Sileno

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Sileno ubriaco, opera romana del II sec. d.C. (museo del Louvre)

I sileni sono figure della mitologia greca, divinità dei boschi di natura selvaggia e lasciva, imparentati con i centauri e nemici dell'agricoltura, molto spesso assimilati ai satiri, tanto che il termine sileno viene anche usato per indicare un satiro anziano, chiamati anche papposileni.

Indice

[modifica] Sileno

Sileno è figlio di Pan, il dio silvestre, e di una ninfa. Dall'aspetto di un anziano corpulento, calvo e peloso, spesso raffigurato con attributi animaleschi, gli venivano attribuiti doni di saggezza, tra cui il disprezzo dei beni terreni, e facoltà divinatorie. Re Mida lo catturò proprio per costringerlo, secondo alcune versioni con successo, a rivelargli i suoi poteri.

Si narra anche che Sileno fosse l'educatore di Dioniso giovinetto; dopo aver svolto il suo ruolo nell'accompagnare il giovane dio durante il cammino della crescita, si sarebbe poi abbandonato completamente al vizio del bere.

Si credeva partecipasse ai banchetti sacri a Dioniso presentandosi a cavallo di un'asina e lo si vede spesso far parte del tiaso dionisiaco.

[modifica] Socrate

In un celebre passo platonico[1] Alcibiade, intervenuto al simposio filosofico in onore di Agatone, in preda all'ebrezza, dichiara il suo amore intellettuale per Socrate. Per far questo esordisce proprio associando l'aspetto esteriore e interiore del filosofo a certe raffigurazioni scultoree di Sileno in vendita nei mercati, che, una volta aperte, svelano al loro interno un'immagine divina. E descrive il turbamento generato dall'ascolto delle parole di Socrate alle melodie dell'aulos di Marsia.

[modifica] Nietzsche

In La nascita della tragedia di Nietzsche, Sileno è individuato come portatore della saggezza dionisiaca, ovvero del senso tragico dell'esistenza, celato dai greci stessi attraverso l'apollineo. Egli cita l'incontro di re Mida con Sileno:

« L'antica leggenda narra che il re Mida inseguì a lungo nella foresta il saggio Sileno, seguace di Dioniso, senza prenderlo. Quando quello gli cadde infine tra le mani, il re domandò quale fosse la cosa migliore e più desiderabile per l'uomo. Rigido e immobile, il demone tace; finché, costretto dal re, esce da ultimo fra stridule risa in queste parole: 'Stirpe miserabile ed effimera, figlio del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggiosissimo non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è morire presto.' »

Con queste parole Nietzsche accenna all'illusione della vita reale in contrasto al sogno e a quella "visione liberatrice" tramite cui l'uomo può salvarsi dall'inutilità della sua vita terrena.

[modifica] Note

  1. ^ Platone. Simposio, 215a e segg.

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