistematicamente negletto, alla lunga l'intellettuale si rifugia nello specialismo.» Nel tempo dell'antipolitica in cui è stata redatta questa voce sembra possa sostenersi che ormai il rapporto tra politica e cultura sia quasi del tutto inesistente.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • P. Battista, Il partito degli intellettuali. Cultura e ideologie nell'Italia contemporanea, Bari, 2001
  • Politecnico, antologia a cura di M. Forti e S. Pautasso, Rizzoli, Milano, 1975,
  • Giuliano Manacorda, Storia della letteratura italiana contemporanea 1940-1965, Editori Riuniti, Roma, 1974
  • Asor Rosa, Lo Stato democratico e i partiti politici, in Letteratura italiana, volume primo, "Il letterato e le istituzioni", Einaudi, Torino, 1982
  • Agalma nº15 La République n'a pas besoin de savants..., Milano-Udine, Mimesis, 2008 ISBN 978-88-8483-693-9

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