Xenia (antica Grecia)

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

La Xenia (dal greco ξενία, xenía) riassume il concetto dell'ospitalità e dei rapporti tra ospite ed ospitante nel mondo greco antico, della cui civiltà costituiva un aspetto di grande rilievo.

La xenia si reggeva su un sistema di prescrizioni e consuetudini non scritte che si possono riassumere in tre regole di base:

  • il rispetto del padrone di casa verso l'ospite
  • il rispetto dell'ospite verso il padrone di casa
  • la consegna di un "regalo d'addio" all'ospite da parte del padrone di casa.

Il padrone di casa doveva essere ospitale e fornire all'ospite cibo e bevande, la possibilità di lavare il corpo e indossare vesti pulite. Non era considerato educato porre domande fino a che l'ospite non lo avesse "concesso". Ciò era molto importante soprattutto nei tempi antichi, quando si pensava che gli dei potessero assumere sembianze umane: se il padrone di casa avesse trattato male un ospite dietro le cui vesti si celasse un dio, avrebbe potuto incorrere nella collera divina. Il dono d'addio dimostrava che il padrone di casa era stato onorato di accogliere l'ospite. Vitruvio, a tal proposito, ci tramanda che gli artisti dell'antica Grecia chiamavano "xenia" un genere pittorico (vicino alla moderna natura morta) che rappresentava galline, uova, ortaggi, frutti e altri prodotti della campagna che venivano solitamente donati all'ospite.

Dal canto suo, l'ospite doveva essere gentile e non invadente. La xenia comportava anche il dovere di ricambiare l'ospitalità ricevuta e quello di badare a qualunque ospite. Possiamo dire che era un modo per rendere l'ospite "membro temporaneo" della comunità che stesse visitando, ma poteva anche indicare, più semplicemente, che il visitatore non era un membro "vero e proprio", ma solo un ospite temporaneo.

Aspetti sacrali[modifica | modifica sorgente]

Il dio greco Zeus veniva a volte indicato con l'epiteto di Xenios a indicare, fra gli altri suoi attributi, anche quello di protettore dei viandanti e garante della xenia. Questo mostra come il concetto di ospitalità che si riassume nella xenia, fosse profondamente incardinato nella spiritualità greca che la concretizzava poi nell'obbligo religioso di offrire ospitalità ai viandanti, i quali a loro volta erano investiti di responsabilità che andavano oltre la mera reciprocità.

Esempi dal mondo omerico[modifica | modifica sorgente]

Molti, nel mondo omerico, sono gli episodi che aiutano a comprendere il concetto di ospitalità presso gli antichi Greci. Tra questi quello di Glauco e Diomede[1], assieme a quello di Achille e Priamo, è uno dei più importanti.

Molto noto è anche l'episodio dell'Odissea, riguardo alla maga Circe nell'isola di Eea. Ella infatti offrì ai compagni dell'eroe una crema detta Ciceone, ed in seguito un vino molto buono, il Pramno.

Inoltre anche l'episodio di Odisseo con Nausicaa, la figlia di Alcinoo, presso l'isola dei Feaci è un chiaro segno dell'ospitalità secondo i Greci.

Odisseo alla mensa dei proci[modifica | modifica sorgente]

Nell'Odissea troviamo un episodio significativo: Antinoo insulta e colpisce brutalmente quel viandante in misere vesti di mendico, sotto cui si nasconde Odisseo, ma il suo comportamento è disapprovato dagli altri proci consapevoli di come dietro un viandante potesse celarsi la presenza di un dio, in una di quelle frequenti teofanie volte ad osservare gli uomini e i loro comportamenti, retti o turpi che essi fossero[2].

Violazione dei vincoli: il rapimento di Elena[modifica | modifica sorgente]

Si può osservare che la guerra di Troia, descritta nell'Iliade di Omero, contiene, una chiave interpretativa, che la vede come il risultato di una violazione delle norme della xenia. Paride, ospite di Menelao, infrange gravemente i vincoli dettati della xenia seducendo Elena e sottraendola al padrone di casa. Siccome una simile violazione della sacralità della xenia si risolveva in un'offesa all'autorità di Zeus, gli Achei dunque, nel vendicare questa trasgressione, obbedivano ad un dovere religioso che aveva nella guerra la sua logica conseguenza.

Glauco e Diomede[modifica | modifica sorgente]

Lo scambio di doni tra Glauco e Diomede. Pelike attico a figure rosse, ca. 420 a.C., proveniente da Gela (Museo Archeologico Regionale)

In un celebre episodio dell'Iliade, Glauco e Diomede si trovano faccia a faccia intenti a riconoscersi e scoprono che i loro padri sono stati legati da vincoli di ospitalità. Diomede si definisce allora nei confronti di Glauco: "Sì, tu sei per me un ospite ereditario e da lungo tempo, […] così io sono tuo ospite nel cuore dell'Argolide e tu sei il mio in Licia, il giorno in cui andrai fino a quel paese. Evitiamo allora entrambi il giavellotto l'uno dell'altro […] scambiamoci piuttosto le armi, così che tutti sappiano qui che ci gloriamo di essere degli ospiti ereditari".

Questa situazione dà a ciascuno dei contraenti dei diritti più forti dell'interesse comune, nazionale. Il loro è uno scambio che lega e obbliga.

"Avendo così parlato saltano dai loro carri, si prendono le mani e impegnano la loro fede. Ma in quel momento Zeus […] tolse a Glauco la ragione, poiché scambiando le sue armi con Diomede […] gli dà oro in cambio di bronzo, il valore di cento buoi in cambio di nove".

Così Zeus vede in questo scambio un cattivo affare; ma in realtà la disuguaglianza di valore tra i doni è voluta: uno offre delle armi di bronzo, l'altro rende delle armi d'oro; uno offre il valore di nove buoi, l'altro si sente tenuto a rendere il valore di cento buoi.

Quindi l'ospitalità presuppone uno scambio reciproco di doni.

Eredità culturali[modifica | modifica sorgente]

Cyprian Norwid[modifica | modifica sorgente]

Nell'introduzione al suo Odisseo, il polacco Cyprian Norwid, autore romantico e poeta maledetto del XIX secolo, si sofferma su quale sia l'origine dell'ospitalità che accompagna e protegge il ritorno dell'eroe a Itaca. Egli riflette su come «in quei luoghi, dietro qualsiasi forestiero, mendicante o vagabondo, si sospettava un essere divino. Non era concepibile, prima di accoglierlo, domandare al visitatore chi fosse; solo dopo aver immaginato la sua origine divina ci si poteva abbassare a domande di carattere terreno, e questo si chiamava ospitalità; e per il medesimo motivo essa faceva parte delle pratiche e delle virtù più sacre. I greci dell'epoca omerica non conoscevano l'"ultimo degli uomini"! L'uomo era sempre il primo, cioè divino.» Norwid riconduce quindi la genesi di quell'ospitalità a un'inclinazione spirituale tipica del mondo greco: l'intuizione, nell'essere e nell'agire umano, della presenza e della manifestazione di un elemento divino. In questa visione spirituale oggetti e situazioni consueti possono aprirsi a nuovi e più benevoli significati: porte e strade non servono più solo a dividere e ad allontanare dall'Altro, ma possono essere mezzi e luoghi attraverso i quali la presenza divina, occultata sotto le vesti di un viandante, si manifesta nell'esistenza umana.

Retaggi culturali[modifica | modifica sorgente]

Sebbene il termine xenia si riferisca in maniera specifica allo spazio culturale, sociale e religioso della Grecia antica, vi è chi afferma[senza fonte] la sopravvivenza tutt'oggi di una tradizione di ospitalità, suggerendo implicitamente l'esistenza di un retaggio culturale della xenia greca in quelli stessi spazi geografici che ne hanno ospitato la civiltà.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Iliade VI, 119-236.
  2. ^ Odissea, XVII, 481-487.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]