Ganimede (mitologia)

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Ganimede e l’aquila, III secolo d.C.(?).

Ganimede (in greco Γανυμήδης, Ganymedes) è una figura della mitologia greca, figlio del re Troo di Dardania e di Calliroe una delle naiadi. Principe dei troiani, Omero lo descrive come il più bello di tutti i mortali del suo tempo; i suoi fratelli erano Ilo e Assarco.

In una versione del mito viene rapito da Zeus in forma di Aquila per servire come coppiere sull'Olimpo: la storia che lo riguarda è stata un modello per il costume sociale della pederastia greca, il rapporto (che poteva anche esser in parte erotico) istituzionalmente accettato tra un uomo adulto e un ragazzo. La forma latina del nome era Catamitus, da cui deriva il termine catamite[1].

Mitologia[modifica | modifica wikitesto]

Il tema mitico di Ganimede è costituito dalla sua bellezza, di cui si invaghirono sia il re di Creta Minosse che Tantalo, Eos ed infine Zeus, così come si racconta nelle varie versioni, una posteriore all'altra, della stessa leggenda.

Nell'Iliade di Omero, Diomede racconta che il signore degli Dèi, affascinato dalla sublime bellezza rappresentata dal ragazzo, lo volle rapire, offrendo in cambio al padre una coppia di cavalli divini e un tralcio di vite d'oro: il padre si consolò pensando che suo figlio era ormai divenuto immortale e sarebbe stato d'ora in avanti il coppiere degli Dèi, una posizione che era di gran distinzione.

Bassorilievo di Epoca romana raffigurante l'aquila, Ganimede che indossa il suo berretto frigio e una terza figura, forse il padre in lutto.

Zeus per sottrarre Ganimede alla vita terrena si sarebbe camuffato da aquila; sotto tale aspetto si avventò sul giovanetto mentre questi stava pascolando il suo gregge sulle pendici del monte Ida, nei pressi della città di Troia, se lo portò sull'Olimpo dove ne fece il suo amato. Per questo motivo nelle opere d'arte antiche Ganimede è spesso raffigurato accanto a un'aquila, abbracciato ad essa, o in volo su di essa.

Nell'Olimpo Ganimede divenne il coppiere degli dei, sostituendo Ebe, e in varie opere d'arte è quindi raffigurato con la coppa in mano.

Walter Burkert ha trovato un precedente riguardante il mito di Ganimede in un sigillo in lingua accadica raffigurante l'eroe-re Etana di Kish volare verso il cielo a cavalcioni proprio di un'aquila[2]. Da alcuni viene anche associato con la genesi della sacra bevanda inebriante dell'idromele, la cui origine tradizionale è la terra di Frigia[3].

Tutti gli dei erano riempiti di gioia nel vedere il bel giovane in mezzo a loro, ad eccezione di Hera, la consorte di Zeus considerava difatti Ganimede come un rivale nell'affetto del marito. Il padre degli Dèi ha successivamente messo Ganimede nel cielo come costellazione dell'Aquario la quale è strettamente associata con quella dell'Aquila e da cui deriva il segno zodiacale dell'Aquario.

Busto di Ganimede, Opera romana d'epoca imperiale (sec. II d.C.) (Parigi, Museo del Louvre).

Filosofia[modifica | modifica wikitesto]

Platone rappresenta l'aspetto pederastico del mito attribuendo la sua origine a Creta e ponendo quindi il rapimento sull'omonimo monte Ida dell'isola: la sua è una critica dell'usanza della pederastia che aveva oramai perduto quasi completamente la sua funzione originaria, accusando quindi i Cretesi di essersi inventati il mito di Zeus e Ganimede per giustificare i loro comportamenti[4] (vedi pederastia cretese).

Nel dialogo platonico poi Socrate nega che il bel giovane possa mai esser stato l'amante carnale del padre degli Dèi, proponendone invece un'interpretazione del tutto spirituale: Zeus avrebbe amato l'anima e la mente-psiche del ragazzo, non certo il corpo[5][6].

Il neoplatonismo ci offre una rappresentazione mistica del rapimento di Ganimede; esso sta a significare il rapimento dell'anima a Dio, e in questo senso è stato usato, anche in opere d'arte funerarie e anche durante il Neoclassicismo, sia nell'arte figurativa sia in letteratura. Si veda, per un esempio, il Ganymed di Johann Wolfgang von Goethe del 1774.

Damiano Mazza, Ratto di Ganimede, sec. XVI. (National Gallery, Londra).

Poesia[modifica | modifica wikitesto]

In poesia Ganimede divenne un simbolo dell'attrazione e del desiderio omosessuale rivolto verso la bellezza giovanile dell'adolescenza. La leggenda fu menzionata per la prima volta da Teognide, poeta del VI secolo a.C., anche se la tradizione potrebbe essere più antica; di essa parla anche il poeta latino Publio Ovidio Nasone nella sua opera Metamorfosi[7], poi Publio Virgilio Marone nell'Eneide all'interno del proemio, Apuleio[8] ed infine anche Nonno di Panopoli nel suo poema epico intitolato Dionysiaca narrante la vita e le gesta del dio Dioniso.

Virgilio ritrae con pathos la scena del rapimento: il ragazzo che lo accompagna tenta invano di trattenerlo con i piedi sulla terra, mentre i suoi cani abbaiano inutilmente contro il cielo[9]. I cani fedeli che continuano a chiamarlo con latrati disperati anche dopo he il loro padrone è sparito nell'alto dei cieli è un motivo frequente nelle rappresentazioni visive e vi fa riferimento anche Stazio[10].

Ma egli non è sempre raffigurato come acquiescente: ne Le Argonautiche di Apollonio Rodio ad esempio Ganimede risulta essere furibondo contro Eros per averlo truffato nel gioco d'azzardo con gli astragali, Afrodite si trova così costretta a rimproverare il figlio di barare come un principiante.

Statuina di Zeus-Aquila e Ganimede di epoca paleocristiana.

Astronomia[modifica | modifica wikitesto]

Per il rapporto esistente fra Giove e Ganimede, il maggiore satellite naturale del pianeta Giove - il pianeta più grande del sistema solare e per questo chiamato per omologia come la versione latina di Zeus, ovvero Giove - è stato battezzato appunto Ganimede da Simon Marius[11]. Gli è inoltre stato dedicato l'asteroide scoperto nel 1925 1036 Ganymed.

Nelle arti[modifica | modifica wikitesto]

Nella scultura una delle immagini più famose di Ganimede è il gruppo scultoreo di Leochares del IV secolo a.C. (lo stesso a cui viene attribuito anche l'Apollo del Belvedere) e tanto ammirato da Plinio il Vecchio: "Leochares [ha realizzato] un'aquila che trattiene con forza Ganimede; innalza il fanciullo piantandogli gli artigli nella sua veste." Questo particolare del rapimento tramite l'aquila è stato spesso elogiato anche in seguito. Stratone di Sardi evoca in uno dei suoi epigrammi, così come fa anche Marziale.

La leggenda di Ganimede ha ispirato anche un gruppo in terracotta, probabilmente originario di Corinto e oggi conservato nel Museo Archeologico di Olimpia: questo è uno dei pochi esempi di grande scultura in terracotta, ed una rappresentazione scultorea molto rara della coppia in cui Zeus si mantiene in forma umana.

Nella ceramica il tema di Ganimede si ripete spesso, di solito raffigurato nei crateri, quei particolari grandi vasi entro cui venivano mescolati acqua e vino durante i banchetti (simposi) che i svolgevano solo tra uomini, in cui gli ospiti gareggiavano in immaginazione poetica e filosifica per celebrare i meriti dei loro rispettivi eromenos. Tra i più famosi è incluso il cratere a figure rosse che ritrae da un lato, Zeus in pieno esercizio, dall'altro Ganimede mentre sta giocando con un grande cerchio, il simbolo della sua giovinezza: il ragazzo è completamente nudo, così come vuole la tradizione antica sportiva di origine in parte pederastica (vedi nudità nello sport).

Il ratto di Ganimede (circa 1650), di Eustache Le Sueur.

Il Rinascimento ha visto riapparire innumerevoli rappresentazioni di questo mito, con artisti quali Michelangelo Buonarroti, Benvenuto Cellini e Antonio Allegri tra tutti. In questo periodo è anche uno dei temi con più forte significato omoerotico, divenendo autentica icona gay ante litteram almeno fino al XIX secolo inoltrato.

Quando il pittore-architetto Baldassarre Peruzzi include un pannello riguardante il rapimento di Ganimede in uno dei soffitti di Villa Farnesina a Roma, (1509-1514 circa), i lunghi capelli biondi del ragazzo e l'aspetto effeminato contribuiscono a farlo rendere identificabile a prima vista: si lascia difatti catturare verso l'alto senza opporre la minima resistenza.

Nel Ratto di Ganimede (Correggio) di Antonio Allegri detto Il Correggio la sua figura e l'intera scena è più intimo. La versione del Ratto di Ganimede (Rubens) di Peter Paul Rubens ritrae invece un giovane uomo. Ma quando Rembrandt dipinse il suo Ratto di Ganimede (Rembrandt) per un mecenate calvinista olandese nel 1635, ecco che un aquila scura porta in alto un bambino paffuto in stile putto, che è strilla e si fa la pipì addosso per lo spavento.

"Ratto di Ganimede" (1700), di Anton Domenico Gabbiani.

Gli esempi di Ganimede nel XVIII secolo in Francia sono stati studiati da Michael Preston Worley[12]. L'immagine raffigurata era invariabilmente quella di un adolescente ingenuo accompagnato da un'aquila, mentre gli aspetti più omoerotici della leggenda sono stati raramente affrontati: in realtà, la storia è stata spesso "eterosessualizzata." Inoltre, l'interpretazione del mito data dal Neoplatonismo, così comune nel Rinascimento italiano, in cui lo stupro di Ganimede ha rappresentato la salita alla condizione di perfezione spirituale, sembrava non essere di alcun interesse per i filosofi e i mitografi dell'Illuminismo.

Jean-Baptiste Marie Pierre, Charles-Joseph Natoire, Guillaume II Coustou, Pierre Julien, Jean-Baptiste Regnault e altri hanno contribuito ad arricchire le immagini di Ganimede nell'arte francese tra fine XVIII ed inizio XIX secolo.

La scultura che ritrae Ganimede e l'aquila di José Álvarez Cubero, eseguita a Parigi nel 1804, ha portato all'immediato riconoscimento dell'artista spagnolo come uno degli scultori più importanti del suo tempo[13].

L'artista danese Bertel Thorvaldsen, di gran lunga il più notevole degli scultori danesi, ha scolpite nel 1817 una scultura dedicata alla scena di Ganimede e l'aquila.

Particolare di una scultura della seconda metà del II secolo dC, da un modello tardo ellenistico a sua volta derivato dall'ambito figurativo greco del IV secolo aC Conservato al Museo archeologico nazionale di Napoli.

Altro[modifica | modifica wikitesto]

Nel linguaggio corrente il nome di Ganimede è passato a indicare un bellimbusto, un damerino o anche un giovane amante omosessuale.

Il Ganimede di Antonio Canova.
"Ganimede" (1804), di José Álvarez Cubero.
Ganimede abbevera l'Aquila divina (1817), di Bertel Thorvaldsen.

Albero genealogico[modifica | modifica wikitesto]

Atlante
Pleione (mitologia)
Scamandro
Idea
Elettra
Zeus
Teucro
Dardano
Batea
Erittonio
Ilo
Troo
Calliroe
Euridice
Ilo
Assarco
Ieromnene
Ganimede
Laomedonte
Strimo (o "Leukyppe")
Temiste
Capi
Priamo
Ecuba
Anchise
Afrodite
Latino
Ettore
Paride
Creusa
Enea
Lavinia
Ascanio
Silvio
Silvius
Enea Silvio
Bruto di Troia
Latino Silvio
Alba
Atys
Capys
Capeto
Tiberino Silvio
Agrippa
Romolo Silvio
Aventino
Proca
Numitore
Amulio
Marte
Rea Silvia
Ersilia
Romolo
Remo
Età regia di RomaShe-wolf suckles Romulus and Remus.jpg

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ According to AMHER (2000), catamite, p. 291.
  2. ^ Burkert, p. 122; Burkert notes that there is no direct iconographic link.
  3. ^ Veckenstedt
  4. ^ Platone, Leggi, 636D.
  5. ^ Platone, Fedro, 255.
  6. ^ Platone, Simposio, 8,29-3.
  7. ^ Ovidio, Metamorfosi, 10,152.
  8. ^ Apuleio, L'asino d'oro, 6,15; 6,24.
  9. ^ Virgilio, Eneide V 256-7.
  10. ^ Stazio, Tebaide 1.549.
  11. ^ Marius/Schlör, Mundus Iovialis, p. 78 f.
  12. ^ Worley, "The Image of Ganymede in France, 1730-1820: The Survival of a Homoerotic Myth," Art Bulletin 76 (December 1994: 630-643).
  13. ^ Hugh Chisholm (a cura di), Encyclopædia Britannica, XI edizione, Cambridge University Press, 1911.
"Ganimede" (1874), di Gabriel Ferrier.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti antiche[modifica | modifica wikitesto]

Christian Wilhelm Allers (1857-1915), Giove rapisce Ganimede.

Fonti moderne[modifica | modifica wikitesto]

  • (DE) Edmund Veckenstedt, Ganymedes, Libau, 1881.
  • (EN) James Saslow, Ganymede in the Renaissance: Homosexuality in Art and Society, New Haven (Connecticut), Yale University Press, 1986, ISBN 0-300-04199-3.
  • (EN) Walter Burkert, The Orientalizing Revolution: Near Eastern Influence on Greek Culture in the Early Archaic Age, Cambridge (Massachusetts), Harvard University Press, 1992, ISBN 0-674-64364-X.
  • Robert Graves e Elisa Morpurgo, I miti greci, Milano, Longanesi, 1995, ISBN 88-304-0923-5.
  • Anna Maria Carassiti, Dizionario di mitologia greca e romana, Roma, Newton & Compton, 1996, ISBN 88-8183-262-3.
  • Angela Cerinotti, Miti greci e di Roma antica, Firenze-Milano, Giunti, 2005, ISBN 88-09-04194-1.
  • Anna Ferrari, Dizionario di mitologia, Torino, UTET, 2006, ISBN 88-02-07481-X.
  • (EN) Eva C. Keuls, The Reign of the Phallus. Sexual Politics in Ancient Athens, University of California Press, Berkeley, 1985 ISBN 0-520-07929-9, Template:P..
  • Bernard Sergent, Homosexualité et initiation chez les peuples indo-européens, Paris, Payot, coll. « Histoire », 1996 (ISBN 2-228-89052-9)
  • V. Gély (dir.), Ganymède ou l'échanson. Rapt, ravissement et ivresse poétique, Presses Universitaires de Paris 10, 2008 (978-2-84016-010-6)
Particolare di Zeus accanto a Ganimede (1878), di Christian Griepenkerl.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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