Polifemo

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Odisseo e i suoi uomini accecano il ciclope Polifemo, particolare da un'anfora proto-attica, circa 650 a.C., Eleusi

Polifemo, nella letteratura classica, (in greco antico Polúphemos, letteralmente « che parla molto, chiacchierone » oppure « molto conosciuto ») è un ciclope citato da vari autori antichi: Omero, Teocrito, Euripide, Ovidio, Virgilio.

Polifemo nell'Odissea[modifica | modifica sorgente]

Nell'Odissea Polifemo è un ciclope che è figlio di Poseidone e di Toosa, una ninfa dei mari[1]. Omero ci narra che Ulisse, durante il suo lungo viaggio di ritorno dalla guerra di Troia, sbarcò nella Terra dei Ciclopi (forse in Sicilia, probabilmente a Milazzo). Spinto dalla curiosità, Ulisse raggiunse la grotta del più terribile di tutti, Polifemo, dove lui e i suoi compagni vennero catturati dal gigante. Vennero, inoltre, mangiati e divorati sei uomini dei dodici scelti da Ulisse per esplorare l'isola.

Intrappolati nella caverna del Ciclope, il cui ingresso era bloccato da un masso enorme, Ulisse escogitò un piano per sfuggire alla prigionia di Polifemo. Come prima mossa, egli offrì al offre del vino dolcissimo e molto forte al Ciclope, con l'intento di inibirgli i sensi ed indurlo in un sonno profondo. Polifemo gradì così tanto il vino che promise a Ulisse un dono, chiedendogli però il suo nome. Ulisse, astutamente, gli rispose allora di chiamarsi "Nessuno". "E io mangerò per ultimo Nessuno", fu il dono del gigante.

Dopodiché Polifemo si addormentò profondamente, stordito dal vino. Qui Ulisse mise in atto la seconda parte del suo piano. Egli infatti, insieme ai suoi compagni, aveva preparato un bastone di notevoli dimensioni ricavato da un ulivo (donatogli, si pensa, da Atena), che una volta arroventato fu piantato nell'occhio del Ciclope dormiente dai Greci. Polifemo urlò così forte da destare dal sonno i ciclopi suoi fratelli. Essi corsero allora alla porta della sua grotta mentre Ulisse e i suoi compagni si nascondevano vicino al gregge del ciclope Polifemo. I ciclopi chiesero a Polifemo perché avesse urlato così forte e perché stesse invocando aiuto, ed egli rispose loro che "Nessuno" (in realtà Odisseo) stava cercando di ucciderlo. I ciclopi pensandolo ubriaco e lo lasciarono allora nel suo dolore. La mattina dopo, mentre Polifemo faceva uscire il suo gregge per liberarlo, giacché lui non sarebbe stato più in grado di guidarlo, Ulisse e i suoi soldati scapparono grazie a un altro abile stratagemma, che faceva parte della terza parte del suo piano. Ognuno di loro si aggrappò infatti al vello del ventre di una pecora per sfuggire al tocco di Polifemo, poiché il Ciclope si era posto davanti alla porta della caverna, tastando ogni pecora in uscita per impedire ai Greci di fuggire. Ulisse, ultimo ad uscire dalla grotta, la fece aggrappato all'ariete più grande, la preferita del Ciclope.

Accortosi della fuga dei Greci, Polifemo si spinse su un promontorio, dove, alla cieca, iniziò a gettare rocce contro il mare, nel tentativo di affondare la nave. Qui Ulisse, spinto dalla vanità, commise un errore. All'ennesimo tiro a vuoto del Gigante, Odisseo, ridendo, ebbe a gridare: «Se qualcuno ti chiederà chi ti ha accecato, rispondi che non fu Oudeis ("Nessuno"), ma Odisseo d'Itaca!», rivelando così il suo vero nome. Polifemo, venuto allora a conoscenza dell'identità del Greco, ebbe a maledirlo, invocando il padre suo Poseidone e pregandolo di non farlo mai ritornare in Patria.

Ecco come viene presentato il ciclope:

(EL)
« ἔνθα δ' ἀνὴρ ἐνίαυε πελώριος, ὅς ῥα τὰ μῆλα

οἶος ποιμαίνεσκεν ἀπόπροθεν: οὐδὲ μετ' ἄλλους
πωλεῖτ', ἀλλ' ἀπάνευθεν ἐὼν ἀθεμίστια ᾔδη.
καὶ γὰρ θαῦμ' ἐτέτυκτο πελώριον, οὐδὲ ἐῴκει
ἀνδρί γε σιτοφάγῳ, ἀλλὰ ῥίῳ ὑλήεντι
ὑψηλῶν ὀρέων, ὅ τε φαίνεται οἶον ἀπ' ἄλλων. »

(IT)
« Qui un uomo aveva tana, un mostro,

Che greggi pasceva, solo, in disparte,
E con gli altri non si mischiava,
Ma solo viveva, aveva animo ingiusto.
Era un mostro gigante; e non somigliava
A un uomo mangiator di pane, ma a picco selvoso
D'eccelsi monti, che appare isolato dagli altri. »

(Omero, Odissea, libro IX, vv. 187-192. Traduzione di R. Calzecchi Onesti)

Polifemo in altri scritti[modifica | modifica sorgente]

Polifemo in Teocrito[modifica | modifica sorgente]

Galatea si presenta a Polifemo. Pittura parietale, I secolo, da Pompei, Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Teocrito descrive Polifemo in un modo più amichevole e simpatico, dipingendogli un carattere gentile. Teocrito era un compositore di idilli (descrizioni brevi di ambienti naturali).

Polifemo in Ovidio[modifica | modifica sorgente]

Polifemo compare come personaggio anche in una storia delle Metamorfosi di Ovidio, "Aci e Galatea". Il primo è un pastore siciliano, la seconda una Nereide. Lei ama lui ed è contraccambiata. Ma si inserisce nella storia il ciclope Polifemo, che ama anch'esso la ninfa. Così l'"intralciatore" uccide con un grande masso Aci.

Polifemo in Euripide[modifica | modifica sorgente]

Polifemo è il protagonista dell'unico dramma satiresco a noi pervenutoci, Il ciclope, di Euripide. In esso viene ripresa la vicenda narrata nel libro di Omero: L'Odissea.

Polifemo in Virgilio[modifica | modifica sorgente]

Polifemo fa una brevissima apparizione nel terzo libro dell'Eneide. Enea e i suoi compagni sbarcano nell'isola dei ciclopi, dove sulla riva incontrano Achemenide, un compagno di Ulisse che non era riuscito a fuggire con lui; i troiani fanno salire quindi Achemenide a bordo della loro flotta, proprio mentre Polifemo ha avvertito la loro presenza.

Localizzazione del paese dei Ciclopi[modifica | modifica sorgente]

Sin dall'antichità, i Greci situavano il paese dei Ciclopi in Sicilia, ai piedi dell'Etna, così come del resto attesta lo stesso Tucidide: "La più antica popolazione che la tradizione riconosce come aver vissuto una parte della Sicilia sono i Ciclopi[2] »". In effetti lo storico non fece altro che riprendere le conoscenze diffuse dai navigatori greci sin dai tempi delle prime spedizioni coloniali nell'VIII secolo a.C., conoscenze che riflettono la loro rappresentanzione dei mari e delle terre occidentali[3]. Di fronte alla « terra dei Ciclopi » Ulisse ed i suoi uomini sbarcano su di un'isola disabitata ma peraltro ricca di risorse: terre fertili, pascoli per il bestiame, colline per i vigneti, sorgenti di acqua limpida, porto naturale dal facile ancoraggio, senza ormeggio difficoltoso né manovre lunghe e delicate[4]. Tutto questo sviluppo del poema dell’Odissea sembra progettato per suggerire come l'isola offra ogni possibile vantaggio per mercanti in cerca di approdi e punti vendita. Ellenisti e studiosi hanno dunque cercato di individuare quale fosse effettivamente il paese dei Ciclopi.

I nomi che appaiono su tutte le carte marine ed i dati di navigazione situano il paese dei Ciclopi alle pendici dell'Etna, di fronte ai Faraglioni dei Ciclopi presso Aci Trezza. Ma è a Milazzo dove sorge il famoso antro, che ancora oggi si può ammirare. Molti studi permettono di assimilare il ciclope Polifemo ad un vulcano dall’unico cratere tondeggiante, l’Etna: del resto, come il vulcano, Polifemo sprofonda nel sonno dopo un'eruzione e nei suoi terribili risvegli erutta e scaglia lontano massi e rocce[5].

L'arcipelago delle Isole Egadi.

A sua volta Victor Berard, basandosi su di una breve indicazione di Tucidide[6], situa la terra dei Ciclopi lievemente a nord di Napoli, laddove si trova l'isola di Nisida e, fra le scogliere di Posillipo, molte grotte servirono come abitazioni rupestri sino al ventesimo secolo. Una di queste grotte, particolarmente grande, erroneamente chiamata Grotta di Seiano, potrebbe essere, secondo l'ellenista, la grotta di Polifemo[7].

Infine, fra le varie ipotesi, Ernie Bradford[8] opta per l'arcipelago delle Egadi, composto da Marettimo, Favignana e Levanzo; su quest'ultima isola si trova la Grotta dei Genovesi, abitata sin dal Paleolitico e dal Neolitico. L'isola montagnosa di Marettimo in particolare, costellata di grotte, ha un aspetto piuttosto impressionante. Dinnanzi, sulla costa della Sicilia, le rovine dell’antica città di Erice attestano peraltro una presenza greca molto antica. Nessuna di queste tre differenti ipotesi si è tuttora affermata definitivamente. Vi sono però dei dati certi: dei navigatori Greci provenienti da Eubea, Calcide ed Aulide in Beozia dall'VIII secolo a.C. promuovono spedizioni coloniali verso le terre d’Occidente ed arricchiscono il mito arcaico tramite le proprie effettive esperienze marittime; nel suo racconto, l'autore dell'Odissea arricchisce questa materia tramite una forma epica. Nella vicenda di Ulisse in quanto navigatore e del ciclope Polifemo in quanto luogo e popolazione locale si ritrova dunque una rappresentazione del mondo Mediterraneo e dei suoi confini, limiti e rischi, quali i Greci conoscevano nei secoli VII secolo a.C. e VI secolo a.C.[9].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ M. Grant-J. Hazel, Dizionario della Mitologia Classica, 1979
  2. ^ La Guerra del Peloponneso, libro VI, II, 1.
  3. ^ Lorenzo Braccesi, Grecità di Frontiera. I percorsi occidentali della leggenda, Padova, Esedra, 1994, pagine 3 à 41.
  4. ^ Odyssée, IX, 125 à 141.
  5. ^ Odissea, IX, 480-486. Si noti come nella narrazione Polifemo scagli due blocchi di roccia contro la nave di Ulisse, mentre i Faraglioni son ben più numerosi .
  6. ^ Ne La Guerra del Peloponneso, (VI, IV, 5) Tucidide evoca Cuma, « la Cuma calcidica del paese degli Opici ».
  7. ^ Victor Bérard, op.cit. p. 165 à 189.
  8. ^ op. cit. p. 45.
  9. ^ Jean Cuisenier, Le Périple d'Ulysse, pp. 213-226.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti antiche[modifica | modifica sorgente]

Fonti moderne[modifica | modifica sorgente]

  • Alain Ballabriga, Les Fictions d'Homère, L'invention mythologique et cosmographique dans l'Odyssée, Paris, P.U.F. 1988
  • Victor Bérard, Nausicaa et le Retour d'Ulysse, Paris, Armand Colin, 1929
  • John Boardman. Les grecs outre-mer, colonisation et commerce archaïques. Napoli, Centre Jean Bérard, 1995. ISBN 2-903189-49-8.
  • (EN) Ernle Bradford, Ulysse found, London, Hodder and Stoughton, 1963
  • Lorenzo Braccesi, Grecità di Frontiera. I percorsi occidentali della leggenda, Padova, Esedra, 1994, ISBN 88-86413-00-9
  • Lorenzo Braccesi. I greci delle periferie. Bari, GLF, 2003. ISBN 88-420-6997-3.
  • Jean Cuisenier Le Périple d'Ulysse, Parigi, Fayard, 2003. ISBN 978-2-213-61594-3

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