Elvezi

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Opera di Charles Gleyre raffigurante Gli Elvezi che costringono sotto al giogo i Romani (1858), allusione alla Battaglia di Agen. In età romantica gli storici svizzeri riscoprirono gli Elvezi e ne fecero una sorta di mito nazionale, Divicone venne paragonato a Guglielmo Tell e a Arnold von Winkelried.[1]

Gli Elvezi erano una popolazione celtica anticamente stanziata nella parte occidentale dell'Altipiano svizzero.[1]

Indice

Storia [modifica]

Le peculiarità degli Elvezi sembrano emergere nell'ultimo secolo della Cultura di La Tène, tra il 150 e il 30 a.C.[2] Parallelamente, nella storiografia gli Elvezi vengono menzionati per la prima volta da Posidonio, la cui descrizione (ricchi d’oro e pacifici) viene ripresa da Strabone nella sua Geografia,[3] che non specifica, tuttavia, l’esatta ubicazione del territorio da essi occupato.[1] Più preciso Giulio Cesare, che nei Commentarii de bello Gallico[4] indicava che gli Elvezi vivevano nei luoghi compresi fra il Giura (a ovest), il Reno (a est e a nord) e il Lago Lemano e il Rodano (a sud). Sempre secondo Cesare, la tribù era divisa in quattro pagi (tra questi quello dei Tigurini ritenuto – da altri – un popolo a sé).[1] Dallo stato di endemica guerra con i confinanti e bellicosi Germani – prosegue Cesare – deriva un valore degli Elvezi superiore a quello degli altri Galli.[5]

Se i Tigurini vengono considerati un sottogruppo degli Elvezi, le prime notizie su questo popolo risalgono al II secolo a.C. quando il condottiero Divicone (Divicus) a capo dei Tigurini, assieme ai Cimbri, agli Ambroni e ai Teutoni, penetrò nella Gallia Narbonense ove sconfisse un corpo di spedizione romano condotto dal console Lucio Cassio Longino nel 107 a.C. nella battaglia di Agen[6] (→ Guerre cimbriche).[7] Nel 105 a.C. questa federazione di popoli sconfisse nuovamente i romani a Orange, ma la loro avanzata verso la penisola italica venne fermata nel 102 a.C. dal generale romano Gaio Mario presso Aix-en-Provence. L'anno seguente anche i Cimbri vennero sconfitti presso Vercelli nella battaglia dei Campi Raudii. I Tigurini, che erano rimasti nelle retrovie, ripiegarono verso nord, insediandosi, probabilmente, nel territorio descritto da Cesare.[1]

Incisione ottocentesca raffigurante Cesare che riceve l’ambasceria del vecchio Divicone.

Delle vicende degli Elvezi non si sa più nulla fino al 61 a.C.[8] quando decisero, forse sotto la pressione delle tribù germaniche, di migrare dall’Altipiano svizzero alla Saintonge e, per questo, si prepararono ad attraversare il territorio dei Sequani.[1] Cesare racconta che le tribù galliche chiamarono lui, che era governatore della provincia romana della Gallia Narbonense, per difenderle da questa migrazione.[9] Così, lasciato il suo luogotenente (Tito Labieno) a presidiare Ginevra (avamposto degli Allobrogi), reclutò cinque nuove legioni in Italia e si preparò ad affrontare gli Elvezi con 29.000 uomini.[10] Sempre secondo Cesare, gli Elvezi ammontavano invece a 368.000 unità di cui 92.000 abili alle armi.[11] Nonostante la morte del capo Orgetorige, che più di ogni altro aveva voluta la migrazione,[12] gli Elvezi decisero di intraprendere il lungo viaggio, distruggendo prima tutti i loro villaggi e i loro beni, così da non avere alcun motivo per ritornare sui loro passi.[13] Scontratisi con l'esercito romano quando erano ormai nel territorio degli Edui, gli Elvezi vennero sconfitti nella Battaglia di Bibracte e i superstiti (circa 110.000) furono costretti a tornare sull’Altopiano.[1] Sempre Cesare ci informa che nel 52 a.C. circa 8.000 Elvezi partirono (con tutte le altre popolazioni celtiche della Gallia)[14] in soccorso di Vercingetorige assediato dai Romani ad Alesia (→ Battaglia di Alesia).[1]

Il nome degli Elvezi ricompare successivamente nelle Storie di Tacito quando, suicidatosi Nerone nel 68, scoppiò il conflitto fra i pretendenti al principato: Galba, Otone, Vitellio e Vespasiano. Ignorando la morte di Galba, gli Elvezi supportarono quest’ultimo contro Vitellio, comandante delle legioni del Reno.[15] Sempre secondo Tacito, la XXI legione, di stanza a Vindonissa e fedele a Vitellio, attaccò un convoglio di rifornimento ad un castellum mantenuto e presidiato dagli Elvezi. Costoro, per contro, intercettarono e fermarono un centurione diretto dalla Germania alla Pannonia con una missiva dello stesso Vitellio.[16] A questo punto Aulo Cecina – desideroso di compiacere Vitellio – devastò le campagne degli Elvezi, uccidendo migliaia di uomini e prendendone altre migliaia come schiavi. Con la resa dell'oppidum di Aventicum e l’esecuzione di Iulius Alpinus (forse il capo della rivolta), Vitellio schiacciò definitivamente la ribellione degli Elvezi.[17]

L'anfiteatro di Avenches (Aventicum), oggi sovrastato da una torre medievale.

Il territorio degli Elvezi venne definitivamente inglobato nell'Impero, confluendo nella provincia della Germania superiore.[18] Perno del sistema stradale dell’Altipiano elvetico era Vindonissa (Windisch), sede di un’importante ospedale militare. Da qui partivano strade in cinque diverse direzioni.[19] Una, costeggiando verso ovest il corso del Reno, raggiungeva Augusta Rauricorum (oggi Augst) e da lì varcava la Catena del Giura. Una seconda attraversava la sezione centrale dell’Altipiano verso sud-ovest collegando Salodurum (oggi Soletta), Petinesca (Studen), Aventicum (Avenches), Eburodunum (Yverdon), Lausonna (Losanna), Iulia Equestris (Nyon) e Genava (Ginevra). Una terza scendeva verso sud e, attraverso il Passo del Grimsel, percorreva il Vallese sino a Sedunum (Sion) e Octodurus (Martigny). Una quarta via, in direzione nord, varcava il Reno, raggiungeva Iullomagus (Schleitheim) e quindi la Germania. Una quinta, infine, collegava Vindonissa con le terme Aquae Helveticae (Baden) e qui si divideva a sua volta: un tratto – via Ad Fines (Pfyn) – raggiungeva il Lago di Costanza ad Arbor Felix (Arbon), l’altro toccava Turicum (Zurigo), Curia (Coira) e – varcato il Passo del Lucomagno – raggiungeva Bilitio (Bellinzona) e la Gallia cisalpina.[20][21] Aventicum era il principale centro della regione, fondato nel I sec d.C.[22] e designato – secondo Tacito – quale capitale degli Elvezi (gentis caput).[23] La città era tracciata su una scacchiera e ospitava importanti edifici pubblici, tra questi un anfiteatro costruito nel 130 d.C. e ampliato nel 165 d.C.[22]

Società [modifica]

Moneta del I secolo a.C. raffigurante Orgetorige (scritto ORCHTIRIX).

Pochissimo si conosce dell’organizzazione tribale degli Elvezi prima della loro romanizzazione.[1] Cesare ci informa che costituivano una federazione di quattro pagi o partes (spesso tradotto come cantoni); di questi, nel De bello gallico, si fa menzione dei Tigurini e dei Verbigeni.[24] Sempre Cesare ci dice che la società elvetica non era monarchica (al contrario, chi cercava di sopravanzare gli altri veniva processato e bruciato vivo), esisteva tuttavia una divisione fa uomini semplici e nobili (nobiles).[25] Sul territorio da essi occupato (211 miglia in lunghezza e 180 miglia in larghezza) si trovavano dodici città, quaranta villaggi e numerose fattorie isolate.[26] A quanto sembra, veniva utilizzato dagli Elvezi l’alfabeto greco,[27] probabilmente diffuso dai mercanti focesi che, nel VI secolo a.C., avevano fondato Massalia (oggi Marsiglia) e numerose altre città alla foce del Rodano.[28]

Note [modifica]

  1. ^ a b c d e f g h i Elvezi in Dizionario storico della Svizzera
  2. ^ Kaenel, p. 46
  3. ^ Strabone, Geografia, 7, 2, 2
  4. ^ Cesare, De bello gallico, 1, 2
  5. ^ Cesare, De bello gallico, 1, 1 (De qua causa Helvetii quoque reliquos Gallos virtute praecedunt)
  6. ^ Cesare, De bello gallico, 1, 7
  7. ^ Tigurini in Dizionario storico della Svizzera
  8. ^ Cesare, De bello gallico, 1, 2 (M. Messala [et P.] M. Pisone consulibus)
  9. ^ Cesare, De bello gallico, 1, 6
  10. ^ Cesare, De bello gallico, 1, 10
  11. ^ Cesare, De bello gallico, 1, 29
  12. ^ Cesare, De bello gallico, 1, 3
  13. ^ Cesare, De bello gallico, 1, 5
  14. ^ Cesare, De bello gallico, 7, 75
  15. ^ Tacito, Storie, 1, 67
  16. ^ Tacito, Storie, 1, 67
  17. ^ Tacito, Storie, 1, 68
  18. ^ Bruckmüller e Hartmann, pp. 40-41
  19. ^ Bruckmüller e Hartmann, p. 36
  20. ^ Bruckmüller e Hartmann, p. 36
  21. ^ Fahrni, pp. 12-13
  22. ^ a b Aventicum in Dizionario storico della Svizzera
  23. ^ Tacito, Storie, 1, 68
  24. ^ Cesare, De bello gallico, 1, 12
  25. ^ Cesare, De bello gallico, 1, 4
  26. ^ Cesare, De bello gallico, 1, 2
  27. ^ Cesare, De bello gallico, 1, 29 (tabulae ... litteris Graecis confectae)
  28. ^ Orrieux e Schmitt Pantel, pp. 72-73

Bibliografia [modifica]

Fonti primarie [modifica]

Letteratura storiografica [modifica]

  • Ernst Bruckmüller; Peter Claus Hartmann, Putzger. Historisches Weltatlas (in tedesco), Cornelsen, 2001. ISBN 3-464-00178-4
  • Carlo Carena, Cesare. Le guerre in Gallia (in latino e italiano, testo a fronte), Mondadori, 1991. ISBN 88-04-34725-2
  • Dieter Fahrni, Storia della Svizzera. Sintesi storica di un piccolo paese dalle origini fino ai nostri giorni (in italiano), Stehle Druck AG, 1994. ISBN 3-908102-18-9
  • Gilbert Kaenel, L'an -58. Les Helvetètes. Archéologie d'un peuple celte (in francese), Presse polytechniques et universitaires romandes, 2012. ISBN 978-2-88074-953-8
  • Claude Orrieux; Pauline Schmitt Pantel, Storia greca (in italiano), il Mulino, 2003. ISBN 88-15-09291-9

Voci correlate [modifica]