Zenobia

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Zenobia
Zenobia
Zenobia raffigurata su un antoniniano[1]. Sul dritto, la testa, con diadema, della regina contornata dalla scritta S ZENOBIA AVG, mentre il busto, visto da destra è coperto da un drappo a mezzaluna. Il retro, con la scritta, IVNO REGINA, la presenta in piedi, frontale, vista da sinistra, con una coppa (patera) nella mano destra, lo scettro nella sinistra, un pavone ai suoi piedi e una stella nella parte sinistra
Regina di Palmira
In carica 267 - 272
Predecessore Settimio Odenato[2]
Successore Vaballato
Morte Tivoli, 275
Consorte di Settimio Odenato[2]
Figli Vaballato

Zenobia Settimia[3], il cui nome non latinizzato era Bath-zabbai (242Tivoli, 275), prima (262-267) fu regina consorte del dux Romanorum e corrector totius Orientis, cioè del re di Palmira, Settimio Odenato (Udhayna), di cui era la seconda moglie; poi, dal 267 al 272 fu reggente (di fatto regina) per conto del figlio, Vaballato.

Rimasta vedova di Odenato,[2] trasformando il suo Stato in una monarchia indipendente, si sottrasse al controllo di Roma, si autoproclamò Augusta, nominò suo figlio Vaballato Augusto e accrebbe i propri domini con l'occupazione dell'Egitto e della Bitinia.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Regno di Palmira.

Alla fine del 267 o forse all'inizio del 268, suo marito, Settimio Odenato, a cui l'imperatore Gallieno aveva concesso il titolo di re dei re, fu assassinato, ad Emesa, assieme al figlio Hairan (o Erode o Erodiano)[2][4] e ad un suo fedele collaboratore, il governatore militare di Palmira Settimio Vorode. Furono assassinati da Maconio[5], cugino o nipote (a seconda delle fonti) di Odenato. Poco dopo la morte del re dei re, sua moglie Zenobia prese il potere,[6] in nome del figlio minorenne Vaballato[7], col sogno e l'ambizione non solo di mantenersi autonoma da Roma, ma di creare un impero d'Oriente da affiancare all'impero di Roma, mentre prima Gallieno e poi Claudio il Gotico erano impegnati nelle guerre di confine contro i Goti.[8]

Gallieno avrebbe voluto regolare i conti con Zenobia,[9] ma fu impossibilitato a recarsi in Oriente, sia dall'invasione dei Goti iniziata nel 267 che dalla grande invasione degli Eruli del 268. La Vita Gallieni riporta che l'imperatore inviò contro Palmira un suo generale, Aurelio Eracliano, nominato dux della spedizione volta a riprendere il controllo della frontiera con la Persia dopo la morte di Odenato nel 267, ma questi fu sconfitto dai Palmireni della regina Zenobia e di suo figlio Vaballato.[10] Secondo alcune interpretazioni alternative, questa spedizione non avvenne sotto Gallieno ma sotto il suo successore Claudio il Gotico,[11] o non avvenne affatto.[12]. Comunque, alla luce di questi avvenimenti, si rafforzò la convinzione che il regno di Palmira avesse la missione di governare l'Oriente e Zenobia, reggente al posto del figlio Vaballato, prima concluse un accordo con l'imperatore Claudio II il Gotico, che ratificava la situazione creatasi in Oriente, cioè i confini del regno di Odenato, e solo dopo la morte dell'imperatore Claudio, avvenuta nel 270, guidò la ribellione contro l'autorità imperiale.

Herbert Schmalz - L'ultimo sguardo della regina Zenobia su Palmira

Per i primi anni Zenobia si era limitata a conservare e rafforzare il regno lasciatole da suo marito (la Cilicia, la Siria, la Mesopotamia e l'Arabia), mantenendo buoni rapporti con Roma. Raggiunto il potere, inoltre, Zenobia iniziò ad attribuirsi anche in pubblico titoli divini, il più celebre dei quali era "discendente di Cleopatra".

Zenobia orchestrò la ribellione contro l'autorità Imperiale attuando una politica espansionistica a partire dalla fine del 269, che si sviluppò nel 270, quando Zenobia riuscì ad estendere il potere del suo regno conquistando la Bitinia e l'Egitto, minacciando addirittura il Bosforo.

Nel 270 divenne imperatore Aureliano, che inizialmente riconobbe a Vaballato i titoli di vir clarissimus rex e imperator dux Romanorum, tanto che nel regno di Palmira si batterono monete con da un lato l'effigie di Vaballato, imperator dux Romanorum, e dall'altro l'imperatore, Aureliano. Ma nel 271, risolti i problemi che aveva in Italia, Aureliano decise di ristabilire il controllo romano sulle varie regioni[13], cominciando dal regno di Palmira. Le province di Bitinia ed Egitto, conquistate pochi mesi prima da Zenobia, furono riconquistate quasi senza colpo ferire, e l'avanzata di Aureliano continuò senza incontrare resistenza. Le truppe di Palmira, al comando del generale Zabdas e composte dai resti di almeno due legioni romane, gli arcieri palmireni e la cavalleria pesante (i clibanarii simili al catafratto persiano), che erano state radunate ad Antiochia, si mossero allora incontro all'imperatore, che fu intercettato sulle rive dell'Oronte, dove avvenne la Battaglia di Immae. Qui Aureliano, che in passato era stato comandante di cavalleria, al primo attacco dei climbanarii ordinò alla sua cavalleria leggera di arretrare e farsi inseguire sino a quando i cavalli del nemico, appesantiti dalla propria corazza e da quella del cavaliere, furono esausti; allora la cavalleria di Aureliano si arrestò e mise in fuga i clibanarii, mentre la sua fanteria, attraversato l'Oronte, attaccò sul fianco le truppe di Zabdas che così subirono una sconfitta completa.

Zabdas si ritirò ad Antiochia, dove, mentendo, si vantò di aver fatto prigioniero Aureliano. Poi Zenobia e Zabdas, dopo aver lasciato una piccola guarnigione nel presidio fortificato di Dafne, di notte, si ritirarono da Antiochia dirigendosi a Emesa, per poter raccogliere un secondo esercito per fermare Aureliano.

Aureliano, ben accolto dagli abitanti di Antiochia, attaccò e conquistò Dafne, per poi proseguire celermente[14] verso Emesa, dove nella piana antistante la città avvenne lo scontro decisivo, la Battaglia di Emesa, dove, con una tattica simile a quella della battaglia di Immae, Aureliano, che aveva ricevuto i rinforzi di truppe mesopotamiche, siriane, fenicie e palestinesi, riportò una grande vittoria[15] contro un esercito, valutato intorno alle 70.000 unità.

Il Regno di Palmira sotto Zenobia, dopo l'espansione del 270, prima dell'inizio della riconquista di Aureliano (271)

Zenobia, aiutata nella fuga dai nomadi del deserto che attaccarono Aureliano[16] si ritirò a Palmira, preparandosi a sostenere un assedio, sperando nell'arrivo degli aiuti persiani. Aureliano, dopo essere stato ferito, ebbe un momento di esitazione e propose a Zenobia un resa molto moderata, che la regina, poco saggiamente, rifiutò e respinse con linguaggio poco diplomatico, costringendo l'imperatore a mantenere l'assedio e a impegnarsi con risolutezza con le tribù del deserto che vennero sottomesse, o con le armi, o col denaro (alcune tribù ebbero il lucroso compito di approvvigionare l'esercito imperiale). Allora Zenobia ed il figlio, Vaballato, cercando la protezione dei Sasanidi, fuggirono a dorso di un dromedario, ma furono catturati dalla cavalleria leggera romana, mentre tentavano di attraversare l'Eufrate. Zenobia e Vaballato, dopo la cattura, furono riportati a Palmira, che nel frattempo si era arresa ad Aureliano, senza che l'oasi e la città avessero subito alcuna violenza. Allora i due sconfitti furono inviati a Roma ma, secondo quanto testimoniato dallo storico bizantino Zosimo, il figlio morì durante il viaggio.

Zenobia, legata con delle catene d'oro, venne esibita come trofeo durante le celebrazioni per il trionfo di Aureliano, del 274. Poi, secondo la maggior parte delle fonti le fu consentito di ritirarsi a vita privata in una villa di Tivoli, divenne compagna o sposa di un senatore e partecipò fino alla morte alla vita mondana della capitale[17]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ L'antoniniano era una moneta del valore di due denari
  2. ^ a b c d Historia Augusta - Due Gallieni, 13.1.
  3. ^ Il marito discendeva dalla gens Septimia.
  4. ^ Secondo Andreas Alföldi, Hairan era figlio di primo letto, mentre Erodiano era il figlio maggiore di Zenobia.
  5. ^ Maconio non riuscì a succedere allo zio (o cugino) perché fu assassinato subito dopo. Maconio forse era stato sobillato dall'imperatore Gallieno, con la promessa di metterlo al posto di Odenato, ma molto più probabilmente da Zenobia, che voleva che ad Odenato succedesse uno dei suoi figli e non Hairan che era figlio della prima moglie del marito.
  6. ^ Historia Augusta - Due Gallieni, 13.2-3.
  7. ^ Secondo Andreas Alföldi, Zenobia fu reggente per conto prima di Erodiano, il figlio maggiore, e poi di Vaballato, il minore.
  8. ^ Historia Augusta, Triginta tyranni, 30.1-3.
  9. ^ Historia Augusta - Due Gallieni, 13.4-5.
  10. ^ Historia Augusta, Vita di Gallieno, 13.4-5.
  11. ^ Potter.
  12. ^ Watson, Alaric, Aurelian and the Third Century, Routledge, 1999, ISBN 0-415-07248-4, pp. 41-42.
  13. ^ Aureliano, nel suo breve regno (solo cinque anni, dal 270 fino al 275), riuscì a restaurare l'integrità su tutte le regioni dell'impero
  14. ^ Aureliano temeva un intervento dell'esercito persiano in aiuto di Zenobia.
  15. ^ In questa battaglia si misero in evidenza le truppe palestinesi, armate di clava, che assalirono i clibanarii, le cui corazze resistevano alle armi da taglio, ma nulla potevano contro le clave.
  16. ^ Aureliano, in uno scontro contro i nomadi del deserto, fu anche ferito sotto le mura di Palmira.
  17. ^ . Secondo lo storico bizantino Zosimo, invece, Zenobia morì di malattia o addirittura si lasciò morire di fame.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Zenobia. Il sogno di una regina d'Oriente , Catalogo Electa della mostra di Palazzo Bricherasio a Torino (2002) ISBN 8843598430
  • Andreas Alföldi, Le invasioni delle popolazioni stanziali, dal Reno al Mar Nero, in «Storia del mondo antico», vol. IX, 1999, pp. 450-477
  • Andreas Alföldi, La crisi dell'impero (249-270 d.C.), in «Storia del mondo antico», vol. IX, 1999, pp. 478-550
  • Harold Mattingly, La ripresa dell'impero, in «Storia del mondo antico», vol. IX, 1999, pp. 599-655

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