Orestea

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« Sotto i veli, piango per le sorti vane dei miei signori, raggelata da occulto dolore. »
(Le Coefore, vv. 81-83)
Scene dal mito di Oreste (Musei Vaticani).

L’Orestea (Ὀρέστεια) è una trilogia formata dalle tragedie Agamennone, Le Coefore, Le Eumenidi e seguita dal dramma satiresco Proteo, andato perduto, con cui Eschilo vinse nel 458 a.C. le Grandi Dionisie. Delle trilogie di tutto il teatro greco classico, è l'unica che sia sopravvissuta per intero.

Le tragedie che la compongono rappresentano un’unica storia suddivisa in tre episodi, le cui radici affondano nella tradizione mitica dell’antica Grecia: l’assassinio di Agamennone da parte della moglie Clitennestra, la vendetta del loro figlio Oreste che uccide la madre, la persecuzione del matricida da parte delle Erinni e la sua assoluzione finale ad opera del tribunale dell’Areopago.

Agamennone[modifica | modifica wikitesto]

Agamennone
Tragedia
Clitennestra esitante prima di colpire Agamennone, incitata da Egisto (dipinto di P.N.Guérin, 1819)
Clitennestra esitante prima di colpire Agamennone, incitata da Egisto (dipinto di P.N.Guérin, 1819)
Autore Eschilo
Titolo originale Αγαμέμνων
Lingua originale Greco antico
Fonti letterarie Orestea di Stesicoro
Ambientazione Argo, Grecia
Prima assoluta 458 a.C.
Teatro di Dioniso, Atene
Premi Vittoria alle Grandi Dionisie del 458 a.C.
Personaggi
 

Agamennone, sovrano della polis di Argo, alla partenza per la guerra di Troia, non aveva venti favorevoli, così per propiziarsi gli dei (in particolare Artemide che gli era ostile), su consiglio dell’indovino Calcante aveva sacrificato la figlia Ifigenia, di bellezza eccezionale. I venti allora avevano cominciato ad essere propizi, sicché la flotta aveva potuto alzare le vele. Clitennestra aveva però deciso di vendicare il sacrificio della figlia, convincendo Egisto, cugino del marito e suo amante, ad aiutarla in tale impresa.

La prima tragedia narra quindi come Agamennone, di ritorno dalla guerra, venga ucciso a colpi di scure dalla moglie Clitennestra, con l'aiuto di Egisto.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Prologo (vv. 1-39): Monologo della vedetta appostata sul tetto della casa degli Atridi, che veglia nella notte aspettando di vedere all’orizzonte il segnale luminoso che annunci la caduta di Troia e quindi il ritorno di Agamennone. Si lamenta delle fatiche che sopporta ormai da molto tempo, quando avvista il segnale e, raggiante, esce per avvisare la regina.

Parodo (vv. 40-257): Entra il coro, formato da anziani notabili di Argo, che si chiede se Agamennone stia davvero tornando e rievoca gli antefatti della spedizione. Viene narrato il presagio favorevole di due aquile (gli atridi) che avevano ucciso una lepre pregna (Troia). L’indovino Calcante aveva però avvisato dell’odio di Artemide contro Agamennone, capo della spedizione. La flotta achea era dunque rimasta bloccata in Aulide, e solo dopo il sacrificio di Ifigenia era potuta ripartire.

Primo episodio (vv. 258-354): Clitennestra informa il coro che Troia è caduta quella notte stessa, ma non viene creduta, poiché non pare possibile che la notizia possa essere giunta in città così in fretta. Clitennestra spiega che, grazie ad una serie di segnali luminosi tra Troia ed Argo, ha potuto avere la notizia in brevissimo tempo.

Primo stasimo (vv. 355-488): Inno a Zeus, lodato come colui che punisce chi infrange la giustizia. Vengono rievocati il ratto di Elena ed i morti nella guerra di Troia. Tuttavia il coro dubita ancora che la notizia dell’imminente ritorno della spedizione vittoriosa sia vera.

Secondo episodio (vv. 503-680): Entra in scena l'araldo, che annuncia che Troia è caduta e che Agamennone sta tornando. È interrogato dal coro e racconta i disagi e le sofferenze della guerra, conclusasi però con la vittoria achea. Clitennestra afferma di aspettare con ansia il marito. Il coro chiede infine notizie di Menelao, di cui si sono perse le tracce.

Secondo stasimo (vv. 681-782): Il coro fa una riflessione su Elena, paragonandola ad un leoncino allevato in casa, che, una volta cresciuto, è causa di rovina per coloro che l’hanno ospitato. Il coro ragiona infine a proposito della dike, ossia la giustizia, che non onora i potenti ma i puri.

Terzo episodio (vv. 783-974): Arrivano su un carro Agamennone e Cassandra, principessa troiana portata in Grecia come schiava. Il primo ringrazia gli dei per l’impresa riuscita ed il ritorno a casa. Clitennestra fa un discorso da sposa fedele, che ha duramente sofferto per l’assenza del marito, e convince Agamennone ad entrare a casa calpestando tappeti di porpora (che stanno in realtà a significare lo scorrere del suo sangue, ovvero il suo imminente omicidio).

Terzo stasimo (vv. 975-1034): Nonostante la conclusione vittoriosa della guerra ed il ritorno del sovrano, il coro ha un terribile sentore di morte imminente.

Quarto episodio (vv. 1035-1330): Cassandra scende dal carro e comincia a lanciare oscuri lamenti ad Apollo. La donna rivede le disgrazie subite in passato dalla casa reale di Argo e prevede che tanto Agamennone quanto lei stessa saranno uccisi.

Quinto episodio (vv. 1331-1576): Il coro sente provenire da dentro la casa le grida di Agamennone colpito a morte e, sconvolto, s'interroga su cosa fare. Esce Clitennestra, mostrando i cadaveri del marito e di Cassandra, e dichiara trionfalmente di aver portato giustizia, vendicando la morte di Ifigenia e l’oltraggio che Agamennone aveva compiuto portando in casa Cassandra come amante. Il coro maledice Elena e Clitennestra, e si lamenta per la sorte toccata al re.

Esodo (vv. 1577-1664): Entra Egisto che esulta per il piano perfettamente riuscito e per aver finalmente vendicato gli oltraggi subiti dal padre Tieste. Il coro lo maledice, temendo che si stia per instaurare un regime tirannico, e si allontana invocando il ritorno di Oreste.

Le Coefore[modifica | modifica wikitesto]

Le Coefore
Tragedia
Pilade e Oreste (dipinto di François Bouchot)
Pilade e Oreste (dipinto di François Bouchot)
Autore Eschilo
Titolo originale Χοηφόροι
Lingua originale Greco antico
Fonti letterarie Orestea di Stesicoro
Ambientazione Argo, Grecia
Prima assoluta 458 a.C.
Teatro di Dioniso, Atene
Premi Vittoria alle Grandi Dionisie del 458 a.C.
Personaggi
 

La seconda tragedia prende il nome dalle coefore, le portatrici di libagioni per i morti, che si recano sulla tomba di Agamennone. È il racconto di come Oreste, dieci anni dopo l’omicidio del padre Agamennone, torni ad Argo e, su ordine di Apollo, porti a compimento la propria vendetta dando la morte alla propria madre ed al suo amante.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Prologo (vv. 1-21): Oreste, tornato ad Argo, giunge presso la tomba di Agamennone, accompagnato da Pilade, e lì deposita in omaggio al padre una ciocca dei propri capelli. Vedendo arrivare Elettra e le donne del coro, però, i due si nascondono.

Parodo (vv. 22-83): Entrano in scena Elettra e le coefore. Queste ultime cantano delle violenze che subiscono, e dell’orrore che attanaglia Argo da quando Agamennone è stato ucciso. Anche la venerazione che il popolo aveva per la casa reale è ormai cosa lontana.

Primo episodio (vv. 84-584): Il motivo dell’arrivo di Elettra con le coefore è che la madre ha ordinato di offrire libagioni al marito ucciso. Clitennestra è infatti rimasta sconvolta da un orribile incubo: partoriva un serpente e gli offriva il proprio seno, ma da esso il serpente succhiava latte e sangue. La donna ha paura che il sogno sia un presagio della collera degli dei nei suoi confronti, e pensa che le libagioni potrebbero forse placarla. Elettra non se la sente di fare al padre offerte che provengono dalla sua assassina, ma le coefore la invitano invece a compiere il rito, pregando che venga un dio o un uomo capace di vendicare Agamennone dando la morte ai suoi assassini. Poi la ragazza nota, davanti alla tomba, un’impronta di piedi e la ciocca di capelli che Oreste aveva lasciato. Nessuno, ragiona Elettra, a parte lei stessa o suo fratello, avrebbe mai offerto questo dono ad Agamennone. A quel punto Oreste si palesa ed i due fratelli, dopo qualche esitazione, si riconoscono. L’uomo informa la sorella di essere tornato su ordine di Apollo, che gli ha raccomandato di vendicare il padre uccidendo i suoi assassini. Il coro allora racconta il sogno di Clitennestra, ed Oreste lo interpreta riconoscendo in sé stesso il serpente che morderà la madre. Per far ciò, l’uomo s'introdurrà sotto mentite spoglie nella reggia e compirà la vendetta.

Primo stasimo (vv. 585-651): L’omicidio di Agamennone, ragiona il coro, fu l’atto più audace che la passione abbia mai ispirato ad una donna. Fu Clitennestra, infatti, la vera responsabile del delitto, ma la giustizia è ormai prossima ad abbattersi sui colpevoli.

Secondo episodio (vv. 652-782): Oreste si presenta alla madre, che non lo riconosce, portando la notizia della propria morte. Clitennestra appare triste (difficile dire se è tristezza vera o simulata), e manda l'anziana nutrice di Oreste a chiamare Egisto, raccomandando che egli venga scortato da gente armata. Però le ancelle della casa (ossia le coefore che accompagnavano Elettra) fermano la nutrice e la convincono a dire ad Egisto di venire solo e senz'armi.

Secondo stasimo (vv.783-837): Secondo il coro, il momento della vendetta si avvicina, ed è ora di pregare Zeus perché tutto vada nel modo sperato. Se così sarà, ne beneficerà la città di Argo, ed anche i parenti di Oreste, i morti ed i vivi.

Terzo episodio (vv. 838-934): Quando Egisto sopraggiunge, Oreste lo uccide, rivolgendosi subito dopo alla madre. Questa, dopo aver invano tentato di difendersi, tenta di muovere Oreste a pietà, mostrandogli il seno per ricordargli di quando ella si prendeva cura di lui da bambino. Il figlio esita ad agire, così Pilade (che qui parla per la prima e ultima volta) gli ricorda l’ordine del dio, di fronte al quale Oreste vince le esitazioni e trascina la madre fuori scena, dove la giustizia accanto al cadavere di Egisto.

Terzo stasimo (vv. 935-971): Il coro esulta, poiché la giustizia ha trionfato. Argo e la casa reale di Agamennone sono ora libere, ed è ormai tempo che ogni traccia delle atrocità avvenute venga cancellata.

Esodo (vv. 972-1076): La tremenda vendetta è compiuta, ma subito appaiono le Erinni, dee vendicatrici dei delitti, in specie quelli tra consanguinei. Inseguito da loro, Oreste fugge, sotto gli sguardi stupiti del coro, che non vede le terribili dee.

Le Eumenidi[modifica | modifica wikitesto]

Le Eumenidi
Tragedia
Oreste inseguito dalle Erinni(Il rimorso di Oreste,  di W.Bouguereau, 1862)
Oreste inseguito dalle Erinni
(Il rimorso di Oreste, di W.Bouguereau, 1862)
Autore Eschilo
Titolo originale Ευμενίδες
Lingua originale Greco antico
Ambientazione Tempio di Apollo (Delfi), poi tempio di Atena e Areopago (Atene), Grecia
Prima assoluta 458 a.C.
Teatro di Dioniso, Atene
Premi Vittoria alle Grandi Dionisie del 458 a.C.
Personaggi
 

La terza tragedia della trilogia prende il nome dalle Erinni, dee che impersonano la vendetta, le quali erano chiamate anche Eumenidi (ossia “le benevole”) quando erano in atteggiamento positivo. In questa terza parte dell’Orestea viene narrata la persecuzione delle Erinni nei confronti di Oreste, che culmina nella celebrazione di un processo presso il tribunale dell’Areopago.[1] Tale giudizio, che vede le Erinni stesse come accusatrici, Apollo come difensore e Atena a presiedere la giuria, termina con l’assoluzione di Oreste, grazie al voto di Atena, che vota a suo favore perché non ha madre.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Prologo (vv. 1-142): Braccato dalle Erinni per il matricidio, Oreste è nel tempio di Apollo, dove chiede aiuto al dio. Quest’ultimo, promettendogli la sua protezione, lo invia ad Atene, presso il tempio della dea Atena, dove forse troverà la soluzione ai suoi problemi. Appare poi il fantasma di Clitennestra, che aizza le Erinni a perseguitare il figlio per il suo orribile delitto, lamentandosi del fatto che nessun altro dio si levi in sua difesa.

Parodo (vv. 143-178): Le Erinni si accingono a dare la caccia ad Oreste.

Primo episodio (vv. 179-306): Apollo caccia le dee infernali dal proprio tempio, ed esse vanno in cerca di Oreste, raggiungendolo quando egli è ormai nel tempio di Atena e ne sta invocando l’intervento. Lì le dee infernali lo minacciano di infliggergli la meritata punizione.

Primo stasimo (vv. 307-396): Le Erinni cominciano un terribile canto di morte danzando attorno ad Oreste.

Secondo episodio (vv. 397-489): Appare Atena, la quale, dopo essersi informata presso Oreste e le Erinni su ciò che è accaduto, si offre come giudice in un regolare processo. Il caso verrà sottoposto ad una giuria ateniese di dodici membri (ricalcata sul tribunale ateniese dell’Areopago, attivo ai tempi di Eschilo), presieduta dalla stessa Atena. Le Erinni saranno l’accusa, Apollo la difesa.

Secondo stasimo (vv. 490-565): Prima dell’inizio del processo, le Erinni riflettono preoccupate sulle conseguenze di una possibile assoluzione di Oreste: questo fatto potrebbe indurre alla licenza tutti i mortali, e causare un forte aumento degli omicidi tra consanguinei.

Terzo episodio (vv. 566-777): Inizia dunque il processo. Le Erinni interrogano Oreste sul modo in cui ha ucciso sua madre. Oreste si difende spiegando di aver agito per una vendetta legittima, e su ordine di Apollo. Quest’ultimo poi interviene spiegando che Clitennestra per prima aveva compiuto un’atrocità, uccidendo il marito (ma questo per le Erinni è un delitto meno grave in quanto marito e moglie non sono consanguinei), e che in ogni caso l’omicidio del marito è un crimine peggiore, poiché quando si genera un figlio, è il marito a dare il germe, che la moglie poi si limita a nutrire durante la gestazione.[2] Il figlio insomma ha lo stesso sangue del padre e quindi ha il diritto di vendicarlo. La giuria infine vota. L’ultima a votare è Atena, la quale dichiara il proprio voto favorevole ad Oreste, perché la dea, non avendo una madre, considera più importante la figura paterna. Alla fine il conteggio dei voti è pari: sei per la condanna e sei per l’assoluzione. Oreste viene dunque assolto, poiché il presidente della giuria, Atena, è a lui favorevole.

Esodo (vv. 778-1045): Le Erinni reagiscono con rabbia alla sentenza, minacciando a più riprese morte e distruzione. Atena tuttavia riesce a calmarle e, garantendo loro venerazione eterna, le convince a diventare Eumenidi, ovvero divinità della giustizia anziché della vendetta. Inizia così un canto di benedizione in cui le dee invocano ricchezza, fecondità e concordia per Atene, mentre Atena prefigura un lungo periodo di giustizia, che nella città sarà assicurata dal timore per le dee ora venerande. In un corteo di sacerdotesse guidato da Atena, le Eumenidi vengono infine accompagnate verso la loro nuova sede.

Commento[modifica | modifica wikitesto]

L’Orestea costituisce il momento di massima maturità di Eschilo (almeno per le opere note), nonché l’ultima rappresentazione che egli fece ad Atene, prima di trasferirsi a Gela, dove morì due anni dopo. Le tre tragedie costituiscono una trilogia legata, in cui viene raccontata un’unica lunga vicenda. Eschilo era solito mettere in scena trilogie legate, e lo stesso probabilmente facevano i drammaturghi suoi contemporanei. In seguito tale uso verrà abbandonato, tanto che già le trilogie di Sofocle ed Euripide saranno formate da tragedie fra loro indipendenti.

Vi è una forte contrapposizione tra le prime due tragedie e la terza: l’Agamennone e Le Coefore simboleggiano l'irrazionalità del mondo antico ed arcaico, contro, nelle Eumenidi, la razionalità delle istituzioni della polis, in cui Oreste stesso si rifugia.

Le fonti[modifica | modifica wikitesto]

A quanto ci è dato sapere, Eschilo fu il primo a scrivere un’opera teatrale sul mito di Oreste, e per farlo poté ispirarsi ad alcune opere non teatrali già scritte sull’argomento. La prima di esse è l’Odissea, che accenna alla vicenda in numerosi brevi passi,[3] non sempre tra loro concordanti. Riunendoli, si ottiene un riassunto più o meno coerente dei fatti raccontati nell’Agamennone e nelle Coefore, senza però che siano nominati Pilade, Elettra e le Erinni. Altri autori che fanno brevi riferimenti alla vicenda sono Esiodo[4] e Pindaro,[5] e sappiamo che un poema oggi perduto, i Nostoi, raccontava in modo esteso la storia narrata nelle prime due tragedie eschilee, introducendo per la prima volta il personaggio di Pilade.

Tuttavia l’opera che sicuramente influenzò maggiormente Eschilo fu l’Orestea di Stesicoro, un lungo poema lirico-narrativo di cui oggi non restano che una manciata di versi. In quest’opera venivano introdotti personaggi e fatti che Eschilo fece propri: la nutrice di Oreste, il sogno di Clitennestra, il riconoscimento di Oreste tramite una ciocca di capelli. Inoltre in quest’opera Apollo dava ad Oreste il proprio arco per difendersi dalle Erinni, che appaiono per la prima volta. Eschilo s'ispirò al poema di Stesicoro per le prime due tragedie, mentre la terza, Le Eumenidi, fu interamente da lui ideata.

La catena di omicidi nella saga degli Atridi

Atreo e Tieste erano due fratelli che si odiavano a morte, poiché il secondo aveva ottenuto il trono di Micene (o di Argo)[6] con l’inganno, togliendolo al primo cui spettava di diritto. Per questo motivo, Atreo ideò una vendetta terribile: invitò Tieste ad un banchetto, poi di nascosto uccise i tre figli di lui, li cucinò e li diede in pasto al fratello.
Egisto era un altro figlio di Tieste, mentre Agamennone era figlio di Atreo: questo spiega perché il primo volesse la morte del secondo. D’altro canto anche Clitennestra aveva motivo di desiderare la morte di Agamennone, poiché il marito aveva ucciso e sacrificato agli dei la loro figlia Ifigenia, per avere condizioni propizie di navigazione verso Troia.
In seguito Oreste, per vendicare la morte del padre, uccide Egisto e Clitennestra, e la catena di sangue potrebbe proseguire all’infinito, generazione dopo generazione, se non intervenisse la giustizia a fermarla.

La vendetta[modifica | modifica wikitesto]

Il motivo fondamentale della trilogia è la vendetta (ossia la legge del taglione) come forma arcaica di risoluzione delle controversie, contrapposta nella terza tragedia al mondo moderno, capace invece di organizzare processi che possano fare giustizia. Utilizzando la legge del taglione, infatti, un omicidio non può che portare ad un nuovo omicidio, il quale a sua volta dovrà essere vendicato tramite un terzo omicidio. Viene insomma generata una catena potenzialmente infinita di crimini, lutti e sofferenze (e la saga degli Atridi lo testimonia con molta chiarezza: vedi riquadro). Il meccanismo della vendetta si è dunque inceppato, ed è necessario che intervenga la comunità a punire i colpevoli. Solo tramite questo intervento, infatti, un crimine potrà essere sanzionato senza generare una nuova vendetta. Nasce quindi la dike, la giustizia.

La giustizia[modifica | modifica wikitesto]

Ma cos’è la giustizia nell'Orestea? Nella prima tragedia essa coincide con le azioni di Clitennestra, che si fa giustizia da sola per i torti subiti. L'astuzia, la ferocia e l'odio della moglie di Agamennone dominano la prima tragedia al punto che anche Egisto non è che un burattino nelle sue mani. Nella seconda opera ad Oreste si pongono due alternative, entrambe dolorose e sconvolgenti: uccidere la propria madre, oppure non farlo, macchiandosi così di grave mancanza verso il padre e verso il dio Apollo che gli ha dato l’ordine. Oreste qui fatica ad individuare cosa sia giusto, e infatti la sua vendetta non è priva di esitazioni e rimorsi. Infine nella terza tragedia, grazie all’intervento degli dei s'instaura un processo, che rappresenta il modo corretto e moderno di affrontare le controversie.

Eschilo unisce la giustizia umana e quella divina, infatti il processo ad Oreste è celebrato da divinità, ma nell'ambito di un'istituzione, il tribunale ateniese dell'Areopago,[1] che è umana. Gli dei, insomma, intervenendo in quel tribunale danno il loro avallo al moderno senso di giustizia degli uomini (e soprattutto degli ateniesi). E tuttavia è da notare come la votazione finale della giuria (formata non da divinità ma da uomini) sia di parità, e solo grazie al voto favorevole di Atena Oreste venga assolto. Eschilo sembra qui voler rimarcare come gli umani siano comunque inadatti a giudicare le questioni divine: se un dio, Apollo, ha convinto Oreste a compiere un'azione sacrilega, solo un altro dio, Atena, può redimerlo.

Oreste e Pilade in Tauride (oppure al cospetto di Clitennestra ed Egisto?). Affresco di Pompei, I secolo d.C.

Gli dei[modifica | modifica wikitesto]

In Eschilo gli dei si comportano in maniera diversa rispetto alle opere precedenti, come i poemi omerici. In questi ultimi, infatti, le divinità sono profondamente coinvolte nelle vicende umane, e spesso intervengono direttamente a determinare la riuscita o il fallimento delle imprese degli uomini o il vincitore tra due contendenti. In questo tipo di contesto, le possibilità umane di autodeterminarsi sono decisamente limitate, benché non del tutto assenti.[7] In Eschilo invece gli dei guardano a ciò che succede nel mondo, ma senza lasciarsi troppo coinvolgere e soprattutto senza decidere essi stessi le sorti umane. Essi mostrano agli uomini le possibili conseguenze delle loro azioni, ma senza togliere loro il libero arbitrio: Oreste potrebbe decidere di non uccidere la madre, così come Agamennone potrebbe non uccidere Ifigenia. Quando intervengono, gli dei lo fanno solo per accelerare gli effetti delle azioni che gli uomini hanno deciso di compiere. Se un uomo ha fatto cose che lo avviano verso la perdizione (o verso la gloria), gli dei lo spingono ancor più in quella direzione.

Innovazioni[modifica | modifica wikitesto]

Gli spazi interni[modifica | modifica wikitesto]

Nelle Eumenidi Eschilo introdusse alcune innovazioni di grande importanza per la tragedia greca (o quantomeno questa è l’opera più antica oggi nota in cui tali innovazioni appaiono). La prima è la valorizzazione degli spazi interni. Le tragedie sono generalmente ambientate in luoghi all’aperto, come del resto all’aperto si svolgeva gran parte della vita sociale dei greci, ma le Eumenidi sono quasi interamente ambientate in spazi chiusi (il tempio di Apollo a Delfi e quello di Atena ad Atene). Viene insomma introdotta l’idea che il teatro, che era un luogo all’aperto, fosse in realtà adatto anche a simulare ambienti interni. Questa idea, che presuppone una maggiore astrazione nella messa in scena, sarà destinata a rivoluzionare la storia del teatro.

Le unità aristoteliche[modifica | modifica wikitesto]

Un'altra innovazione riguarda le convenzioni spazio-temporali delle tragedie. Esse infatti generalmente si attenevano a quelle che in seguito verranno chiamate unità aristoteliche di tempo,[8] luogo[9] e azione.[10] Ciò avveniva probabilmente per necessità tecnico-sceniche (i cambi di scena erano complessi da realizzare, così come era difficile dare agli spettatori l’idea dello scorrere dei giorni), ma Eschilo nelle Eumenidi rompe due delle tre unità, in quanto la vicenda si svolge in un arco di tempo assai più lungo delle 24 ore, ed in ben tre luoghi diversi. Il drammaturgo risolse il problema dei cambi di scena riducendo al minimo le modifiche tra un’ambientazione e l’altra. Nell’Agamennone si ha invece una rottura implicita dell’unità di tempo, poiché, sebbene la vicenda avvenga formalmente in un solo giorno, Eschilo comprime in quel giorno tutta una serie di avvenimenti che nella realtà richiederebbero molto più tempo: la caduta di Troia, la partenza della flotta greca verso casa, l'arrivo ad Argo (oltretutto dopo aver incontrato una tempesta), l'uccisione di Agamennone.

Proteo[modifica | modifica wikitesto]

Proteo
Dramma satiresco perduto
Menelao
Menelao
Autore Eschilo
Titolo originale Πρωτεύς
Lingua originale Greco antico
Fonti letterarie Odissea di Omero
Ambientazione Isola di Faro, Egitto
Prima assoluta 458 a.C.
Teatro di Dioniso, Atene
Premi Vittoria alle Grandi Dionisie del 458 a.C.
 

Il Proteo era il dramma satiresco che seguiva alla trilogia dell’Orestea, con la funzione di risollevare l’animo degli spettatori, incupito dagli eventi tragici, con una storia più leggera e comica. Quest’opera è andata interamente perduta, eccezion fatta per un breve frammento di due versi, ma si ritiene che essa s'ispirasse alla storia raccontata nel Libro IV dell’Odissea.

Trama omerica[modifica | modifica wikitesto]

Secondo il poema omerico, Menelao, fratello di Agamennone, si ritrova nell’isola di Faro, fermato da una bonaccia di vento. Si reca allora da Proteo, il Vecchio del mare, che vive sull’isola, per sapere se la bonaccia stessa sia causata dalla collera di un dio e per conoscere il proprio futuro. Per parlargli è però necessario catturarlo in un agguato. Menelao riesce nel suo intento e per divincolarsi Proteo si trasforma in tutta una serie di animali e vegetali. Alla fine però, esausto, accetta di parlare col greco. Il Vecchio afferma che Menelao, per poter tornare a casa, dovrà andare in Egitto e lì offrire agli dei ecatombi perfette. Infine Proteo racconta quale destino hanno avuto gli altri eroi di ritorno dalla guerra di Troia (ed un lungo passo è dedicato ad Agamennone ed alle vicende trattate nell’Orestea).[11] Ottenute queste informazioni, in ottemperanza alle parole di Proteo, Menelao parte per l’Egitto.

Ipotesi sulla trama di Eschilo[modifica | modifica wikitesto]

Sono state fatte, anche per analogia con i drammi satireschi noti, alcune ipotesi su quale potesse essere esattamente la trama dell’opera di Eschilo. Qualcuno ipotizza che i satiri si trovassero sull’isola per colpa di un naufragio, forse ridotti a servitori di Proteo, e che dessero aiuto a Menelao, scappando infine con lui (e a quel punto l’eroe greco avrà probabilmente avuto qualche difficoltà nell'impedire loro di mettere le mani addosso ad Elena).[12] Altri pensano invece che Eschilo potesse essersi rifatto alla versione del mito di Elena raccontata nella Palinodia di Stesicoro (e poi utilizzata anche da Euripide nella sua Elena), secondo la quale la vera Elena non era mai andata a Troia, ma era stata nascosta sull’isola di Faro. In questo caso, è possibile che i satiri fossero i pretendenti alla mano di Elena.[13] È inoltre probabile che le numerose trasformazioni di Proteo venissero raccontate da un messaggero, vista la palese impossibilità di metterle in scena.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b L'Areopago era, ai tempi di Eschilo, il tribunale ateniese competente a giudicare i crimini di sangue.
  2. ^ Non sappiamo se questa fosse la convinzione degli ateniesi del V secolo a.C., l’opinione personale di Eschilo o un semplice artificio letterario.
  3. ^ Ecco i più importanti. Omero, Odissea: I, 28-43; III, 193-198; III, 247-268; III, 303-310; IV, 512-537; XI, 397-434.
  4. ^ Esiodo, Catalogo delle donne (fr. 19, 28-30).
  5. ^ Pindaro, Pitica XI, vv. 15-25.
  6. ^ Il mito è incerto riguardo all'ambientazione della vicenda a Micene o ad Argo. L'Odissea stessa dà informazioni contraddittorie in merito.
  7. ^ Per una disamina del rapporto tra volontà divina e autodeterminazione umana nei poemi omerici, vedi Eva Cantarella, "Sopporta, cuore..." La scelta di Ulisse, Laterza, 2010, pagg. 53-60. ISBN 978-88-420-9244-5
  8. ^ La vicenda deve svolgersi nell’arco di una sola giornata.
  9. ^ La vicenda deve svolgersi in un unico luogo, senza cambi di scena.
  10. ^ La trama deve essere unica, senza sottotrame o sviluppi secondari della vicenda.
  11. ^ Omero, Odissea: IV, 512-537.
  12. ^ Eschilo, Fragments (Loeb Classical Library), a cura di Alan H. Sommerstein, Harvard University Press, 2008.
  13. ^ M. Cunningham, Thoughts on Aeschylus: the satyr play Proteus – the ending of the Oresteia, «Liverpool Classical Monthly» 19, 1994, pagg. 67-68.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Orestea[modifica | modifica wikitesto]

Proteo[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Opere greche e romane sul mito di Oreste[modifica | modifica wikitesto]

Trasposizioni musicali[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Il testo dell'Agamennone, delle Coefore e delle Eumenidi nella traduzione in versi di Ettore Romagnoli.