Empedocle

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Empedocle di Agrigento

Empedocle (in greco: Ἐμπεδοκλῆς) (Agrigento, ... – ...) è stato un filosofo, poeta e scienziato greco antico siceliota, vissuto nel sec. V a.C.[1].

Indice

Vita[modifica]

Agrigento. Il tempio di Hera costruito vivente Empedocle

Il "Grande Empedocle"[2] nacque da una famiglia antica, nobile e ricca di Agrigento[3]. Come suo padre Metone, che ebbe un ruolo importante nell'allontanamento del tiranno Trasideo da Agrigento nel 470, egli partecipò alla vita politica della città negli anni fra il 446 e il 444 a.C., schierandosi dalla parte dei democratici e contribuendo al rovesciamento dell'oligarchia formatasi all'indomani della fine della tirannide, un governo chiamato dei "Mille". La tradizione gli attribuisce uno spirito caritativo nei confronti dei poveri[4] e severo verso gli aristocratici[5]. Si dice anche che abbia rifiutato il governo della città che gli era stato offerto.[6]

Dai suoi nemici fu poi esiliato nel Peloponneso, dove forse conobbe Protagora e Erodoto. Tra i suoi discepoli vi fu anche Gorgia.

« Successivamente Empedocle abolì anche l'assemblea dei Mille, costituita per la durata di tre anni, sì che non solo appartenne ai ricchi, ma anche a quelli che avevano sentimenti democratici. Anche Timeo nell'undicesimo e nel dodicesimo libro - spesso infatti fa menzione di lui - dice che Empedocle sembra aver avuto pensieri contrari al suo atteggiamento politico. E cita quel luogo dove appare vanitoso ed egoista. Dice infatti: 'Salvete: io tra di voi dio immortale, non più mortale mi aggiro'. Etc. Nel tempo in cui dimorava in Olimpia, era ritenuto degno di maggiore attenzione, sì che di nessun altro nelle conversazioni si faceva una menzione pari a quella di Empedocle. In un tempo posteriore, quando Agrigento era in balìa delle contese civili, si opposero al suo ritorno i discendenti dei suoi nemici; onde si rifugiò nel Peloponneso ed ivi morì.[7] »

Secondo il racconto di Diogene Laerzio, si iscrisse alla Scuola pitagorica divenendo allievo di Telauge, il figlio di Pitagora. Seguì la dieta pitagorica e rifiutò i sacrifici cruenti: secondo la leggenda, dopo una vittoria olimpica alla corsa dei carri, per attenersi all'usanza secondo cui il vincitore doveva sacrificare un bue, ne fece fabbricare uno di mirra, incenso ed aromi, e lo distribuì secondo la tradizione.[8]

Secondo altri seguì gli insegnamenti di Brontino e di Epicarpo.

Aneddoti e leggende[modifica]

Il vulcano Etna

La sua oratoria brillante[9], la sua conoscenza approfondita della natura, e la reputazione dei suoi poteri meravigliosi, tra cui la guarigione delle malattie, e il poter scongiurare le epidemie, hanno prodotto molti miti e storie che circondano il suo nome:

« Scoppiata una pestilenza fra gli abitanti di Selinunte per il fetore derivante dal vicino fiume, sì che essi stessi perivano e le donne sofrivano nel partorire, Empedocle pensò allora di portare in quel luogo a proprie spese (le acque di) altri due fiumi di quelli vicini: con questa mistione le acque divennero dolci. Così cessò la pestilenza e mentre i Selinuntini banchettavano presso il fiume, apparve Empedocle; essi balzarono, gli si prostarono e lo pregarono come un dio. Volle poi confermare quest'opinione di sé e si lanciò nel fuoco.[10][11] »

Si diceva che fosse un mago e capace di controllare le tempeste, e lui stesso, nella sua famosa poesia Le purificazioni sembra avesse affermato di avere miracolosi poteri, compresa la distruzione del male, la guarigione della vecchiaia, e il controllo di vento e pioggia.

I sicelioti lo veneravano come profeta e gli attribuivano numerosi miracoli.

Le numerose testimonianze che riguardano la sua biografia sono alquanto discordanti e non consentono di attribuire un'identità precisa alla sua figura. A conferma di ciò sono le numerose leggende sul suo conto. I suoi amici e discepoli raccontano ad esempio che alla morte, essendo amato dagli dèi, fu assunto in cielo; mentre Eraclide Pontico sostiene che, gettatosi nel cratere dell'Etna[12], il vulcano avrebbe eruttato, dopo qualche istante, uno dei suoi famosi sandali di bronzo[13]. In realtà non sappiamo neanche se sia morto in patria o, come sembra più probabile, nel Peloponneso[14]. Secondo Aristotele Empedocle morì all'età di 60 anni (ca. 430 a.C.), mentre altri autori affermano che visse fino all'età di 109.[15]

Una biografia di Empedocle scritta da Xanto di Lidia, suo contemporaneo, è andata perduta.[16]

A Empedocle la tradizione attribuisce numerose opere, fra cui anche alcuni trattati – sulla medicina, sulla politica e sulle guerre persiane – e tragedie. A noi sono giunti però solo frammenti dei due poemi: Sulla natura (Περὶ Φύσεως, Perì phýseōs, titolo per altro comune a molte opere filosofiche antiche) e Purificazioni (Καθαρμοί, Katharmoí). Della prima, di carattere cosmologico e naturalistico, sono rimasti circa 400 frammenti di diseguale ampiezza sugli originali 2000 versi, mentre della seconda, di carattere teologico e mistico, abbiamo poco meno di un centinaio rispetto agli originali 3000. La lingua da lui usata è il dialetto ionico.

Pensiero ed opere[modifica]

Sulla natura[modifica]

La filosofia di Empedocle si presenta come un tentativo di combinazione sintetica delle precedenti dottrine ioniche, pitagoriche, eraclitee e Parmenidee. Dalla filosofia ionica e da quella di Eraclito egli accoglie l'idea del divenire, del continuo e incessante mutamento delle cose. Da Parmenide, al contrario, accetta la tesi dell'immutabilità e dell'eternità dell'Essere. Empedocle – e come lui anche gli altri fisici pluralisti – cerca di risolvere questa contraddizione distinguendo la realtà che ci circonda, mutevole, dagli elementi primi, immutabili, che la compongono.

Empedocle chiama tali elementi "radici" (ριζώματα - rizòmata), e afferma che sono in tutto quattro, associando ognuno di essi a un particolare dio della mitologia greca, sulla base di concezioni orfiche e misteriche proprie dei riti iniziatici allora in uso presso la Sicilia orientale.[17] I quattro elementi (e i rispettivi dèi associati) dunque sono:

  1. fuoco (Zeus),
  2. aria (Era),
  3. terra (Edoneo),
  4. acqua (Nesti).

L'unione di tali radici determina la nascita delle cose e la loro separazione, la morte. Si tratta perciò di apparenti nascite e apparenti morti, dal momento che l'Essere (le radici) non si crea e non si distrugge, ma è soltanto in continua trasformazione. Si può perciò considerare il lavoro di Empedocle come una continuità temporale, tra i naturalisti e i sofisti, in cui si cerca di "conservare" le tesi dei precedenti filosofi. Infatti l'immortalità degli elementi può essere considerata come, per l'appunto, l'immortalità dell'essere, mentre il continuo nascere e morire degli aggregati è un richiamo piuttosto evidente al divenire di Eraclito.

L'aggregazione e la disgregazione delle radici sono determinate dalle due forze cosmiche e divine Amicizia o Amore (φιλóτας - filotas) e Inimicizia o Discordia (νεῖκος - neikos), secondo un processo ciclico eterno. In una prima fase, tutti gli elementi e le due forze cosmiche sono riunite in un Tutto omogeneo, nello Sfero, il regno dove predomina l'Amore. Ad un certo punto, sotto l'azione della Discordia, inizia una progressiva separazione delle radici.

L'azione della Discordia non è ancora distruttiva, dal momento che le si oppone la forza dell'Amore, in un equilibrio variabile che determina la nascita e la morte delle cose, e con esse quindi il nostro mondo. Quando poi la Discordia prende il sopravvento sull'Amore, e ne annulla l'influenza, si giunge al Caos, dove regna la Discordia e dove è la dissoluzione di tutta la materia. A tal punto il ciclo continua grazie ad un nuovo intervento dell'Amore che riporta il mondo alla condizione intermedia in cui le due forze cosmiche si trovano in nuovo equilibrio che dà nuovamente vita al mondo. Infine, quando l'Amore si impone ancora totalmente sulla Discordia si ritorna alla condizione iniziale dello Sfero. Da qui il ciclo ricomincia.

Il ciclo cosmico secondo Empedocle

Il processo che porta alla formazione del mondo è quindi una progressiva aggregazione delle radici. Tale unione, ben lontano dall'avere un carattere finalistico, è assolutamente casuale. E tale casualità si evidenzia a proposito degli esseri viventi. All'inizio infatti le radici si uniscono a formare arti e membra separati, che solo in seguito si uniranno, sempre casualmente tra di loro. Nascono così mostri di ogni specie (come ad esempio il Minotauro), che - sembra dire Empedocle nell'interpretazione di Simplicio, quasi anticipando Charles Darwin - sono scomparsi solo perché una selezione naturale favorisce alcune forme di vita rispetto ad altre, meglio organizzate e perciò più adatte alla sopravvivenza (DK 31 B 61,98). Però è anche vero che in un altro frammento (DK 31 B 96), Empedocle si stupisce dell'armonia della natura, giungendo a dire che "le bianche ossa sono connesse con i legami di Armonia, divinamente (ϑεσπέσιος)". Bisognerebbe quindi usare una certa cautela nel vedere senz'altro nel filosofo agrigentino un antesignano di Darwin in senso stretto.

Le quattro radici sono anche alla base della gnoseologia di Empedocle. Egli infatti sostenne che i processi della percezione sensibile (essere modificati dagli oggetti esterni) e della conoscenza razionale fossero possibili solo in quanto esisteva una identità di struttura fisica e metafisica tra il soggetto conoscente, ossia l'uomo, e l'oggetto conosciuto, ossia gli enti della natura.

Sia l'uomo che gli enti erano formati da analoghe mescolanze quantitative delle quattro radici ed erano mossi dalle medesime forze attrattive e repulsive. Questa omogeneità rendeva possibile il processo della conoscenza umana, che si basava dunque sul criterio del simile, tesi esattamente opposta a quella di Anassagora: l'uomo conosceva le cose perché esse erano simili a lui. Infatti così affermò Empedocle: «noi conosciamo la terra con la terra, l'acqua con l’acqua, il fuoco con il fuoco, l'amore con l'amore e l'odio con l'odio».

Purificazioni[modifica]

« ...coloro che presso i Greci vengono chiamati "fisici", dovremmo chiamarli anche poeti, perché il fisico Empedocle scrisse un eccellente poema.[18] »
« Si tramanda che il rapsodo Cleomene abbia recitato in Olimpia proprio il suo poema, le Purificazioni: lo attesta anche Favorino nelle sue Memorie.[19] »

Nel secondo scritto a noi pervenuto, le Purificazioni, Empedocle riprende la teoria orfica e pitagorica della metempsicosi, affermando l'esistenza di una legge di natura che fa scontare agli uomini i propri peccati attraverso una serie continua di nascite e di morti, tramite cui l'anima, di origine divina, trasmigra da un essere vivente all'altro (animale o vegetale) per millenni. Questa concezione conduce al rifiuto assoluto dei sacrifici, poiché in ogni essere vivente vi è un'anima umana, che sta compiendo il suo ciclo di reincarnazioni. Se nel corso di questo ciclo l'anima si è comportata secondo giustizia, al termine potrà tornare nella sua condizione divina.

Rispetto alla sua precedente opera vi sono delle contraddizioni che è stato difficile per i suoi esegeti conciliare. Ad esempio, ad una visione naturalistica del poema Sulla natura si contrappone la teoria della reincarnazione delle Purificazioni: nel primo scritto l'anima è anche detta mortale, mentre è definita immortale nel secondo. C'è chi ha spiegato tali incongruenze con la versatilità di Empedocle, scienziato e profeta al tempo stesso, medico e taumaturgo contemporaneamente. C'è invece chi ha ipotizzato una paternità diversa delle due opere. Recentemente, tuttavia, è stato rinvenuto un papiro contenente nuovi scritti di Empedocle, che ha consentito di integrare le due versioni, portando a ritenerle complementari. Le due opere, quindi, farebbero forse parte di uno stesso trattato.[20]

Si distinse come fautore del vegetarismo, in modo specifico per il rispetto degli animali.

Riconoscimenti[modifica]

Empedocle in un ritratto dell Cronache di Norimberga

Lo stile di Empedocle viene lodato dagli antichi:

(LA)
« Dicantur ei quos physikoús Graeci nominant eidem poetae, quoniam Empedocles physicus egregium poema fecerit »
(IT)
« Siano pure detti poeti anche coloro che i greci chiamano fisici, dal momento che il fisico Empedocle scrisse un poema egregio »
(Cicerone, De Oratore 1, 217)
« padre della retorica »
(Aristotele fr. 1, 9, 65)

Lucrezio (De rerum natura 727 ss.) lo prende addirittura come modello.

Ernest Renan lo definisce «uomo di multiforme ingegno, mezzo Newton e mezzo Cagliostro»[21].

Nel 1861 gli viene intitolato il Regio Liceo Classico di Agrigento, dove studiarono, fra gli altri, Luigi Pirandello e Andrea Camilleri.

Note[modifica]

  1. ^ Secondo le discordanti fonti sulla vita di Empedocle «... la cronologia di Empedocle andrebbe fissata tra il 484-1 e il 424-1» (Cfr. G. Giannatoni, I presocratici. Testimonianze e frammenti, Roma-Bari 1986. Vol. I, pp.323-4). Secondo E. Bignone (in Empedocle: studio critico, traduzione e commentario delle testimonianze e dei frammenti, Torino 1916) Empedocle sarebbe vissuto tra il 492 a.C. e il 432 a.C. Anche L. Robin ritiene che «La sua vita...sembra sia scorsa tra il primo decennio del secolo V e il 430 circa» (in Storia del pensiero greco, Torino 1978, p.131). In uno studio recente M. J. Schiefsky ritiene che Empedocle sia nato nel 490 a. C. e morto nel 430 a.C. (in Hippocrates, On ancient Medicine, Leiden-Boston 2005 p.63)
  2. ^ Così nella letteratura antica come riferisce Bertrand Russel nella sua Storia della filosofia occidentale, citando un poeta anonimo: «Grande Empedocle, che l'anima ardente, saltò in Etna, ed è stato arrostito intero». L'appellativo "grande" trova conferma in numerosi autori
  3. ^ Diogene Laerzio, VIII. 51
  4. ^ Diogene Laerzio, VIII. 73
  5. ^ Timeo, ap. Diogene Laerzio, VIII. 64, comp. 65, 66
  6. ^ Aristotele ap. Diogene Laerzio, VIII. 63; cfr. Timeo, ap. Diogene Laerzio, 66, 76
  7. ^ Diogene Laerzio, VIII, 66, 67
  8. ^ Cfr. Erica Joy Mannucci, La cena di Pitagora, Carocci editore, 2008, p. 19.
  9. ^ Satiro, ap. Diogene Laerzio, VIII. 78; Timeo, ap. Diogene Laerzio, 67.
  10. ^ Diogene Laerzio, VIII. 60, 70, 69.
  11. ^ Plutarco, de Curios. Princ., Adv. Colote, Plinio, HN XXXVI. 27, e altri.
  12. ^ Diogene Laerzio, VIII. 67, 69, 70, 71; Orazio, ad Pison. 464, ecc.
  13. ^ Cfr. Eraclide Pontico, fr. 83 Wehrli, citato in Luciano De Crescenzo, Storia della filosofia greca. I Presocratici, Mondadori.
  14. ^ «Timeo ci attesta esser lui finito di morte naturale nel Peloponneso. Dicono alcuni che trovandosi egli in Messina a cagion di una festa sia ivi caduto da un carro, e rottasi la coscia, sia morto. Credono altri che in mare naufragasse: altri che si fosse strangolato da sé.» (In Domenico Scinà, Memorie sulla vita e filosofia d'Empedocle gergentino, ed. Lo Bianco, Palermo 1859, p.55
  15. ^ Apollonio, ap. Diogene Laerzio, VIII. 52, comp. 74, 73
  16. ^ Wolfgang Haase, 2, Principat ; 36, Philosophie, Wissenschaften, Technik 6, Philosophie (Doxographica [Forts.]), Volume 36, ed. Walter de Gruyter, 1992 p.4207 nota 111
  17. ^ Peter Kingsley, Misteri e magia nella filosofia antica. Empedocle e la tradizione pitagorica, Il Saggiatore, 2007. ISBN 978-88-428-1033-9
  18. ^ Cicerone, De Oratore, I, 217
  19. ^ Diogene Laerzio VIII, 63
  20. ^ Empedocle di Agrigento. URL consultato in data 18 febbraio 2013(archiviato dall'url originale in data 5 agosto 2010)
  21. ^ Ernest Renan, Vingt jours en Sicilie. Mélanges d'histoire et de voyages, p. 103, citato in Luciano De Crescenzo, op. cit.

Bibliografia essenziale[modifica]

  • Mario Rapisardi, Empedocle ed altri versi, Catania, Giannotta, 1892
  • E. Bignone, Empedocle, Torino 1913 (rist. Roma 1963)
  • G. Colli, Empedocle, Pisa 1949
  • C. Gallavotti, Empedocle. Poema fisico e Lustrale, Milano 1975
  • Luciano De Crescenzo, Empedocle, in Storia della filosofia greca. I Presocratici, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1983
  • Angelo Tonelli (a cura di), Empedocle. Frammenti e testimonianze, Bompiani, 2002 ISBN 88-452-9189-8
  • L. Rossetti, C. Santaniello, Studi sul pensiero e sulla lingua di Empedocle, Bari 2004
  • Jacquemard Simonne, Tre mistici greci. Orfeo, Pitagora, Empedocle, trad. it. di M. Marino, Pisani editore, 2004 ISBN 88-87122-42-3
  • P. Kingsley, Misteri e magia nella filosofia antica. Empedocle e la tradizione pitagorica, Il Saggiatore, Milano 2007
  • F. Montevecchi, "Empedocle d'Agrigento", Liguori, Napoli, 2010
  • D. Sperduto, Il divenire dell'eterno. Su Emanuele Severino (e Dante), Aracne, Roma 2012, cap. 1

Voci correlate[modifica]

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Collegamenti esterni[modifica]

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