Servitù debitoria

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Contratto di servitù firmato nel 1738

Il sistema della servitù debitoria o servitù a contratto (conosciuta anche col termine inglese indentured system) fu una tipologia di contratti di lavoro che caratterizzò le origini dell'emigrazione europea.

Gli indentured servants provenienti volontariamente dalle terre d'Europa Nord occidentale, con le stesse motivazioni di spinta alla migrazione (push factors) e con le stesse aspettative verso i territori di accoglienza (pull factors) che caratterizzarono le migrazioni di quel periodo, erano lavoratori di entrambi i sessi, più o meno qualificati, con insufficienti risorse o senza mezzi.

Origine del sistema[modifica | modifica sorgente]

Nacque nel XVI e XVII secolo per l'approvvigionamento di lavoratori a contratto per le colonie caraibiche, in quanto permetteva ai migranti europei di affrontare la spesa del viaggio, altrimenti proibitiva, in cambio della loro futura prestazione d'opera.

Funzionamento del contratto[modifica | modifica sorgente]

Il sistema si basava sulla stipula di un contratto tra il lavoratore emigrante e il mercante o il proprietario dell'imbarcazione che lo avrebbe trasportato. Giunti a destinazione il contratto veniva venduto all'asta ai datori di retribuzione che con esso acquistavano il debito contratto dall'emigrato per partire e, quindi, la futura prestazione d'opera necessaria a riscattarlo.

Condizioni di lavoro[modifica | modifica sorgente]

I lavoratori emigrati per pagare il proprio debito erano tenuti a lavorare per un determinato periodo di tempo (normalmente compreso tra 4 e 7 anni) alle dipendenze di chi acquistava il contratto. Nella maggior parte dei casi il contratto non prevedeva la corresponsione di alcun salario e affidava ai datori di lavoro la responsabilità per vitto, alloggio, necessità essenziali e apprendistato.

In realtà, però, questi ultimi si curavano della loro condizione (e di quella delle loro famiglie) ancor meno di quanto non facessero con gli schiavi veri e propri, visto che alla scadenza del contratto, se erano sopravvissuti, oltre a perdere ogni diritto su di loro, sarebbero stati obbligati a corrispondere una somma di denaro o altri beni equivalenti al prezzo di un piccolo appezzamento di terra, oppure un piccolo terreno o un altro pagamento in natura.

Nelle Barbados, ad esempio, nel XVIII secolo il compenso in natura poteva equivalere a 200 chili di zucchero o di tabacco oppure a 10 sterline in contanti o a 10 acri di terra.

La risoluzione del contratto da parte del migrante rappresentava un reato a tutti gli effetti.

Servitù debitoria e schiavitù[modifica | modifica sorgente]

La servitù debitoria in teoria non equivale alla condizione di schiavitù da cui si differenzia per la natura contrattuale e la preventiva determinazione di un termine per il contratto stesso. Malgrado ciò il sistema di potere creato dal rapporto di servitù debitoria fu molto spesso causa di abusi psicologici, fisici e sessuali nei confronti dei lavoratori immigrati, nonché di abusi legali nei confronti del contratto stesso. In certi casi, ad esempio, i lavoratori venivano obbligati a comprare beni di prima necessità in cambio di un'estensione del periodo del contratto, che in questo modo poteva protrarsi indefinitamente. In altri casi la loro sopravvivenza era compromessa dalle pesanti violenze subite, dalle precarie condizioni di vita, dalla mancanza di cibo e di assistenza sanitaria.

Frequentemente i servants non sopravvivevano al contratto stipulato per vari motivi: o perché il clima tropicale, unito al lavoro coatto, rendeva le loro condizioni esistenziali troppo pesanti, oppure perché contraevano malattie tropicali subito dopo lo sbarco, o ancora a causa della malnutrizione.

Nel 1661, nelle Barbados, fu emanata una legge per la regolarizzazione dei servants, grazie anche alle loro numerose rivolte. Tuttavia ciò non impedì ai padroni, come previsto dalla legge, di cedere anche temporaneamente i contratti, di venderli o addirittura di perderli al gioco.

In tutte queste circostanze, che non furono rare, il sistema assunse senza alcun dubbio i caratteri delle forme di lavoro non libere.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]


Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Klaus J. Bade. 2001. L'Europa in movimento-le migrazioni dal settecento ad oggi. Roma. Editori Laterza fare l'Europa. pp. 250–415
  • Asher colombo e Giuseppe Sciortino, Gli immigrati in Italia, Il Mulino, 2004, ISBN 8815097929.