Semiramide

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Semiramide in una illustrazione italiana del XVIII secolo

Semiramide (... – ...) è una leggendaria regina assiro-babilonese, moglie dell'altrettanto leggendario re Nino, fondatore eponimo di Ninive.

Semiramide riceve la notizia della rivolta di Babilonia, dipinto del Guercino, Boston, Museum of Fine Arts
Semiramide, spidocchiatrice di straccioni, illustrazione di Gustave Doré del 1854

Biografia secondo gli autori greci[modifica | modifica sorgente]

Compare nelle narrazioni di diversi autori greci (ad esempio nei Περσικά di Ctesia di Cnido) come moglie del leggendario (in quanto assente dalle liste dei sovrani di Assiria compilate dal raffronto tra resoconti storici e ritrovamenti archeologici) re Nino, che si sarebbe invaghito di lei quand'era ancora sposa del generale Onne. Sarebbe quindi succeduta a Nino.

Secondo diverse varianti sarebbe sopravvissuta ad un complotto ordito dal figlio Nynias, per poi suicidarsi, o avrebbe lei stessa ucciso il marito.[1]

Per Erodoto si sarebbe trattato di una grande sovrana. Figlia della dea Derceto, durante il suo regno conquistò la Media, l'Egitto e l'Etiopia, e realizzò grandi opere di pace come l'edificazione delle mura e dei giardini pensili di Babilonia, una delle sette meraviglie del mondo antico. Viene ripresa da autori più tardi, come Diodoro Siculo, che non le attribuisce i giardini pensili ma la costruzione di diversi palazzi, come Ecbatana, e un regno lungo 42 anni.

La possibile figura storica[modifica | modifica sorgente]

Tale figura mitica viene ricollegata alla regina babilonese Shammuramat, moglie del re assiro Shamshi-Adad V (che governò dall'811 all'808 a.C.) e reggente per il figlio Addu-Nirari III.[2]

Semiramide negli autori cristiani e nell'arte[modifica | modifica sorgente]

Per gli scrittori cristiani medioevali Semiramide assurge a simbolo dell'assolutismo pagano, crudele e licenzioso fino all'incesto. Ne parlano Giustino (martire cristiano del II secolo), Agostino di Ippona e il suo discepolo Paolo Orosio[3], cui attinse poi anche Dante Alighieri, che la pone tra i lussuriosi nel secondo cerchio dell'Inferno (Inferno, V, 55-60).

In questo cerchio, Dante dice che Semiramide era così lussuriosa che, per far in modo che il suo comportamento risultasse "normale agli occhi della popolazione, promosse una legge, attraverso la quale tutti i sudditi dovevano essere altrettanto lussuriosi (dai versi di Dante "che libito fé licito in sua legge"). Infatti si vergognava profondamente di essersi innamorata del figlio, che però costrinse ad un rapporto incestuoso. (dai versi "per torre il biasmo in che era condotta")

Anche Boccaccio, nel De mulieribus claris, la condanna come ambiziosa, libidinosa e crudele. Nel libretto dell'opera omonima di Rossini c'è inoltre un vago parallelo con l'"Orestea", in quanto Semiramide è colpevole dell'uccisione del re defunto e suo figlio per errore la uccide.

Christine de Pizan, nel libro La Città delle Donne (XV secolo), è l'unica dell'epoca che ne parla positivamente: la storia di Semiramide è inoltre il soggetto del dramma La hija del aire ("La figlia dell'aria") di Pedro Calderon de la Barca.

« Semiramide fu una donna di immenso valore e grande coraggio nelle imprese e nell'esercizio delle armi. Fu sposa del re Nino, che diede il nome alla città di Ninive, e diventò un grande conquistatore grazie all'aiuto di Semiramide, che cavalcava in armi al suo fianco. Egli conquistò la grande Babilonia, i vasti territori degli Assiri e molti altri paesi. Questa donna era ancora molto giovane quando Nino venne ucciso da una freccia, durante l'assalto a una città. Dopo aver celebrato solennemente il rito funebre la donna non abbandonò l'esercizio delle armi, anzi più di prima prese a governare e realizzò tali e tante opere notevoli, che nessun uomo poteva superarla in forza e in vigore. Era così temuta come guerriera, che non solo mantenne i territori già conquistati ma, alla testa di una grande armata, mosse guerra all'Etiopia, contro cui combatté con ardimento, conquistandola e unendola al suo impero. Da lì partì per l'India e attaccò in forze gli Indiani, ai quali nessuno aveva mai osato dichiarare guerra, li vinse e li soggiogò. In seguito arrivò a conquistare tutto l'Oriente, sottomettendolo alle sue leggi. Oltre a queste conquiste, Semiramide fece ricostruire e consolidare la città di Babilonia, fece costruire nuove fortificazioni e grandi e profondi fossati tutt'intorno. »
(Traduzione di P. Caraffi, pp. 107; 109.)

Semiramide e la lirica[modifica | modifica sorgente]

Esistono diverse opere liriche incentrate sulla storia di Semiramide:

Rappresentazioni teatrali[modifica | modifica sorgente]

Curiosità[modifica | modifica sorgente]

  • Si narra che la causa che portò alla guerra contro l'Armenia fu la bellezza del re Ara il Bello: infatti, secondo la leggenda, Semiramide fu spinta dal volerlo vedere e non c'era altro modo che con una battaglia.[senza fonte]
  • Giorgio Gaber nel brano Corinna, del suo album Sexus et politica (1970), cita Semiramide come esempio di bellezza e sensualità.
  • La canzone The Beast And The Harlot, del gruppo Heavy metal statunitense Avenged Sevenfold, è in parte ispirata alla figura di questa regina
  • François Rabelais, nel primo libro di Pantagruele, inserisce la regina nella lista grottesca di regnanti mandati all'Inferno nel sogno di Epistemione. Come nella miglior tradizione carnevalesca[4], l'Inferno rappresenta il rovesciamento del mondo terreno: i regnanti del passato vengono abbassati a occuparsi dei lavori più abietti, e qui la regina Semiramide è una spidocchiatrice di straccioni.[5]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Semiramide in Treccani.it - Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 15 marzo 2011. URL consultato il 1 ottobre 2013.
  2. ^ Arnaldo Momigliano (a cura di), Quarto contributo alla storia degli studi classici e del mondo antico, Ed. di Storia e Letteratura, 1969, pp. 183-193.
  3. ^ Fabrizio Farrini, Paolo Orosio, uno storico, Ed. di Storia e Letteratura, 1979, pp. 200-201.
  4. ^ Michail Bachtin, L'opera di Rabelais e la cultura popolare, Torino, Einaudi, 1979.
  5. ^ François Rabelais, Pantagruele, Primo Libro, capitolo 30, intitolato "Come Epistemione, che aveva la testa tagliata, fu guarito da Panurgo e come riportò notizie dei diavoli e dei dannati", , Torino, Rizzoli, 1984, ISBN 88-17-16505-0, pp. 533-546.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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