Religioni della Mesopotamia

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Statua di Gudea (2150-2125 a.C.), sovrano (ensi, in accadico iššakum[1]) della II dinastia di Lagaš, conservata presso il Metropolitan Museum di New York. La muscolatura in evidenza ne caratterizza le virtù morali, mentre la postura delle mani giunte ne rammenta l'aspetto religioso e pio. La veste riporta una iscrizione dedicata a Ningišzida (sumerico: dnin-g̃iš-zid-da), Dio personale dell'ensi; mentre la tiara disegna dei riccioli che potrebbero indicare un copricapo di pelliccia. La statua è in diorite proveniente da Magan (Oman), utilizzata per la durezza e il prestigio di pietra di lontana provenienza. Il regno di Gudea si caratterizza per delle campagne militari contro gli Elamiti, tuttavia il sovrano tende a rappresentarsi come un buon amministratore e, soprattutto, come costruttore di templi, in particolar modo quello del dio Ningirsu, celebrato in alcuni scritti in cuneiforme riportati su cilindri in terracotta detti di Gudea.
Cilindro di Gudea (Museo del Louvre, Parigi)
« Gudea vide, in quel giorno, in sogno
il suo Re, (cioè) il signore Ningirsu, (il quale)
gli comandò di costruirgli la casa:
gli fece contemplare
l'Eninnu dai destini grandiosi. »
(Cilindro A I 17-21. Traduzione dal sumerico di Giorgio R. Castellino in Testi sumerici e accadici, Torino, UTET, 1977, p.218)
La Mesopotamia
Il Rilievo Burney conservato al British Museum di Londra. Altorilievo in terracotta del XIX secolo a.C. Questa opera templare rappresenta probabilmente[2] la dea guardiana degli inferi Ereškigal, sorella di Inanna/Ištar. La dea impugna il listello e la corda strumenti della giustizia.
« "Ecco che questa tua sorella Ištar sta nella porta,
colei che celebra grandi feste gioiose e sommuove l'oceano davanti ad Ea".
Ereškigal quando udì questo,
come un tamarisco reciso divenne pallida la sua faccia,
come canna kuninu tagliata divennero nere le sue labbra.
Che cosa ha indotto il suo cuore (a venire da me)? Che cosa ha diretto il suo animo contro di me?
Questa, (che cosa vuole)?
Io voglio (continuare a) bere acqua cogli Anunnaki,
quale cibo mangiare fango, quale bevanda inebbriante bere acqua sporca,
piangere sopra gli uomini che hanno abbandonato le loro mogli,
piangere sopra le donne che dal seno dei loro mariti sono state strappate,
sopra il bambino debole piangere che è stato falciato prima dei suoi giorni. »
(Discesa di Ištar agli inferi versione neoassira di Ninive, tradotta integralmente da Giuseppe Furlani; in Miti babilonesi e assiri, Firenze, Sansoni, 1958, p. 300)
Statua di "fedele"orante, proveniente dalla valle del Diyala e risalente al 2700 a.C., oggi conservata al Museo del Louvre (Parigi). Le mani unite e la grandezza sproporzionata degli occhi hanno lo scopo di cercare, e quindi di ottenere, un legame intimo con la divinità con cui questa rappresentazione del "fedele" cerca di comunicare.
Il dio Enki (sumerico; accadico Ea) tradizionalmente raffigurato con un copricapo a plurime corna, una lunga barba e una veste di lana; dio dell'oceano primordiale e delle acque dolci sotterranee (abzu), dalle sue spalle sgorgano flutti di acqua ricchi di pesci, probabile immagine dei due fiumi, il Tigri e l'Eufrate, che da quelle acque hanno origine, mentre risale una montagna (particolare di un'impronta di sigillo cilindrico in pietra risalente al XXIII secolo a.C., conservato presso il British Museum di Londra).
Rappresentazione di libagione al dio Šamaš (sumerico Utu; dio del Sole). La stele, proveniente da Susa e risalente al XXI secolo a.C. è oggi conservata al Museo del Louvre a Parigi. Šamaš è raffigurato con una tiara ricca di corna e con un vestito a balze di lana; impugna gli strumenti della giustizia: il listello e la corda. La figura a sinistra, probabilmente reale per il lungo abito cerimoniale, versa libagioni al dio in un vaso da dove spunta un palma. In alto il Sole, simbolo astrale del dio. La stele probabilmente deve essere un monumento eretto in occasione della promanazione di raccolte di leggi.
Un frammento che rappresenta la dea Nisaba/Nidaba con un'iscrizione di Entemena re di Lagaš (2450 a.C.) conservato presso il Vorderasiatisches Museum di Berlino. Il suo nome è riportato con il segno determinativo dei vari tipi di grano. Nidaba è la dea della scrittura, patrona degli scribi, e del raccolto del grano.
« Signora iridescente come stella, che stringi la cannuccia [(scrittoria)]
Nidaba, generata dalla Terra nel grande ovile,
capretta selvatica, pura erba alcali, nutrita di latte genuino.
Nella sua bocca tiene le sette canne,
resa perfetta dai 50 grandi archetipi (me). »
(Traduzione dal sumerico di Giorgio R. Castellino in Testi sumerici e accadici, Torino, UTET, 1977, p. 84)

Le religioni della Mesopotamia sono quell'insieme di differenti credenze, miti, rituali, culti misterici, teologie e pratiche divinatorie professate nell'antica Mesopotamia ovvero in quella regione del mondo che corrisponde approssimativamente all'attuale Iraq, dal IV al I millennio a.C. [3].

Le origini di tali religioni vanno individuate nella preistoria delle prime genti abitanti quella regione, nelle credenze e nelle tradizioni di differenti popoli che, a partire dal XXX secolo a.C., lì migrarono, nelle civiltà sumerica e accadica e in quelle civiltà emerse successivamente, quali, ad esempio, quella babilonese e quella assira.

Le religioni della Mesopotamia, ma solo intese come culto principale di una realtà statale, cessarono di essere nel 539 a.C. quando la città di Babilonia accolse, sottomettendosi, il re persiano achemenide di probabile fede zoroastriana Ciro II[4]. I Persiani non perseguitarono, né discriminarono tali religioni che continuarono quindi a essere professate dalle popolazioni locali dando luogo anche a differenti sincretismi [5][6].

Premessa[modifica | modifica wikitesto]

L'espressione "religioni della Mesopotamia" è di conio moderno. Gli antichi abitanti della Mesopotamia non possedevano un termine che indicava quello che il termine moderno "religione" intende indicare in modo peraltro problematico[7].

Se quindi il termine "religione" non appartiene, neppure etimologicamente, alla lingue mesopotamiche come il sumerico o l'accadico, anche il termine "Mesopotamia" era del tutto sconosciuto agli antichi abitanti di quella regione. Il termine "Mesopotamia" appartiene alla nostra era originando peraltro dal greco antico che con quel termine, di genere femminile proveniente da Mesopotamos, quindi come Mesopotamia (khṓra), voleva indicare la "(terra) tra i fiumi" [8]) intendendo per questi ultimi il Tigri e l'Eufrate.

La prima occorrenza del toponimo "Mesopotamia" (Μέσοποταμίας) la si riscontra nell'Anabasis Alexandri opera di Arriano autore del II secolo d.C., il quale trattando della marcia di Alessandro Magno verso l'Oriente, così si esprime:

« Da lì, marciò verso l'interno, avendo a sinistra il fiume Eufrate e i monti dell'Armenia, attraverso la regione che si chiama Mesopotamia. »
(Arriano, Anabasi di Alessandro, III, 7, 3. Traduzione di Francesco Sisti. Milano, Mondadori, 2007, p. 219)

Peraltro, come ricorda Luigi Cagni:

« Al tempo dei Sumeri, degli Accadi e degli Assiro-Babilonesi non è mai esistito un simile concetto geografico unitario; neppure in quei periodi in cui la grande zona venne unificata politicamente sotto un unico sovrano, come al tempo di Ḫammurabi di Babilonia (1792-1750 a.C.) o dei sovrani achemenidi (550-331 a.C.). »
(Luigi Cagni. Dizionario delle religioni (a cura di Giovanni Filoramo). Torino, Einaudi, 1993, p. 472)

Nell'antichità la regione oggetto di questa voce era conosciuta esclusivamente per mezzo di nomi che indicavano specifici territori [9]:

  • Sumer (accadico; in sumerico Ki-en-gi[r]): indicante l'attuale parte meridionale dell'Iraq (da tener presente che il Golfo Persico aveva nei millenni precedenti la nostra era le sue rive poste ad alcune centinaia di chilometri più a Nord rispetto all'attuale posizione).
  • Akkad (accadico; in sumerico Agade), dal nome della città fondata da Sargon: il territorio posto a Nord di Sumer.
  • Assyria (greco antico; in accadico: Aššūr, dal nome della sua città principale): territorio posto tra l'attuale città di Baghdad e la zona montuosa che si eleva al confine tra l'attuale Siria e la Turchia.
  • Babylōnía (greco antico; in accadico Bābilāni, da Bābili la città amorrea fondata nel XIX secolo a.C.): la zona compresa tra l'attuale Baghdad e il Golfo Persico.

Da tener presente, tuttavia, che le due ultime designazioni di "Assyria" e "Babylonia" emergono non prima del XVIII secolo a.C.[10].

I confini della Mesopotamia furono, nel corso dei secoli o di volta in volta, i Monti Zagros, l'Urartu (oggi Armenia), le regioni occupate dagli Ittiti (l'attuale Turchia), l'area della Siria-Palestina, l'Egitto, la Susiana, l'Elam, la regione dei Ḫurriti (Ḫabūr, Subartu) e la Persia [11].

Le origini[modifica | modifica wikitesto]

Paleolitico medio[modifica | modifica wikitesto]

Tra il 60000 e il 40000 a.C. sono attestate delle inumazioni nel Kurdistan iracheno, segnatamente nella caverna di Šanidar. Tali sepolture avvenivano vicino nello stesso luogo dove la famiglia abitava e i corpi venivano posti in posizione raccolta su un fianco, successivamente coperti di pietre. A Teshik-Tash il corpo di un adolescente è stato rinvenuto circondato da corna di capra. A volte le sepolture contenevano offerte[12].

Neolitico[modifica | modifica wikitesto]

Età del rame[modifica | modifica wikitesto]

Pietro Mander RAM 33

La rivoluzione urbana[modifica | modifica wikitesto]

Mario Liverani AO V

Sumer e Accad[modifica | modifica wikitesto]

Il dibattito storiografico e storico-religioso che attiene alla civiltà mesopotamica delle origini storiche è se la cultura, segnatamente la cultura religiosa, espressa da questa vada considerata unica o divisa nei due ambiti dei Sumeri e degli Accadi. In altre parole se si debba parlare di "religione mesopotamica" o invece, al plurale, di "religioni mesopotamiche".

Il tema è certamente controverso. Che i popoli sumerico e accadico siano due popoli diversi è attestato dalla loro stessa lingua: agglutinante, ergativa e dai morfemi non modificabili la lingua sumerica; flessiva, in cui la radice non è immutabile e agglutinabile, bensì mutabile per mezzo di morfemi, l'accadico.

Se l'accadico è certamente una lingua semitica, il sumerico non rientra in quel tipo di famiglia linguistica, ma neanche in altre famiglie conosciute quali, ad esempio, quella indoeuropea.

Alla luce di questa evidenza, Mario Liverani così chiosa:

« In una zona di popolamento linguisticamente misto, qual'è la Mesopotamia, il progresso tecnico va attribuito alla popolazione nel suo complesso, restando difficile e arbitrario attribuire - per esempio- un certo tratto culturale ai Sumeri ed un altro ai Semiti. [...] occorre prendere atto che lo sviluppo culturale mesopotamico avviene su di un supporto etnico e linguistico misto sin dall'inizio della documentazione scritta (l'unica che possa dire qualcosa di positivo in proposito). »
(Mario Liverani, Antico Oriente, Milano, Mondadori, 2011, pp. 138 e sgg.)

Analogamente per Luigi Cagni l'intera civiltà mesopotamica è:

« il frutto di una sinergia di varie etnie e culture, ritrovatesi a contatto e in collaborazione sullo stesso suolo. »
(Luigi Cagni, La religione della Mesopotamia, in Storia delle religioni. Le religioni antiche, Laterza, Roma-Bari 1994)

Dal punto di vista religioso Luigi Cagni osserva che:

« È inoltre dimostrato che parecchie divinità sumeriche sono passate nel pantheon accadico già in tempi antichi, come pure successivamente, e che parecchie divinità accadiche sono passate nel pantheon sumerico. »
(Luigi Cagni, La religione della Mesopotamia, in Storia delle religioni. Le religioni antiche, Laterza, Roma-Bari 1994 pp. 126 e sgg.)

Ma il dibattito è certamente precedente e non concluso: nel 1971 Franz R. Kraus [13] ritenne che le due lingue diverse non significavano necessariamente a diverse origini etniche e che i testi sumerici e accadici indicano una medesima civiltà, quella babilonese. Diversamente, l'anno successivo, Giovanni Pettinato[14], concluse, in base alle analisi delle rispettive mitologie, che le due civiltà erano certamente diverse e incompatibili per "principi e ideali"[15]. Nel 1991 Wilfred G. Lambert [16] ritenne che tali mitologie avevano molti elementi in comune e che quindi avrebbe avuto più senso considerarli espressione della medesima cultura. Gli studi più recenti, compiuti da Piotr Steinkeller.[17] e Jean-Marie Durand[18], giungerebbero invece a conclusioni differenti confermando una mitologia sumerica totalmente differente da quella semitica[19]. Per queste ragioni, Giovanni Pettinato conclude che le culture sumerica e accadica vadano esaminate separatamente, unico metodo che ci consentirebbe di verificare le coincidenze e gli scambi avvenuti tra queste due diverse civiltà[20].

I Sumeri[modifica | modifica wikitesto]

I Sumeri non sono un popolo autoctono della Mesopotamia ma migrarono nella parte meridionale di quella regione in un momento non precisato della preistoria[21], giungendo forse dalla Valle dell'Indo per via marittima[22]. Il nome con cui indicavano sé stessi era "Teste Nere" (sumerico: Sag-gi), mentre il territorio da loro abitato veniva indicato con il termine di Ki-en-gir (lett. "Terra dei signori civilizzati") [23].

Dal punto di vista storico la prima civiltà sumerica è attestata a partire dal 3000 a.C.[24]. Questa civiltà si esprime attraverso un insieme di città stato, che pur condividendo lingua, cultura, pantheon e nozioni sul sacro, risultano rivali sia dal punto di vista politico che da quello religioso. Ogni città aveva la sua divinità "poliade" comprensiva della sua paredra e della sua corte di divinità-servitori. Tale gruppo religioso era ospitato in un preciso santuario che costituiva la reggia della divinità poliade risultando essa il vero sovrano della città, il cui re umano ne era solo il rappresentante[25]. Così, ad esempio, le tre divinità sumeriche principali, An, Enlil ed Enki erano rispettivamente le divinità sovrane delle città di Uruk, Nippur ed Eridu [26]. Ne consegue che quando una città sconfiggeva un'altra emergendo in modo egemonico sulla regione, si riteneva che al dio poliade della stessa fosse assegnato dal re degli dèi, Enlil, il governo del mondo [27].

Ciò premesso,

« La civiltà sumerica non si può definire laica: non soltanto la regalità era un dono del cielo, ma anche la vita di tutti i giorni era scandita da pratiche religiose. »
(Giovanni Pettinato, Mitologia sumerica, Torino, Utet, 2001, versione Mobi pos. 1087 di 11434)

Me (ME (cuneiforme).jpg): la nozione della sacralità dell'ordine cosmico[modifica | modifica wikitesto]

La nozione di "sacralità del cosmo" viene individuata in cuneiforme con il segno ME (cuneiforme).jpg[28] (me, termine e nozione da considerare sempre plurale; in accadico acquisisce la forma semitica con la 'ŭ' quindi , ma la nozione semitica, a differenza di quella sumerica, li rende prevalentemente come "riti")[29][30].

I me sono quelle condizioni che consentono a qualsivoglia ente o situazione di essere conforme a ciò "che deve essere"[31]. Così il re (lugal) è tale solo quando i me della sovranità gli sono consegnati, altrimenti è un uomo comune come gli altri [32]. Una città occupata dal nemico poteva perdere i suoi me finché qualcuno non li ristabiliva. I me possono dunque essere sospesi o violati e questo spiegherebbe la presenza di calamità naturali o sociali; la loro assenza giustifica la ragione del male che si instaura nel mondo[33].

Henri Limet[34] evidenzia come questa nozione appaia nel mito del viaggio della dea Inanna a Eridu presso il dio Enki[35].

Yvonne Rosengarten[36] rende questo termine come "prescrizioni" intendendo con questo ciò che essendo stato formulato sul piano astratto viene poi a concretizzarsi. I me (quindi sempre al plurale), ovvero le "prescrizioni", vanno intesi nel contesto di ciò che organizza il cosmo, quindi anche la città e la cerimonia religiosa.

I me sono governati dalle divinità principali: An ed Enlil. Costoro li trasmettono agli altri dèi "esprimendo il destino" e generando un universo ordinato e ammirevole. Quando i me si eprimono per mezzo di cerimonie ne fanno acquisire il ruolo di rito, esso stesso è i me in azione.

Precedentemente Thorkild Jacobsen[37] aveva reso il termine me come verbo "essere"; Benno Landsberger [38] come "potenza divina"; mentre Johannes Jacobus Adrianus van Dijck[39] come «immanenza divina nella materia morta e viva, immutabile, sussistente ma impersonale, di cui dispongono solo gli dèi.»[40].

I me sono quindi le prescrizioni/modelli/essenze (quest'ultima, l'interpretazione di Pietro Mander) [41]) originari a cui si sottomettono le divinità che poi li indicano alle divinità inferiori, fino agli uomini. Tali prescrizioni decidono il destino di ciascuno: il buon andamento del cosmo corrisponde all'uniformarsi ai me, alle prescrizioni. Ognuno vi si deve conformare in quanto esse esprimono l'assoluta bellezza e bontà.

Così Mircea Eliade:

« Poiché gli dèi sono responsabili dell'ordine cosmico, gli uomini devono eseguire le loro ingiunzioni, le quali si riferiscono alle norme, ai 'decreti', me, che garantiscono il funzionamento, cioè determinano, il destino di ogni essere, di ogni forma di vita, di ogni impresa divina o umana. La determinazione implicita nei 'decreti' si compie mediante l'atto del nam-tar, che costituisce e proclama la decisione presa. »
(Mircea Eliade Storia delle idee e delle credenze religiose, vol. I, Milano, Rizzoli, 2006, p.73)

Questi decreti coinvolgendo il destino di ogni essere al fine di garantire l'ordine cosmico ineriscono quindi all'espressione del sacro

« Considerando infine, nel loro insieme, tutti gli epiteti di me appartenenti sia al campo dell'estetica, sia a quello della religione non sarebbe troppo temerario concludere che la bellezza delle 'prescrizioni', poste in vigore sin dalle origini, conosciute e trasmesse dalle divinità, incarnate nel reale per mezzo della determinazione dei Destini, fosse celebrata come se dovesse sostanzialmente rendere sensibile la presenza del Sacro nel mondo. »
(Yvonne Rosengarten Sumer et le sacré. Parigi, Éditions de Boccard, 1977, p. 222 cit. in Julien Ries, Il Sacro nella storia religiosa dell'umanità, Milano, Jaca Book, 2012, p.171)

Julien Ries così riassume:

« I testi sumeri registrano più volte una parola che si rivela d'importanza capitale nel pensiero religioso: questa parola è me. I sumeri l'hanno tradotta in quattro modi: decreti divini; determinazioni; modelli; forze divine. La Rosengarten suggerisce un'altra traduzione: prescrizioni. Le prescrizioni sono giuste, sublimi, feconde; si tratta di un denominatore comune che renderà armonica l'azione di tutti gli dèi nel mondo. Vi sono tre tipi di me: le prescrizioni che la dea Inanna si fa concedere dal dio Enki a proposito della città di Uruk e che sono relative al governo della città; le prescrizioni del cielo e della terra, me cosmici che assicurano il dominio del mondo da parte degli dèi; le prescrizioni che si applicano ai riti del culto. An e Enlil sono gli dèi celesti per eccellenza: i me sono inerenti alla loro natura e sono subordinati. I me trasmettono le decisioni degli dèi riguardo all'Universo. I Sumeri concepiscono il cosmo come interamente governato, bello e buono. Tutti i destini sono stabiliti dagli dèi. Gli dèi An, Enlil, Enki pronunciano i me: così mettono in vigore le prescrizioni. La totalità dei me è nelle mani degli dèi: dèi e uomini devono sottomettervisi. I me sono detti kù-g, vale a dire puri e sacri. »
(Julien Ries, Il Sacro nella storia religiosa dell'umanità, Milano, Jaca Book, 2012, pp. 173-174)

Kù-g: la nozione di "sacro" primordiale[modifica | modifica wikitesto]

La nozione di "sacro", ma inteso come originario, viene individuata in sumerico come Kù (g) (accadico: elēlum, ellum)[42] . A tal proposito tale nozione è presente in qualità di aggettivo, ad esempio nei cilindri di Gudea, ad indicare qualcosa "sacro" nel suo aspetto primordiale. Herbert Sauren[43] nota che tra le ottanta divinità di Lagaš solo le due primordiali, An e e la dea Gatumdu (Dea Madre, Dea Terra), sono qualificate con tale nozione essendo ritenute, secondo Sauren, gli elementi costitutivi del cosmo ovvero ricchi di sacralità divina primordiale.

Dingir: la nozione di divinità[modifica | modifica wikitesto]

Ideogramma sumerico per il dio An, il dio della volta celeste. Tale ideogramma, oltre ad indicare il dio, designa anche il "cielo", o una "spiga", o un "grappolo di datteri". Medesimo ideogramma esprime il sostantivo dingir, termine che in sumerico indica una divinità e per questo veniva utilizzato come classificatore grafico, anteponendolo al nome, per chiarire subito che con esso si intendeva il nome di un dio. Gli studiosi traslitterano, in quest'ultimo caso, questo ideogramma con d. Tale ideogramma somiglia ad una "stella" e spesso viene individuato come tale. Il termine stella (in sumerico mul) è tuttavia espresso in sumerico con la ripetizione di tre di questi ideogrammi Mul.png (Pietro Mander, Le religioni dell'antica Mesopotamia, p. 69)
La lista di divinità sumeriche riportata su argilla compressa risalente al 2400 a.C. (MS 2272 della Collezione Schøyen). Ogni nome delle divinità è determinato dal prefisso Cuneiform sumer dingir.svg (dingir). Ad esempio la terza linea riporta Inannasumerianblack.png traslitterato come d Inanna.
Rilievo votivo, forato (in quanto applicato per mezzo di un chiodo alla parete del tempio), in calcare (cm 39 x 47), proveniente da Ḡirsu (nel distretto di Lagash), risalente al XXV secolo a.C., conservato nel Museo del Louvre (Parigi). Nella parte superiore del rilievo il re Ur-Nanshe è la figura principale a sinistra che porta una grande cesta sul capo, e viene quindi indicato nella rappresentazione tradizionale di "costruttore di templi". A seguire, il suo erede, il principe Akurgal, che precede una serie di figure con le mani giunte tipiche dei fedeli. Nella parte inferiore, la figura principale seduta è sempre Ur-Nanshe, rappresentato a destra mentre banchetta per festeggiare l'avvenuta costruzione del tempio. Di fronte a lui, come nella parte superiore, si pone l'erede Akurgal seguito dai fedeli. L'identificazione dei personaggi è possibile grazie alla presenza di indicazioni scritte in cuneiforme.
Dettaglio della Stele degli avvoltoi (in calcare, risalente al XXV secolo a.C.) conservata presso il Museo del Louvre di Parigi. La stele riporta la vittoria dell'ensi di Lagash, Eannatum, sovrano protetto dal dio Ningirsu, su quello di Umma. La scrittura è in cuneiforme sumerico. Il cuneiforme è una delle più antiche forme di scrittura risalendo al 3200-3100 a.C. Le sue più antiche attestazioni risultano essere delle tavolette rinvenute nello strato IVa del "Tempio Rosso" nella città di Uruk[44]. Il cuneiforme sumerico è stato ritenuto la forma più antica di scrittura fino alla fine del XX secolo quando, grazie ai progressi dell'archeologia predinastica egiziana, è stata rinvenuta nei pressi di Abido una tomba reale, U-j (Umm el-Qaab I), che si può far risalire al periodo Naqada III (3200-3100 a.C.). Tale tomba egizia conteneva oggetti di ceramica riportanti segni di un'antica versione della scrittura egizia i quali risultano già evoluti, lasciando presupporre una precedente scrittura ad oggi ancora non attestata[45]. Il termine "cuneiforme" è ovviamente moderno e richiama gli elementi che la compongono i quali sono a forma di cunei (o chiodi; in tedesco la si indica come keilschrift). Tale caratteristica è resa dal fatto che questa scrittura veniva eseguita incidendo l'argilla molle con una cannuccia intagliata ad angolo. Un testo neosumerico del XXI secolo a.C., Enmerkar e il signore di Aratta, così narra l'origine mitica del cuneiforme:
« Il messaggero aveva la "lingua pesante", non era capace di ripeterlo;
Poiché il messaggero aveva la "lingua pesante", e non era capace di ripeterlo,
il signore di Kullab (Uruk) impastò l'argilla e vi incise le parole come in una tavoletta;
- prima nessuno aveva mai inciso parole nell'argilla -
ora, quando il dio sole risplendette, ciò fu manifesto:
il signore di Kullab incise le parole come in una tavoletta, ed esse furono visibili. »
(Traduzione di Giovanni Pettinato in Mitologia sumerica pos.231)
Giovanni Pettinato[46] in riferimento al richiamo di "quando il dio sole risplendette" osserva come ancora oggi tale scrittura può essere solo letta con una luce appropriata simile a quella solare.

La nozione di "divinità" viene espressa in sumerico con l'ideogramma Cuneiform sumer dingir.svg (dingir) posto prima del nome del dio a significare la sua divinità. Il fatto che questo ideogramma indichi anche il termine "cielo" come la divinità preposta alla volta celeste, ha fatto ritenere alcuni autori [47] di genere "astrale" la religione sumerica, ma tale ideogramma viene anteposto anche per le divinità ctonie o infere [47] e non è quindi delimitabile al solo ambito celeste[47].

Rispetto all'ideogramma Cuneiform sumer dingir.svg indicante la divinità Pietro Mander osserva:

« il grafema rappresenta un punto da cui si irradiano delle linee in otto direzioni dello spazio (ovvero: le bisettrici dei quattro punti angoli del mondo): esso è quindi da riferire al concetto studiato da Eliade e indicato con l'espressione "ombelico del mondo", ovvero il concetto di un centro di irradiazione da cui scaturisce una realtà, così come il feto si forma attorno all'ombelico [...]. I significati "spiga", "grappolo" per il grafema AN corroborano questa interpretazione: infatti le spighe e il grappolo di datteri si dipartono rispettivamente dallo stelo e dal picciolo in maniera analoga al feto dell'ombelico (ovvero come appare il neonato rispetto al cordone ombelicale). [...] An era concepito come realtà divina celeste che costituiva la fonte, il principio delle divinità. »
(Pietro Mander. Op.cit., p. 70)

Rispetto alla nozione del "Centro" così Mircea Eliade:

« Da quanto precede risulta che il "vero mondo" è sempre nel "mezzo", al "Centro", cioè sul punto di rottura del livello, e di comunicazione tra zone cosmiche. [...] Ci sembra quindi di dover concludere che l'uomo delle società premoderne aspira a vivere il più possibile al Centro del Mondo »
(Mircea Eliade. Il sacro e il profano. Torino, Boringhieri, 2006, pagg. 32-3)

La divinità sumerica è immortale, in possesso dei me, è sacra (ku.g), mangia, beve, si rallegra e si lamenta, decide il destino degli uomini, possiede uno sguardo profondo che turba chi lo osserva, rispetto agli uomini essa è più intelligente e fisicamente forte [32]. La caratteristica centrale della divinità è la sua radiosità, il suo terrificante splendore (sumerico: melam, meli(m); accadico: melammû, melummum[48]). In particolare melam indica la radiosità che promana dal volto e dalla testa della divinità [49].

Il numero delle divinità sumeriche elencato nelle liste di Fara e Abu Salabikh è di circa 500. Come è stato già riportato, le tre divinità principali del mondo religioso sumerico sono An, Enlil ed Enki rispettivamente dèi del Cielo, della Terra e dell'Abisso delle acque dolci[50].

L'origine del cosmo e degli dèi[modifica | modifica wikitesto]

Le divinità sumeriche sono immortali ma non eterne, esse hanno quindi origine e su questa, raramente indagata[51], hanno risposto due differenti scuole teologiche sumeriche quella di Eridu e quella di Nippur.

La teologia della scuola di Nippur[modifica | modifica wikitesto]

Una teologia relativa a questo centro religioso, che ricordiamo è sotto la divinità tutelare di Enlil, vuole che prima che venisse ad essere il dio An (Cielo) e la dea Ki (Terra) esisteva in un luogo indicato con il nome di uru-ul-la (lett. "città antica": cosmo embrionale), uno stato potenziale di vita, in cui sussistevano un insieme di coppie di divinità dette "padri e madri" i cui epiteti sono en (signore) e nin (signora)[52]. Da questo mondo embrionale di coppie divine furono generati An e Ki (Cielo e Terra). Da An e Ki nacque Enlil, mentre da An e Nammu (dea dell'acqua fluttuante, Abzu) nacque Enki, il dio dell'acqua dolce sotterranea. Sono quindi tre i principi teogonici e cosmogonici originati dal "cosmo embrionale": il Cielo, la Terra e l'Acqua.

Il "modello di Nippur" esprime quindi:
''uru-ul-la''
("cosmo embrionale")
An <-> Ki
Urash (Ki) <-> An <-> Nammu
Enlil - Enki

La teologia della scuola di Eridu[modifica | modifica wikitesto]

La teologia riginata da questo centro, che ricordiamo è sotto la divinità tutelare di Enki, è raccolta nel testo, decisamente più tardo e in lingua semitica dell'Enûma Eliš, di cui disponiamo alcune versioni. Questa opera racconta che dall'incontro tra Tiamat e Abzu (in accadico: Apsū), ovvero il principio divino dell'Acqua salata e il principio divino dell'Acqua dolce fluttuante, unitamente a un non meglio definito mum (accadico: mummu)[53] nascono gli dèi e quindi i mondi.

« Quando sopra non era (ancora) nominato il cielo,
di sotto la (terra) ferma non aveva (ancora) un nome,
l'Apsū primiero, il loro generatore,
Mummu (e) Tiāmat, la generatrice di tutti loro,
le loro acque insieme mescolavano,
abitazione (per gli dèi) non erano (ancora) costruite, e le canne delle paludi non erano (ancora) visibili,
quando (ancora) nessuno degli dèi era stato creato,
ed essi non portavano (ancora) un nome, e i destini non erano stati destinati,
furono procreati gli dèi in mezzo ad essi. »
(Enûma Eliš, Tavola I, 1-9, versione neoassira di Aššur/ Furlani 39)

Il "modello di Eridu" esprime quindi:
Abzu <-> Tiamat
An <-> Ki
Urash (Ki) <-> An <-> Nammu
Enlil - Enki

La nascita del mondo[modifica | modifica wikitesto]

Insieme ai tre principi primi cosmici: Cielo, Terra e Acqua si colloca la montagna Kur dove ha origine la stessa vita.

« An, il signore, illuminava il cielo, mentre la Terra (Ki) era al buio e nel Kur[54] lo sguardo non penetrava;
dall'abisso non si attingeva acqua[55], nulla si produceva, nella vasta terra non venivano scavati solchi;
L'eccelso purificatore di Enlil non esisteva ancora, i riti di purificazione non venivano eseguiti[56];
[la iero]dula del cielo non era ancora ornata[57], non si proclamavano le (sue) [lodi (?)];
[Cielo e Ter]ra non erano legati l'uno all'altra (formulando) un tutt'uno, non si erano ancora sposati;
la Luna non splendeva ancora, l'oscurità si estendeva [(dappertutto)];
An manifestava il suo splendore nell'abitazione (celeste),
il luogo dove egli abitava, non presenta tracce di vegetazione,
i poteri (me) di Enlil non erano stati distribuiti nei paesi
la santa signora dell'E-anna[58] non riceveva ancora le of[ferte];
i grandi Dei, gli Anunna[59], non circolavano sulla terra (?)
gli dèi del cielo, gli dèi della terra non esistevano ancora. »
(Gli dèi del cielo, gli dei della terra non esistevano ancora, datazione: Ur III; da Nippur. Traduzione: Römer)

Quindi si procede alla separazione tra il Cielo e la Terra. «È interessante notare che quasi tutti i miti cosmogonici sumerici iniziano con il descrivere la separazione del cielo e della terra effettuata da Enlil» [60].

« In quei giorni, quei giorni arcaici-
In quelle notti, quelle notti remote-
In quegli anni, quegli anni antichi[da 4 a 7 sono omissis]
Quando il Cielo fu separato dalla Terra
E la Terra fu separata dal Cielo [10 omissis]
An aveva portato con sé il Cielo
E Enlil aveva portato con sé la Terra,
E concessi gli inferi a Ereškigal »
(Gilgameš, Enkidu e gli Inferi, 1-13 datazione: ; da: ricostruito da 37 documenti. Traduzione: Shaffer in Bottero/Kramer p. 509, completa in Pettinato Gil p. 362)

Dalla separazione di Cielo e Terra nasce il loro matrimonio e quindi la natura.

« L'immensa piattaforma de (lla) Terra scintillava:
Verdeggiante era la sua (super)ficie!
Terra spaziosa era rivestita d'argento e lapislazzuli,
Ornata di diorite, calcedonio, cornalina, antimonio,
Agghindata splenditamente di vegetazione e erbaggi:
Aveva qualcosa di regale!
È che la nobile Terra, la santa Terra,
Si era fatta bella per Cielo, il prestigioso!
E Cielo, il dio sublime, affondò il suo pene
nella Terra spaziosa;
Versò insieme nella sua vagina,
Il seme dei valorosi Albero e Canna.
E, tutta quanta, come una vacca irreprensibile,
Si ritrovò gravida del ricco seme di Cielo! »
(Prologo della Disputa tra albero e canna, 1-13 datazione: ; da: . Traduzione: Kramer in Bottero/Kramer p. 510, completa in Pettinato MS pos 1863)
« Signore del cielo e della terra,[61]
non avevi fatto esistere la terra: l'hai creata,
non avevi fatto esistere la luce solare: l'hai creata,
non hai fatto esistere (più) il caos![62]
Signore: parola efficace,
Signore: prosperità,
Signore: eroicità,
Signore: ...,
Signore: sempre all'opera,
Signore: divinità,
Signore: salvifico,
Signore: dolce vita! »
(Signore del cielo e della terra, 1-15 datazione: 2500 a.C. ; da: Ebla. Traduzione: Pettinato; in Pettinato MS pos 2040)
La teologia della scuola di Nippur[modifica | modifica wikitesto]
La teologia della scuola di Eridu[modifica | modifica wikitesto]

L'origine dell'uomo e il suo destino[modifica | modifica wikitesto]

Il culto degli dèi[modifica | modifica wikitesto]

Accad[modifica | modifica wikitesto]

Babilonia[modifica | modifica wikitesto]

Assiria[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Lett. "governatore", che non raggiunge tuttavia il titolo di lugal (re). L'ensi indica un'autorità civile che coordina i lavori agricoli acquisendo successivamente un ruolo religioso (cfr. Giorgio R. Castellino. TSA 218).
  2. ^ Enrico Ascalone, Mesopotamia, Milano, Electa, 2005, p. 268.
  3. ^
    « Mesopotamian religion includes certain beliefs and practices of the Sumerians, Akkadians, Assyrians, Babylonians and other peoples who lived at various times in different parts of ancient Mesopotamia, the region corresponding roughly to modern Iraq, from the fourth through the first millennia BCE. »
    (Benjamin R. Foster. Mesopotamia in A Handbook of Ancient Religions (a cura di John R. Hinnells). Cambridge, Cambridge University Press, 2007, p. 161)
  4. ^ Geo Widengren (cfr. Die Religionen Irans, Stuttgart, 1965, pagg. 142-5) non ritiene che Ciro il Grande fosse uno zoroastriano; diversamente Mary Boyce (Cfr. The Religion of Cyrus the Great in A. Kuhrt and H. Sancisi-Weerdenburg, Achaemenid History III. Method and Theory, Leiden, 1988, pag 30) ritiene con sicurezza che fosse un adoratore di Ahura Mazdā.
  5. ^ Gherardo Gnoli, Babylonia in Encyclopaedia Iranica.
  6. ^ Da tener presente, tuttavia, che se da una parte Ciro II si proclamerà nel 539 a.C. inviato di Marduk alla 'liberazione' di Babilonia dal precedente empio sovrano, Nabonedo; Serse, mezzo secolo dopo, a seguito di una rivolta, darà alle fiamme il tempio del dio, portando via la sua sacra statua come preda di guerra (Cfr. Giovanni Pettinato. Babilonia. Milano, Rusconi, 1994, p. 246).
  7. ^ A titolo esemplificativo:
    « Definire la religione è compito tanto ineludibile quanto improbo. È infatti evidente che, se una definizione non può prendere il posto di una indagine, quest'ultima non può avere luogo in assenza di una definizione. »
    (Giovanni Filoramo. Religione in Dizionario delle religioni (a cura di Giovanni Filoramo). Torino, Einaudi, 1993, p. 621)
  8. ^ μέσο ποταμός, meso potamós: in mezzo ai fiumi.
  9. ^ Luigi Cagni, in Dizionario delle religioni, p. 472.
  10. ^
    « The designations Assyria and Babylonia are appropriate only for the second and first millennia BCE, or, more exactly, from about 1700 BCE on, when Ashur and Babylon rose to political prominence. »
    (Thorkild Jacobsen Mesopotamian Religions in Encyclopedia of Religion, vol.9. NY, Macmillan, 2004 p. 5946)
  11. ^ Luigi Cagni in Dizionario delle religioni, p. 472
  12. ^ Luigi Cagni. La religione della Mesopotamia in Storia delle religioni 1. Le religioni antiche (a cura di Giovanni Filoramo). Bari, Laterza, 1994, p. 116
  13. ^ Franz R. Kraus. Sumerer und Akkader. Amsterdam, 1970
  14. ^ Giovanni Pettinato Das altorientalische Menschenbild und die sumerischen und akkadischen Schöpfungsmythen. Heidelberg, 1971.
  15. ^ Già Adam Falkenstein nel 1954 (Cfr. La Cité-Temple sumérienne. CHM I 4 (1954): 784–812) era giunto a conclusioni analoghe.
  16. ^ Wilfred G. Lambert. The Relationship of Sumerian and Babylonian Myth as Seen in Account of Creation CRRAI 38 (1991) 129–135.
  17. ^ Piotr Steinkeller. Early Semitic Literature and Third Millennium Seals with Mythological Motifs. QdS 18 (1993) 243–275.
  18. ^ Jean-Marie Durand. Le Mithologème du combat entre le dieu de l'orage et la mèr in Mésopotamie. MARI 7 (1993) 41–61.
  19. ^ Va notato tuttavia che Wolfgang Heimpel (Cfr.Mythologie (mythology). I. In Mesopotamien. Reallexikon fur Assyriologie 8 (1997) 537–564) ribadisce sostanzialmente la posizione di Franz R. Kraus.
  20. ^ Giovanni Pettinato. Mesopotamian Religions in Encyclopedia of Religion, vol.9, New York, Macmillan, 2005, p.5963.
  21. ^ Giovanni Pettinato. I Sumeri. Milano, Bompiani, 2007, p. 59. Per Mario Liverani, inoltre, non è chiaro se il loro arrivo sia precisamente databile o piuttosto vi sia stata una lenta infiltrazione (cfr. Antico Oriente p.139).
  22. ^
    « Circa il luogo di provenienza prevale ancora oggi l'ipotesi di una migrazione dalla Valle dell'Indo, per via marittima. »
    (Giovanni Pettinato. I Sumeri. Milano, Bompiani, 2007, p.59)
    « I Sumeri sono penetrati con ogni probabilità in Mesopotamia attraverso una migrazione: o per la via del nord o del nord-est, oppure, come sembra, accennare il citato mito di Oannes, per la via del sud (Golfo Persico), in un momento non ancora precisato del Calcolitico. »
    (Luigi Cagni, La religione della Mesopotamia, in Storia delle religioni. Le religioni antiche, Laterza, Roma-Bari 1994, p.123)
  23. ^ Il termine sumer, da cui Sumeri, non appartiene alla lingua sumerica ma a quella accadica
  24. ^
    « La storia vera e propria di questa civiltà è per noi delineabile soltanto a partire dal 3000 a.C. circa. Questa data corrisponde al periodo in cui per la prima volta al mondo, a quanto oggi sappiamo, venne messo a punto un sistema di segni adatti a materializzare e fissare il pensiero e la parola. È sulla base di tale sistema che ci è possibile gettare una luce sulla civiltà della preistoria: di quella, non ci rimangono che resti archeologici, sovrabbondanti, ma poco espliciti, spesso equivoci e, in ogni caso, largamente insufficienti a procurarci una conoscenza esaustiva di un qualsiasi fenomeno propriamente umano. »
    (Jean Bottéro e Samuel Noah Kramer, Uomini e dèi della Mesopotamia, Milano, Mondadori, 2012, p.18)
  25. ^ Pietro Mander, Le religioni dell'antica Mesopotamia, p. 43.
  26. ^ Jean Bottéro e Samuel Noah Kramer, Uomini e dèi della Mesopotamia p. 55; e Giovanni Pettinato, I Sumeri, Milano, Bompiani, 2007, pp. 309 e sgg.)
  27. ^ Pietro Mander, La religione dell'antica Mesopotamia, Roma, Carocci, 2009, p. 44-45.
  28. ^ Per quanto attiene questo segno grafico e il suo significato cfr. Konrad Volk, A Sumerian reader, Roma, Pontificio istituto biblico, 1999, p.70 e p.90.
  29. ^ Henri Limet, Religione sumerica, in Dizionario delle religioni a cura di Paul Poupard, Milano, Mondadori, 2007, p. 1821
  30. ^ David Adams Leeming, tra gli altri, nota la similitudine di questa nozione sumera con quella egiziana di Maat (Cfr. The Oxford Companion to World Mythology p.100)
  31. ^ Henri Limet, Henri Limet, Religione sumerica, in Dizionario delle religioni a cura di Paul Poupard, Milano, Mondadori, 2007, p. 1821.
  32. ^ a b Henri Limet, Religione sumerica, in Dizionario delle religioni a cura di Paul Poupard, Milano, Mondadori, 2007, p. 1821.
  33. ^ Julien Ries, Il Sacro nella storia religiosa dell'umanità, Milano, Jaca Book, 2012, p.171
  34. ^ Henri Limet, Me, in Dizionario delle religioni a cura di Paul Poupard, Milano, Mondadori, 2007, p. 1165.
  35. ^ In questo mito Inanna seduce con libagioni Enki per sottrargli i me che le consentiranno di svolgere il suo divino compito di presidio dei "passaggi" da una condizione all'altra (ad esempio dallo stato ordinario a quello regale; questa caratteristica di dea della trasformazione è ben resa dai suoi sacerdoti-musici, i gala, accadico kalû, vestiti da donne).
  36. ^ Yvonne Rosengarten Sumer et le sacré. Parigi, Éditions de Boccard, 1977.
  37. ^ "JNES" 5, 1946, p. 139.
  38. ^ Die Eigenbegrifflichkeit der babylonischen Welt in Islamica 2, 1926, p. 369 (IDEM)
  39. ^ La sagesse sumero-akkadienne. Leiden, 1953 p. 19
  40. ^ Mircea Eliade, Storia delle idee e delle credenze religiose, vol. I, Milano, Rizzoli, 2006, p.73.
  41. ^ Cfr. Pietro Mander, Le religioni dell'antica Mesopotamia, p. 51
  42. ^ Per quanto attiene questo segno grafico e il suo significato cfr. Konrad Volk, A Sumerian reader, Roma, Pontificio istituto biblico, 1999, p.69 e p.80.
  43. ^ Le sacré dans les textes sumériens in L'expressione du sacré dans le grandes religions I, Proche-Orient ancient et traditions bibliques, coll. Homo Religiosus Louvain-la-Neuve 1978, 105-38.
  44. ^ Giovanni Pettinato, Mitologia sumerica, pos. 255.
  45. ^ Günter Dreyer, Umm el-Qaab I, Das prädynastische Königsgrab U-j und seine frühen Schriftzeugnisse, Mainz 1998, pp 47 e sgg. cit. da Harald Haarmann Modelli di civiltà a confronto nel mondo antico: la diversità funzionale negli antichi sistemi di scrittura in Origini della scrittura (a cura di Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti) Milano, Bruno Mondadori, 2002, p.31.
  46. ^ Giovanni Pettinato, Mitologia sumerica, pos. 256.
  47. ^ a b c Giovanni Pettinato. I sumeri. Milano, Bompiani, 2007, p. 308
  48. ^ Altri termini accadici sono: namrirrû, raŝubbatu, ŝalummatu, puluhtu sempre inerenti alla radiosità e alla luminosità nel campo del sacro.
  49. ^ Julien Ries. Alla ricerca di Dio. La via dell'antropologia religiosa, vol. 1 p.203
  50. ^ Giovanni Pettinato, Mitologia sumerica edizione in versione "mobi" pos. 1123.
  51. ^ Pettinato 313
  52. ^ Johannes Jacobus Adrianus van Dijck. Sumerische Religion in Jes Peter Asmussen, Jørgen Læssøe e Carsten Colpe (a cura di) Handbuch der Religionsgeschichte, I vol. Göttingen, Vandenhoeck & Ruprecht, 1971, pagg.431-96
  53. ^ Johannes Jacobus Adrianus van Dijck lo definisce come forma intelligibilis «presente in relatione seminalis» Confronto 227; Leick 27 come "elemento creativo".
  54. ^ Van Dijk e Römer rendono con Inferi; Chiodi e Pettinato come "montagna mitica".
  55. ^ Questo abisso è la dimora di Enki.
  56. ^ Ancora un riferimento a Enki che soprintendeva questi riti.
  57. ^ Si riferisce a Inanna quindi alla stella Venere.
  58. ^ Si riferisce a Inanna, anch'essa divinita poliade di Uruk.
  59. ^ Annuna (ki) riportato come: da-nuna, da-nuna-ke4-ne, d'a-nun-na, col singificato di "sangue principesco", "stirpe reale", sono il nome collettivo degli dèi principali e appare qui per la prima volta. In genere sono indicati nel numero di cinquanta, ma nell'Enûma Eliš sono sei, in altre tradizioni sette.
  60. ^ Giovanni Pettinato, I Sumeri, Milano, Bompiani, 2007, p.315
  61. ^ Lugalanki (lugal-an-ki) epiteto di An o di Enlil.
  62. ^ Caos, significato traslato, lett. "digrignare i denti".