De re aedificatoria

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De re aedificatoria
De Re Aedificatoria.jpg
Frontespizio dell'edizione in volgare del 1550
Autore Leon Battista Alberti
1ª ed. originale 1450
Genere trattato
Lingua originale latino

Il De re ædificatoria è un trattato in dieci libri sull'architettura scritto da Leon Battista Alberti intorno al 1450, durante la sua lunga permanenza a Roma, su commissione di[senza fonte] Leonello d'Este. L'edizione del 1452[senza fonte] venne dedicata a Niccolò V.

Significato culturale e fortuna critica[modifica | modifica wikitesto]

L'opera, considerata il trattato architettonico più significativo della cultura umanista, fu scritto in latino ed era rivolto non solo ad un pubblico specialistico ma anche al pubblico colto di educazione umanistica: fu scritto sul modello dei dieci libri del trattato De architectura di Vitruvio, allora circolante in copie manoscritte, non ancora corrette filologicamente e non tradotto in volgare. Alberti ebbe anche un'attitudine critica verso il modello di Vitruvio, ed in particolare sul linguaggio ricco di elementi lessicali specialistici o comunque non latini, che rendevano oscuro il significato di molti passi del De architectura.

L'opera fu contemporaneamente il tentativo di fare una rilettura critica del testo vitruviano e realizzare il primo trattato moderno di teoria dell'architettura, in cui spiegare come costruire gli edifici (e non come fossero costruiti) senza ricorrere ad immagini, ma fissando con le parole i concetti e le istruzioni che diventavano così autonomi e assoluti rispetto alle varie edizioni, dove invece le immagini potevano anche venire a mancare o essere deformate.

Sono presenti inoltre citazioni da Aristotele e Platone, tra gli altri, che brevemente inquadrano anche sociologicamente la funzione dell'architettura.

Il De re aedificatoria non fu stampato durante la vita di Alberti che pure aveva tentato varie volte di affidare le proprie opere a tale nuovo mezzo di diffusione. Il trattato ebbe quindi una diffusione abbastanza limitata. Il trattato fu stampato, grazie al mecenatismo di Lorenzo il Magnifico ed a cura del Poliziano[1], solo nel 1485 rimanendo comunque un'opera riservata solo agli ambienti colti a causa dell'essere scritto in latino in un'epoca in cui si stava imponendo il volgare. Una maggior diffusione si ebbe dopo la traduzione in italiano edita nel 1546 e soprattutto quella 1550, opera di Cosimo Bartoli. In seguito il trattato fu riscoperto e ristampato nel corso del XVIII secolo.[2]

Struttura dell'opera[modifica | modifica wikitesto]

L'opera è così suddivisa:

  • Prima parte: firmitas in Vitruvio, analizza la scelta del terreno, i materiali da utilizzare e le fondazioni
    • Primo libro: Lineamenti
    • Secondo libro: Materiali
    • Terzo libro: Costruzioni
  • Seconda parte: utilitas, esamina i vari tipi di edifici
    • Quarto libro: Opere pubbliche
    • Quinto libro: Opere private
  • Terza parte: venustas, sulla bellezza architettonica intesa come un'armonia esprimibile matematicamente grazie alla scienza delle proporzioni, seguita da un trattazione sulle macchine per costruire
    • Sesto libro: Decorazioni
  • Quarta parte: costruzione dei fabbricati: rispettivamente chiese, edifici pubblici e edifici privati.
    • Settimo libro: Ornamenti per edifici sacri
    • Ottavo libro: Ornamenti per edifici secolari
    • Nono libro: Ornamenti per edifici privati
    • Decimo libro: Restauro degli edifici (e nozioni di idraulica)

Il trattato, parte sempre dallo studio dell'antichità, basandosi sulle misurazioni dei monumenti antichi[senza fonte]per proporre poi nuovi tipi di edifici moderni. Questo procedimento viene applicato anche a tipologie di edifici che non esistevano nell'antichità, come le prigioni, gli ospedali e altri luoghi di pubblica utilità, per i quali si ispira comunque all'antico.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Liana Castelfranchi Vegas, L'arte del Quattrocento in Italia e in Europa, 1996.
  2. ^ M. Biffi, Sulla formazione del lessico architettonico italiano, in "Le parole della scienza. Scritture tecniche e scientifiche in volgare", 2001, pp. 253-290.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]