Le Argonautiche (Apollonio Rodio)

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Le Argonautiche
Titolo originale Τά Ἀργοναυτικά
Georg Pencz Jason und Medea.jpg
Giasone e Medea supplicante
Autore Apollonio Rodio
1ª ed. originale III secolo a.C.
Genere poema epico
Lingua originale greco antico

Le Argonautiche (Τά Ἀργοναυτικά) è un poema epico in greco antico di Apollonio Rodio.

Un disegno geografico seicentesco che mostra tutti i viaggi e le tappe degli Argonauti di Apollonio Rodio

La saga degli Argonauti si colloca in un tempo mitico anteriore alle vicende narrate da Omero: gli eroi che di essa sono protagonisti precedono di almeno una generazione quelli dei due poemi omerici. L'antefatto remoto, che Apollonio non espone, è il mito dei fratelli Elle e Frisso, figli di Atamante, che, per sfuggire ai maltrattamenti della matrigna, fuggono sul dorso di un montone dal vello d'oro che li conduce in volo attraverso il mare; durante la traversata Elle cade e muore in quello stretto che porta il suo nome (Ellesponto). Giunto in Colchide, Frisso decise di immolare l'animale e di affidarne la pelle ad un drago.

A questo punto inizia la storia di Apollonio: Giasone, pretendente al trono di Iolco e destinato ad ucciderne l'usurpatore, lo zio Pelia, viene mandato dallo stesso (con il reale obiettivo di sbarazzarsene) in Colchide per recuperare il vello d'oro; accettato l'incarico Giasone, dopo aver raccolto una folta schiera di eroi, salpa dalla Grecia a bordo della nave Argo (da ciò "Argonautiche"). In Colchide, dopo una lunga serie di vicissitudini, Giasone verrà aiutato nello scopo da Medea, figlia del re Eeta, la quale in cambio dell'aiuto si farà sposare dall'eroe greco. Durante il viaggio di ritorno appare Apollo, apparizione questa che rassicurerà gli eroi i quali, pochi giorni dopo, approdano a Pagase, dove erano partiti.

L'opera è suddivisa in quattro libri, per un totale di 5836 esametri.

Trama[modifica | modifica sorgente]

Giasone con il Vello d'oro
Medea ae Giasone, dipinto di Gustave Moreau

Nella città di Iolco in Grecia il re Esone è stato spodestato dal feroce fratello Pelia, che adesso ha assunto il comando su tutta la regione. Il giovane Giasòne, figlio di Esone, viene costretto ad allontanarsi per non essere ucciso e qualche anno dopo, superati i vent'anni, decide di ritornare nei pressi di Iolco. Giungendo al guado di un fiume, il giovane trova una vecchia che non esce ad attraversarlo e così si offre generosamente di portarla in braccio in mezzo ai flutti, perdendo un sandalo. La vecchia lo ringrazia e gli dona dei poteri magici, visto che è Atena in persona nelle vesti di una mortale.

Intanto a Iolco Pelia viene a sapere che un suo nipote è ancora vivo e che sta facendo ritorno a casa. Un oracolo inoltre gli ha predetto che deve ben guardarsi da un ragazzo che è senza un sandalo, perché quel giovane lo spodesterà. Pelia non appena si vede davanti Giasone pronto a reclamare il trono di suo padre vorrebbe ucciderlo seduta stante, ma poi si trattiene. Infatti c'è troppa gente e poi potrebbe inimicarsi gli Dei, così sceglie di inventarsi una scusa per far morire al più presto Giasone. Pelia gli confida che a Iolco un fantasma ottenebra la mente a tutti i cittadini e li fa fare orrendi incubi.

Infatti quest'anima è in pena per colpa di una reliquia preziosa che ha perso nella lontana Colchide in Oriente, ossia il Vello d'oro: una pelliccia dorata di un montone sacro.
In realtà il Vello d'oro è stato portato volutamente dal dio Ares nella Colchide in un bosco sacro, visto che quel montone era stato ucciso in suo onore; inoltre il dio per assicurarsi che nessuno glielo rubasse lo aveva fatto appendere in un bosco con un drago insonne che lo sorvegliava. Giasone ovviamente non sa tutto questo e così si lascia ingannare facilmente dal furbo Pelia, che lo esorta a recarsi nella Colchide a prenderglielo e a tornare alla svelta per dargli il trono.

Giasone raduna così un largo gruppo di giovani aitanti (tra i quali Laerte: il padre di Ulisse, Peleo: il genitore di Achille: i Dioscuri, Eracle e Atalanta, la famosa guerriera). Poi fa fabbricare una nave di proporzioni cosmiche che chiamerà "Argo" e si accorgerà che verrà miracolata dagli Dei, perché è anche in grado di parlare, come i cavalli Balio e Xanto di Achille che userà nella guerra di Troia.

Partiti dalla Grecia, gli Argonauti giungono subito sull'isola di Lemno per necessità di vivande. Tuttavia gli eroi non sanno che la terra è popolata solo da donne, per di più guerriere Amazzoni. Infatti anni prima tutti i mariti delle donne di Lamno, visto che costoro erano state punite da Afrodite con un odore nauseabondo che le faceva puzzare tremendamente, i loro coniugi avevano preferito rinchiuderle in una gigantesca gabbia di ferro e andare a rapire delle cortigiane da un'isola vicina. Tuttavia le donne si arrabbiarono e, rotta la gabbia, uccisero tutti gli uomini, tranne la padrona Ipsipile che preferì risparmiare il vecchio padre. Lei così è diventata la regina delle "Amazzoni", le donne guerriere che indossano le armi da uomo, l'arco, lo scudo e le frecce. Giunti gli Argonauti, le Amazzoni, nel rispetto del loro severo codice, dovrebbero uccidere tutti in quanto uomini, ma una serva di Ipsipile la esorta a cambiare idea. Infatti se nessuna delle donne di Lemno genera un figlio la loro razza presto si estinguerà e così la regina, offerte le vivande agli eroi, decide assieme a tutte le altre guerriere di giacere a letto per almeno due settimane con ciascuno degli Argonauti. Giasone sarà il suo favorito, mentre gli invincibili Eracle ed Atalanta preferiscono tenersi in disparte nella nave per non perdere il loro tempo. Superate le due settimane, Giasone e i compagni non vogliono più partire dalla ricca isola di Lemno, visto che si trovano così bene in quella terra con le nuove mogli. Ma Eracle e la compagna, volendo rispettare le leggi dell'onore e del coraggio, strappano una notte tutti gli Argonauti dai loro letti nuziali e immediatamente la nave Argo riparte, lasciando le guerriere in lacrime ma contente allo stesso tempo di essere incinte.

Medea e Giasone nella nave degli Argonauti

Dopo pochi giorni di navigazione, Giasone e i compagni decidono di ordire una gara a remi per recuperare il tempo perso a gozzovigliare con le Amazzoni. La nave così guadagna molte leghe, ma alla fine tutti i guerrieri sono costretti a fare una sosta nella terra di Misia, sebbene il vincitore sia stato Eracle, che ha perfino spezzato il suo remo per il troppo sforzo. Giasone, distrutto dalla fatica, è persino svenuto. Dopo il rifocillamento, Eracle è preoccupatissimo perché non trova più il suo giovanissimo amante Ila. Infatti costui è andato a prendere dell'acqua in uno stagno, ma è stato incantato dal canto delle ninfe che facendo così lo hanno agguantato e annegato. Giasone intima Eracle a muoversi per la partenza ma costui, vedendo che il capitano si dimostra così insensibile nei suoi confronti, lo abbandona arrabbiato per andare alla ricerca disperata dell'amico perduto.

Ripartiti, Giasone e gli Argonauti approdano nella terra dell'indovino Fineo, il quale è in profonda miseria. Infatti costui, essendo bravissimo nell'arte del predire il futuro, è anche troppo preciso nei particolari. Così gli Dei lo hanno voluto punire rendendolo balbuziente e cieco, per di più distruggendogli il palazzo e facendo piombare sulla sua mensa le mostruose Arpie che gli insozzavano il cibo con escrementi e sputi. Giasone e i compagni in un batter d'occhio uccidono i mostri alati e si fanno predire da Fineo le loro prossima tappe.

Il viaggio è ancora lungo, così Giasone e gli amici scelgono di farsi un giro per la città più vicina per rifornirsi di cibo e vesti da scambiare. Lì vengono fermati dalle truppe del crudele re Amico, che vuole subito sfidare uno dei giovani guerrieri in un incontro di pugilato. Dato che allora i guantoni erano borchie di ferro appuntite, capitava spesso che uno dei due gareggianti morisse. Tra i valorosi di Giasone si fa avanti Polluce, uno dei due invincibili Dioscuri assieme al fratello Castore che in poco tempo nella lotta tramortisce Amico e gli spacca il mento uccidendolo. Ripartiti per la Colchide, la nave degli Argonauti giunge nello stretto delle Simplegadi: enormi scogli i quali hanno la capacità di restringersi sia a destra che a sinistra dei due fianchi della nave che trasporta gli Argonauti. Giasone timoroso, seguendo i consigli di Fineo, arriva a questi enormi scogli e fa volare in avanti una colomba. Se questa fosse passata illesa la nave sarebbe stata salva, altrimenti se la colomba fosse morta la nave sarebbe stata dilaniata dalle rocce. Per fortuna la nave Argo viene distrutta soltanto dalla parte posteriore (dato che alcune penne della coda della colomba erano state offese dagli scogli) e riparata al più presto in un cantiere.

Medea in estasi mentre prepara le pozioni, dipinto di Anthony Frederick Augustus Sandys

Ora finalmente gli Argonauti possono ripartire e finalmente giungono nella Colchide, dove circa un secolo prima era stato portato il Vello d'oro dal dio Marte (Ares), il quale gli fu consegnato da Frisso, un ragazzo mortale. Infatti costui era stato costretto a scappare dalla Grecia assieme alla sorella Elle. La divinità olimpica del Vello d'oro (un caprone tutto d'oro) li aveva salvati appena in tempo da un macabro sacrificio che comprendeva loro stessi come vittime da sgozzare; ma durante l'attraversamento del mare Ellesponto Elle era precipitata per distrazione, morendo e dando così (per ordine divino) il nome a quella massa d'acqua ("Ellesponto" appunto). Frisso, giunto nella Colchide, sacrificò il Vello d'oro a Marte, che lo custodì appeso ad un tronco d'albero in un bosco poco distante dalla spiaggia, mettendoci come guardia un dragone insonne.
Giunto alla corte del re Eete, Giasone viene notato dalla principessa Medea, la quale si innamora di lui per volere della dea Giunone (Era), moglie di Giove (Zeus).

Eete, volendo subito sapere lo scopo della visita degli stranieri, rimane piuttosto colpito dalla sfida di Giasone che vuole rubare senza troppe cerimonie il Vello. Costui gli elargisce un grande premio se il giovane eroe fosse riuscito a fare ciò che voleva. Ma le prove sono molto difficili: aggiogare dei tori enormi dagli zoccoli di bronzo e dal fuoco che li esce dalle narici e dalla bocca; di conseguenza seminare dei denti di drago nella terra arata dai tori malefici e poi uccidere i giganti che ne nascono. Per non parlare poi del drago insonne! Giasone sembra davvero sconfortato, giacché deve compiere le imprese da solo. Medea allora, temendo la sua perdita, si tormenta per tutta la notte che precede il giorno della sfida. Discute con la sua sorella (che in realtà è Giunone) e le chiede se mai lei stesse facendo la cosa giusta amando uno straniero e volendo rinunciare ad un regno e alla sua dignità di principessa dell'Oriente per scappare in Grecia. Scomparendo la sorella, Medea si mette in mente di usare le sue arti magiche e di preparare delle pozioni per salvare Giasone dai mostri che deve combattere e così fa. Giasone, protetto da un liquido indistruttibile, aggioga i buoi che gli sputano fuoco e fiamme e poi quando è il momento di uccidere i giganti, egli getta una pietra lontano affinché costoro, per averla, si uccidano a vicenda. Medea poi usa un suo filtro potente per far addormentare il drago e permettere che Giasone possa prendersi ciò che gli serve per spodestare Pelia.

Fuggiti di nascosto, sapendo Medea che il padre li avrebbe uccisi entrambi assieme agli Argonauti se li avesse scoperti, presto la combriccola si rende conto di una presenza clandestina nella nave Argo. Si tratta di Absirto: il fratello di Medea poco più che adolescente. Costui minacciando i due di farli imprigionare con la sua soffiata, non viene risparmiato dalla mente cattiva di Medea che lo fa immediatamente trucidare e gettare in mare per avere salva la vita.
Con questo gesto gli Dei maledicono Giasone e Medea, che vengono sballottati per tutto il Mar Mediterraneo, finendo prima in Libia, poi nell'isola dei Feaci dal Alcinoo, a cui raccontano la loro storia, venendo graziati fortunosamente per l'assassinio che ha compiuto Medea, ed infine nella terra di Creta. Qui Medea adocchia un mostro di ferro chiamato Talo: una guardia meccanica che uccideva con palle di bronzo infuocato i visitatori stranieri. Lei, sapendo dov'era il suo punto debole, gli sfila un tappo dal tallone e così il gigante di bronzo, perdendo il suo liquido vitale, soffoca. Con una degna supplica al dio Apollo alla fine Giasone, dopo essere stato con la compagna anche nell'isola della terribile maga Circe, viene ricondotta sano e salvo con la nave degli Argonauti a Iolco.

Apollonio e Aristotele[modifica | modifica sorgente]

Le Argonautiche di Apollonio rispecchiano i canoni aristotelici di unità di azione (trattano un solo argomento), luogo (la vicenda è narrata dall'inizio alla fine ed anche con chiusura ciclica) e tempo; quest'ultimo punto veniva precisato da Aristotele il quale affermava che una narrazione epica avrebbe dovuto trattare una materia dominabile dalla mente del lettore e più precisamente doveva essere lunga come una tetralogia tragica. Apollonio si dimostra qui più aristotelico dello stesso Aristotele poiché in 6000 versi abbraccia tutte le vicende degli Argonauti e inoltre le suddivide in quattro libri seguendo il canone aristotelico. La precisione con cui Apollonio riprende le indicazioni dell' epos tradizionale ha portato la tradizione a definirlo uno dei più accesi avversari di Callimaco.

Rinnovamento dell'epos[modifica | modifica sorgente]

In realtà i critici moderni tendono a rivalutare molto la qualità artistica e la posizione dello scrittore nella polemica alessandrina. La sua opera infatti non è esente dalla novità : con un abile labor limae egli fu in grado di riprendere in 6000 versi tutta la saga delle Argonautiche, facendo del suo poema un esempio di brevitas ed έκφρασις (ékfrasis, descrizione particolareggiata) callimachee. Anche per questo Callimaco, il suo maestro, capì l'innovazione dell'impianto narrativo dell'opera e lo esentò dalle acute e pungenti critiche rivolte ai Telchini, tra i nomi dei quali, riportati dallo scolio fiorentino, Apollonio peraltro non compare.

Si trovano anche sostanziali differenze da Omero per quanto riguarda le motivazioni dei personaggi: se gli eroi dei grandi poemi erano spinti da forti interessi personali o dall'onore, nelle Argonautiche predomina l'Αμηχανία (Amechania) ovvero una mancanza di spinte che muovano i personaggi. Giasone non ha alcun interesse nel Vello, spesso pensa di rinunciare all'impresa: gli altri eroi si mostrano spesso volubili e restii a proseguire.

Medea[modifica | modifica sorgente]

L'unico personaggio che è mosso da autentico interesse è Medea. La passione amorosa che Eros le ha instillato nel cuore, infatti, la porta ad aiutare Giasone in maniera del tutto disinteressata, spinta dal suo incondizionato amore. Medea è l'unico personaggio che ha un vero e proprio cammino di crescita personale, che la porta a passare da fanciulla ancora ignara della vita a donna, per poi diventare la vendicativa Medea di cui narrano Euripide e molti altri. La sua prima metamorfosi si attua durante la notte che lei passa insonne, combattuta tra il suo pudore di vergine e l'amore che prova. La seconda metamorfosi si ha quando ella attira in una trappola il fratello Apsirto, facendolo uccidere da Giasone e venendo sporcata dal sangue, metaforica "macchia" sul velo bianco della sua precedente innocenza.

Tradizione manoscritta e fortuna[modifica | modifica sorgente]

Medea e i figli

Le Argonautiche furono molto ammirate nell'antichità e rappresentano per noi l'unico poema epico greco integro composto tra l'epoca dei poemi omerici e dell'Eneide di Virgilio. L'ammirazione e la fortuna del poema sono rappresentate sia dal notevole numero di papiri (una trentina che vanno dal III a.C. al I d.C.) e di manoscritti medievali (55 manoscritti che oscillano tra il X sec. e il XVI) sia dalle riprese e rielaborazioni tanto in ambito greco quanto in ambito latino. Di non semplice soluzione è il problema delle varianti testimoniate dai papiri (in particolare in P. Oxy. 2700 datato III a.C. e contenente I, 169-174; 202-243) rispetto al testo della tradizione medievale (sull'argomento cfr. G. Schade, P. Eleuteri, The Textual Tradition of the Argonautica, in T.D. Papanghelis, A.Rengakos, A Companion to Apollonius Rhodius, Leiden 2001, pp. 33–39). In estrema sintesi va detto che i manoscritti medievali sono stati suddivisi in tre famiglie m, w, k (questa, in realtà, una sottofamiglia di w). Il più antico manoscritto di Apollonio, che appartiene alla famiglia m, è il Laurentianus gr. 32.9 (960-980 d.C.) che contiene anche le sette tragedie di Eschilo e di Sofocle. Notevole è anche la massa di commenti e scoli al testo di Apollonio. Teone di Alessandria (I sec. a.C.), Lucillo di Tarra (I sec. d.C.) Ireneo e Sofocle (forse II d.C.) realizzarono dei commenti al poema confluiti nei nostri scoli (K. Wendel, Scholia in Apollonium Rhodium vetera, recensuit Carolus Wendel, Berolini apud Weidmannos 1935), mentre si deve al poeta Mariano (V sec. d.C.) una parafrasi (perduta) in giambi. Per quanto concerne la fortuna del poema va detto che sono riscontrabili echi delle Argonautiche nell'Alessandra di Licofrone e nella tarda poesia epica greca (Trifiodoro, Quinto Smirneo, Nonno di Panopoli). Apollonio è anche il modello del poema anonimo Argonautiche Orfiche (V d.C.), opera che rappresenta una rielaborazione in chiave orfica del poema ellenistico. Per quanto riguarda gli scrittori latini bisogna ricordare: Publio Terenzio Varrone "Atacino" che fece una traduzione (di cui possediamo solo alcuni frammenti) in lingua latina del poema; Virgilio tenne presente le Argonautiche in particolare nella composizione del IV libro dell'"Eneide", dove la figura di Didone trae esplicitamente spunto dalla Medea di Apollonio, mentre Gaio Valerio Flacco le prese a modello per il suo poema (Argonautica).

Edizioni critiche fondamentali:

H. Fränkel, Apollonii Rhodii Argonautica recognovit brevique adnotatione critica instruxit H.Fränkel, Oxonii 1961.

F. Vian, Apollonios de Rhodes, Argonautiques. Texte établi et commenté par F. Vian et traduit par É. Delage (Les Belles Lettres), (pubblicata in tre tomi), Paris 1974 (I tomo), 1980 (II tomo), 1981 (III tomo).

G. Pompella, Apollonii Rhodii Lexicon. Georg Olms Verlag, Hildesheim & New York 2004.

G. Pompella, Apollonii Rhodii Argonautica. Lehrs translatione in Latinum addita. Olms-Weidmann, Hildesheim & New York 2006.

La lingua[modifica | modifica sorgente]

Hylas and the Nymphs (Ila e le Ninfe), olio su tela di John William Waterhouse, (1896), Manchester, City Art Galleries

La lingua del poema presenta dei tratti specifici che riflettono la complessità del poema e la pluralità dei modelli letterari scelti dal poeta. La base della lingua del poema consiste, fondamentalmente, nel dialetto epico omerico (con influssi di Esiodo e degli Inni omerici), scelta imprescindibile per chiunque volesse comporre un poema epico. Tuttavia, il poeta non si limita a seguire il modello omerico, in quanto inserisce nella struttura linguistica del testo lemmi che, sulla base della nostra documentazione linguistica greca, non possiamo classificare come termini epici. Vi sono, dunque, vocaboli attestati nella poesia lirica, nel teatro attico (tragedia e commedia), nella prosa (sia erodotea che attica) e lemmi documentati unicamente in età ellenistica che Apollonio condivide con Callimaco, Teocrito, Arato e Licofrone. Notevole è, poi, il numero degli hapax sia lessicali che morfologici, aspetto che potrebbe essere il riflesso sia delle raffinate scelte linguistiche del poeta, sia della presenza di fonti e modelli altrimenti perduti. Dato il carattere artificiale delle lingue letterarie greche va precisato che dietro alle scelte linguistiche di Apollonio deve esserci sicuramente la consultazione di lessici (soprattutto della lingua omerica). Questi lessici venivano definiti glosse, ossia raccolte di termini rari e antiquati. Significativi sono anche i punti di contatto fra Apollonio e i D scholia, materiale esegetico al testo omerico risalente già all'epoca classica, che fanno pensare che Apollonio dovette consultare delle compilazioni simili a quelle confluite nei D scholia (si veda, a tal proposito, l'articolo di Antonios Rengakos, Apollonius Rhodius as a Homeric Scholar in T.D. Papanghelis, A.Rengakos, A Companion to Apollonius Rhodius, Leiden 2001, pp. 199–200). Notevole è anche il fatto che Apollonio, nel rielaborare la lingua omerica, riproduce nel poema gli hapax e i dis legomena (tendenza che è stata evidenziata dagli studi di Fantuzzi: Ricerche su Apollonio Rodio, Roma 1988 p. 26 e 42 segg.). Questi aspetti linguistici sono estremamente significativi anche per il fatto che ci mostrano l'interesse e l'approccio filologico del poeta, che, vale la pena ricordarlo, fu direttore (προστάτης) della Biblioteca di Alessandria dopo Zenodoto e prima di Eratostene. Questa notevole stratificazione linguistica nonché le raffinate riprese e allusioni al testo omerico pongono inevitabilmente il problema del pubblico delle Argonautiche. Benché nel contesto della corte dei Tolomei i poeti potessero diffondere parti delle proprie composizioni attraverso pubbliche letture, è molto probabile che il poeta, esattamente come gli altri poeti ellenistici contemporanei, pensasse a un dotto pubblico di lettori piuttosto che di ascoltatori (cfr. M. Fantuzzi, "Homeric" Formularity in the Argonautica, in T.D. Papanghelis, A.Rengakos, A Companion to Apollonius Rhodius, Leiden 2001, p. 191).

Trasposizioni cinematografiche[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]