Circe

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Circe in un quadro di John William Waterhouse (1849-1917)

Circe è una dea della religione greca [1]e compare nell'odissea (libro X, XI e XII) di Omero e nel mito degli Argonauti.

Descrizione[modifica | modifica sorgente]

Circe vive nell'isola di Eea ed è figlia di Elio e della ninfa Perseide e sorella di Eete (re della Colchide) e di Pasifae (moglie di Minosse), nonché zia di Medea. Secondo un'altra tradizione è figlia del Giorno e della Notte. Stando invece a quanto riporta Euripide nella Medea, quest'ultima viene descritta come figlia dei sovrani della Colchide, ossia Eete e Ecate. Essendo Eete figlio del Sole (e così si spiegherebbe l'etimologia del nome Eete, da ἕως [eos], aurora, sole), dunque Circe sarebbe sorella del re e zia di Medea. L'etimologia di Eete spiegherebbe anche l'etimologia dell'isola dove vive la stessa Circe, Eea.

Ulisse, dopo aver visitato il paese dei Lestrigoni, risalendo la costa italiana, giunge all'isola di Eea. L'isola, coperta da fitta vegetazione, sembra disabitata e Ulisse invia in ricognizione parte del suo equipaggio, sotto la guida di Euriloco. In una vallata, gli uomini scoprono che all'esterno di un palazzo, dal quale risuona una voce melodiosa, dove vi sono animali feroci. Tutti gli uomini, con l'eccezione di Euriloco, entrano nel palazzo e vengono bene accolti dalla padrona, che altro non è che la maga Circe. Gli uomini vengono invitati a partecipare a un banchetto ma, non appena assaggiate le vivande, vengono trasformati in maiali (oppure si dice che i maiali li abbiano partoriti), leoni, cani, a seconda del proprio carattere e della propria natura. Subito dopo, Circe li spinge verso le stalle e li rinchiude.

Euriloco torna velocemente alla nave e racconta a Ulisse quanto accaduto. Il sovrano di Itaca decide di andare dalla maga per tentare di salvare i compagni. Dirigendosi verso il palazzo, incontra il dio Ermes, messaggero degli dèi, che gli svela il segreto per rimanere immune agli incantesimi di Circe. Se mischierà in ciò che Circe gli offre da bere un'erba magica chiamata moly, non subirà alcuna trasformazione.

Ulisse raggiunge la maga, la quale gli offre da bere (come aveva fatto con i suoi compagni), ma Ulisse, avendo avuto la precauzione di mescolare il moly con la bevanda, non si trasforma in animale. Egli minaccia di uccidere Circe, la quale riconosce la propria sconfitta e ridà forma umana ai compagni di Ulisse e anche a tutti gli altri tramutati in bestie feroci.

Ulisse trascorre con lei un anno e da lei ha un figlio, Telegono, e forse anche una figlia, chiamata Cassifone. Un'appendice della Teogonia di Esiodo racconta che i loro figli sono due: Anzio e Latino, che regnarono sui Tirreni.

Ulisse è costretto a cedere ai desideri dei suoi compagni, che vogliono tornare a casa, e chiede a Circe la strada migliore per il ritorno. La maga gli consiglia di visitare gli inferi e di consultare l'ombra dell'indovino Tiresia, quindi Ulisse riparte con la sua nave.

Nell'episodio dell'Odissea, sono presenti molte scene tipiche ed epiteti. Questi, infatti, erano utilizzati dagli aedi per ricordare più facilmente il poema, sempre narrato oralmente, fin quando il tiranno Pisistrato non volle metterlo per iscritto insieme all'Iliade.

Alla fine, non più spinto dalla curiosità come nella grotta di Polifemo, ma dal dovere di salvare i suoi compagni, Ulisse riesce a calmare nuovamente le acque. Proprio queste però, saranno per lui causa di tante sofferenze, poiché servendosi di loro il dio Poseidone renderà sempre più tortuoso il ritorno (in greco Nostos) dell'eroe a Itaca, dall'amata e fedele moglie Penelope.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Tra gli altri:
    « In Omero dea vivente nell'isola favolosa di Ea »
    (Herbert Jennings Rose. Oxford Classica Dictionary (Oxford Univeristy Press, 1970, in italiano Dizionario delle antichità classiche Cinisello Balsamo, Paoline, 1995, pag.468)
    « Nell'Odissea Circe non è una maga (e in termini greci, non potrà esserlo prima del V secolo a.C.) ma una dea terribile, che trasforma arbitrariamente gli uomini in animali. »
    (Marcello Carastro. L'invenzione della magia in Grecia. In Grecia mito e religione vol.6 di L'antichità (Coordinatore del Comitato scientifico: Umberto Eco). Milano, Encyclomedia Publishers-CRS, 2011 pag. 434)

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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