Didone

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Didone in un affresco di Giovanni Battista Tiepolo
Didone in un affresco di Giovanni Battista Tiepolo

Didone, o Elissa, è una figura della mitologia romana, che la identifica con una regina fenicia, fondatrice di Cartagine e regina di Tiro. Si innamorò di Enea e disperata di vederlo partire si uccise. (c. 840-760 a.C.).

« Esce a la fine accompagnata intorno

da regio stuolo, e non con regio arnese,
ma leggiadro e ristretto. È la sua veste
di tirio drappo, e d'arabo lavoro
riccamente fregiata: è la sua chioma
con nastri d'oro in treccia al capo avvolta,
tutta di gemme come stelle aspersa;
e d'oro son le fibbie, onde sospeso

le sta d'intorno de la gonna il lembo. »

Indice

[modifica] Biografia

Primogenita di Belo, re di Tiro, era sposa di Sicharbas (o Sicarba, ma anche Sicheo o Sychaeus in Virgilio). La sua successione al trono fu contrastata dal fratello, Pigmalione, che ne uccise il marito e si insediò sul trono, imponendo la propria tirannia.

Probabilmente con lo scopo di evitare la guerra civile, Didone lasciò Tiro con un largo seguito e cominciò una lunga peregrinazione, le cui tappe principali furono Cipro e Malta.

Approdata infine sulle coste libiche intorno all'814 a.C., Didone ottenne dal re Iarba il permesso di stabilirvisi, prendendo tanto terreno "quanto ne poteva contenere una pelle di toro". Didone scelse una penisola, tagliò astutamente la pelle di toro in tante striscioline e le mise in fila, in modo da delimitare quello che sarebbe stato il futuro territorio della città di Cartagine (problema di Didone). Durante la propria vedovanza Didone venne insistentemente richiesta in moglie da re e principi locali; tuttavia ella sposò in seconde nozze un fedele seguace di Tiro, probabilmente di nome Barca.

Dopo un lungo e prospero regno, Didone favorì il passaggio ad una forma repubblicana, e venne divinizzata dal proprio popolo con il nome di Tanit e quale ipostasi della grande dea Astarte (la Giunone romana).

[modifica] Mito

Moneta della antica colonia fenicia di Tiro, emessa sotto l'imperatore romano Gallieno, raffigurante Didone che prega davanti ad un tempio (metà III secolo)
Moneta della antica colonia fenicia di Tiro, emessa sotto l'imperatore romano Gallieno, raffigurante Didone che prega davanti ad un tempio (metà III secolo)

Virgilio, il più grande scrittore latino, introdusse la sua figura all'interno della cultura occidentale attraverso il proprio sistema della doppia scrittura: il primo, superficiale livello di scrittura era destinato al pubblico nazionale ed alle esigenze della propaganda augustea, mentre il secondo livello, quello più profondo e nascosto, rifletteva l'autentico punto di vista dell'autore e la sua ricostruzione storica.[citazione necessaria]

Tuttavia la rielaborazione del mito non fu propria solo di Virgilio. Già Ennio e Nevio se ne erano impossessati: Nevio in particolar modo lo utilizzò al fine di attuare un aggancio tra mito e storia e far coincidere così l'origine delle guerre tra Roma e Cartagine.

Dante nella Divina Commedia colloca Didone nel Canto V dell'Inferno, in compagnia dei celeberrimi Paolo e Francesca, nella schiera degli amanti sanguinosi, degli incestuosi, dei lussuriosi tutti morti di morte violenta per mano propria o altrui. I peccatori si sarebbero infatti lasciati andare alla lussuria senza resistere con la Ragione agli istinti. Nel canto Dante non cita per nome Didone, ma la descrive mediante una perifrasi che ne indica i peccati e il nome del marito (L'altra è colei che s'ancise amorosa,/E ruppe fede al cener di Sicheo). Didone, infatti, legandosi a Enea si rese colpevole del tradimento della memoria del marito morto Sicheo, e infine si tolse la vita una volta che Enea la abbandonò per continuare il viaggio indicatogli dagli dei. Dal canto infernale comunque non si evince soltanto la terribile condanna, ma ci viene trasmesso un senso di pietà e di compassione elaborato da Dante come comprensione della sventura e della fragilità umane. In particolare in questo canto, Dante si mostra molto colpito dalle vicende dei peccatori, sino alla chiusura del canto con lo svenimento (sì che di pietade / Io venni men così com'io morisse/E caddi come corpo morto cade.).

Il topos letterario della donna abbandonata, di cui Didone fa parte, ha viaggiato nella letteratura fino ad Ungaretti in età moderna. Dalla Medea di Euripide e Apollonio Rodio (che ne descrive la giovinezza e l'ingenuità) fino all'Arianna di Catullo del carme LXIV e alla Didone virgiliana e a quella ovidiana della VII epistola, ove la virago è a tutti gli effetti più donna che regina.

[modifica] Culto di Tanit

Didone, marmo bianco attribuito a Christophe Cochet, Parigi, Musée du Louvre.
Didone, marmo bianco attribuito a Christophe Cochet, Parigi, Musée du Louvre.

Il culto di Tanit sopravvisse alla distruzione di Cartagine e fu introdotto nella stessa Roma dall'imperatore Settimio Severo. Esso si estinse definitivamente con le invasioni barbariche. Annibale Barca fu probabilmente un diretto discendente di Didone, ed anche la regina Zenobia di Palmira, mille anni più tardi, si proclamò discendente ed erede politica di Didone.

[modifica] Significato anti-italiano

Didone fu tradizionalmente considerata il nemico "numero uno" di Roma, nonostante Roma non esistesse ancora ai suoi tempi. In epoca recente, in Italia, durante il regime fascista, la sua figura venne demonizzata, poiché ella rappresentava congiuntamente almeno tre "spiacevoli" caratteristiche: virtù femminile, etnia semita, e civiltà africana.

Il suo nome e la sua memoria erano molto temuti. Quale innocua esemplificazione, si può ricordare che quando il regime di Benito Mussolini denominò le strade dei nuovi quartieri di Roma con i personaggi dell'Eneide di Virgilio, il nome di Didone fu l'unico mancante.[citazione necessaria] Quale tragica compensazione (ed in modo tristemente curioso), la Royal Navy britannica, nel corso della seconda guerra mondiale, impiegò incrociatori di Classe Dido contro obiettivi italiani. I devastanti risultati sembrarono giustificare i timori di Mussolini.

Inoltre Didone nell'Eneide ha un significato molto importante, in quanto allude alle guerre tra romani e cartaginesi, poiché ella, fondatrice appunto di Cartagine, odierà Enea che l'ha abbandonata, e quindi anche Roma.

[modifica] Principali fonti classiche

(secondo la dottrina della "doppia scrittura" di Maleuvre/Schmitz, dove richiesto)

  • Publius Vergilius Maro, Aeneis;
  • Publius Ovidius Naso, Epistulae heroidum, Metamorphoseon libri, Fasti;
  • Silius Italicus, Punica;
  • Trebellius Pollio (et alii), Historia Augusta.

[modifica] Bibliografia scelta

  • H. Akbar Khan, "Doctissima Dido": Etymology, Hospitality and the Construction of a Civilized Identity, 2002;
  • E.B. Atwood, Two Alterations of Virgil in Chaucer’s Dido, 1938;
  • P. Bono/M.V. Tessitore, Il mito di Didone, 1998;
  • S. Conte, Dido sine veste, 2005;
  • R.S. Conway, The Place of Dido in History, 1920;
  • F. Della Corte, La Iuno-Astarte virgiliana, 1983;
  • G. De Sanctis, Storia dei Romani, 1916;
  • M. Fantar, Carthage, la prestigieuse cité d'Elissa, 1970;
  • L. Foucher, Les Phéniciens à Carthage ou la geste d'Elissa, 1978;
  • M. Gras/P. Rouillard/J. Teixidor, L'univers phénicien, 1995;
  • H.D. Gray, Did Shakespeare write a tragedy of Dido?, 1920;
  • G. Herm, Die Phönizier, 1974;
  • R.C. Ketterer, The perils of Dido: sorcery and melodrama in Vergil's Aeneid IV and Purcell's Dido and Aeneas, 1992;
  • R.H. Klausen, Aeneas und die Penaten, 1839;
  • G. Kowalski, De Didone graeca et latina, 1929;
  • F.N. Lees, Dido Queen of Carthage and The Tempest, 1964;
  • J.-Y. Maleuvre, Contre-Enquête sur la mort de Didon, 2003;
  • J.-Y. Maleuvre, La mort de Virgile d'après Horace et Ovide, 1993;
  • L. Mangiacapre, Didone non è morta, 1990;
  • P.E. McLane, The Death of a Queen: Spencer’s Dido as Elizabeth, 1954;
  • O. Meltzer, Geschichte der Karthager, 1879;
  • A. Michel, Virgile et la politique impériale: un courtisan ou un philosophe?, 1971;
  • S. Moscati, Chi furono i Fenici. Identità storica e culturale di un popolo protagonista dell'antico mondo mediterraneo, 1992;
  • R. Neuse, Book VI as Conclusion to The Faerie Queene, 1968;
  • A. Parry, The Two Voices of Virgil's Aeneid, 1963;
  • G.K. Paster, Montaigne, Dido and The Tempest: "How Came That Widow In?", 1984;
  • B. Schmitz, Ovide, In Ibin: un oiseau impérial, 2003;
  • E. Stampini, Alcune osservazioni sulla leggenda di Enea e Didone nella letteratura romana, 1893.

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