Ganimede (mitologia)

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Ganimede e l’aquila, III secolo d.C.(?).

Ganimede (Ganymedes) è una figura della mitologia greca, figlio di Troo di Dardania. Omero lo descrive come il più bello di tutti i mortali del suo tempo; i suoi fratelli erano Ilo e Assarco.

In una versione del mito viene rapito da Zeus in forma di Aquila per servire come coppiere sull'Olimpo. La forma latina del nome era Catamitus.

Mitologia[modifica | modifica sorgente]

Il tema mitico di Ganimede è costituito dalla sua bellezza, di cui si invaghirono Minosse, Tantalo o Eos, o Zeus, come si racconta in una versione posteriore della leggenda.
Nell'Iliade di Omero, Diomede racconta che Zeus, affascinato dalla bellezza del ragazzo, lo rapì, offrendo in cambio al padre una coppia di cavalli divini e un tralcio di vite d'oro: il padre si consolò pensando che suo figlio era ormai divenuto immortale e sarebbe stato d'ora in avanti il coppiere degli Dèi, una posizione che era di gran distinzione.

Zeus per sottrarre Ganimede alla vita terrena si sarebbe camuffato da aquila; sotto tale aspetto si avventò sul giovanetto mentre questi stava pascolando un gregge sul monte Ida, nei pressi di Troia, in Frigia, se lo portò sull'Olimpo dove ne fece il suo amato. Per questo motivo nelle opere d'arte antiche Ganimede è spesso raffigurato accanto a un'aquila, abbracciato ad essa, o in volo su di essa.

Nell'Olimpo Ganimede divenne il coppiere degli dei, sostituendo Ebe, e in varie opere d'arte è quindi raffigurato con la coppa in mano.

La leggenda di Ganimede fu menzionata per la prima volta da Teognide, poeta del VI secolo a.C., anche se la tradizione potrebbe essere più antica. Di essa parla anche il poeta romano Publio Ovidio Nasone (43 - 18 a.C.) nella sua opera Metamorfosi, e anche Virgilio nell'Eneide, all'interno del proemio.

Walter Burkert ha trovato un precedente riguardante il mito di Ganimede in un sigillo accadico raffigurante l'eroe-re Etana volare verso il cielo a cavalcioni di un'aquila[1]. Da alcuni viene anche associato con la genesi della sacra bevanda inebriante dell'idromele, la cui origine tradizionale è proprio frigia[2].

Filosofia[modifica | modifica sorgente]

Platone rappresenta l'aspetto pederastico del mito attribuendo la sua origine a Creta e ponendo quindi il rapimento sull'omonimo monte Ida dell'isola: la sua è una critica dell'usanza della pederastia che aveva oramai perduto quasi completamente la sua funzione originaria, accusando quindi i Cretesi di essersi inventati il mito di Zeus e Ganimede per giustificare i loro comportamenti[3].

Nel dialogo platonico poi Socrate nega che il bel giovane possa mai esser stato l'amante carnale del padre degli Dèi, proponendone invece un'interpretazione del tutto spirituale: Zeus avrebbe amato l'anima e la mente-psiche del ragazzo, non certo il corpo[4][5].

Il neoplatonismo ci offre una rappresentazione mistica del rapimento di Ganimede; esso sta a significare il rapimento dell'anima a Dio, e in questo senso è stato usato, anche in opere d'arte funerarie e anche in epoca neoclassica, sia nell'arte figurativa sia in letteratura. Si veda, per un esempio, il Ganymed di Goethe (1774).

Poesia[modifica | modifica sorgente]

In poesia Ganimede divenne un simbolo dell'attrazione e del desiderio omosessuale rivolto verso la bellezza giovanile: Ovidio[6] e Apuleio[7] e Nonno di Panopoli nelle sue Dionisiache.

Astronomia[modifica | modifica sorgente]

Per il rapporto esistente fra Giove e Ganimede, il maggiore satellite del pianeta Giove è stato battezzato appunto Ganimede da Simon Marius.

Altro[modifica | modifica sorgente]

Nel linguaggio corrente il nome di Ganimede è passato a indicare:

Opere d'arte su Ganimede[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Burkert, op. cit., p. 122; Burkert notes that there is no direct iconographic link.
  2. ^ Veckenstedt, op. cit.
  3. ^ Platone, Leggi, op. cit., 636D.
  4. ^ Platone, Fedro, op. cit., 255.
  5. ^ Platone, Simposio, op. cit., 8,29-3.
  6. ^ Ovidio, Metamorfosi, op. cit., 10,152.
  7. ^ Apuleio, L'asino d'oro, op. cit., 6,15; 6,24.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti antiche[modifica | modifica sorgente]

Fonti moderne[modifica | modifica sorgente]

  • (DE) Edmund Veckenstedt, Ganymedes, Libau, 1881.
  • (EN) James Saslow, Ganymede in the Renaissance: Homosexuality in Art and Society, New Haven (Connecticut), Yale University Press, 1986, ISBN 0-300-04199-3.
  • (EN) Walter Burkert, The Orientalizing Revolution: Near Eastern Influence on Greek Culture in the Early Archaic Age, Cambridge (Massachusetts), Harvard University Press, 1992, ISBN 0-674-64364-X.
  • Robert Graves e Elisa Morpurgo, I miti greci, Milano, Longanesi, 1995, ISBN 88-304-0923-5.
  • Anna Maria Carassiti, Dizionario di mitologia greca e romana, Roma, Newton & Compton, 1996, ISBN 88-8183-262-3.
  • Angela Cerinotti, Miti greci e di Roma antica, Firenze-Milano, Giunti, 2005, ISBN 88-09-04194-1.
  • Anna Ferrari, Dizionario di mitologia, Torino, UTET, 2006, ISBN 88-02-07481-X.

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