Sacro Monte di Varallo

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Sacro Monte di Varallo
(EN) Sacro Monte di Varallo
Sacro Monte di Varallo Fig1.JPG
Tipo Architettonico, paesaggistico
Criterio C (ii) (iv)
Pericolo Nessuna indicazione
Riconosciuto dal 2003
Scheda UNESCO (EN) Scheda
(FR) Scheda

Il Sacro Monte di Varallo costituisce, tra i Sacri Monti esistenti, l'esempio più antico e di maggior interesse artistico. Consta di una basilica e di quarantacinque cappelle affrescate e popolate da oltre ottocento statue di terracotta policroma a grandezza naturale. È situato nel comune di Varallo (Vc), in Valsesia[1].

Assieme agli altri Sacri Monti situati tra il Piemonte e la Lombardia è stato dichiarato a Parigi il 4 luglio 2003 patrimonio mondiale dell'umanità
L'area in cui sorge fa parte di una riserva naturale della Regione Piemonte, la Riserva naturale speciale del Sacro Monte di Varallo.

La storia[modifica | modifica sorgente]

L'iniziativa di Bernardino Caimi[modifica | modifica sorgente]

L'idea dell'edificazione di un Sacro Monte posizionato su di un'imponente parete rocciosa che sovrasta l'abitato di Varallo fu concepita nel 1481 dal frate francescano Padre Bernardino Caimi[2]. Verso la metà del XV secolo, aveva cominciato a diffondersi, in Occidente, un forte bisogno di riprodurre i luoghi della Terrasanta, il pellegrinaggio verso la quale, a causa dei Turchi, stava diventando sempre più pericoloso. Ne sono esempi, in primo luogo, le chiese a pianta rotonda, che richiamano la Basilica della Resurrezione a Gerusalemme, come il grande Santuario di Santa Maria delle Grazie, presso Forlì, voluto, nel 1450, da un ex pirata albanese convertito, Pietro Bianco da Durazzo, che fu in stretti rapporti con Bernardino da Siena[3]. Alla base del progetto di Bernardino Caimi vi era, dunque, il desiderio di riprodurre, a beneficio dei fedeli, non più la sola Basilica della Resurrezione, ma tutti i luoghi più emblematici della Terra Santa: il luogo doveva rappresentare un'autentica alternativa al pellegrinaggio; di qui l'espressione Nuova Gerusalemme, successivamente impiegata per identificare il Sacro Monte.

In aggiunta, vi era un'intenzione pedagogica, cara alla spiritualità francescana, di promuovere l'immedesimazione dei fedeli con la figura di Gesù Cristo: da qui il progetto di un percorso devozionale sulle tracce della memoria dei luoghi sacri al cattolicesimo, popolata con le scene del racconto evangelico[4].

Nel 1486, ricevute - grazie anche ai buoni rapporti con Ludovico il Moro - le necessarie autorizzazioni e contando su importanti donazioni, Padre Caimi poté vedere iniziare l'edificazione della chiesa di Santa Maria delle Grazie, annessa al convento francescano, e contestualmente quella delle prime cappelle del Sacro Monte.

Nel 1491 risultavano terminate le cappelle del Santo Sepolcro, dell'Ascensione e della Deposizione (da quest'ultima proviene verosimilmente il Compianto ligneo, opera dei milanesi fratelli De Donati, ora alla Pinacoteca civica di Varallo).

La morte, nel 1498 o 1499, di Padre Caimi non arrestò il programma di edificazione, stante anche la notorietà che il Sacro Monte iniziava ad avere come meta di pellegrinaggi devozionali e l'approvazione ricevuta dal Ducato di Milano.

Gaudenzio Ferrari, Galeazzo Alessi e San Carlo Borromeo[modifica | modifica sorgente]

Antica veduta della piazza del Tempio

A partire dai primi anni del XVI secolo, regista dell'impresa del Sacro Monte fu un pittore, scultore ed architetto valsesiano, Gaudenzio Ferrari di Valduggia: egli crebbe artisticamente con le prime realizzazione del Sacro Monte, fino a diventare protagonista del suo sviluppo; vi lavorò sino al 1529 come progettista di alcune cappelle, autore di numerose statue (dapprima lignee, poi in terracotta) e di affreschi che, nelle cappelle, fanno da sfondo alle scene sacre. Suo è anche, a conti fatti, il lascito poetico che segnerà le produzioni artistiche successive[5].

Quando Ferrari lasciò il Sacro Monte, il luogo sacro aveva ormai una relativa maestosità scenica. Con la crescita dell'afflusso dei fedeli (tra i pellegrini illustri si ricorda Sant'Angela Merici, fondatrice delle Orsoline, il duca Francesco II Sforza, la futura madre di san Carlo Borromeo ed altri ancora), il programma realizzativo si estese ulteriormente ed altri artisti subentrarono a Gaudenzio Ferrari, a cominciare dai suoi allievi Bernardino Lanino, Giulio Cesare Luini, Fermo Stella da Caravaggio; più tardi, nel corso del XVI secolo, salirono al Monte, tra gli altri, Giacomo Paracca di Valsolda (l'artefice delle statue dell'angosciosa Strage degli innocenti) e i fratelli Della Rovere detti i Fiammenghini.

Negli anni 1565-68 i lavori proseguirono sotto la direzione dell'architetto Galeazzo Alessi, che concepì una nuova disposizione delle cappelle, non più su base topologica (con l'evidenza dei luoghi di pellegrinaggio Nazaret, Betlemme e Gerusalemme, com'era nel disegno iniziale di Bernardino Caimi[6]), ma cronologica, per consentire al visitatore di seguire, di cappella in cappella, le tappe del cammino terreno di Gesù.

Basilica dell'Assunta: Assunzione di Maria in cielo

A partire dalla seconda metà del Cinquecento fu soprattutto san Carlo Borromeo a occuparsi della sorte del Sacro Monte. Il santo vi fece visita per ben quattro volte ed il suo carisma accrebbe ancor più il prestigio della Nuova Gerusalemme. Un sacello presso la Cappella del Sepolcro ricorda il luogo in cui il Santo amava raccogliersi in preghiera.

Anche gli esponenti di Casa Savoia, a partire dalla visita di Carlo Emanuele I, nel 1583, dimostrarono uno speciale interessamento nei riguardi di questo luogo sacro[7].

Il grande cantiere del XVII secolo[modifica | modifica sorgente]

Dopo un rallentamento dei lavori nell'ultima parte del XVI secolo, una vistosa ripresa della costruzione del grandioso complesso si ebbe nel XVII secolo, sotto l'impulso e l'attenta sovrintendenza del vescovo di Novara Carlo Bascapè, che seguì nella dottrina e nelle opere il magistero di san Carlo Borromeo.

Si aggiunsero nuove cappelle dedicate ai momenti salienti della Passione di Cristo, alla cui decorazione furono chiamati artisti come il pittore perugino Domenico Alfano, lo scultore di origine fiamminga Giovanni Wespin, detto Il Tabacchetti e, infine, un artista di prima grandezza nel panorama pittorico lombardo del primo Seicento, Pier Francesco Mazzucchelli detto il Morazzone.

La Scala Santa e la Basilica[modifica | modifica sorgente]

Ma le tappe artisticamente più significative - che ruotavano attorno alla costruzione del Palazzo di Pilato con la Scala Santa, costruita sul modello di quella romana di San Giovanni in Laterano - ebbero come protagonisti artisti locali provenienti da Alagna Valsesia appartenenti ad una medesima famiglia: si tratta dell'architetto e scultore Giovanni d'Enrico e dei suoi fratelli pittori, Melchiorre ed Antonio. Quest'ultimo - noto con il nome di Tanzio da Varallo - raggiunse i fratelli al Sacro Monte di ritorno dal suo apprendistato romano, per eseguire gli affreschi delle cappelle della Passione. Si concretizzò in questo periodo il "piano urbanistico" - già concepito da Galeazzo Alessi - della spianata del Monte, con le cappelle che si dovevano disporre nei palazzi e nei porticati in stile rinascimentale destinati, ad di là della Porta Aurea, ad affacciarsi sulla Piazza dei Tribunali e sulla Piazza del Tempio[8].

Sempre in quegli anni - esattamente nel 1614 - per impulso di Bescapè, ebbe inizio la costruzione della Basilica dell'Assunta, su disegni di Bartolomeo Ravelli e di Giovanni d'Enrico. La sua costruzione si sviluppò per tappe successive protraendosi sino al 1713.

Nel 1649, dopo il completamento del presbiterio e del coro, si trasportò al suo interno l'antica statua lignea della Madonna Dormiente[9]) (posta attualmente nello scurolo, l'angolo più appartato della basilica, nella settecentesca cripta) che divenne oggetto di speciale devozione.

Nel 1678 anche la cupola della basilica poteva considerarsi terminata, con la collocazione delle statue policrome in terracotta che la decorano in guisa di Paradiso.

I secoli successivi videro il completamento della facciata della basilica assieme a rifacimenti e ad alcune estensioni del complesso delle cappelle. Notevoli, a partire dal primo Novecento, sono i sempre più urgenti impegni manutentivi. L'ultimo, in ordine cronologico, ha riguardato nel 2006 il restauro della Cappella della Crocifissione.

Vedute del Sacro Monte[modifica | modifica sorgente]

Il profilo artistico[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Cappelle del Sacro Monte di Varallo.

Il fascino della complessa architettura della "Nuova Gerusalemme" e la reputazione di Gaudenzio Ferrari non sono riusciti, sino a tempi relativamente recenti, ad attrarre l'attenzione degli storici dell'arte. Nel 1855, Charles Lock Eastlake, direttore della National Gallery, così si esprimeva a proposito delle statue che popolano le cappelle: "Il Sacro Monte è una assurda esposizione di statue dipinte e vestite nello stile di Madame Tussaud (ma molto inferiori ad esse), anche se i soggetti sono di natura sacra"[10].

Tra i pochi visitatori dell'Ottocento capaci di cogliere appieno, senza artificiose partizioni in generi artistici, il genio di Gaudenzio Ferrari ed il suo ruolo di regista del Sacro Monte, va menzionato l'eccentrico scrittore inglese Samuel Butler: una lapide nel loggiato ne ricorda l'appassionato soggiorno.

Ancora nella sesta decade del secolo scorso, tra gli storici dell'arte - tranne poche eccezioni riguardanti per lo più studiosi di arte piemontese e lombarda - il giudizio sul Sacro Monte rimane ancorato allo stereotipo dell'"arte popolaresca".

Chi più di altri ha contribuito ad affermare il valore del Sacro Monte - divenuto per lui oggetto di un innamoramento artistico che è durato per tutta la sua vita - è lo scrittore, drammaturgo e critico d'arte Giovanni Testori. A lui la municipalità di Varallo ha voluto dedicare una piazza all'inizio del percorso che porta alle cappelle. Sua è l'espressione "gran teatro montano", utilizzata per connotare il complesso architetturale del Sacro Monte e l'effetto scenico delle cappelle, con gli attori principali, plasticati in terracotta policroma, posti in primo piano, ed una serie di astanti che si affacciano illusivamente dalle pareti affrescate, come nella figurazione di una "laude medievale" che coinvolge un intero paese.

Gaudenzio Ferrari, negli anni di permanenza a Varallo, mette al servizio dell'edificazione del "gran teatro montano" le sue qualità di architetto, pittore, scultore: un impegno appassionato, che non conosce momenti di ripiego. dalle statue della cappella dell'Annunciazione (ca. 1510) al formidabile complesso di statue ed affreschi che vibrano di drammaticità nella cappella della Crocifissione (1520-23).

Ad essi la critica di Testori restituisce la dignità di uno dei punti alti dell'arte rinascimentale in Italia, sia pure di un'arte che, per essere apprezzata, richiede l'abbandono dei canoni estetici "aurei" della più celebrata cultura umanistica, per lasciarsi attrarre dalla "realtà umana" di una terra e di un paese per il quale è "il cuore che governa le ragioni della forma" e non viceversa[11].

Così Testori si esprime a proposito delle statue dell'Annunciazione (Cappella II):

« Come se la poesia potesse salir in cielo solo per creature nutrite di mitologia e di potenza, e non anche per creature nutrite della loro povertà, della loro incommensurabile fiducia nel fatto di essere nate lì, in una valle, in un paese, e di dover Il tutto risolvere della loro esistenza; e lì trovare i propri dei. Finanche gli dei della bellezza. Ché mai visi furon più colmi di luce; mai labbra più straripanti di tenerezza e d'amore. »
(G. Testori, Elogio dell'arte novarese, 1962, p. 21)

Gaudenzio Ferrari, il patriarca del Monte, è l'autore delle statue e dei dipinti delle cappelle V (I Magi a Betlemme), VIII (Presentazione al Tempio), XXXVIII (Crocifissione), XL (La Pietà); sue sono anche statue che troviamo nelle cappelle II (Annunciazione), VI (Natività), VII (Adorazione dei pastori); XXXII (Gesù sale la scala del Pretorio), e, verosimilmente, anche la statua del Cristo morto nella cappella del Santo Sepolcro.

L'impronta lasciata da Gaudenzio Ferrari fa dunque emergere sopra la parete di Varallo una sorta di "genius loci", che riesce a tenere legate a sé - pur nella evoluzione dei linguaggi adottati - le opere dei tanti artisti che, nei secoli, si avvicendano nella fabbrica del Sacro Monte. Le stesse raccomandazioni dei committenti esortano gli artisti a riprendere i moduli compositivi di Gaudenzio; ed è tale genio del luogo a manifestarsi in modo spontaneo nelle opere di chi, come i fratelli D'Enrico (Giovanni, Melchiorre, ed Antonio), ha respirato l'aria di quella stessa valle.

È sempre Testori a porre in risalto la grandezza di quell'infaticabile plasticatore, capace di straordinario realismo, che fu Giovanni d'Enrico. Le sue migliori statue tengono il confronto con quelle di Gaudenzio. Il lavoro di architetto e le statue che egli ha realizzato in una ventina di cappelle lo consacrano, dopo Gaudenzio, come secondo grande regista del Monte.

A Varallo si esprime anche, con tutta la sua capacità di dar forma pittorica ad una gamma estremamente variegata di tipi umani, con fisionomie ed espressioni velocemente tratteggiate, la forza poetica del fratello minore di Giovanni d'Enrico, noto come Tanzio da Varallo, altro artista ampiamente rivalutato da Testori[12].

In effetti, tra i punti più alti di teatralità e di senso di angoscia presenti nella "Nuova Gerusalemme", si devono menzionare le cappelle (Gesù al tribunale di Pilato, Gesù davanti ad Erode, Pilato si lava le mani) che vedono la collaborazione dei due fratelli:

« [In queste cappelle] tutto viene da un'urgenza di vita in atto, di rappresentazione colta nel suo massimo movimento e perciò tutto sta perennemente aperto come sul palcoscenico di un teatro che abbia la forza di trascinare continuamente a sé nuova vita e nuova morte. »
(Giovanni Testori, Tanzio da Varallo, 1959, p. 29)

Gli artisti impegnati al Sacro Monte[modifica | modifica sorgente]

Scultori[modifica | modifica sorgente]

Pittori[modifica | modifica sorgente]

L'amministrazione religiosa[modifica | modifica sorgente]

I servizi religiosi del Sacro Monte sono celebrati dai Padri Oblati dei Santi Gaudenzio e Carlo (diocesi di Novara); l'amministrazione religiosa del luogo è curata da un rettore che dirige anche il Bollettino del Sacro Monte di Varallo, un periodico che nel 2010 ha raggiunto l'86º anno di vita. L'incarico di rettore fu ricoperto da figure religiose anche di notevole fama quali ad esempio il card. Maurilio Fossati, che resse il Sacro Monte tra il 1915 e il 1924.[13]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Casimiro Debiaggi, Il Sacro Monte di Varallo - Breve storia della Basilica e di tutte le cappelle, guida a cura dell'Amministrazione Vescovile del Sacro Monte, Varallo (VC)
  2. ^ Le informazionni di carattere essenziale sulla storia del Sacro Monte sono ricavate da Casimiro Debiaggi, Il Sacro Monte di Varallo - Breve storia della Basilica e di tutte le cappelle, Guida a cura dell'Amministrazione Vescovile del Sacromonte, III edizione, 1996
  3. ^ La relazione tra la spiritualità di Bernardino da Siena e Bernardino Caimi, poi, è ben avvertita anche da Gaudenzio Ferrari, che li dipinge uno accanto all'altro.
  4. ^ Sul ruolo della cultura devozionale del movimento francescano nello sviluppo dei Sacri Monti vedasi Luigi Zanzi, Paolo Zanzi, (a cura di), Atlante dei Sacri Monti prealpini, Skira, Milano, 2002, pp 52-54
  5. ^ La grande rilevanza delle opere realizzate da Gaudenzio al Sacro Monte e la centralità del suo lascito per gli artisti che si susseguirono a Varallo è stata messa in evidenza soprattutto da Giovanni Testori. Giovanni Testori, Il gran teatro montano, Milano, Feltrinelli, 1965 (ora in G. Testori, La realtà della Pittura, Milano, Longanesi, 1995)
  6. ^ Centini, Massimo, I Sacri Monti nell'arco alpino italiano, Priuli & Verlucca, Ivrea, 1990, pp. 49-50
  7. ^ Carlo Emanuele I finanziò la costruzione della cappella della Strage degli Innocenti. Cfr. Casimiro Debiaggi, op. cit., p.7
  8. ^ Luigi Zanzi, Paolo Zanzi (a cura di), op. cit., p. 100
  9. ^ La tradizione afferma che la venerata statua proviene dalla Basilica di Santa Sofia a Costantinopoli; cfr. Casimiro Debiaggi, op. cit, p. 63. Oggi essa è dubitativamente riconosciuta come opera precoce di Gaudenzio Ferrari. Cfr. Edoardo Villata, Simone Baiocco, Gaudenzio Ferrari, Gerolamo Giovenone: un avvio e un percorso, Allemandi, 2004, p. 68
  10. ^ Per un'analisi delle fortune critiche del Sacro Monte vedasi Giovanni Agosti, Testori a Varallo, in "Testori a Varallo, Silvana Editoriale, 2005, pp. 141-45
  11. ^ Giovanni Testori, Il gran teatro montano, op. cit.
  12. ^ Giovanni Testori, Tanzio da Varallo, catalogo della mostra, Torino, 1959 (ora in G. Testori, La realtà della Pittura, Longanesi, Milano, 1995)
  13. ^ Bollettino del Sacro Monte di Varallo; Anno 2010 num. 2; on-line su www.sacromontedivarallo.it (ultimo accesso: 11 maggio 2010)

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Samuel Butler, Ex Voto. Studio artistico sulle opere d'arte del Sacro Monte di Varallo e di Crea, Novara, 1894 (traduzione italiana del testo inglese reperibile on line).
  • Giovanni Testori, Elogio dell’arte novarese, De Agostini, Novara, 1962.
  • Idem, Il gran teatro montano, Milano, Feltrinelli, 1965 (ora in G. Testori, La realtà della pittura. Scritti di storia e critica d'arte dal Quattrocento al Settecento, a cura di P. Marani, Milano, Longanesi, 1995.
  • Idemi, Tanzio da Varallo, catalogo della mostra, Torino, 1959 (ora in G. Testori, La realtà della Pittura, Longanesi, Milano, 1995.
  • Casimiro Debiaggi, Il Sacro Monte di Varallo - Breve storia della Basilica e di tutte le cappelle, Guida a cura dell'Amministrazione Vescovile del Sacromonte, III edizione, 1996.
  • Luigi Zanzi, Paolo Zanzi, (a cura di), Atlante dei Sacri Monti prealpini, Skira, Milano, 2002
  • Giovanni Agosti, Testori a Varallo, in "Testori a Varallo - Sacro Monte, Santa Maria delle Grazie, Pinacoteca e Roccapietra" (a cura dell'Associazione Giovanni Testori), Cinisello Balsamo, Silvana Editoriale, 2005.
  • Elena De Filippis, Gaudenzio Ferrari. La crocefissione del Sacro Monte di Varallo, Torino, Allemandi, 2006.
  • Giovanni Reale, Elisabetta Sgarbi, Il grande teatro del Sacro Monte di Varallo, Milano, Bompiani, 2009.
  • Elena De Filippis, Guida del Sacro Monte di Varallo, Tipolitografia, Borgosesia 2009.

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]