Falanto

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Il mito di fondazione di Falanto rappresentato nel Centro Storico di Taranto

Falanto (Φάλανθος) è una figura della mitologia greca, ecista dei coloni Parteni provenienti da Sparta.

Figlio di Arato, secondo la leggenda la sua figura è fortemente legata alla città di Taranto in quanto Falanto sarebbe il fondatore effettivo dell'antica colonia greca.

Il mito[modifica | modifica wikitesto]

Racconta Strabone, nella sua Geografia, che negli ultimi decenni dell'VIII secolo a.C., durante la lunghissima Guerre messeniche, in cui Sparta era impegnata contro la vicina Messenia, le donne spartane misero in guardia i propri uomini dal pericolo conseguente al fatto che essi, per mantenere il giuramento legato a quella guerra, erano lontani dalle mogli e dalla loro città: Sparta rischiava di non avere più una giovane generazione di guerrieri e loro avrebbero agito di conseguenza. Preoccupati, gli Spartiati acconsentirono che i Perieci (cittadini che non godevano di tutti i diritti politici propri degli Spartiati), fossero autorizzati a unirsi alle donne e a procreare (figli illegittimi, detti poi 'Parthenii', e destinati, di conseguenza, a vivere emarginati e in condizione subalterna)[1].

Venne il momento in cui questi Parteni, guidati da Falanto, organizzarono una sommossa insieme agli schiavi, per ottenere dall'aristocrazia i diritti loro negati: la sommossa fallì e i rivoltosi, non potendo essere condannati a morte al pari degli schiavi, furono obbligati a lasciare la città alla ricerca di nuove terre. Prima di partire, Falanto consultò l'Oracolo di Delfi alla ricerca di un responso circa il proprio futuro; l'oracolo di Apollo, tramite la Pizia, così sentenziò:

"Popolate la grassa terra degli Iapigi e siate la loro rovina."

Falanto chiese anche un segno dal cielo dal quale capire quando sarebbe venuto il momento opportuno e l'oracolo sentenziò:

"Quando vedrai piovere dal ciel sereno, conquisterai territorio e città."

Raggiunte le terre degli Iapigi, i Parteni non riuscirono ad avere la meglio sugli indigeni, ma si limitarono a prendere possesso del promontorio di Saturo. Le ambizioni, però, erano maggiori e Falanto, disperato, si buttò tra le braccia della moglie, che, stanca e scoraggiata, cominciò a piangere e a bagnarlo con le sue lacrime. Falanto, ricordandosi dell'oracolo ritenne giunto il momento di fondare la città e guidando i suoi verso l'entroterra fondò Taranto, richiamandosi a Taras l'eroe greco-iapigio del luogo: il nome della moglie Ethra ha, appunto, il significato di "cielo sereno".

Mentre gli indigeni riparavano a Brindisi, Falanto poté così finalmente costituire in Italia una colonia lacedemone, retta dalle leggi di Licurgo[2]. In seguito a contrasti con i concittadini (per seditionem), Falanto venne scacciato con ingratitudine da Taranto e si rifugiò a Brindisi, proprio presso gli Iapigi che aveva sconfitto. Lì morì e ricevette dai suoi ex nemici un'onorata sepoltura[3].

Sul letto di morte, tuttavia, Falanto volle far del bene ai suoi ingrati concittadini: convinse i brindisini a spargere le sue ceneri nell'agorà b di Taranto, perché così facendo si sarebbero assicurati la conquista della città. In realtà, l'oracolo aveva predetto a Falanto che Taranto sarebbe rimasta inviolata se le sue ceneri fossero rimaste entro le mura. Così Falanto, ingannando i brindisini fece un favore ai tarantini, che da allora gli resero l'omaggio dovuto ad un ecista[4].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Aristotele, Politica
  2. ^ Giustino
  3. ^ Giustino, III, 4, 17-18. Questa parte del mito si spiega con l'influenza ateniese sui territori messapici, l'alleanza in funzione antitarantina e gli scontri per la supremazia nella Sitiride.
  4. ^ Giustino (storico)Giustino

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Felice Presicci, Falanto e i Parteni. Storia, Miti, Leggende sulla colonizzazione spartana di Taranto, Taranto 1990.
  • Domenico Musti, Strabone e la Magna Grecia. Città e popoli dell'Italia antica, Padova 1994, ISBN 88-86413-07-6
  • Taranto. Culti greci in Occidente. Fonti scritte e documentazione archeologica, a cura di E. Lippolis, S. Garraffo, M. Nafissi, Istituto per la storia e l'archeologia della Magna Grecia, Taranto 1995.
  • Benedetta Rossignoli, L'Adriatico greco: culti e miti minori, (Adrias; 1) L'Erma di Bretschneider, Roma 2004, ISBN 88-8265-277-7

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