Atreo

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Tieste e Atreo, dipinto di Giovanni Francesco Bezzi

Atreo è una figura della mitologia greca, figlio di Pelope e di Ippodamia, fratello di Tieste e padre di Agamennone e Menelao.

Il mito[modifica | modifica sorgente]

Atreo, insieme a suo fratello Tieste, uccise il fratellastro Crisippo, attirandosi la maledizione paterna. Atreo e Tieste si rifugiarono presso i Danaidi che regnarono a Micene (Stenelo e poi Euristeo) e succedettero a essi dopo che furono sterminati dagli Eraclidi.

Una versione vuole che Euristeo, re di Micene e nipote di Atreo, delegasse a quest'ultimo la reggenza durante la sua spedizione contro gli Eraclidi. Euristeo però morì in battaglia, e Atreo venne nominato re dai notabili della città. Un'altra versione racconta invece di un oracolo che avrebbe invitato i Micenei a scegliere un nuovo sovrano, dopo che Stenelo - il quale aveva fatto chiamare i cognati Atreo e Tieste - ed Euristeo erano morti. Tieste sarebbe poi riuscito con l'inganno ad ascendere al soglio regale.[1]

La rivalità tra i fratelli nacque dalla contesa per il titolo regale e fu esasperata dall'adulterio di Aerope, moglie di Atreo, col cognato. Divenuto finalmente re di Micene, Atreo prima bandì Tieste, poi, richiamatolo, si vendicò dell'adulterio facendo con l'inganno mangiare al fratello i tre figli da lui avuti con una ninfa.

Fuggito a Sicione, Tieste generò da Pelopia, propria figlia, Egisto; poi Pelopia sposò lo zio Atreo, che allevò anche Egisto (credendo fosse figlio suo e della seconda moglie) finché non lo inviò a uccidere Tieste; ma il giovane, scoperto che la vittima designata era suo padre, uccise lo zio e patrigno.[2]

Agamennone e Menelao erano figli di Atreo e Aerope o, secondo un'altra versione, di Plistene, figlio di Atreo a lui premorto.

Etimologia[modifica | modifica sorgente]

Il nome potrebbe derivare dalle parole greche ateirés = "indomabile", àtreston = "intrepido", o ateròn = "accecato dal male". Il personaggio compare nell'Iliade.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ R. Graves, I miti greci, Milano, Longanesi, 1955, pp. 505-506; per la prima versione confrontare lo scolio a Euripide, Oreste, 813, per la seconda Pseudo-Apollodoro, Biblioteca, II, 4, 6 ed Epitome, II, 11
  2. ^ Igino, Fabulae 87 e 88, Pseudo-Apollodoro, Epitome, II, 14

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]