Didone

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Didone, o Elissa, è una figura mitologica, regina fenicia fondatrice di Cartagine e precedentemente regina di Tiro. Secondo la narrazione virgiliana si innamorò di Enea quando il figlio di Anchise si rifugiò a Cartagine prima di trovare il Lazio. Disperata per la partenza dell'eroe amato, Didone si uccise con la spada di Enea.

Giovanni Battista Tiepolo: La morte di Didone

Didone[modifica | modifica sorgente]

Primogenita di Belo, re di Tiro, era sposa di Sicharbas (Sicherba o Sicarba, che diverrà Sicheo, Sychaeus, in Virgilio). La sua successione al trono fu contrastata dal fratello, Pigmalione, che ne uccise segretamente il marito e prese il potere. Probabilmente con lo scopo di evitare la guerra civile, Didone lasciò Tiro con un largo seguito e cominciò una lunga peregrinazione, le cui tappe principali furono Cipro e Malta.

Giunone aveva promesso loro una nuova terra in cui fondare una propria città e gliel'aveva indicata come la terra in cui scavando sulla spiaggia avrebbero trovato un teschio di cavallo. Approdata infine sulle coste della odierna Tunisia, Didone ottenne dal re Iarba il permesso di stabilirvisi, prendendo tanto terreno "quanto ne poteva contenere una pelle di bue". L'antico soprannome di Cartagine, infatti, era "Birsa", che in greco significa "pelle di bue" e in fenicio "rocca". Didone scelse una penisola, tagliò astutamente la pelle di toro in tante striscioline e le mise in fila, in modo da delimitare quello che sarebbe stato il futuro territorio della città di Cartagine e riuscì a occupare un terreno di circa ventidue stadi quadrati (uno stadio equivale a circa 185,27 m.). Da questa leggenda è nato il cosiddetto problema di Didone.

Durante la propria vedovanza, Didone venne insistentemente richiesta in moglie dal re Iarba e dai principi dei Numidi, popolazione locale. Secondo le narrazioni più antiche (ne parla ad esempio Giustino nel III secolo d.C.), dopo aver finto di accettare le nozze, Didone si uccise con una spada, invocando il nome di Sicherba.[1]. È da notare il fatto che il più famoso e abile condottiero cartaginese è Annibale Barca. Secondo questa versione quindi, il protagonista della Seconda Guerra Punica sarebbe un discendente di Didone. Alcune leggende dicono i Barcidi; gli storici moderni invece, affermano che la famiglia di Annibale fosse di umili origini.

Didone venne divinizzata dal proprio popolo con il nome di Tanit quale ipostasi della grande dea Astarte (corrispondente alla Era greca e alla Giunone romana).

Didone nell'Eneide[modifica | modifica sorgente]

« Non ignara mali, miseris succurrere disco »
(Virgilio, Eneide, I 630)
« Improbe amor, quid non mortalia pectora cogis! »
(Virgilio, Eneide, IV 412)
Enea e Didone di Agostino Carracci

Nella versione virgiliana invece, sotto l'influenza della sorella Anna e di Venere e Giunone, Didone si innamora di Enea giunto naufrago a Cartagine con il suo popolo (I e IV libro dell'Eneide). È a lei che l'eroe troiano racconta le vicende vissute a partire dalla fine di Troia (Infandum, regina, iubes renovare dolorem). La Fama diffonde fino a Iarba, re dei Getuli, notizie del loro amore, che era stato consumato in una grotta; Iarba invoca suo padre Giove Ammone, perché fermi il "Paride effeminato" che insidia la regina, o piuttosto le sue mire su Cartagine. Tramite Mercurio, Giove impone la nuova partenza all'eroe troiano, che lascia Didone dopo un ultimo terribile incontro, in cui lei lo maledice e prevede eterna inimicizia tra i popoli (inimicizia che infatti porterà secondo Virgilio alle Guerre Puniche tra Roma e Cartagine). Poi, sviata Anna e la nutrice Barce (altro richiamo al cognome di Annibale Barca, il terribile condottiero cartaginese la cui memoria era ancora viva tra i lettori contemporanei di Virgilio) con delle scuse, disperata si uccide con la stessa spada che Enea le aveva donato, gettandosi poi nel fuoco di una pira sacrificale. Enea incontrerà poi di nuovo la regina nell'Ade, nel bosco del pianto (VI libro), e manifesterà sincero dolore per la sua repentina fine, non meno, forse, che immutata incapacità di comprenderne e ricambiarne l'amore e la dedizione; ma l'ombra di Didone non lo guarderà neppure negli occhi e resterà gelida, rifugiandosi poi dal marito Sicheo, con cui si era ricongiunta nell'oltretomba (...coniunx ubi pristinus illi / respondet curis aequatque Sychaeus amorem). Il silenzio finale di Didone è, secondo Eliot, un riflesso del senso di impossibilità di amare dello stesso Enea, schiavo del fato[2]

Il mito nel tempo[modifica | modifica sorgente]

Moneta della antica colonia fenicia di Tiro, emessa sotto l'imperatore romano Gallieno, raffigurante Didone che prega davanti ad un tempio (metà III secolo)
« Grido e brucia il mio cuore senza pace
Da quando più non sono
Se non cosa in rovina e abbandonata »
(Giuseppe Ungaretti, Cori descrittivi di stati d'animo di Didone, III[3])

La rielaborazione del mito di Didone non fu propria solo di Virgilio.[4] Già Ennio e Nevio se ne erano impossessati e come Virgilio lo avevano utilizzato per attuare un aggancio tra leggenda e storia dando implicitamente una giustificazione mitica all'origine delle guerre tra Roma e Cartagine, al presunto "odio atavico" tra i due popoli.

Dante nella Divina Commedia colloca Didone nel Canto V dell'Inferno, in compagnia dei celebri Paolo e Francesca, nella schiera degli spiriti lussuriosi. Nel canto Dante inizialmente non cita per nome Didone, ma la descrive mediante una perifrasi che ne indica i peccati e il nome del marito (L'altra è colei che s'ancise amorosa, /E ruppe fede al cener di Sicheo); successivamente, sempre nello stesso canto, la nomina esplicitamente (cotali uscir de la schiera ov'é Dido, a noi venendo per l'aere maligno, sì forte fu l'affettuoso grido). Didone, infatti, legandosi a Enea si rese colpevole del tradimento della memoria del marito morto Sicheo, e infine si tolse la vita una volta che Enea l'abbandonò per continuare il viaggio indicatogli dagli dèi.[5]

Il topos letterario della donna abbandonata, di cui Didone fa parte, ha viaggiato nella letteratura fino ad Ungaretti in età moderna. Dalla Medea di Euripide e Apollonio Rodio (che ne descrive la giovinezza e l'ingenuità) fino all'Arianna di Catullo del carme LXIV e alla Didone virgiliana e a quella ovidiana della VII epistola, a tutti gli effetti più donna che regina.

Culto di Tanit[modifica | modifica sorgente]

Didone, marmo bianco attribuito a Christophe Cochet, Parigi, Musée du Louvre.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Tanit.

Il culto di Tanit sopravvisse alla distruzione di Cartagine e fu introdotto nella stessa Roma dall'imperatore Settimio Severo. Esso si estinse definitivamente con le invasioni barbariche. La tradizione romana vedeva un collegamento tra la famiglia cartaginese dei Barca e la regina leggendaria (naturalmente in una prospettiva anti-romana), ed anche la regina Zenobia di Palmira, molto più tardi, si proclamò discendente ed erede politica di Didone.

Christine Jongen, Didone, circa 2007-08, scultura in bronzo

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Rizzoli-Larousse, Encicl. Universale, Milano 1967, V, p.263. Per altri, ella sposò in seconde nozze un fedele seguace di Tiro, probabilmente di nome Barca(che, secondo alcuni, proverrebbe da "Barak"(fulmine)). Dopo il loro regno, che fu lungo e prospero, Cartagine divenne una repubblica
  2. ^ T.S.Eliot, What is a classic? Faber & Faber, Londra 1945, p.20
  3. ^ Giuseppe Ungaretti, Vita d'un uomo. Tutte le poesie, Milano 1969, p.245
  4. ^ A questo proposito potrebbe essere interessante approfondire il sistema virgiliano della doppia scrittura teorizzato da Jean-Yves Maleuvre: il primo superficiale livello di scrittura era destinato al pubblico nazionale ed alle esigenze della propaganda augustea, mentre il secondo livello, quello più profondo e nascosto, rifletteva l'autentico punto di vista dell'autore e la sua ricostruzione storica. (vd. la voce "Virgilio" nella newworldencyclopedia.org)
  5. ^ Dal canto infernale comunque non si evince soltanto la terribile condanna, ma ci viene trasmesso un senso di pietà e di compassione elaborato da Dante come comprensione della sventura e della fragilità umane. In particolare in questo cerchio, Dante si mostra molto colpito dalle vicende dei peccatori, sino alla chiusura del canto con lo svenimento (sì che di pietade / Io venni men così com'io morisse/E caddi come corpo morto cade).

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti primarie
Fonti secondarie
  • H. Akbar Khan, "Doctissima Dido": Etymology, Hospitality and the Construction of a Civilized Identity, 2002;
  • E. B. Atwood, Two Alterations of Virgil in Chaucer's Dido, 1938;
  • P. Bono/M. V. Tessitore, Il mito di Didone, 1998;
  • S. Conte, Dido sine veste, 2005;
  • R. S. Conway, The Place of Dido in History, 1920;
  • F. Della Corte, La Iuno-Astarte virgiliana, 1983;
  • G. De Sanctis, Storia dei Romani, 1916;
  • M. Fantar, Carthage, la prestigieuse cité d'Elissa, 1970;
  • L. Foucher, Les Phéniciens à Carthage ou la geste d'Elissa, 1978;
  • M. Gras/P. Rouillard/J. Teixidor, L'univers phénicien, 1995;
  • H. D. Gray, Did Shakespeare write a tragedy of Dido?, 1920;
  • G. Herm, Die Phönizier, 1974;
  • R.C. Ketterer, The perils of Dido: sorcery and melodrama in Vergil's Aeneid IV and Purcell's Dido and Aeneas, 1992;
  • R. H. Klausen, Aeneas und die Penaten, 1839;
  • G. Kowalski, De Didone graeca et latina, 1929;
  • F. N. Lees, Dido Queen of Carthage and The Tempest, 1964;
  • J.-Y. Maleuvre, Contre-Enquête sur la mort de Didon, 2003;
  • J.-Y. Maleuvre, La mort de Virgile d'après Horace et Ovide, 1993;
  • L. Mangiacapre, Didone non è morta, 1990;
  • P. E. McLane, The Death of a Queen: Spencer's Dido as Elizabeth, 1954;
  • O. Meltzer, Geschichte der Karthager, 1879;
  • A. Michel, Virgile et la politique impériale: un courtisan ou un philosophe?, 1971;
  • (a cura di) Sabatino Moscati, I Fenici, Bompiani, Milano, 1988 e successive rist.
  • Sabatino Moscati, Chi furono i Fenici. Identità storica e culturale di un popolo protagonista dell'antico mondo mediterraneo, 1992;
  • R. Neuse, Book VI as Conclusion to The Faerie Queene, 1968;
  • A. Parry, The Two Voices of Virgil's Aeneid, 1963;
  • G.K. Paster, Montaigne, Dido and The Tempest: "How Came That Widow In?", 1984;
  • B. Schmitz, Ovide, In Ibin: un oiseau impérial, 2003;
  • E. Stampini, Alcune osservazioni sulla leggenda di Enea e Didone nella letteratura romana, 1893.

Musica e Letteratura[modifica | modifica sorgente]

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