Ozio

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Il termine ozio (derivato dal latino otium) indica un'occupazione principalmente votata alla ricerca intellettuale, attività generalmente riservata alle classi dominanti, ed è contrapposto a negotium, termine che indica occuparsi (più per necessità che per scelta) dei propri affari.

Storia[modifica | modifica sorgente]

In principio furono i Greci ad esaltare l’ozio, legandolo soprattutto alle classi aristocratiche e dominanti. Erano esclusi da questo privilegio, innanzitutto gli stranieri o i membri delle classi subalterne. Le persone dedite ai lavori manuali, come gli artigiani, erano disprezzate, in quanto scarsamente protese all’ozio, che era alimentato dalla partecipazione alle attività teatrali, sportive o politiche. Questo ozio era individuato dai Greci con il termine di scholè.[1]

Nell’antica Roma l’ozio, tradotto con il termine otium, assume una coloritura anche negativa. Tra coloro che lo vedono essenzialmente in chiave positiva c’è Cicerone che afferma che l’ozio è una caratteristica dell’uomo libero, negando quindi questo privilegio agli schiavi. Segue a ruota Orazio, con la ben nota teorica del carpe diem. Non è però della stessa idea Catone il vecchio, sostenitore della non negoziabilità degli antichi costumi romani, al quale è ascrivibile la famosa espressione “l’ozio è il padre dei vizi”. [2] Anche il poeta satirico Giovenale è critico con la tendenza dei suoi contemporanei ad interessarsi soltanto al cibo e agli spettacoli del circo, coniando la famosa espressione “panem et circenses”. A quel tempo peraltro l’ozio aveva cessato di essere un privilegio per le classi dominanti, divenendo accessibile anche ai più poveri, foraggiati dalle distribuzioni alimentari gratuite.

Con il cristianesimo l’ozio subisce un arretramento che diviene particolarmente evidente con la riforma protestante, quando si afferma l’idea della sacralità del lavoro. [3] Ancora una volta dell’ozio si appropriarono le classi dominanti come nella Gran Bretagna del XVIII e XIX secolo. Furono proprio questi oziosi, che si contrapponevano ad una moltitudine di salariati senza tempo a disposizione, a creare nuovi orizzonti per la scienza, per la letteratura e per la cultura in generale.[4]

L'ozio nella letteratura[modifica | modifica sorgente]

Il primo ad occuparsi in modo articolato e completo dell’ozio fu il filosofo romano Seneca, dando alla luce due dialoghi come De brevitate vitae e De otio. Secondo il suo schema di pensiero, l’ozio sarebbe da intendersi come sinonimo di vita ritirata, a cui l’uomo saggio dovrebbe necessariamente votarsi per non vivere in una società corrotta. Una vera e propria teorica dell’ozio è elaborata dal pensatore inglese Bertrand Russell, nel saggio Elogio dell’ozio, in cui pone enfasi sull’importanza del sapere inutile rispetto a quello pratico. Tra le proposte che partorisce c’è anche la riduzione della giornata lavorativa a quattro ore, che il marxista Paul Lafargue accorcerà a tre nel saggio Il diritto alla pigrizia. Notevoli sono poi i lavori dello scrittore umoristico inglese Jerome K. Jerome come Tre uomini in barca, Tre uomini a zonzo, Pensieri oziosi di un ozioso.

L'ozio nella cultura di massa[modifica | modifica sorgente]

Jerome K. Jerome contribuì a diffondere nella cultura di massa l’idea della positività dell’ozio, dalle tribune della rivista da lui fondata, The Idler (lett.: Il fannullone). Nel 2005 il giornalista e scrittore britannico Tom Hodgkinson ha elaborato addirittura un manifesto sull’ozio, con la previsione di punti programmatici.

In Italia si ricorda soprattutto la provocazione beffarda del poeta laziale Giovanni Battista Marini, detto Titta, che nel dopoguerra fondò il sedicente Fronte dell’ozio, con tanto di simbolo e programma.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Federico Zucchelli, Viva l'ozio abbasso il negozio, Scipioni, 2006, pag. 14
  2. ^ Federico Zucchelli, Viva l'ozio abbasso il negozio, Scipioni, 2006, pag. 39
  3. ^ Federico Zucchelli, Viva l'ozio abbasso il negozio, Scipioni, 2006, pag. 60
  4. ^ Bertrand Russell, Elogio dell'ozio, Longanesi, 1963

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Robert Louis Stevenson, Elogio dell'ozio, Stampa Alternativa
  • Bertrand Russell, Elogio dell'ozio, Longanesi & C., 1963
  • Gianni Fantoni, Breve, ma utile, guida alla Pigrizia, Zelig Editore, 1995
  • Domenico De Masi, Ozio Creativo, Rizzoli, 2002
  • Cesare Catà, Significato e importanza del concetto romano di otium. Uno spazio per lo spazio dell’anima quando l’universo infinito non si muove, in S. Polci (a cura di), Roma e i benefici dell’ozio, Roma, 2005, pp. 7-43
  • Jean Soldini, Il riposo dell'amato. Una metafisica per l'uomo nell'epoca del mercato come fine unico, Milano, Jaca Book, 2005
  • Tom Hodgkinson, L'ozio come stile di vita, Rizzoli, 2005
  • Paul Lafargue, Il diritto alla pigrizia (e qualche preghiera capitalista), Piano B, 2009
  • Federico Zucchelli, Viva l'ozio abbasso il negozio. L'ozio è il padre degli sfizi Viterbo, Scipioni, 2006

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