Didone
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(Virgilio, Eneide, I 630)
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Didone, o Elissa è una figura mitologica, una regina fenicia fondatrice di Cartagine e regina di Tiro. Secondo la narrazione virgiliana, si innamorò di Enea e disperata di vederlo partire si uccise.
Indice |
[modifica] La leggenda
Primogenita di Belo, re di Tiro, era sposa di Sicharbas (Sicherba o Sicarba, che diverrà Sicheo, Sychaeus, in Virgilio). La sua successione al trono fu contrastata dal fratello, Pigmalione, che ne uccise segretamente il marito e prese il potere.
Probabilmente con lo scopo di evitare la guerra civile, Didone lasciò Tiro con un largo seguito e cominciò una lunga peregrinazione, le cui tappe principali furono Cipro e Malta.
Giunone aveva promesso loro una nuova terra in cui fondare una propria città e gliel'aveva indicata come la terra in cui scavando sulla spiaggia avrebbero trovato un teschio di cavallo. Approdata infine sulle coste libiche, Didone ottenne dal re Iarba il permesso di stabilirvisi, prendendo tanto terreno "quanto ne poteva contenere una pelle di bue" infatti l'antico soprannome di Cartagine era "Birsa", che in greco significa "pelle di bue" e in fenicio "rocca". Didone scelse una penisola, tagliò astutamente la pelle di toro in tante striscioline e le mise in fila, in modo da delimitare quello che sarebbe stato il futuro territorio della città di Cartagine e riuscì ad occupare un territorio di circa ventidue stadi (uno stadio equivale a circa 185,27 mq) (problema di Didone). Durante la propria vedovanza Didone venne insistentemente richiesta in moglie dal re Iarba e dai principi numidi, popolazione locale; secondo le narrazioni più antiche (ne parla ad esempio Giustino, III sec. d.C.), dopo aver finto di accettare le nozze, Didone si uccise con una spada invocando il nome di Sicherba.[1] Didone venne divinizzata dal proprio popolo con il nome di Tanit e quale ipostasi della grande dea Astarte (la Giunone romana).
Nella versione virgiliana invece Didone, sotto l'influenza della sorella Anna e di alcune divinità, si innamorò di Enea giunto naufrago a Cartagine con il suo popolo (I e IV libro dell'Eneide). La Fama diffuse fino a Iarba notizie del loro amore, che era stato consumato in una grotta; il re dei Getuli invocò Giove Ammone, perché fermasse questo "Paride effeminato" che insidiava la regina. Tramite Mercurio, Giove impose la nuova partenza all'eroe troiano, che lasciò Didone dopo un ultimo terribile incontro, in cui lei lo maledisse e previde eterna inimicizia tra i popoli. Poi, sviata Anna e la nutrice Barce con delle scuse, disperata si uccise con la stessa spada che Enea gli aveva donato, gettandosi poi nel fuoco di una pira sacrificale. Enea incontrerà poi di nuovo la regina nell'Ade, nel bosco del pianto (VI libro), e manifesterà sincero dolore per la sua repentina fine; ma l'ombra di Didone non lo guarderà neppure negli occhi e resterà gelida, correndo poi verso il marito Sicheo, con cui si era ricongiunta nell'oltretomba (...coniunx ubi pristinus illi / respondet curis aequatque Sychaeus amorem).
[modifica] Il mito nel tempo
La rielaborazione del mito di Didone non fu propria solo di Virgilio.[2] Già Ennio e Nevio se ne erano impossessati e come Virgilio lo avevano utilizzato per attuare un aggancio tra leggenda e storia dando implicitamente una giustificazione mitica all'origine delle guerre tra Roma e Cartagine, al presunto "odio atavico" tra i due popoli.
Dante nella Divina Commedia colloca Didone nel Canto V dell'Inferno, in compagnia dei celebri Paolo e Francesca, nella schiera degli spiriti lussuriosi. Nel canto Dante non cita per nome Didone, ma la descrive mediante una perifrasi che ne indica i peccati e il nome del marito (L'altra è colei che s'ancise amorosa,/E ruppe fede al cener di Sicheo). Didone, infatti, legandosi a Enea si rese colpevole del tradimento della memoria del marito morto Sicheo, e infine si tolse la vita una volta che Enea la abbandonò per continuare il viaggio indicatogli dagli dèi. [3]
Il topos letterario della donna abbandonata, di cui Didone fa parte, ha viaggiato nella letteratura fino ad Ungaretti in età moderna. Dalla Medea di Euripide e Apollonio Rodio (che ne descrive la giovinezza e l'ingenuità) fino all'Arianna di Catullo del carme LXIV e alla Didone virgiliana e a quella ovidiana della VII epistola, a tutti gli effetti più donna che regina.
[modifica] Culto di Tanit
Il culto di Tanit sopravvisse alla distruzione di Cartagine e fu introdotto nella stessa Roma dall'imperatore Settimio Severo. Esso si estinse definitivamente con le invasioni barbariche. La tradizione romana vedeva un collegamento tra la famiglia cartaginese dei Barca e la regina leggendaria (naturalmente in una prospettiva anti-romana), ed anche la regina Zenobia di Palmira, molto più tardi, si proclamò discendente ed erede politica di Didone.
[modifica] Curiosità
La Royal Navy britannica, nel corso della seconda guerra mondiale, impiegò incrociatori di Classe Dido contro obiettivi italiani.
[modifica] Bibliografia
- Fonti primarie
- Virgilio, Eneide
- Ovidio, Epistulae heroidum; Metamorfosi; Fasti;
- Silio Italico, Punica;
- Historia Augusta.
- Fonti secondarie
- H. Akbar Khan, "Doctissima Dido": Etymology, Hospitality and the Construction of a Civilized Identity, 2002;
- E.B. Atwood, Two Alterations of Virgil in Chaucer’s Dido, 1938;
- P. Bono/M.V. Tessitore, Il mito di Didone, 1998;
- S. Conte, Dido sine veste, 2005;
- R.S. Conway, The Place of Dido in History, 1920;
- F. Della Corte, La Iuno-Astarte virgiliana, 1983;
- G. De Sanctis, Storia dei Romani, 1916;
- M. Fantar, Carthage, la prestigieuse cité d'Elissa, 1970;
- L. Foucher, Les Phéniciens à Carthage ou la geste d'Elissa, 1978;
- M. Gras/P. Rouillard/J. Teixidor, L'univers phénicien, 1995;
- H.D. Gray, Did Shakespeare write a tragedy of Dido?, 1920;
- G. Herm, Die Phönizier, 1974;
- R.C. Ketterer, The perils of Dido: sorcery and melodrama in Vergil's Aeneid IV and Purcell's Dido and Aeneas, 1992;
- R.H. Klausen, Aeneas und die Penaten, 1839;
- G. Kowalski, De Didone graeca et latina, 1929;
- F.N. Lees, Dido Queen of Carthage and The Tempest, 1964;
- J.-Y. Maleuvre, Contre-Enquête sur la mort de Didon, 2003;
- J.-Y. Maleuvre, La mort de Virgile d'après Horace et Ovide, 1993;
- L. Mangiacapre, Didone non è morta, 1990;
- P.E. McLane, The Death of a Queen: Spencer’s Dido as Elizabeth, 1954;
- O. Meltzer, Geschichte der Karthager, 1879;
- A. Michel, Virgile et la politique impériale: un courtisan ou un philosophe?, 1971;
- S. Moscati, Chi furono i Fenici. Identità storica e culturale di un popolo protagonista dell'antico mondo mediterraneo, 1992;
- R. Neuse, Book VI as Conclusion to The Faerie Queene, 1968;
- A. Parry, The Two Voices of Virgil's Aeneid, 1963;
- G.K. Paster, Montaigne, Dido and The Tempest: "How Came That Widow In?", 1984;
- B. Schmitz, Ovide, In Ibin: un oiseau impérial, 2003;
- E. Stampini, Alcune osservazioni sulla leggenda di Enea e Didone nella letteratura romana, 1893.
[modifica] Voci correlate
- Eneide
- Dido and Aeneas - Opera musicale di Henry Purcell
- Problema di Didone
[modifica] Altri progetti
Wikimedia Commons contiene file multimediali su Didone
[modifica] Collegamenti esterni
[modifica] Note
- ^ Rizzoli-Larousse, Encicl. Universale, Milano 1967, V, p.263. Per altri ella sposò in seconde nozze un fedele seguace di Tiro, probabilmente di nome Barca (da notare il fatto che Annibale, condottiero cartaginese, quindi discendente di Didone, si chiamava Annibale Barca), e dopo un lungo e prospero regno, favorì il passaggio ad una forma repubblicana
- ^ A questo proposito potrebbe essere interessante approfondire il sistema virgiliano della doppia scrittura teorizzato da Jean-Yves Maleuvre: il primo superficiale livello di scrittura era destinato al pubblico nazionale ed alle esigenze della propaganda augustea, mentre il secondo livello, quello più profondo e nascosto, rifletteva l'autentico punto di vista dell'autore e la sua ricostruzione storica. (vd. la voce "Virgilio" nella newworldencyclopedia.org)
- ^ Dal canto infernale comunque non si evince soltanto la terribile condanna, ma ci viene trasmesso un senso di pietà e di compassione elaborato da Dante come comprensione della sventura e della fragilità umane. In particolare in questo cerchio, Dante si mostra molto colpito dalle vicende dei peccatori, sino alla chiusura del canto con lo svenimento (sì che di pietade / Io venni men così com'io morisse/E caddi come corpo morto cade).

