Immortalità

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Allegoria dell'immortalità, dipinto di Giulio Romano, 1540 ca

L'immortalità (o vita eterna) è il concetto di sopravvivere in eterno o per un periodo di tempo indeterminato, senza affrontare la morte o superando la morte stessa.

L'immortalità può essere intesa in due accezioni principali, fisica e spirituale. L'immortalità fisica è concepita generalmente come l'esistenza senza fine della mente a partire da una sorgente fisica, come un cervello o un computer. L'immortalità spirituale è concepita in genere come l'esistenza senza termine di un individuo dopo la morte fisica in qualità di anima.

Religione[modifica | modifica sorgente]

Con la parola "immortalità" si indica una trasformazione o un passaggio che avviene dopo la morte ad un'altra forma di esistenza, nella quale la vita non è completamente spenta e mantiene dei riferimenti alla persona reale, che però continua a vivere. L'immortalità si può riconoscere come una concezione regolarmente presente nelle religioni, e in generale nelle culture antiche. Spesso è intesa come prosecuzione della vita terrena nelle religioni primitive, in forme più o meno mutate, e si accompagna a una distinzione nella sorte dei defunti. Alla base di tale distinzione può esserci la posizione goduta durante la vita terrena e le funzioni sociali esercitate, il compimento di pozioni magiche, culturali, rituali, il modo e la causa di morte o il comportamento etico.

Il concetto di immortalità fisica più che puramente spirituale viene affermato soprattutto nelle antiche culture orientali. Esempi ne sono le credenze induista e buddista della trasmigrazione ciclica delle anime, il culto degli antenati o geni del Giappone, e le religioni presenti in Mesopotamia e soprattutto in Egitto, dove veniva celebrata mediante il rito funebre osiriano, eseguito sui cadaveri.

Secondo la Bibbia[modifica | modifica sorgente]

La Bibbia, nell'Antico Testamento, parla dello Sceòl, parola Ebraica , in termini molto chiari dandoci indicazioni riguardo alla condizione dell'uomo alla morte In Ecclesiaste o Qoelet capitolo 9 versi da 5 a 10, 5 Poiché i viventi sono consci che moriranno; ma in quanto ai morti, non sono consci di nulla, né hanno più alcun salario, perché il ricordo d’essi è stato dimenticato. 6 Inoltre, il loro amore e il loro odio e la loro gelosia son già periti, ed essi non hanno più alcuna porzione a tempo indefinito in nessuna cosa che si deve fare sotto il sole. 7 Va, mangia il tuo cibo con allegrezza e bevi il tuo vino con buon cuore, perché già il [vero] Dio si è compiaciuto delle tue opere. 8 In ogni occasione le tue vesti siano bianche, e non manchi l’olio sulla tua testa. 9 Vedi la vita con la moglie che ami tutti i giorni della tua vita vana che Egli ti ha dato sotto il sole, tutti i giorni della tua vanità, poiché questa è la tua porzione nella vita e nel tuo duro lavoro con cui lavori duramente sotto il sole. 10 Tutto ciò che la tua mano trova da fare, fallo con la tua medesima potenza, poiché non c’è lavoro né disegno né conoscenza né sapienza nello Sceol, il luogo al quale vai.

Lo Sceòl nell'antico testamento è la fine della vita. A questo proposito l’Encyclopædia Britannica (1971, vol. 11, p. 276) osserva: “Lo Sceol era situato in qualche posto ‘sotto’ terra. . . . La condizione dei morti non era né di dolore né di piacere. Né allo Sceol veniva associata l’idea di un premio per i giusti o di una punizione per i malvagi. Buoni e cattivi, tiranni e santi, re e orfani, israeliti e gentili, tutti dormivano insieme senza rendersene conto”.

Nelle Scritture Bibliche ispirate lo Sceol è sempre posto in relazione con la morte, mai con la vita. Vedi 1Samuele cap. 2 ver.6; 2Samuele cap. 22vers.6; Salmo 18,4-5; Salmo 49 vers.7-10, 14, 15;Salmo 88 vers. 2-6;Salmo 89 vers.48; Isaia cap.28vers.15-18.

Lo stesso concetto viene tradotto in Greco con la parola Ades. La Settanta, traduzione greca delle Scritture Ebraiche (da Genesi a Malachia), usa 73 volte il termine “Ades”, 60 volte per tradurre il termine ebraico she’òhl, reso comunemente “Sceol”. Lo stesso termine viene usato negli Atti degli apostoli per parlare della condizione di Cristo, dalla quale fu risuscitato.

Secondo un'ulteriore interpretazione della concezione biblica, "l'essere umano, per propria natura, ha una relazione con Dio. Tale relazione con Dio è addirittura in grado di superare la morte. L'Antico Testamento non conosce la dottrina greca dell'immortalità dell'anima. Negli scritti sapienziali troviamo la fede che l'anima del giusto è nelle mani di Dio anche al di là della morte. L'antico Testamento, quindi, approda ad una concezione simile a quella dei greci sull'immortalità dell'essere umano che però non sta nella sua natura, bensì nella fedeltà di Dio". (Anselm Grün e Wunibal Müller, Che cosìè l'anima?, Queriniana, 2008, ISBN 978-88-399-2871-9 (Traduzione dal tedesco).

Ferma restando la terminologia adoperata nelle Scritture, che fa riferimento ad un'inconfutabile distinzione concettuale tra il corpo e lo spirito, anche secondo la Jewish Encyclopedia, «la credenza che l'anima continui ad esistere dopo la dissoluzione del corpo è argomento di speculazione filosofica e teologica e di conseguenza non è espressamente insegnata in alcun punto della Sacra Scrittura».[1]

Lo stesso papa Benedetto XVI ha tenuto a precisare che il cristianesimo delle origini si concentrò, almeno nei primi tempi, sul concetto di resurrezione della carne più che su quello di «immortalità» dell'anima; quest'ultima sarebbe divenuta materia di riflessione soltanto dei teologi successivi: «Per la Chiesa antica è significativo che non esisteva alcuna affermazione dottrinale circa l'immortalità dell'anima».[2]

Il problema dello Stato Intermedio[modifica | modifica sorgente]

Il problema dello "stato intermedio" tra la morte e la resurrezione finale che ne risulta, ha condotto il cristianesimo ad approfondire nelle Scritture la propria escatologia. L'uomo dopo la morte continua ad esistere, anche se è in una condizione di incompletezza, si trova già in una situazione di gioia o di dolore, questa vita tende comunque alla reintegrazione al corpo nella risurrezione finale, con la conseguente beatitudine o dannazione eterna.

Invece secondo la dottrina dell'immortalità condizionale dell'anima, professata da avventiste ed altri gruppi, le Scritture insegnerebbero l'annichilimento definitivo della coscienza al termine della morte del corpo; essa smetterebbe di esistere, proprio come avviene agli animali irrazionali.

I teologi contemporanei danno diverse spiegazioni al problema dello stato intermedio: per O. Cullmann si tratta di un periodo di sonno, in cui gli addormentati aspettano la resurrezione finale (Psicopannichismo); per Karl Rahner l'anima separata si trova in un periodo di crescita e si prepara per la comunione con l'intero cosmo che avverrà quando si riunirà al corpo; per L. Boros la resurrezione della carne avviene nell'istante stesso della morte, ma si completa solo con l'avvento del nuovo mondo, capace di ospitare un corpo risorto.

Nell'Islam la sopravvivenza è una verità di fede per quanto riguarda la resurrezione finale, mentre sono varie le opinioni sullo stato intermedio prima del giudizio: in ogni caso si afferma che i defunti vengono sottoposti ad un interrogatorio nel sepolcro.

Filosofia[modifica | modifica sorgente]

In filosofia con il termine immortalità si intende la condizione di un essere non sottoposto a corruzione e quindi a sopravvivere per sempre. Il concetto di immortalità inteso come proprietà del vivere per sempre implica la nascita da un essere e pertanto si distingue dal concetto di eternità che esclude da ogni termine di tempo. I concetti di immortalità e eternità vengono spesso confusi, sia perché si intende questa come semplice durata indefinita, sia perché si considera come una vera e propria extratemporalità. La confusione viene giustificata se si pensa che l'immortalità deve escludere ogni idea di fine e deve perciò entrare nell'eternità. Si dovrà quindi chiamare eternità l'assoluta extratemporalità di un essere esistente ab aeterno; immortale, un essere che, pur avendo avuto origine nel tempo, è destinato a superare i limiti della temporalità. Durante tutta la storia umana molti hanno sperimentato ed espresso il desiderio di vivere per sempre. Che forma avesse una vita umana senza fine o indefinitamente lunga, o se fosse veramente possibile, è stato l'argomento, per secoli, di una grande quantità di speculazioni, dibattiti e opere d'immaginazione.

Scienza medica[modifica | modifica sorgente]

Alcuni ricercatori estremamente ottimisti, le cui opinioni non sembrano essere ancora accettate dalla maggior parte degli scienziati, ritengono che l'"immortalità fisica" sarà raggiunta entro i prossimi 50 anni, e che già entro i prossimi 20 saranno disponibili farmaci capaci di rallentare sensibilmente il processo di invecchiamento.[3] Arrestare e invertire l'invecchiamento potrebbe rivelarsi possibile grazie alla nanotecnologia, ma sottoporsi ad una terapia di ringiovanimento e poi ad una di mantenimento richiederà un'enorme disponibilità finanziaria.

Tuttavia è bene precisare la differenza tra il risultato raggiunto da queste conquiste e i concetti di immortalità espressi dalla religione e dalla filosofia: in questi ultimi casi l'immortalità è intesa come invulnerabilità, e la semplice soppressione dell'invecchiamento non la potrà garantire: non si morirà più di vecchiaia[4] ma si potrà sempre e comunque restare vittime di incidenti, omicidi, malattie non ancora curabili, e di qualunque altro fattore che interferisca mortalmente con l'integrità dell'organismo.

Progetto SENS[modifica | modifica sorgente]

Attualmente Aubrey de Grey è impegnato nel progetto SENS (Strategies for Engineered Negligible Senescence[5]), che si propone di arrivare a mettere a punto terapie in grado di curare l'invecchiamento. La convinzione di base è che l'invecchiamento sia dovuto all'accumularsi, a livello molecolare e cellulare, di effetti collaterali prodotti dal metabolismo e che il metabolismo stesso non è in grado di eliminare. L'accumulo di tale "spazzatura" fa progressivamente diminuire l'efficienza dell'organismo, finché esso diventa incapace di difendersi dalle malattie o di mantenere in funzione gli organi vitali. La morte è semplicemente l'inevitabile effetto ultimo di tale accumulo. Tutto questo probabilmente perché la natura, preoccupandosi della sopravvivenza della specie, ha visto nell'evoluzione una strategia da preferire alla conservazione del singolo individuo, per cui, se da una parte ha progettato un sistema molto efficiente per la riproduzione, dall'altra non ha progettato un metabolismo perfettamente autopoietico, capace cioè di ripararsi integralmente e così conservarsi indefinitamente una volta raggiunto il completo sviluppo. L'autopoiesi perfetta è riscontrabile invece a livello di specie.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ The Jewish Encyclopedia
  2. ^ Joseph Ratzinger, Escatologia: morte e vita eterna, pag. 146, Cittadella Editrice, Assisi 1979.
  3. ^ Intervista a Antonella Canonico e Gabriele Rossi, ricercatori dell'iLabs
  4. ^ clonazione a Tokyo per raggiungere l'immortalità Cronaca RAI
  5. ^ (EN) www.mfoundation.org/sens - Il sito ufficiale

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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