Fabula di Orfeo

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Fabula di Orfeo
Tragedia
Autore Angelo Poliziano
Lingua originale italiano
Ambientazione Grecia antica
Composto nel 1478 - 1483
Personaggi
  • Orfeo
  • Euridice
  • Ade
  • Proserpina
  • Baccanti
 

La Fabula di Orfeo, nota anche come L'Orfeo è un'opera teatrale scritta dall'umanista Angelo Poliziano tra il 1478 e il 1483.

Storia[modifica | modifica sorgente]

La datazione è incerta, forse l'opera fu scritta quando il poeta abbandonò Firenze per un contrasto con Clarice Orsini, moglie di Lorenzo il Magnifico, riguardo all'educazione del figlio Piero. Probabilmente Poliziano si recò nell'Italia settentrionale, perché alcuni termini usati nell'opera sono di origine lombardo-veneta. La Fabula di Orfeo è la prima opera teatrale di tema profano e racconta il mito di Orfeo, seguendo le opere di Virgilio (Georgiche) e di Ovidio (Le metamorfosi).

L'opera e la trama[modifica | modifica sorgente]

Il poeta tracio Orfeo è disperato per la morte della sua amata Euridice e decide di recarsi nell'Ade. Lì il suo canto impietosisce Plutone e Proserpina, cosicché gli viene concesso di poter riavere la sua donna, però nel tragitto dal mondo infernale al mondo terreno non deve voltarsi indietro. Il poeta, credendo di essere giunto sulla terra, si volta e perde così Euridice. Il mito poi racconta anche la morte del poeta, il quale viene ucciso dalle Baccanti, le sacerdotesse di Dioniso, che lacerano il suo corpo. La testa del poeta, staccata dal collo e gettata nel fiume dell'Ebro, rimane a galla e mentre viene trasportata dalla corrente continua a cantare ed a invocare Euridice. Questo mito fu letto da Dante nel Convivio in chiave allegorica e anche nel XIV secolo umanisti come Ficino ritenevano che questa storia rappresentasse la capacità della poesia di resistere alla violenza umana.[senza fonte] Poliziano, diversamente, conclude la sua rappresentazione con il coro delle Menadi che trionfano per il loro crimine. Dunque è probabile, grazie a uno studio di Vittore Branca, che il poeta di Montepulciano non credesse che la poesia e la bellezza vincano la violenza. Infatti Firenze, culla della poesia nel XIV secolo, fu sconvolta dalla violenza iniziata con gli avvenimenti legati alla congiura dei Pazzi del 1478 e di conseguenza Poliziano riteneva la teoria degli umanisti solo un'illusione.