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Le Argonautiche

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Le Argonautiche
Titolo originale Τά Ἀργοναυτικά
Georg Pencz Jason und Medea.jpg
Giasone e Medea supplicante
Autore Apollonio Rodio
1ª ed. originale III secolo a.C.
1ª ed. italiana 1791-1794
Genere poema epico
Lingua originale greco antico

Le Argonautiche (Τά Ἀργοναυτικά) è un poema epico in greco antico di Apollonio Rodio.

Un disegno geografico seicentesco che mostra tutti i viaggi e le tappe degli Argonauti di Apollonio Rodio

La saga degli Argonauti si colloca in un tempo mitico anteriore alle vicende narrate da Omero: gli eroi che di essa sono protagonisti precedono di almeno una generazione quelli dei due poemi omerici. L'antefatto remoto, che Apollonio non espone, è il mito dei fratelli Elle e Frisso, figli di Atamante, che, per sfuggire ai maltrattamenti della matrigna, fuggono sul dorso di un montone dal vello d'oro che li conduce in volo attraverso il mare; durante la traversata Elle cade e muore in quello stretto che porta il suo nome (Ellesponto). Giunto in Colchide, Frisso decise di immolare l'animale e di affidarne la pelle ad un drago.

A questo punto inizia la storia di Apollonio: Giasone, pretendente al trono di Iolco e destinato ad ucciderne l'usurpatore, lo zio Pelia, viene mandato dallo stesso (con il reale obiettivo di sbarazzarsene) in Colchide per recuperare il vello d'oro; accettato l'incarico Giasone, dopo aver raccolto una folta schiera di eroi, salpa dalla Grecia a bordo della nave Argo (da ciò "Argonautiche"). In Colchide, dopo una lunga serie di vicissitudini, Giasone verrà aiutato nello scopo da Medea, figlia del re Eeta, la quale in cambio dell'aiuto si farà sposare dall'eroe greco. Durante il viaggio di ritorno appare Apollo, apparizione questa che rassicurerà gli eroi i quali, pochi giorni dopo, approdano a Pagase, dove erano partiti.

L'opera è suddivisa in quattro libri, per un totale di 5836 esametri.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Giasone con il Vello d'oro
Medea e Giasone, dipinto di Gustave Moreau

Nella città di Iolco, in Grecia, il re Esone è stato spodestato dal feroce fratello Pelia, che ha assunto il comando su tutta la regione. Il giovane Giasòne, figlio di Esone, viene costretto ad allontanarsi per non essere ucciso e qualche anno dopo, superati i vent'anni, decide di ritornare nei pressi di Iolco. Giungendo al guado di un fiume, il giovane trova una vecchia che non riesce ad attraversarlo e così si offre generosamente di portarla in braccio in mezzo ai flutti, perdendo un sandalo. La vecchia lo ringrazia e gli dona dei poteri magici. Infatti, si trattava in realtà di Atena in persona, nelle vesti di una mortale.

Intanto, a Iolco, Pelia viene a sapere che un suo nipote è ancora vivo e che sta facendo ritorno a casa. Un oracolo inoltre gli ha predetto che deve ben guardarsi da un ragazzo che è senza un sandalo, perché quel giovane lo spodesterà. Così, non appena il re non appena si vede davanti Giasone, pronto a reclamare il trono di suo padre, vorrebbe ucciderlo seduta stante, ma si trattiene, dal momento che teme di inimicarsi sia il suo popolo, sia gli dèi. Sceglie così una scusa che possa permettergli di sbarazzarsi in fretta della scomoda presenza, e confida al giovane che a Iolco un fantasma ottenebra la mente a tutti i cittadini, procurando loro visioni orrende. L'anima è in pena per colpa di una reliquia preziosa che ha perso nella lontana Colchide in Oriente, ossia il Vello d'oro: la pelliccia dorata di un montone sacro.
In realtà il Vello d'oro è stato portato volutamente dal dio Ares nella Colchide in un bosco sacro, visto che quel montone era stato ucciso in suo onore; inoltre il dio per assicurarsi che nessuno glielo sottraesse, aveva posto a sua guardia un gigantesco drago. Giasone ovviamente non sa tutto questo e così si lascia ingannare facilmente dal furbo Pelia: il sovrano gli promette il trono in cambio del Vello.

Giasone raduna così un nutrito gruppo di giovani valorosi (circa cinquanta eroi, tra i quali Laerte, il padre di Ulisse, Peleo, il genitore di Achille, Telamone, padre di Aiace, i Dioscuri, Eracle e Atalanta, la famosa guerriera). Poi fa fabbricare un'enorme nave, che chiama "Argo".

Partiti dalla Grecia, dal porto di Pagase, gli Argonauti giungono subito sull'isola di Lemno per fare rifornimento. Tuttavia gli eroi non sanno che la terra è popolata solo da donne, per di più guerriere Amazzoni.
Anni prima, le donne di Lemno erano state punite da Afrodite, gelosa della loro bellezza, con un odore nauseabondo che le faceva puzzare tremendamente, e i loro coniugi avevano preferito segregarle e andare a rapire delle cortigiane da un'isola vicina. Naturalmente adirate, le donne, liberatesi, tranne Ipsipile, la più valorosa, che preferì risparmiare il vecchio padre, nominata regina dalle altre sue compagne.
Nonostante le nuove leggi dell'isola impongano alle donne di uccidere gli Argonauti appena sbarcati, Ipsipile decide di risparmiarli, a condizione che gli uomini della spedizione si uniscano a loro per concepire dei figli: le abitanti di Lemno temono infatti per la sopravvivenza della loro gente, visto che non vi sono uomini con cui accoppiarsi. Gli Argonauti accettano la proposta e si trattengono sull'isola per ben due settimane, al termine delle quali Eracle, l'unico assieme ad Atalanta (in quanto donna) a non aver acconsentito ad unirsi a una donna, richiama all'ordine i compagni e li convince a proseguire il viaggio.

Medea e Giasone nella nave degli Argonauti

Argo riparte, ma dopo pochi giorni di navigazione, Eracle abbandona la compagnia: il suo giovane amasio Ila è infatti sparito - è stato rapito da alcune ninfe, sedotte dalla sua bellezza - e l'eroe è del tutto intenzionato a recuperarlo, da solo, visto che Giasone si rifiuta di interrompere il viaggio.
Ripartiti, Giasone e gli Argonauti approdano nella terra dell'indovino Fineo. Una maledizione è stata scagliata dagli dèi sul luogo: gelosi infatti della straordinaria capacità che Fineo ha nel predire gli avvenimentilo hanno punito rendendolo balbuziente e cieco; per di più gli hanno abbattuto il palazzo e hanno inviato alla sua mensa le mostruose Arpie, che gli insozzavano il cibo con i loro escrementi. Giasone e i compagni in breve tempo uccidono i mostri alati e si fanno predire dal vecchio le loro prossima tappe.

Saputo che il viaggio è ancora lungo, Giasone decide di fare tappa in un'isola vicina per fare rifornimento di provviste. Lì gli Argonauti vengono fermati dalle truppe del crudele re Amico, che vuole subito sfidare uno dei giovani guerrieri in un incontro di pugilato. Tra i valorosi di Giasone si fa avanti Polluce, uno dei Dioscuri, che in poco tempo tramortisce Amico e lo uccide. Ripartiti per la Colchide, la nave degli Argonauti giunge nello stretto delle Simplegadi, enormi scogli che cozzano continuamente fra di loro, distruggendo inevitabilmente qualunque nave tenti di passarci in mezzo. Purtroppo, non vi è altra strada possibile. Giasone così, seguendo i consigli di Fineo, fa volare in avanti una colomba. Secondo l'indovino, se questa fosse passata illesa, la nave sarebbe stata salva, altrimenti se l'uccello fosse morto, la nave sarebbe stata dilaniata dalle rocce. Per fortuna la nave Argo viene distrutta soltanto dalla parte posteriore (dato che alcune penne della coda della colomba erano state offese dagli scogli) e riparata al più presto in un cantiere.

Medea in estasi mentre prepara le pozioni, dipinto di Anthony Frederick Augustus Sandys

Ora finalmente gli Argonauti possono ripartire e finalmente giungono nella Colchide, dove circa un secolo prima era stato portato il Vello d'oro dal dio Marte (Ares), il quale gli fu consegnato da Frisso, un ragazzo mortale. Infatti costui era stato costretto a scappare dalla Grecia assieme alla sorella Elle. La divinità olimpica del Vello d'oro (un caprone tutto d'oro) li aveva salvati appena in tempo da un macabro sacrificio che comprendeva loro stessi come vittime da sgozzare; ma durante l'attraversamento del mare Ellesponto Elle era precipitata per distrazione, morendo e dando così (per ordine divino) il nome a quella massa d'acqua ("Ellesponto" appunto). Frisso, giunto nella Colchide, sacrificò il Vello d'oro a Marte, che lo custodì appeso ad un tronco d'albero in un bosco poco distante dalla spiaggia, mettendoci come guardia un dragone insonne.
Giunto alla corte del re Eete, Giasone viene notato dalla principessa Medea, la quale si innamora di lui per volere della dea Giunone (Era), moglie di Giove (Zeus).

Eete, volendo subito sapere lo scopo della visita degli stranieri, rimane piuttosto colpito dalla sfida di Giasone che vuole rubare senza troppe cerimonie il Vello. Costui gli elargisce un grande premio se il giovane eroe fosse riuscito a fare ciò che voleva. Ma le prove sono molto difficili: aggiogare dei tori enormi dagli zoccoli di bronzo e dal fuoco che li esce dalle narici e dalla bocca; di conseguenza seminare dei denti di drago nella terra arata dai tori malefici e poi uccidere i giganti che ne nascono. Per non parlare poi del drago insonne! Giasone sembra davvero sconfortato, giacché deve compiere le imprese da solo. Medea allora, temendo la sua perdita, si tormenta per tutta la notte che precede il giorno della sfida. Discute con la sua sorella (che in realtà è Giunone) e le chiede se mai lei stesse facendo la cosa giusta amando uno straniero e volendo rinunciare ad un regno e alla sua dignità di principessa dell'Oriente per scappare in Grecia. Scomparendo la sorella, Medea si mette in mente di usare le sue arti magiche e di preparare delle pozioni per salvare Giasone dai mostri che deve combattere e così fa. Giasone, protetto da un liquido indistruttibile, aggioga i buoi che gli sputano fuoco e fiamme e poi quando è il momento di uccidere i giganti, egli getta una pietra lontano affinché costoro, per averla, si uccidano a vicenda. Medea poi usa un suo filtro potente per far addormentare il drago e permettere che Giasone possa prendersi ciò che gli serve per spodestare Pelia.

Fuggiti di nascosto, sapendo Medea che il padre li avrebbe uccisi entrambi assieme agli Argonauti se li avesse scoperti, presto la combriccola si rende conto di una presenza clandestina nella nave Argo. Si tratta di Absirto: il fratello di Medea poco più che adolescente. Costui minacciando i due di farli imprigionare con la sua soffiata, non viene risparmiato dalla mente cattiva di Medea che lo fa immediatamente trucidare e gettare in mare per avere salva la vita.
Con questo gesto gli Dei maledicono Giasone e Medea, che vengono sballottati per tutto il Mar Mediterraneo, finendo prima in Libia, poi nell'isola dei Feaci, da Alcinoo, a cui raccontano la loro storia, venendo graziati fortunosamente per l'assassinio che ha compiuto Medea, ed infine nella terra di Creta. Qui Medea adocchia un mostro di ferro chiamato Talo: una guardia meccanica che uccideva con palle di bronzo infuocato i visitatori stranieri. Lei, sapendo dov'era il suo punto debole, gli sfila un tappo dal tallone e così il gigante di bronzo, perdendo il suo liquido vitale, soffoca. Con una degna supplica al dio Apollo alla fine Giasone, dopo essere stato con la compagna anche nell'isola della terribile maga Circe, viene ricondotto sano e salvo con la nave degli Argonauti a Iolco.

Apollonio e Aristotele[modifica | modifica wikitesto]

Le Argonautiche di Apollonio rispecchiano i canoni aristotelici di unità di azione (trattano un solo argomento), luogo (la vicenda è narrata dall'inizio alla fine ed anche con chiusura ciclica) e tempo; quest'ultimo punto veniva precisato da Aristotele il quale affermava che una narrazione epica avrebbe dovuto trattare una materia dominabile dalla mente del lettore e più precisamente doveva essere lunga come una tetralogia tragica. Apollonio si dimostra qui più aristotelico dello stesso Aristotele poiché in 6000 versi abbraccia tutte le vicende degli Argonauti e inoltre le suddivide in quattro libri seguendo il canone aristotelico. La precisione con cui Apollonio riprende le indicazioni dell'epos tradizionale ha portato la tradizione a definirlo uno dei più accesi avversari di Callimaco.

Rinnovamento dell'epos[modifica | modifica wikitesto]

In realtà i critici moderni tendono a rivalutare molto la qualità artistica e la posizione dello scrittore nella polemica alessandrina. La sua opera infatti non è esente dalla novità : con un abile labor limae egli fu in grado di riprendere in 6000 versi tutta la saga delle Argonautiche, facendo del suo poema un esempio di brevitas ed έκφρασις (ékfrasis, descrizione particolareggiata) callimachee. Anche per questo Callimaco, il suo maestro, capì l'innovazione dell'impianto narrativo dell'opera e lo esentò dalle acute e pungenti critiche rivolte ai Telchini, tra i nomi dei quali, riportati dallo scolio fiorentino, Apollonio peraltro non compare.

Si trovano anche sostanziali differenze da Omero per quanto riguarda le motivazioni dei personaggi: se gli eroi dei grandi poemi erano spinti da forti interessi personali o dall'onore, nelle Argonautiche predomina l'Αμηχανία (Amechania) ovvero una mancanza di spinte che muovano i personaggi. Giasone non ha alcun interesse nel Vello, spesso pensa di rinunciare all'impresa: gli altri eroi si mostrano spesso volubili e restii a proseguire.

Medea[modifica | modifica wikitesto]

L'unico personaggio che è mosso da autentico interesse è Medea. La passione amorosa che Eros le ha instillato nel cuore, infatti, la porta ad aiutare Giasone in maniera del tutto disinteressata, spinta dal suo incondizionato amore. Medea è l'unico personaggio che ha un vero e proprio cammino di crescita personale, che la porta a passare da fanciulla ancora ignara della vita a donna, per poi diventare la vendicativa Medea di cui narrano Euripide e molti altri. La sua prima metamorfosi si attua durante la notte che lei passa insonne, combattuta tra il suo pudore di vergine e l'amore che prova. La seconda metamorfosi si ha quando ella attira in una trappola il fratello Apsirto, facendolo uccidere da Giasone e venendo sporcata dal sangue, metaforica "macchia" sul velo bianco della sua precedente innocenza.

Tradizione manoscritta e fortuna[modifica | modifica wikitesto]

Medea e i figli

Le Argonautiche furono molto ammirate nell'antichità e rappresentano per noi l'unico poema epico greco integro composto tra l'epoca dei poemi omerici e dell'Eneide di Virgilio. L'ammirazione e la fortuna del poema sono rappresentate sia dal notevole numero di papiri (una trentina che vanno dal III a.C. al I d.C.) e di manoscritti medievali (55 manoscritti che oscillano tra il X sec. e il XVI) sia dalle riprese e rielaborazioni tanto in ambito greco quanto in ambito latino. Di non semplice soluzione è il problema delle varianti testimoniate dai papiri (in particolare in P. Oxy. 2700 datato III a.C. e contenente I, 169-174; 202-243) rispetto al testo della tradizione medievale (sull'argomento cfr. G. Schade, P. Eleuteri, The Textual Tradition of the Argonautica, in T.D. Papanghelis, A.Rengakos, A Companion to Apollonius Rhodius, Leiden 2001, pp. 33–39). In estrema sintesi va detto che i manoscritti medievali sono stati suddivisi in tre famiglie m, w, k (questa, in realtà, una sottofamiglia di w). Il più antico manoscritto di Apollonio, che appartiene alla famiglia m, è il Laurentianus gr. 32.9 (960-980 d.C.) che contiene anche le sette tragedie di Eschilo e di Sofocle. Notevole è anche la massa di commenti e scoli al testo di Apollonio. Teone di Alessandria (I sec. a.C.), Lucillo di Tarra (I sec. d.C.) Ireneo e Sofocle (forse II d.C.) realizzarono dei commenti al poema confluiti nei nostri scoli (K. Wendel, Scholia in Apollonium Rhodium vetera, recensuit Carolus Wendel, Berolini apud Weidmannos 1935), mentre si deve al poeta Mariano (V sec. d.C.) una parafrasi (perduta) in giambi. Per quanto concerne la fortuna del poema va detto che sono riscontrabili echi delle Argonautiche nell'Alessandra di Licofrone e nella tarda poesia epica greca (Trifiodoro, Quinto Smirneo, Nonno di Panopoli). Apollonio è anche il modello del poema anonimo Argonautiche Orfiche (V d.C.), opera che rappresenta una rielaborazione in chiave orfica del poema ellenistico. Per quanto riguarda gli scrittori latini bisogna ricordare: Publio Terenzio Varrone "Atacino" che fece una traduzione (di cui possediamo solo alcuni frammenti) in lingua latina del poema; Virgilio tenne presente le Argonautiche in particolare nella composizione del IV libro dell'"Eneide", dove la figura di Didone trae esplicitamente spunto dalla Medea di Apollonio, mentre Gaio Valerio Flacco le prese a modello per il suo poema (Argonautica).

La lingua[modifica | modifica wikitesto]

Hylas and the Nymphs (Ila e le Ninfe), olio su tela di John William Waterhouse, (1896), Manchester, City Art Galleries

La lingua del poema presenta dei tratti specifici che riflettono la complessità del poema e la pluralità dei modelli letterari scelti dal poeta. La base della lingua del poema consiste, fondamentalmente, nel dialetto epico omerico (con influssi di Esiodo e degli Inni omerici), scelta imprescindibile per chiunque volesse comporre un poema epico. Tuttavia, il poeta non si limita a seguire il modello omerico, in quanto inserisce nella struttura linguistica del testo lemmi che, sulla base della nostra documentazione linguistica greca, non possiamo classificare come termini epici. Vi sono, dunque, vocaboli attestati nella poesia lirica, nel teatro attico (tragedia e commedia), nella prosa (sia erodotea che attica) e lemmi documentati unicamente in età ellenistica che Apollonio condivide con Callimaco, Teocrito, Arato e Licofrone. Notevole è, poi, il numero degli hapax sia lessicali che morfologici, aspetto che potrebbe essere il riflesso sia delle raffinate scelte linguistiche del poeta, sia della presenza di fonti e modelli altrimenti perduti. Dato il carattere artificiale delle lingue letterarie greche va precisato che dietro alle scelte linguistiche di Apollonio deve esserci sicuramente la consultazione di lessici (soprattutto della lingua omerica). Questi lessici venivano definiti glosse, ossia raccolte di termini rari e antiquati. Significativi sono anche i punti di contatto fra Apollonio e i D scholia, materiale esegetico al testo omerico risalente già all'epoca classica, che fanno pensare che Apollonio dovette consultare delle compilazioni simili a quelle confluite nei D scholia (si veda, a tal proposito, l'articolo di Antonios Rengakos, Apollonius Rhodius as a Homeric Scholar in T.D. Papanghelis, A.Rengakos, A Companion to Apollonius Rhodius, Leiden 2001, pp. 199–200). Notevole è anche il fatto che Apollonio, nel rielaborare la lingua omerica, riproduce nel poema gli hapax e i dis legomena (tendenza che è stata evidenziata dagli studi di Fantuzzi: Ricerche su Apollonio Rodio, Roma 1988 p. 26 e 42 segg.). Questi aspetti linguistici sono estremamente significativi anche per il fatto che ci mostrano l'interesse e l'approccio filologico del poeta, che, vale la pena ricordarlo, fu direttore (προστάτης) della Biblioteca di Alessandria dopo Zenodoto e prima di Eratostene. Questa notevole stratificazione linguistica nonché le raffinate riprese e allusioni al testo omerico pongono inevitabilmente il problema del pubblico delle Argonautiche. Benché nel contesto della corte dei Tolomei i poeti potessero diffondere parti delle proprie composizioni attraverso pubbliche letture, è molto probabile che il poeta, esattamente come gli altri poeti ellenistici contemporanei, pensasse a un dotto pubblico di lettori piuttosto che di ascoltatori (cfr. M. Fantuzzi, "Homeric" Formularity in the Argonautica, in T.D. Papanghelis, A.Rengakos, A Companion to Apollonius Rhodius, Leiden 2001, p. 191).

Trasposizioni cinematografiche[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Edizioni critiche fondamentali
  • H. Fränkel, Apollonii Rhodii Argonautica recognovit brevique adnotatione critica instruxit H.Fränkel, Oxonii 1961.
  • F. Vian, Apollonios de Rhodes, Argonautiques. Texte établi et commenté par F. Vian et traduit par É. Delage (Les Belles Lettres), (pubblicata in tre tomi), Paris 1974 (I tomo), 1980 (II tomo), 1981 (III tomo).
  • G. Pompella, Apollonii Rhodii Lexicon. Georg Olms Verlag, Hildesheim & New York 2004.
  • G. Pompella, Apollonii Rhodii Argonautica. Lehrs translatione in Latinum addita. Olms-Weidmann, Hildesheim & New York, 2006.

Traduttori italiani[modifica | modifica wikitesto]

  • Ludovico Flangini, Roma, 1791-1794
  • Coriolano di Bagnolo, Torino, 1836
  • Baccio Dal Borgo, Pisa, 1837
  • Giuseppe Rota, Milano, 1852
  • Felice Bellotti, Firenze, 1873
  • Anthos Ardizzoni, 1958-1967 (trad. parziale)
  • Giuseppe Pompella, 1968-1970
  • Enrico Livrea, 1973 (trad. parziale)
  • Teodoro Ciresola, 1975
  • Guido Paduano, BUR-Rizzoli, Milano, 1986
  • Alberto Borgogno, Mondadori, Milano, 2003

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Eleanor Dickey, Ancient Greek Scholarship: A Guide to Finding, Reading, and Understanding Scholia, Commentaries, Lexica, and Grammatical Treatises: From Their Beginnings to the Byzantine Period: From Their Beginnings to the Byzantine Period, Oxford University Press, 2007, pag. 63.