Pelope

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Pelope e Ippodamia

Pelope (greco Πέλοψ) è una figura della mitologia greca. Egli era figlio di Tantalo e Dione. Il suo dominio si estese a tutta la penisola greca, che da lui prese il nome di Peloponneso (Pélopos + nésos, l'isola di Pelope); egli fu, inoltre, fondatore dei giochi olimpici e signore della città greca di Pisa.

Il mito[modifica | modifica sorgente]

Le origini[modifica | modifica sorgente]

Tantalo, figlio di Zeus, per provare l'onniscienza degli dei li invitò ad un banchetto in cui offrì loro le carni del giovane figlio Pelope. Essendosi accorti del macabro inganno, tutti i celesti allontanarono i piatti, eccetto Demetra che, sconvolta dalla perdita della figlia Kore, non vi badò e divorò una spalla. Dopo aver punito Tantalo gli dei resuscitarono Pelope, fornendogli una spalla d'avorio, creata da Efesto. Secondo altri autori Pelope era nato con quella malformazione[1] e dopo essere stato assassinato, Rea, la divinità della terra gli diede con un soffio nuovamente la vita.[2] Secondo un'altra versione, al banchetto indetto dal padre Tantalo, al quale partecipavano anche gli dei, Poseidone vedendo Pelope se ne innamorò, portandolo con sé sull'Olimpo. A causa della colpa del padre (l'aver offerto a degli uomini nettare e ambrosia, colpa per la quale fu condannato a sopportare eternamente la fame e la sete nel Tartaro) venne però rispedito sulla terra.

La gara[modifica | modifica sorgente]

Pelope, inizialmente viveva nella terra lasciata dal padre, la Paflagonia dove governava con giustizia sia la Frigia sia la Lidia. Costretto da un'invasione di barbari, intraprese un viaggio attraverso la Grecia alla ricerca di un regno da governare. Giunse quindi alla corte del re Enomao. Questi era il re di Pisa (in Elide), figlio del dio Ares, e non aveva mai acconsentito a concedere la mano della figlia Ippodamia ai giovani che la corteggiavano perché un oracolo gli aveva predetto che sarebbe morto per mano del proprio genero. Enomao possedeva dei cavalli divini, Psilla (pulce) e Arpinna (razziatrice), perciò, sapendo di non poter essere mai battuto, proponeva ai pretendenti della figlia di gareggiare con lui in una corsa di carri: se avessero vinto, avrebbero sposato Ippodamia, in caso contrario sarebbero stati uccisi. Già tredici giovani avevano perso la vita, sicché quando Pelope arrivò a Pisa con un carro leggerissimo e cavalli alati datigli da Poseidone e s'innamorò d'Ippodamia, fu terrorizzato dalla vista delle teste degli sfortunati pretendenti, inchiodate alle porte del palazzo d'Enomao. Decise quindi di vincere la gara slealmente: corruppe l'auriga Mirtilo, figlio di Hermes anch'egli infatuato della figlia del re, promettendogli che non appena avesse vinto la corsa, gli avrebbe permesso di passare una notte con la principessa Ippodamia. Mirtilo, accettando l'offerta di Pelope, tolse i perni degli assali del carro di Enomao e li sostituì con dei pezzi di cera. Durante la corsa le ruote si staccarono, il carro si rovesciò ed Enomao morì. Successivamente Pelope, certamente geloso dell'amore d'Ippodamia, annegò l'auriga che, in punto di morte, invocando Ermes, maledisse lui e tutta la sua discendenza. Ne conseguì che Pelope, diventato re, accumulò ricchezze ed onori ma, fu causa della rovina dei suoi figli Atreo e Tieste, e della sua intera stirpe, nonostante avesse tentato di procurarsi i favori di Zeus istituendo le Olimpiadi.

I figli di Pelope[modifica | modifica sorgente]

Per placare l'ira di Hermes, Pelope eresse subito un tempio per onorarlo e per placare il rimorso della propria coscienza tributò onori eroici a Mirtilo, e infine diede onori anche ai tanti morti che sfidarono Enomao e persero.

Dalla moglie Ippodamia ebbe venti figli tra cui Pitteo, Alcatoo, Atreo, Tieste, Ippalco, Copreo, Scirone, Ippalcimo, Cleonte e Lisidice. Dalla ninfa Astioche ebbe Crisippo.

Il culto di Pelope[modifica | modifica sorgente]

Le sue ossa sono conservate in un santuario, il suo culto fu conservato a lungo, infatti ogni anno sacrificano un ariete nero, e i giovani che si radunavano si flagellavano offrendogli il proprio sangue.

Interpretazione e realtà storica[modifica | modifica sorgente]

Il mito di Pelope riassume in sé diversi "leit-motiv" della mitologia classica. Per evidenziarne solo alcuni: il mondo dei semidei (cui appartiene suo padre) che vive in maniera congiunta tra uomini ed immortali, l'amore pederastico tra una divinità ed un fanciullo (Ganimede), la colpa da espiare, ed infine, che è poi il nodo centrale della storia di Pelope, motivo per il quale viene celebrato e ricordato nella Grecia antica, la fondazione delle corse equestri e, per antonomasia, dei giochi stessi di Olimpia.

Nella iconografia classica Pelope è raffigurato sempre in relazione alla gara sul carro, qualche volta in compagnia di Ippodamia. Una sua statua a Olimpia, nel tempio di Zeus, lo presenta nudo mentre si prepara alla gara. Egli è anche raffigurato sul frontone del suddetto tempio.

La spalla d'avorio (o il braccio) era in realtà il simbolo della sua regalità, infatti successivamente venne identificato come uno scettro che passò sino ad Agamennone.[3]

Nella Lidia del tempo un altro racconto si era diffuso, dove gli dei degustarono il corpo intero del ragazzo.[4]

Pelope viene chiamato nei miti anche Cromio e si presuppone che sia il progenitore di tutti gli achei.[5][6]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Pindaro, Olimpiche, 1, 46-51
  2. ^ Servio, commento a Virgilio, Eneide VI, 603.
  3. ^ Omero, Iliade, libro II, versi 101-108.
  4. ^ Euripide, Ifigenia in Tauride, versi 387.
  5. ^ Pindaro, Olimpica, III, 23.
  6. ^ Omero, Iliade, II, 104.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti[modifica | modifica sorgente]

Moderna[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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