Sidereus Nuncius

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Sidereus Nuncius
Sidereus Nuncius 1610.Galileo.jpg
Frontespizio della prima edizione
Autore Galileo Galilei
1ª ed. originale 1610
Genere trattato
Lingua originale latino

Il Sidereus Nuncius (che si potrebbe tradurre in italiano Annunciatore Celeste) è un trattato di astronomia scritto da Galileo Galilei e pubblicato il 12 marzo 1610[1].

Il trattato[modifica | modifica sorgente]

Grazie alla sua competenza nel fabbricare lenti, combinata con la perizia dei mastri vetrai di Murano, e grazie a un munifico stipendio accordatogli dal Senato veneziano dopo una magistrale dimostrazione delle potenzialità militari del "cannone occhiale" effettuata dal campanile di San Marco il 21 agosto 1609, Galileo, che allora insegnava all'università di Padova, si dedicò con eccezionale alacrità al perfezionamento del suo "cannocchiale" e poté finalmente puntarlo verso il cielo utilizzandolo altrettanto magistralmente in campo astronomico.[2] Durante le notti serene dell'autunno e dell'inverno successivi, scrutò sbalordito la volta stellata effettuando osservazioni talmente rivoluzionarie da far crollare l’intera impalcatura dell’astronomia e della cosmologia aristotelico-tolemaica.

Prima di tutto individuò delle rugosità (montagne e crateri) sulla superficie della Luna, fino ad allora ritenuta completamente liscia e composta di materia celeste incorruttibile. Poi, con l'osservazione delle luci e delle ombre proiettate dalla Terra sulla Luna, capì il movimento relativo fra i due corpi celesti. Passando quindi all'analisi della Via Lattea, la identificò come un enorme ammasso di stelle e corpi celesti, raggruppati a mucchi. Infine focalizzò la sua attenzione su Giove, di cui scoprì 4 satelliti naturali battezzati prima "pianeti cosmici" e poi "pianeti medicei",[3] e, correlando la natura di tali satelliti a quella della Luna, stabilì che Giove era un pianeta simile alla Terra fra altri pianeti simili.

La Luna disegnata da Galileo nel Sidereus Nuncius (a sinistra), accostata a una moderna fotografia dello stesso punto.

Nel suo latino asciutto e misurato, Galileo annunziò al mondo queste strabilianti scoperte nel Sidereus Nuncius. Il suo trattato ebbe una eco immediata e vastissima divenendo un pilastro della "nuova" scienza. Già all'indomani della sua pubblicazione l'ambasciatore inglese a Venezia, sir Henry Wotton, inviava a re Giacomo I una copia del volume anticipandogliene il contenuto ed evidenziandone la clamorosa importanza: «di queste cose, qui si discute in ogni dove... E l'autore rischia di diventare o eccezionalmente famoso o eccezionalmente ridicolo».[4]

Nonostante qualche inevitabile polemica, Galileo vide riconosciute le sue scoperte da Keplero,[5] divenne famoso in tutto il mondo (perfino in Cina, dove fu conosciuto come Chia-Li-Lueh) e, dopo il ritorno in Toscana come matematico e filosofo di corte del granduca Cosimo II de' Medici, fu accolto in pompa magna a Roma, dove entrò a far parte della prestigiosissima Accademia dei Lincei.

Qui tuttavia cominciarono i suoi problemi con gli accademici, laici, dei Lincei e con il Sant'Uffizio, la congregazione pontificia che si occupava delle eresie. I primi erano invidiosi dei successi di Galileo, erano scettici sull'affidabilità del nuovo strumento di osservazione (il telescopio), ed erano ancorati alla teoria geocentrica, che insegnavano da anni e che era molto più semplice da verificare. Saranno questi, nella persona dello scienziato Cesare Cremonini, a rifiutarsi di guardar dentro al telescopio, mentre i religiosi come il cardinale Roberto Bellarmino (poi Santo e Dottore della Chiesa) presero molto sul serio le innovazioni introdotte dallo scienziato. Furono proprio gli scienziati dei Lincei a spostare la questione sul piano teologico, asserendo che se la teoria eliocentrica, attribuita a Niccolò Copernico (1473-1543), fosse stata vera, avrebbe contrastato con il brano dell'Antico Testamento in cui si afferma che il Sole fu "fermato" da Dio per un giorno (Gs 10,12-13). Galileo non ebbe la capacità di tenersi fuori da questa diatriba, forte del sostegno sul piano scientifico da parte di insigni religiosi, e dichiarò che allora quel brano della Scrittura doveva ritenersi non ispirato.

A causa di questa commistione del piano teologico con quello scientifico, nel 1616 il Sant'Uffizio proibì l'insegnamento della teoria eliocentrica come certa e provata. Il nome di Galileo non compariva nella condanna: stimato da molti ecclesiastici, tra cui il futuro papa Urbano VIII, allo scienziato fu comunicato privatamente di non insegnare come certa la teoria copernicana e gli fu ingiunto di rimuovere i passi scritturali dalle nuove edizioni del Sidereus. Promessa che Galileo non mantenne nell'edizione uscita a Bologna nello stesso anno. Evidentemente in lui più di tutto poterono la consapevolezza di essere nel giusto e l'amore per la libertà.

La censura[modifica | modifica sorgente]

Nonostante il sostegno alla teoria copernicana da parte di molti ecclesiastici, ed in particolare di molti gesuiti, questa venne dichiarata incompatibile con la fede cattolica. Il Sidereus Nuncius venne messo all'indice. Si noti che nel 1612 lo stesso Sant'Uffizio aveva dato il non luogo a procedere alle accuse di eresia della teoria copernicana rivolte da un domenicano, Niccolò Lorini.

Bellarmino attenua la condanna del 1616

"Noi Roberto cardinale Bellarmino, havendo inteso che il Signor Galileo Galilei sia calunniato o imputato di aver abjurato in mano nostra, et anco di essere stato per ciò penitentiato di penitentie salutari, et essendo ricercati della verità, diciamo che il suddetto Sig.or Galileo non ha abjurato in mano nostra né d'altra sorte, ma solo gli è stata denuntiata la dichiarazione fatta da N.ro Sig.re et pubblicata nella Sacra Congregazione dell'Indice, nella quale si contiene che la dottrina di Copernico, che la Terra si muove intorno al Sole et che il Sole sia nel centro del mondo senza muoversi da oriente ad occidente, sia contraria alle Sacre Scritture e però non si possa defendere né tenere. E in fede di ciò abbiamo scritta et sottoscritta la presente di nostra mano questo dì 26 maggio 1616". (Rino Cammilleri, Il caso Galileo, Novara, Art, 2004)

Per interpretare questo paradosso, è necessario calarsi nel clima culturale del tempo. Galileo, citando brani della Scrittura e confrontandoli con i risultati delle osservazioni scientifiche, sosteneva che la Scrittura avrebbe dovuto essere considerata sbagliata qualora fosse risultata in contrasto con quanto provato dalla scienza. Questa ipotesi strideva fortemente con le competenze del Magistero della Chiesa, il cui compito di interpretare le Scritture veniva difeso dal Sant'Uffizio. Tutto ciò avveniva in un clima culturale fortemente esposto all'"eresia protestante", secondo la quale la Scrittura sarebbe addirittura l'unica fonte per la fede e dunque il ruolo del Magistero sarebbe nullo. Certo la condanna, di tipo teologico, non aveva nulla a che fare con la teoria copernicana in sé: secondo il punto di vista moderno, ribadito anche dalla Chiesa, fu un errore di metodo condannare la teoria scientifica per difendere quella teologica.

Nel 1633 Galileo subì un secondo processo, in seguito alla pubblicazione del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo. In questo processo ricevette la seguente condanna: l'abiura della teoria copernicana come teoria certa, la recita dei salmi penitenziali una volta a settimana per tre anni e l'esilio a Siena (poi commutato). Nessuna tortura e nessuna incarcerazione gli furono inflitte, nessun "E pur si muove!" fu pronunciato da Galileo in quell'occasione.

Per alcuni intellettuali, come ad esempio Bertolt Brecht, l'abiura di Galileo fu segno di viltà per non aver intrapreso una ribellione contro il potere politico detenuto dalla Chiesa nello Stato Pontificio. Per altri questa pena, seppure ingiustificabile, è da considerarsi poco più che simbolica.

La censura alle opere di Galileo venne rimossa nel 1757, anno in cui la Chiesa riconobbe come vera la dottrina di Copernico.

Va anche detto che dal punto di vista strettamente scientifico, la teoria copernicana non veniva provata né dai risultati contenuti nel Sidereus, né in quelli riportati nel Dialogo (ove peraltro la prova delle maree era sbagliata, come aveva rilevato lo stesso Keplero). Certo il sistema tolemaico (tutto ruota attorno alla Terra) risultava non adeguato ed obsoleto, tuttavia non esistevano prove sperimentali collegabili direttamente alla teoria copernicana. Per molti anni diversi scienziati (come Bacone, Laplace, Poincaré) non la considerarono attendibile. L'evidenza scientifica del moto della Terra attorno al Sole dovrà aspettare diversi anni di sviluppo sia tecnologico che matematico. Resta però indiscutibile l'elementare fatto che Galileo aveva ragione.

Edizioni e traduzioni[modifica | modifica sorgente]

I disegni della Luna realizzati da Galileo per il Sidereus Nuncius.

I 550 esemplari della prima edizione del Sidereus Nuncius (Venezia, Baglioni, 1610) andarono esauriti in poco più di una settimana. Nello stesso anno ne uscì una seconda edizione a Francoforte, probabilmente illegale, con xilografie (anziché le incisioni originali) poco accurate e con errori di orientamento e di definizione. Solo dopo la morte di Galileo apparve la terza edizione (Londra, 1653), seguita da quella all'interno delle Opere di Galileo curate da Carlo Manolessi (Bologna, 1655-1656, in 2 volumi). Sul finire del secolo va infine ricordata la traduzione francese, curata dall'Académie des nouvelles decouvertes de Medecine, Le messager céleste (Parigi, 1681).

L'interesse dei lettori e degli editori (come del resto quello dello stesso Galileo nell'ultimo decennio di vita) si era ormai spostato dal saggio singolo al "corpus" delle opere galileiane. Videro così la luce nuove edizioni delle Opere di Galileo: quella fiorentina in 3 volumi del 1718, curata da Tommaso Buonaventuri e Guido Grandi, e quella padovana in 4 volumi del 1744, curata dall'astronomo Giuseppe Toaldo e in cui compare il famigerato Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, per la prima volta dopo la condanna da parte della Chiesa cattolica di oltre cent'anni prima.[6] Erano comunque tutte edizioni incomplete e bisognerà attendere il XIX secolo per una pubblicazione in qualche modo esaustiva, seppur ancora viziata da errori e omissioni (quella curata da Eugenio Albèri, del 1842-1856), e addirittura il XX per la cosiddetta "edizione nazionale" voluta da Antonio Favaro (in 20 volumi, 1890-1909).

In ogni caso, il testo del Sidereus Nuncius era in latino e, con le edizioni in italiano e nelle altre lingue nazionali, cominciò a porsi il problema di come tradurre un titolo che offriva svariate possibilità di interpretazione. Secondo il filosofo Giulio Giorello: «Alla lettera, il titolo del testo galileiano vuol dire "messaggio proveniente dalle stelle"; ma presto venne interpretato come "messaggero celeste".» [7] Il riferimento alla traduzione francese è evidente, ma in effetti l'interpretazione Messaggio/Messaggero celeste è probabilmente la più diffusa (ribadita per altro anche da Isabelle Pantin nella moderna edizione delle Belles lettres).[8] Vanno comunque segnalati anche i molto rigorosi Avviso Sidereo, adottato da Tiziana Bascelli (con William Shea) per la sua recente edizione veneziana,[9] e Avviso astronomico, scelto invece da Luisa Lanzillotta per l'edizione Ricciardi del 1952.[10]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Fonte www.museoscienza.org/approfondimenti/documenti/galileo/
  2. ^ Benché Galileo non sia stato il primo a usare il "cannocchiale/telescopio" per l'osservazione e lo studio degli astri, essendo stato preceduto da alcuni studiosi olandesi e dall'inglese Thomas Harriot, il Sidereus Nuncius fu comunque il primo trattato scientifico basato su osservazioni astronomiche realizzate con quel nuovo strumento.
  3. ^ In onore del granduca di Toscana Cosimo II de' Medici, che Galileo voleva ingraziarsi per poter ritornare a Firenze. Il nome da lui scelto non ebbe però particolare successo perché, allora come oggi, i quattro astri continuano ad essere chiamati "satelliti galileiani".
  4. ^ Riportato in Gabriele Vanin, Il Sidereus Nuncius, "Treccani.it", 15 maggio 2009. URL consultato il 16 gennaio 2010.
  5. ^ È rimasta celebre l'affermazione "Vicisti Galilæe", che Keplero appose a conclusione della propria opera Narratio de observatis a se quattuor Jovis satellibus erronibus del 1611, riprendendo la nota frase con cui l'imperatore Giuliano l'Apostata aveva a suo tempo riconosciuto la vittoria del Cristianesimo e di Gesù il "galileo".
  6. ^ Nel 1757 il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo sarà anche tolto dall'Indice dei libri proibiti.
  7. ^ Le lune di Galileo e il cannocchiale, "Corriere della Sera", 3 marzo 2009, p. 43. URL consultato il 16 gennaio 2010.
  8. ^ Le messager céleste, Parigi, Les belles lettres, 1992. ISBN 2251345051.
  9. ^ Sidereus Nuncius, ovvero Avviso Sidereo, Venezia, Marcianum Press, 2009. ISBN 9788889736845.
  10. ^ Disponibile on line dal 1998 su liberliber.it.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Andrea Albini, Oroscopi e cannocchiali. Galileo, gli astrologi e la nuova scienza (prefazione di Margherita Hack), Grottaferrata, Avverbi, 2008. ISBN 9788887328530.
  • Franco Cardini, La verità su Galileo, "Liberal", 23 maggio 2009.
  • Barbara Cimino, Galileo, Milano, Mondadori, 1966.
  • Gabriele Vanin, Galileo astronomo. 1609-2009: a 400 anni dalla prima osservazione telescopica del cielo, la storia delle straordinarie scoperte che mutarono il nostro modo di percepire l'universo, Rasai di Seren del Grappa, Edizioni DBS, 2008.
  • Rino Cammilleri, Il caso Galileo, Novara, Art, 2004.

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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