Siculi

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I Siculi ("Sikeloi" dal nome del presunto re siculo "Sikelòs", in greco Σικελός), appartenenti a un popolo indoeuropeo di origine italica (protolatini)[senza fonte], raggiunsero la Sicilia attorno al XV secolo a.C.

Secondo Dionigi di Alicarnasso[1] essi erano autoctoni e quindi non indoeuropei, elemento sostenuto anche dagli storici moderni[2], che li inseriscono tra le antiche popolazioni italiche aborigene, accanto a Veneti o Venetici, Liguri, Sardi o Nuragi e altri.

(GRECO ANTICO)
« τὴν ἡγεμόνα γῆς καὶ θαλάσσης ἁπάσης πόλιν, ἣν νῦν κατοικοῦσι Ῥωμαῖοι, παλαιότατοι τῶν μνημονευομένων λέγονται κατασχεῖν βάρβαροι Σικελοί, ἔθνος αὐθιγενές: τὰ δὲ πρὸ τούτων οὔθ᾽ ὡς κατείχετο πρὸς ἑτέρων οὔθ᾽ ὡς ἔρημος ἦν οὐδεὶς ἔχει βεβαίως εἰπεῖν. χρόνῳ δὲ ὕστερον Ἀβοριγῖνες αὐτὴν παραλαμβάνουσι πολέμῳ μακρῷ τοὺς ἔχοντας ἀφελόμενοι: »
(ITALIANO)
« Si dice che i più antichi abitatori della città, che ora è abitata dai Romani e che domina la terra e il mare, siano i Siculi, e cioé una popolazione barbara e autoctona. Nessuno invece è in grado di affermare con certezza se prima di costoro quest città fosse occupata da altri o fosse disabitata.Il popolo degli Aborigeni ne prese possesso dopo lunga guerra, dopo averla strappata ai precedenti possessori. (Traduzione: Storia di Roma arcaica (le antichita romane) di Dionisio di Alicarnasso; a cura di F.Cantarelli, Milano 1984). »
(Dionigi di Alicarnasso (Ρωμαικη αρχαιολογία [Antichità romane] 1, 9, 1).)

Indice

Fonti storiche[modifica | modifica sorgente]

Fonti storiografiche e letterarie antiche[modifica | modifica sorgente]

La fonte più importante per la conoscenza delle popolazioni indigene della Sicilia, e quindi della loro provenienza, è Tucidide[3] che all'inizio della narrazione della sfortunata spedizione ateniese in Sicilia, e cioè nel sedicesimo inverno della spedizione peloponnesiaca (416-415 a.C.), dava una precisa documentazione delle varie razze che sono penetrate in Sicilia fin da epoca remota.[4]

Diodoro Siculo[5] riporta che le aree lasciate libere dai Sicani a seguito dell'eruzione dell'Etna furono occupate dai Siculi provenienti dall'Italia e che dopo una serie di conflitti con i Sicani si giunse alla stipulazione di trattati che definivano le frontiere dei reciproci territori.

Plinio il Vecchio[6], confortato da Virgilio[7], li considera tra i più antichi abitatori del Lazio, dal quale furono successivamente scacciati da altre popolazioni indigene, e da qui raggiunsero la Trinacria attorno al secolo XV a.C.[8]

(LATINO)
« Colonis saepe mutatis tenuere alii aliis temporibus, Aborigines, Pelasgi, Arcades, Siculi, Aurunci, Rutuli et ultra Cerceios Volsci, Osci, Ausones, unde nomen Lati processit ad Lirim amnem. »
(ITALIANO)
« I suoi abitanti (del Latium n.d.r.) mutarono spesso, avvicendandosi nel corso del tempo: Aborigeni, Pelasgi, Arcadi, Siculi, Aurunci, Rutuli; e, oltre il Circeo, Volsci, Osci e Ausoni: estendendosi a questi popoli il nome del Lazio avanzò sino al fiume Liri. (Traduzione: Gaio Plinio Secondo, Storia Naturale, traduzione e note di A.Corso, R.Mugellesi, G.Rosati, Torino 1988). »
(Plinio (Naturalis Historia 3, 56).)

Dionigi di Alicarnasso, nella sua storia delle antichità romane, parla dei Siculi come della prima popolazione che abitò la zona di Alba Longa, la città di Romolo e Remo, da dove furono scacciati dagli Aborigeni a seguito di una lunga guerra.[9] Addirittura Dionigi fa risalire alla pressione degli Aborigeni e dei loro alleati Pelasgi la discesa forzata dei Siculi nel mezzogiorno d'Italia, fino alla traversata dello Stretto e al loro insediamento nell'isola,[10] dove entrarono in contatto con i Sicani.[11]

Dell’insediamento di questo popolo nel Latium, ed in particolare nel Latium Vetus, ci danno testimonianza le tombe rinvenute a Cantalupo in Sabina e nella vicina Corneto Tarquinia.[12]

Il prof. Luigi Pigorini, fondatore dell’omonimo museo in Roma e grande paletnologo, nel 1880 scriveva di aver acquistato il materiale rinvenuto in quella tomba e di aver notato una colorazione rosso vivo nella parte anteriore del cranio umano e in alcune punte di selce, parte del corredo tombale.[13]

Popolo Area Geografica
Sicani Sicilia meridionale ed occidentale
Elimi Estremità occidentale della Sicilia (Erice e Segesta)
Siculi Sicilia orientale
Fenici Coste e isole (prima dell'arrivo dei Greci), poi estremità occidentale (Motia, Solunto e Panormo)
Morgeti Morgantion
Distribuzione delle antiche popolazioni della Sicilia

Tucidide nelle Storie, all'inizio della narrazione della sfortunata spedizione ateniese in Sicilia parla delle varie etnie preelleniche che abitavano l'isola[3] prima dell'arrivo dei coloni greci. Ci narra che, partendo dalla tradizione mitologica, i più antichi abitatori di una parte del paese sarebbero stati i Ciclopi e i Lestrigoni, sulle origine e i destini dei quali nulla si sa, e bisogna accontentarsi dell'idea che, dalle tradizioni poetiche, possiamo farci di queste popolazioni.

I Sicani, se si vuole accettare la teoria che siano autoctoni (sostenuta solo da Timeo di Taormina), avrebbero addirittura preceduto i Ciclopi e i Lestrigoni, ma da più fonti risulta che i Sicani fossero in realtà Iberi[14] stanziati presso il fiume Sikanos in Iberia (Stefano di Bisanzio ed Ecateo ricordavano pure una città iberica chiamata "Sikanè"), da dove i Liguri li avrebbero scacciati. Da loro l'isola, che prima si chiamava Trinacria, finì col prendere il nome di Sicania. Ai tempi di Tucidide i Sicani avrebbero abitato la parte occidentale della Sicilia.

Dopo la caduta di Ilio un gruppo di Troiani scampati su navi, alla caccia degli Achei, sarebbe approdato sulle coste della Sicilia e, stabilita la loro sede ai confini dei Sicani, sarebbe stato compreso sotto il nome di Elimi; e le loro città sarebbero state chiamate Erice e Segesta. Si sarebbero stanziati presso di loro un gruppo di Focesi reduci da Troia.

Per quanto riguarda i Siculi cito testualmente Tucidide:

« I Siculi passarono in Sicilia dall'Italia - dove vivevano - per evitare l'urto con gli Opici. Una tradizione verosimile dice che, aspettato il momento buono, passarono su zattere mentre il vento spirava da terra, ma questa non sarà forse stata proprio l'unica loro maniera di approdo. Esistono ancor oggi in Italia dei Siculi; anzi la regione fu così chiamata, "Italia", da Italo, uno dei Siculi che aveva questo nome. Giunti in Sicilia con numeroso esercito e vinti in battaglia i Sicani, li scacciarono verso la parte meridionale ed occidentale dell'Isola. E da essi il nome di Sicania si mutò in quello di Sicilia. Passato lo stretto, tennero e occuparono la parte migliore del paese, per circa trecento anni fino alla venuta degli Elleni in Sicilia; e ancor oggi occupano la regione centrale e settentrionale dell'isola. »
(Tucidide, Storie IV,2 (Trad. Sgroi))

Tucidide come abbiamo visto ci dice che dopo l'arrivo dei Sicani e successivamente degli Elimi dopo la caduta di Ilio, i Siculi dall'Italia, spinti dagli Opici, sarebbero giunti in Sicilia numerosi, e avrebbero vinto e respinto i Sicani nella parte meridionale e occidentale dell'isola ed avrebbero abitato la migliore parte della Sicilia per 300 anni prima della colonizzazione greca.

Dionigi di Alicarnasso[15] ci dà una maggiore precisazione cronologica, dichiarando che il passaggio dei Siculi dovette avvenire subito dopo la presa di Troia. Il passo di Dionigi ci riferisce anche la testimonianza di Ellanico di Mitilene il quale non soltanto localizza l'avvenimento del passaggio dei Siculi a tre generazioni prima della guerra troiana (nel 26º anno del sacerdozio di Alcione ad Argo) ma anche indica che due flotte passarono in Sicilia a cinque anni di distanza l'una dall'altra, la prima degli Elimi cacciati dagli Enotri, la seconda degli Ausoni respinti dagli Iapigi; loro re sarebbe stato Sikelòs che avrebbe dato il nome all'isola.

Allo stesso modo Filisto daterebbe l'immigrazione sicula nell'ottantesimo anno prima della guerra di Troia, ma identificherebbe i Siculi non in Ausoni od Elimi ma in Liguri il cui capo Sikelòs era figlio di Italos, cacciati dagli Umbri e dai Pelasgi.

Colonie greche, siti punici, protostorici e indigeni della Sicilia

Altre notizie su questo popolo sono riportate dagli storici e letterati:

Fonti archeologiche[modifica | modifica sorgente]

Lo storico moderno che per primo decise di controllare sulle fonti monumentali, sui reperti archeologici, la veridicità delle fonti letterarie e della storiografia antica, fu Paolo Orsi[16] che dal 1889 al 1895 eseguì numerosissime campagne archeologiche in Sicilia, ponendo finalmente le basi archeologiche per lo studio delle popolazioni preelleniche della Sicilia, prima di lui praticamente assenti[17].

Periodizzazione[modifica | modifica sorgente]

Paolo Orsi affrontò numerose campagne archeologiche dal 1889 al 1895 in Sicilia, pervenendo a delle conclusioni che dividono la vita preellenica in Sicilia in quattro fasi[16]:

Periodo Centri archeologici rilevanti Rinvenimenti caratterizzanti
Periodo Litico (presiculo) Palazzolo Acreide, gradino superiore dell'Acradina, mura di Dionisio, S. Panagia, Tremilia, Cava del Filosofo, presso l'Epipole, Stazione neolitica di Stentinello asce basaltiche, grotte naturali ad uso di abitazione umana, coltelli di silice, coltelli di ossidiana, schegge, resti di ossa di bruti, selci lavorate, avanzi di pasti e dell'industria
1º Periodo Siculo (eneolitico) Necropoli di Melilli, Necropoli di Bernardina, Cava della Signora (Castelluccio), Scarichi del villaggio siculo di Castelluccio, Cava della Secchiera coltelli di selce, ciottoletti forati ad uso di pendaglio, grotte a forno, scarso il bronzo, vasi mal cotti non torniti, cadaveri accoccolati scarniti, lame di selce presso i cadaveri, vasi nelle celle, potori cilindrici, calice a doppio manico, ossa ridotte ad utensili domestici, vasi mono e bicromici, rare anse, decorazione geometrica elementare
2º Periodo Siculo (eneo) Necropoli del Plemmirio, Necropoli del Molinello, Necropoli di Cozzo del Pantano, Tomba di Milocca, Necropoli di Pantalica, Necropoli di Thapsos modificazioni delle tombe a forno che diventano piccoli tholoi, bronzo, ceramica né a tornio né a forno, decorazioni a stecco, vasi a calice, a decorazione geometrica; tecnica grezza, tende a scomparire l'antica pittura vascolare
3º Periodo Siculo (del Ferro) (Necropoli di Pantalica), Necropoli di Tremenzano, Necropoli del Finocchito cadaveri distesi, non rannicchiati, lame di bronzo, pugnaletti di bronzo, tombe a forme rettangolari, asce o scalpelli di ferro, scarabei, scomparso lo scarnimento, Industria ceramica locale coesistente con quella straniera (vasi proto ellenici siculi)

Periodo Litico (presiculo)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Età della pietra.

L'Orsi trovò alcune stazioni litiche che attestano l'esistenza e la coerenza di questo periodo in vari luoghi (soprattutto della Sicilia orientale). Il territorio che ha per centro Palazzolo Acreide diede al museo di Siracusa asce basaltiche ed altre rocce dure. A Nord della città, al di là di Scala Greca, c'è un terrazzo roccioso, lì prima dei Greci abitarono i Siculi che lasciarono grotticelle funebri a forno e numerosi avanzi litici.
Nel margine del gradino superiore dell'Acradina, lungo le mura di Dionisio, e nello spazio compreso fra Santa Panagia e la punta delle scogliere che sovrastano ad essa dal alto di sud-est ha raccolto coltellini di silice, frammenti di coltelli di ossidiana.

Il centro litico maggiore circumsiracusano è stato rinvenuto in contrada Buffaloro, dov'è la grande latomia detta "la Cava del Filosofo": molte schegge e materiale litico tanto da destare il sospetto che lì ci fosse stata una vera officina. Le popolazioni che ci hanno lasciato questi reperti non sarebbero però sicule, ma precedenti, di stampo ibero-liguroide imparentate con il ramo della famiglia umana che nell'occidente europeo lasciò i dolmen. Popolazioni diverse dai Siculi quindi.
Questa teoria trova conferma nei pressi dell'importante necropoli di Stentinello, in riva al mare, un paio di km a nord di Stentino, dove Orsi riconobbe avanzi di un abitato primitivo, nel quale trovò una quantità di piccole schegge silicee, ossidiane lavorate, resti di ossa di bruti, selci lavorate, ed una grande quantità di cocci fittili arcaicissimi, decorati con una tecnica peculiare: avanzi di pasti e dell'industria. La popolazione di Stentinello viveva in piena età litica e non conosceva altri strumenti se non la potente ascia basaltica ed il coltello, non frecce, non lance, non cuspidi, insomma nulla dell'assortimento che è proprio dello stato più progredito dell'età eneolitica.

I Periodo Siculo (eneolitico)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Età del rame.

Le prime scoperte sistematiche sono quelle relative alle Necropoli di Melilli, Bernardina, Cava della Signora e Cava della Secchiera. Il contado melillese si prestava a sede di un'importante tribù. La posizione forte, in mezzo ai sinuosi, profondi, insidiosi avvallamenti del Cantera, era luogo sicuro per la vita sicula, infatti nei contorni di Melilli non si ha traccia di necropoli greche arcaiche, e abbondano invece (circa 200) gruppi di sepolcri di schietto tipo siculo.

Il gruppo più importante è in una località denominata "Bernardina". Una piccola necropoli, costituita da circa 50 celle, l'Orsi vi trovò, nella parte più inclinata, rari sepolcri intatti, con le fenestre sul suolo inclinato. Questa necropoli, per il tipo dei sepolcri piccoli e rozzi, presenta caratteri di grande arcaicità. Scarsissimo il bronzo, abbondante l'elemento litico, essa attesta la pertinenza degli oggetti di pietra al popolo delle grotte a forno, e fornisce così un caposaldo per la cronologia delle più antiche necropoli dell'isola, un terminus a quo nel giudicare dello sviluppo della civiltà sicula.
Nella necropoli di Bernardina egli riconosce il sepolcreto di una delle frazioni di quel centro siculo di Hybla che, in tempi storici, venne in contatti politici coi primi coloni ellenici delle coste della Sicilia; nulla vi si riconosce di greco, la necropoli si addentra di molto nel II millennio a.C. e la mancanza quasi assoluta del bronzo induce l'Orsi ad affermare che la necropoli risalga al periodo eneolitico.

Nella necropoli sicula di Cava della Signora (presso Castelluccio nel Siracusano, una zona nella quale si erano annidate parecchie tribù sicule, dedite alla pastorizia e all'agricoltura, restando indipendenti dai Greci, come è provato dalla totale mancanza di elementi ellenici) furono rinvenute molte dozzine di coltelli di selce; bronzo scarso, ma sufficiente per determinare il periodo eneolitico; vasi di pasta male manipolata e cotta, non torniti.

In Cava della Secchiera (una delle tante forre che dai monti Iblei scendono alla marina di Augusta) furono trovate tombe a fenestra o a forno, lungo l'alta parete della gola. Il villaggio era certamente nel sovrastante terrazzo. In nessun sepolcro (più di 30) furono trovate sovrapposizioni greche o romane, perché probabilmente il luogo selvaggio restò disabitato dall'epoca sicula in poi. Proprio in quanto incontaminata da elementi successivi, quest'ultima necropoli rispecchia fedelmente la semiselvaggia civiltà sicula di questa primissima epoca.

I dubbi sul carattere siculo del I Periodo[modifica | modifica sorgente]

Rovine di Castiglione di Ragusa.

Lo stato così primitivo di questo periodo insieme con le fonti letterarie e storiografiche che vorrebbero l'arrivo dei Siculi in Sicilia 300 anni prima della colonizzazione greca o 80 anni prima della caduta di Troia, portano molti studiosi[3], tra i quali il Patroni a non considerare questo periodo il primo periodo siculo, ma una continuazione del neolitico anteriore (quindi in realtà si tratterebbe per il I periodo di popolazioni sicane), mentre la venuta di una nuova civiltà sarebbe stata documentata in parte dall'età del bronzo rappresentata dai centri di Pantalica e Thapsos (II periodo siculo) rivelatori della nuova civiltà sicula sopravvenuta al posto di quella sicana; con la teoria del Patroni il dato tradizionale della diversità di razza dei Sicani e dei Siculi troverebbe conferma precisa nel tipo di civiltà da essi manifestata. In altri termini, i Sicani, come già affermava il Freeman, sarebbero di origine iberica, ed i Siculi di origine indo-europea[18]

La soluzione opposta è quella proposta da studiosi quali Modestov che datano il passaggio dei Siculi in Sicilia alla fine dell'Età neolitica[19].

Biagio Pace cerca una soluzione definitiva a questo problema. Nel suo lavoro[20] non soltanto ha cercato di restituire ad una cronologia più modesta la teoria dell'Orsi in quanto egli attribuisce il primo periodo siculo appena a qualche secolo prima del 1000 a.C., ma ha tentato di spiegarsi come mai si possa giustificare la diversità profonda esistente tra il cosiddetto neolitico siciliano ed il primo periodo siculo e l'affinità di cultura tra il secondo periodo siculo e la civiltà egea. L'evidente continuità di tecnica e di materiale che esiste tra il neolitico siciliano rappresentato dalle stazioni di Stentinello, Tre Fontane, Poggio Rosso, Fontana Pepe, Piano Notaro ecc. ed il sub-occidentale che si ritrova in una rete di stazioni non lontana da Palermo e da Trapani (Capaci, Carini, Villa Frati, Valdesi, Mondello ecc.) non deve fare pensare soltanto ad un distacco col primo periodo siculo, ma deve piuttosto condurre alla conclusione che in diverse parti dell'isola contemporaneamente vivono due popolazioni a civiltà diversa e con differente tipo di tradizione artigiana. A questa diversità, che è sicuramente documentata sia nella ceramica sia nella persistenza delle industrie di carattere paleolitico, corrisponderebbero quindi i dati della tradizione storica offertici da Tucidide il quale già sin dal V secolo asseriva che i Sicani erano di origine iberica ed i Siculi di origine italica.

I Sicani, che si credevano autoctoni, erano quindi i neolitici ed i sub-neolitici della Sicilia occidentale; i Siculi erano quelli del primo periodo distinto dall'Orsi per il quale innumerevoli dati ci portano al confronto con una tipica civiltà di carattere italico e siculo ritrovata dall'Orsi stesso sia sul versante ionico a Canale Inachina presso Locri sia sul versante tirreno a Torre Galli presso Tropea.

II Periodo Siculo (eneo)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Età del bronzo.

Al Plemmyrion nel 1891, furono scoperti circa 40 sepolcri, nei quali il materiale era in pessime condizioni, ed a mucchi di rottami arcaici si aggiungevano avanzi attestanti l'invasione greca. Orsi crede che quando, nella primavera del 413 a.C., le gravi perdite dei soldati di Nicia resero impossibile la cremazione dei cadaveri, essi furono seppelliti nelle camere circolari sicule, e in quel frangente il numeroso vasellame fu frantumato e la necropoli sconvolta e devastata. Tuttavia benché così mal ridotta, appare chiaro che la necropoli non fu certamente né fenicia, né greca ma appartenente ad una popolazione che nel secolo VIII non conosceva né la ceramica né il tornio, né il forno.

Esclusi i Greci ed i Fenici, restano solo i Siculi. Il tipo delle tombe non è greco, ma si nota una modificazione dell'antichissimo tipo siculo delle tombe a forno. Esso costituisce la maniera più recente dei sepolcri siculi, nel periodo che precede la colonizzazione greca. Siamo in piena età del Bronzo, ma quanto alla tecnica della ceramica, al Plemmirio i Siculi non conoscono ancora né tornio, né forno; una novità è qui la decorazione a stecco, rara nei vasi siculi, ma che trova riscontro nella necropoli del Molinella; né mancano le forme specificatamente sicule dei bacini e le analogie marcate ed insistenti con le ceramiche orientali di Ilio e Micene, meglio che col continente italico.

A questo stesso periodo appartiene la necropoli di Molinello presso Augusta. Camere spaziose, a forma di tholoi, aperte nei fianchi di un promontorio roccioso, circondato per due lati da una violenta tortuosità del fiume Molinello (Damyrias), che dopo poche centinaia di metri si scarica nel golfo di Augusta. Il villaggio siculo era al colmo, e la necropoli, piccola ma con bellissime e grandi stanze, si trova, come di solito, sotto il villaggio, al piede delle rupi verticali e poco sopra il corso del fiume.

Essa fu violata in tempi assai remoti, ed i pochi resti di materiali siculi che fu possibile trovare denotano le ricchezze che la necropoli doveva possedere. Verso la metà del VI secolo, le tombe sicule furono occupate in parte da deposizioni rustiche greche di gente dell'agro megarese: e quanto c'era di siculo fu manomesso o addirittura espulso dalle tombe.

Anche nella necropoli sicula di Cozzo del Pantano, presso Siracusa si nota lo stesso fenomeno. Questi fatti archeologici confermano il violento imporsi dei coloni greci sulle coste dell'isola del quale fanno cenno le fonti letterarie; ad esempio troviamo qui (Cozzo del Pantano) conferma di quanto affermò Tucidide[21] cioè che i Greci abbiano cacciato i Siculi dall'Ortigia, perché nessuna delle necropoli circostanti alla città è posteriore al secolo VIII, anzi sono tutte anteriori a quell'epoca.

III Periodo Siculo (del ferro)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Età del ferro.

Anello di congiunzione tra il II ed il III periodo siculo è, per certi riguardi, la necropoli di Pantalica. Questa grandiosa necropoli, visitata dal Fazello già nel 1555, sommariamente descritta dal Cavallari, non fu mai occupata dai Greci per modo da distruggere lo stampo schiettamente siculo di essa. Sono alcune migliaia di sepolcri, alcuni dei quali furono studiati dall'Orsi, frugati forse sin dall'età romana, trasformati in abituri nel Medioevo ed in stalle di pastori. I reperti archeologici risalgono fino al secolo XI a.C.: cadaveri inumati, non combusti, ed il bronzo lì trovato si può avere come sincrono al più arcaico periodo di Villanova, coincidente o di poco posteriore al periodo miceneo e di certo anteriore a quello della colonizzazione greca in Sicilia.

Anche la necropoli di Tremenzano, seppur disponendo dei caratteri necessari per appartenere al III periodo, non lo rappresenta appieno poiché non sono molto evidenti i contatti primissimi con la civiltà delle colonie greche. Risulta invece chiaro il III periodo siculo negli scavi della necropoli sicula del Finocchito presso Noto. Il villaggio del Finocchito era in posizione strategicamente vantaggiosa e acconcia alla difesa, dominante più valichi e la sua necropoli si sviluppò attorno ai fianchi meridionali anfrattuosi del monte.
I sepolcri sono in una linea, e solo in qualche punto appaiono a file sovrapposte, sono circa 300 tombe, ma sfortunatamente sono state devastate sin da tempi antichi. La forma di queste tombe diversifica da quella delle tombe del I e del II periodo siculo. Eccetto poche ellittiche, con volta tondeggiante, esse sono diventate delle stanzette rettangolari, prive di dromos e di anticella, alle quali si accede per un portello preceduto da piccolo padiglione. La necropoli di Finocchito è importante per la presenza di due industrie manifatturiere coesistenti, una locale, l'altra straniera, ad esempio nel caso di tre piccolissimi scarabei che sono i primi articoli di questo tipo rinvenuti in una necropoli sicula e che trovano riscontro in articoli analoghi in tombe greco-arcaiche dei secoli VIII e VII. Questo fatto attesta la sempre più forte influenza greca.

Il terzo periodo è dunque riconoscibile in questa necropoli per l'introduzione di elementi greci. La ceramica geometrica greca introduce nuove radicali modificazioni in quella sicula che tende all'imitazione.

Origini[modifica | modifica sorgente]

Ipotesi I: Origini Centro Italiche[modifica | modifica sorgente]

« La regione, che ora chiamasi Italia, anticamente tennero gli Enotri; un certo tempo il loro re era Italo, e allora mutarono il loro nome in Itali; succedendo ad Italo Morgete, furono detti Morgeti; dopo venne un Siculo, che divise le genti, che furono quindi Siculi e Morgeti; e Itali furono quelli che erano Enotri »
(Antioco di Siracusa, in Dionigi di Alicarnasso 1, 12)

In Ellanico[3] gli Elimi sono respinti dagli Enotri e gli Ausoni fuggono gli Iapigi stabilendosi nella regione dell'Etna. Anche secondo Antioco di Siracusa la popolazione condotta da Sikelòs sarebbe stata affine agli Enotri (i Siculi sarebbero stati spinti dagli Enotri e dagli Opici, e in un altro frammento narra l'arrivo di Sikelòs proveniente da Roma presso il Re Morgetes degli Enotri) affinità fondata sulla parentela di Sikelòs con Italos che sarebbe stato suo fratello o suo padre oppure addirittura re dei Siculi.

Secondo Dionigi di Alicarnasso la città di Roma avrebbe avuto come primi abitatori indigeni dei barbari siculi successivamente espulsi dagli Aborigeni con l'aiuto dei Pelasgi mentre i Siculi, respinti, si sarebbero rifugiati in Sicilia e gli Aborigeni si sarebbero estesi sino al fiume Liris assumendo il nome di Latini, dal re che li avrebbe domati al tempo della guerra troiana. Altre località che poi divennero pelasgiche, come Antemnae, Fescennium, Falerii, Pisae, Saturnia ecc. sarebbero state in origine occupate dai Siculi mentre un quartiere di Tivoli, che ancor oggi conserva il nome di Siciliano, avrebbe avuto al tempo di Dionigi ancora dei Siculi[22].

Varrone nel De lingua latina[23] considerava i Siculi originari di Roma perché numerose erano le somiglianze tra la lingua loro e quella latina. Servio[24] considerava addirittura i Siculi giunti dalla Sicilia a Roma, e cioè proprio al contrario di tutte le altre testimonianze. Invece Festo[25] fa i Siculi respinti dai Sacrani o Sabini insieme con i Liguri. Infine Solino li considera tra le più antiche popolazioni dell'Italia con gli Aborigeni gli Aurunci i Pelasgi e gli Arcadi.

Anche i Sicani sono ricordati nel Lazio (l'antico Latium vetus[26]),[3] in Solino[27] sia in Plinio il Vecchio[28] dove i Sicani sono considerati popoli della lega del Monte Albano. Questi stessi Sicani sono ricordati nell'Eneide di Virgilio come alleati dei Rutuli, degli Aurunci, dei Sacrani[29]; Aulo Gellio[30] e Macrobio[31] li ricordano con gli Aurunci ed i Pelasgi. Evidentemente si tratta non di Sicani ma di Siculi che nella tradizione poetica latina sono stati confusi tra loro.

Ipotesi II: Origini Liguri[modifica | modifica sorgente]

L'altra tradizione di Filisto sarebbe quella che fa dei Siculi una popolazione ligure[32], ed i liguri sarebbero stati coloro che, secondo Tucidide e Dionigi di Alicarnasso, avrebbero spinto le popolazioni sicane dall'Iberia, costringendole ad occupare la Sicilia. Questa tradizione dell'origine ligure dei Siculi si ritrova in Stefano di Bisanzio[33] in cui si cita un passo di Ellanico e anche in Silio Italico[34] i Siculi sono considerati Liguri. In seguito a queste affermazioni si è rilevata dagli storici moderni la presenza di nomi di città come Erice, Segesta ed Entella in Liguria.

Ipotesi III: i Liguri-Siculi di Siculo ad Alba Longa[modifica | modifica sorgente]

« Anche il nome di Alba s'incontra spesso in Liguria. Un luogo di questo nome trovasi a occidente del Rodano nel territorio degli Elvii. A settentrione di Massalia (Marsiglia) conosciamo una popolazione montana ligure degli "Aλβιείς", Albienses o Albiei, e nel suo territorio Alba Augusta. Seguono in direzione orientale sulle coste italiane Albium Intemelium, Albium Ingaunum, Alba Decitia. Non lontana dal versante settentrionale degli Appennini trovasi sul Tanaro Alba Pompeia. Da ciò viene il quesito, se non sia la stessa voce ligure contenuta nel nome di Alba Longa. Al tentativo di spiegare questo nome con l'aggettivo latino "albus" contraddice non solo che da qualche attributo non siasi giammai formato un nome di luogo, ma anche la considerazione che l'aspetto di Alba Longa debba destare una impressione opposta all'aggettivo latino. Questo luogo è collocato sopra materiali vulcanici dei monti Albani, e il colore fondamentale della regione è grigioscuro. »
(W. Helbih, Die Italiker in Der Poebene, 1879[32])

G. Sergi facendo riferimento alle affermazioni di Helbig sulla strana natura del nome "Alba Longa"[35], conviene che «il colore dei monti Albani è scuro, bluastro quasi, e va al nero in alcune ore del giorno.» Quindi Alba Longa non poteva apparire molto "alba". Ma oltre Alba Longa si hanno nomi derivati da Alba come i monti Albani, il lago Albano, e il più importante di tutti il nome di Albula, già nome del Tevere. Sergi si chiede quindi se Alba Longa sia stato un abitato Ligure. Nel Lazio non c'è mai stata una tradizione che ricordi i Liguri, ma invece i Siculi, come leggiamo in Dionigi di Alicarnasso:

« La città che dominò in terra e per tutto il mare, e che ora abitano i Romani, secondo quanto viene ricordato, dicesi tenessero gli antichissimi barbari Siculi, stirpe indigena; questi occuparono molte altre regioni d'Italia, e lasciarono sino ai nostri giorni documenti non pochi né oscuri, e fra questi alcuni nomi detti Siculi, indicanti le loro antiche abitazioni »
(Dionigi di Alicarnasso I, 9; II, 1 (Trad. Sergi))

Ed esaminando i caratteri fisici dei Liguri e dei Siculi, Sergi avrebbe stabilito la loro identità: anche da ricordi archeologici risulta esservi stato un simile comune costume funerario; e lo scheletro neolitico di Sgurgola presso Anagni era colorato in rosso come gli scheletri neolitici delle Arene Candide, grotte liguri. Liguri e Siculi sarebbero stati quindi due rami dello stesso ceppo umano, solo che, avendo differenti abitati, sarebbero stati erroneamente considerati come due razze diverse. La teoria è quindi che quando si parla di questi antichissimi barbari Siculi, primi abitatori della città che poi fu Roma, si tratti di una popolazione ligure-sicula condotta da Siculo.

Troviamo effettivamente riscontro in Filisto di Siracusa che, riportato da Dionigi di Alicarnasso[36], sostiene che la gente, la quale passò dall'Italia in Sicilia, non era di Siculi, ma di Liguri condotti da Siculo. Servio scrive che la città da lui denominata "Laurolavinia", composizione delle due, Laurentum e Lavinium, che si fusero, sorse dove già abitasse Siculos[37]. Antioco di Siracusa ci dice che:

« La regione, che ora chiamasi Italia, anticamente tennero gli Enotri; un certo tempo il loro re era Italo, e allora mutarono il loro nome in Itali; succedendo ad Italo Morgete, furono detti Morgeti; dopo venne un Siculo, che divise le genti, che furono quindi Siculi e Morgeti; e Itali furono quelli che erano Enotri »
(in Dionigi di Alicarnasso, 1,12)

Nel Lazio e in altre regioni d'Italia questa identità di razza dei Siculi con i Liguri è rivelata da un altro fatto, cioè dai nomi dei luoghi, monti, fiumi, laghi, oltre che dalle forme nominali etniche dei rami differenti della stirpe.

Le teorie che abbiamo visto sulle origini centro italiche prima, e liguri poi, si incontrano e si sposano perfettamente in questa terza teoria: Dionigi che aveva scritto che i Siculi fossero i più antichi abitatori della città che fu Roma, e del territorio latino, narra che i primi aggressori per occupare il loro abitato con lunga guerra furono i cosiddetti Aborigini che avevano chiamato in loro aiuto i Pelasgi. Questi non riuscirono a sconfiggere totalmente i Liguri-Siculi, i quali però, secondo quanto ci riferisce Ellanico Lebio in Dionigi, infine, stanchi delle aggressioni o non potendo resistere ad esse, avrebbero lasciato il territorio e sarebbero migrati, passando per l'Italia Meridionale, in Sicilia, che da loro avrebbe preso il nome[15]. Non tutti i Liguri-Siculi avrebbero seguito Siculo in Sicilia e sarebbe per questo motivo che si riscontrano tracce liguri-sicule in tante regioni italiane.

Il nome "Alba Longa" e i derivati[modifica | modifica sorgente]

La fondazione di Alba, secondo la tradizione che vuol essere storia, così è descritta da Dionigi di Alicarnasso:

« Nel trentesimo anno dopo fondata Lavinio, Ascanio, figlio di Enea, fondò un'altra città; e dai Laurentini e da altri Latini e da quanti altri desideravano una sede migliore, trasportò gente nella città recentemente costrutta, cui aveva posto nome "Alba", la quale in lingua greca vuol dire λευκή ("bianca" in italiano), ma per distinguerla da altra città che aveva lo stesso nome, vi aggiunse una parola, che con la prima forma un insieme, "Alba Longa", cioè, Λευκή μακρά »
(Dionigi di Alicarnasso, I, 66)

Quale fosse quest'altra "Alba", e dove, Dionigi non lo dice, né adduce il motivo per il quale la nuova sia detta "Longa" (μακρά).[38]

Livio, invece, scrive:

« is Ascanius, ubicumque et quacumque matre genitus - certe natum Aenea constat - abundante Lavini multitudine florentem iam, ut tum res erant, atque opulentam urbem matri seu novercae relinquit, novam ipse aliam sub Albano monte condidit, quae ab situ porrectae in dorso urbis Longa Alba appellata est »
(livio, I, 3)

Qui c'è da osservare che la città si fondava sub monte Albano, vuol dire che già questo monte aveva un nome, che, potrebbe secondo Sergi essere ligure-siculo in quanto non potrebbe significare bianco, come sarebbe in lingua latina, per via della palese colorazione scura-bluastra tendente al nero dei monti Albani. Dionigi che aveva preso la tradizione dagli autori della tradizione romana, traduce infatti Alba per Λευκή, Bianca.

Sergi dopo aver esaminato il nome "Alba Longa" passa ad osservare i suoi derivati e si sofferma su "Albula", antico e primitivo nome del Tevere, come Livio, Plinio, Virgilio (Albula nomen)[39] scrissero. Si conclude che il nome non può aver a che fare con la colorazione in quanto Virgilio stesso chiama flavus il Tevere perché trasporta sabbia[40], poi ancora lo chiama "caeruleus", "ceruleo"[41], e anche Orazio lo chiama flavum[42].

Esiste un altro fiume Albula nel Piceno, ricordato da Plinio nell'enumerare abitati e fiumi della quinta regione italica, il Piceno; e nomina anche fra altre città "Numana", a Siculis condita[43]. Ciò significa che la regione era occupata dai Siculi, i quali diedero i nomi dei fiumi e degli abitati secondo il loro linguaggio.

Ancora altro fiume di nome Albinia si trova nel territorio che fu etrusco, ora Albenga, e non perché fosse bianco o albus.

Poi abbiamo ancora una città Alba vicina al Fucino, un monte Alburnus in Lucania, un fiume Alba in Sicilia, ricordato da Diodoro Siculo; e nella Liguria Alba Pompeia, Alba Decitia, e Albium o Album o Alba Intemelium e Ingaunum; Albiei e Alba nella Provenza; Alba nella Betica, Spagna e Alba fiume a nord-est della Spagna.

Ancor più sorprendente il ricordo di Strabone, che le Alpi prima avevano il nome di Albia, e albius mons era detta la sommita delle Alpi ora Giulie[44].

Ipotesi IV: Un "Popolo del Mare"[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Popoli del mare.

I "Popoli del mare" sarebbero una sorta di confederazione di predoni marittimi[45][46][47][48] che navigavano e razziavano nel Mar Mediterraneo e che tentarono per ben due volte di penetrare in Egitto: alla fine della XIX dinastia e all'inizio della XX dinastia. Nell'iscrizione di Karnak il faraone Merenptah li chiama "forestieri del mare".

N35
G1
N25
X1 Z1 Z1 Z1
N35
G40
M17 M17 Aa15
D36
N35A N36
N21
Popoli del Mare (n3 ḫ3t.w n p3 ym)
in geroglifico

In un'iscrizione, il faraone Merenptah (1208 a.C.) ricorda la sua vittoria su una prima ondata di invasione, nella quale avrebbe ucciso 6.000 nemici e fatto 9.000 prigionieri. L'attacco venne condotto da una coalizione composta da tre tribù Libiche (Libu, Kehek e Mushuash) e dai "popoli del mare", composti da cinque gruppi (Eqweš o Akawaša, Tereš o Turša, Lukka, Šardana o Šerden e Šekeleš).
Un'iscrizione del tempio di Ramesse III a Medinet Habu (Tebe) racconta che, circa venti anni più tardi, Ramesse III dovette respingere una seconda invasione degli Haunebu. I popoli del mare si erano coalizzati questa volta con i Filistei ed erano composti da Peleset, Zeker o Tjeker, Šekeleš, Danuna o Denyen, Šerden e Wešeš.

I Šekeleš sono stati messi in relazione con la Sicilia e i Siculi, ma potrebbero identificarsi anche con i Sicani. Sarebbero arrivati nell'isola dopo essere stati respinti in Egitto. Se la teoria che vuole identificare i Šekeleš con i Siculi fosse corretta, essi avrebbero delle origini più traverse di quanto si sia mai ipotizzato, e sarebbero giunti in Sicilia dopo essere stati respinti in Egitto. In effetti a dimostrazione di questa tesi c'è il fatto che il re siculo Hyblon aveva lo stesso nome di una divinità come accadeva spesso in Egitto. Secondo alcuni studiosi i Siculi erano una delle tante tribù che popolavano la Sardegna e in seguito giunsero in Sicilia, dove si stanziarono e fondarono delle colonie.

I Siculi nella storia[modifica | modifica sorgente]

Società[modifica | modifica sorgente]

I rinvenimenti archeologici ci danno alcuni indizi anche sul tipo di organizzazione sociale e politica[49]. Un indizio dell'esistenza di un regime collettivo del suolo potrebbe forse essere visto nella comunità di Lipari fino a età arcaica, nel sistema di coltivazione della terra (inizialmente comunitaria, poi soggetta a lottizzazione privata con redistribuzione ventennale nelle isole minori) adottato dai coloni cnidii inizialmente coabitanti con i nativi[50].

I limiti di segmentazione del patrimonio impliciti in un sistema siffatto impongono la necessità, dopo alcune generazioni, di acquisire nuove terre per la sopravvivenza delle accresciute entità familiari, il che potrebbe spiegare la necessità degli spostamenti di gruppo. La prevalenza dell'economia pastorale risponde bene ai requisiti di gruppi migranti, in quanto gli armenti sono beni "mobili", trasportabili. Altri elementi, che rispondono bene ai requisiti di gruppi migranti, sono il fatto che i siculi conoscessero gli equini e li utilizzassero come mezzi di trasporto (forse furono proprio i Siculi ad esportare l'uso del cavallo in Sicilia), che conoscessero e praticasero la Caccia e la Pesca.

Esistono infatti dei graffiti con scene di caccia al cervo, figure equestri e pesci rinvenute nel sito di Caratabia[51] (nei pressi della odierna Mineo).

Nel Bronzo Tardo le popolazioni autoctone sembrano caratterizzate da un'organizzazione "centri egemoni"-"centri satellite", da una struttura sociale marcata da accentuati processi di stratificazione e da un'economia centralizzata redistributiva. L'adozione della grotticella artificiale a celle multiple, destinata a deposizioni per più generazioni, suggerisce un ordinamento patriarcale con filiazione di tipo patrilineare ed esprime l'importanza dei lignaggi e delle formazioni "gentilizie".

Ricostruzione di una capanna dell'insediamento di Thapsos

Nella prima età del Ferro diventano comuni le tombe monocellulari, contenenti deposizioni singole o relative a un numero di individui che non supera la famiglia nucleare o coniugale. Si potrebbe supporre (ad esempio osservando realtà come Pantalica dove sono presenti sia le grotticelle multiple sia le successive tombe monocellulari) l'esistenza della proprietà privata della terra, inizialmente in mano a grandi famiglie patriarcali (quelle delle grotticelle a celle multiple), poi trasmessa per eredità portando di conseguenza ad una segmentazione dei lotti coltivabili e della società (si spiegano le tombe monocellullari). In un momento in cui i beni disponibili sono prevalentemente di produzione locale, l'accesso ad essi è più agevole ed indiscriminato per tutti i membri di una comunità, donde l'apparenza di un'"eguaglianza" nell'accesso ai beni di consumo. Anche l'aspetto costante sia delle tombe che delle strutture abitative non mostrano segni di grandi disparità sociali.
La struttura abitativa più comune era così costituita: sul muro di pietre a secco perimetrale (di forma quasi sempre circolare), internamente intonacato, poggia un tetto conico stramineo, sostenuto da una fila di pali interni all'ambiente e aperto alla sommità in corrispondenza del focolare interno (oppure rettangolare a doppio spiovente sorretto da pali lignei inglobati nel muro di pietre a secco nel caso non fosse di forma circolare). Ma all'interno delle tombe non mancano corredi femminili contraddistinti da oggetti di ornamento in bronzo e soprattutto in ferro, che inducono a ritenere che in queste comunità l'emergenza sociale fosse ostentata attraverso la connotazione dell'individuo di sesso femminile.

Nell'VIII secolo l'aumento degli scambi con l'esterno hanno permesso a coloro che li gestivano di acquistare prestigio sociale e potere politico, e ciò stimola all'interno della comunità il coagularsi di gruppi dominanti su base parentale. L'offerta di beni esotici accresce le differenze economiche e forse anche di status all'interno della comunità, marcando un accesso diseguale ai beni in circolazione.
Per quanto riguarda la sfera del "politico", non ci sono sinora nelle deposizioni funebri di comunità autoctone e peninsulari dati sufficienti a riconoscere individui dal prestigio tale da poter loro attribuire le funzioni di "capi". L'unico riferimento all'organizzazione politica è letterario e si deve a Diodoro[52], che ricorda come ogni centro avesse un basileus, una definizione chiaramente inficiata dall'idea che un autore del I secolo aveva della figura di un "capo", il cui riconoscimento nelle comunità tribali è basato su doti personali. Certamente i guerrieri rivestivano un ruolo importante all'interno della comunità, ma non è possibile identificare in essi delle autorità politiche sulla base dei dati funerari.

Esiste il caso isolato di Pantalica in cui il "Palazzo del Principe" o Anàktoron, suggerirebbe l'esistenza di un capo. Nel vano maggiore meridionale del palazzo Paolo Orsi rinvenne le tracce di una fonderia di bronzi; da ciò fu portato a ritenere che la lavorazione del metallo fosse nell'antica comunità una prerogativa del capo. Per la sua unicità nel panorama della Sicilia protostorica, l'anàktoron di Pantalica, in gran parte di struttura megalitica, venne dallo stesso Orsi fondamentalmente attribuito a maestranze micenee al servizio del principe barbaro.

Economia, Artigianato e Commercio[modifica | modifica sorgente]

Agricoltura[modifica | modifica sorgente]

La base delle colture dovevano essere orzo e frumenti nudi (grano tenero e duro), cereali di complessa coltivazione ma di buona resa, facili da trebbiare e da conservare alla latitudine della Sicilia[49]. Anche le leguminose (veccia, fava) dovevano essere importanti per l'apporto di proteine.

Riguardo all'uso delle olive, vediamo che impronte di foglie di oleastro su vasi sono note nell'isola nel Bronzo medio (Sante Croci[53] di Comiso, Cozzo del Pantano, Ustica), ma non si hanno ancora dati certi sulla specie innestata, in grado di produrre olio.
Per quanto riguarda la vite, un seme di acino da una capanna della prima età del Ferro di Morgantina è della varietà non coltivata (Vitis silvestris).

Esiste certamente una correlazione causale tra progresso dell'agricoltura e sviluppo delle tecnologie ceramiche necessarie alla fabbricazione dei contenitori per l'immagazzinamento delle eccedenze produttive. La possibilità di immagazzinare provviste è indice di un'organizzazione complessa, di cui in Sicilia fornisce una testimonianza concreta l'insediamneto di Thapsos, con i pithoi conservati in ambienti-magazzino. Nel caso di questo port of trade (Thapsos per la quantità di reperti egeo-micenei o comunque orientali è ritenuto essere stato una grande meta commerciale), si può forse ritenere che l'intensificazione della produzione agricola fosse mirata non solo al consumo interno, ma anche a essere utilizzata come surplus per gli scambi esterni.

Per quanto riguarda i sistemi di stoccaggio, in alcune capanne a Morgantina sono stati trovati diversi tipi di contenitori jars/dolia e pithoi: le diverse morfologie e dimensioni presuppongono una destinazione per contenuti diversi, forse non solo per derrate, ma anche per acqua, almeno nel caso di forme a bocca non molto larga. La presenza di impressioni di semi grano su frammenti di argilla semicotta, che costituivano forse il coperchio che sigillava un dolio quadriansato piumato (di medie dimensioni: alt. cm 82), indica una sua funzione come contenitore di granaglie.
La testimonianza di tecniche agricole avanzate e specializzate (non solo cerealicole, ma anche arboree) è fornita per il Bronzo finale dall'introduzione di nuovi strumenti in bronzo, come zappe (asce a cannone traforato) e roncole, spesso - e non a caso - associate (ripostigli di Niscemi, Noto Antica, Castelluccio di Scicli).

Pastorizia[modifica | modifica sorgente]

Riguardo alle attività pastorali, non sono ancora molte in Sicilia le analisi paleofaunistiche[49]. Nel Bronzo medio a Thapsos resti di pasto sono composti in prevalenza da ossa di caprovini e bovini, con una buona presenza di maiali. Una forte crescita dell'allevamento del bestiame si avverte nel Bronzo finale a Lipari.

Nella prima età del Ferro si ha una predominanza dei bovini sui caprovini e una minore incidenza di maiali tra gli animali di allevamento, mentre non manca il consumo di animali selvatici (cinghiali e cervi), il che indica l'utilizzazione, mediante la caccia, delle risorse boschive. L'importanza dell'allevamento è testimoniata indirettamente dalla frequente decorazione con protomi bovine delle scodelle, e dall'attività di filatura della lana, documentata dalla ricorrente presenza di fuseruole nei corredi femminili.

Esiti artigianali del consumo delle carni e della macellazione di animali sono dati dalle attività manifatturiere nel campo della concia delle pelli e del cuoio, della lavorazione dell'osso e del corno, della filatura e della tessitura. Una delle fasi della lavorazione della lana, la cardatura, è documentata a Morgantina da un pettine ricavato da un osso animale. Un'altra industria legata all'allevamento è quella casearia, la cui importanza potrebbe essere testimoniata da appositi vasi destinati alla produzione di formaggi.

Produzione artigianale e metallurgica e Commercio, I Periodo[modifica | modifica sorgente]

Nel I Periodo Siculo la produzione sicula è costituita da: coltelli di selce, accette di pietra, ciottoletti forati e conchiglie ad uso di pendaglio, rarissimamente umili perle o fili di bronzo, creta male lavorata e cotta, vasi non torniti, potori cilindrici, calici a doppio manico, ossa ridotte ad utensili domestici, vasi mono e bicromici una elementare pittura terrosa, quasi ingubbiatura male applicata alla superficie del vaso e però friabile, rare le anse e decorazione geometrica elementare.[16]

A partire da questo periodo abbiamo anche testimonianza di scambi e commerci con le civiltà orientali: i siculi, dai commercianti orientali ricevevano a scambio ossa decorate, di lavoro finissimo, lucenti alla superficie, ancora rudi negli incavi. Queste ossa per la loro forma e lavorazione sono una vera novità archeologica, e la loro presenza in tombe attestanti una civiltà così bassa (Necropoli di Cava della Signora) ci porterebbe all'idea di un anacronismo, se l'Orsi non ne avesse scoperti due altri esemplari in una tomba intatta. Anche il vasellame, seppur di elementare decorazione estetica, sembra non avere riscontri nel vasellame italico, ma talvolta ci riporta al vasellame grezzo di Micene e di Troia, e ciò porta alla conclusione che il nappo siculo sia stato introdotto dall'Oriente, e sia stato imitato e diffuso dai ceramisti locali. L'azione dell'Oriente verso la Sicilia ha già cominciato ad esercitarsi in epoca molto anteriore al secolo VIII.

Produzione artigianale e metallurgica e Commercio, II Periodo[modifica | modifica sorgente]

A Sud di Siracusa nel piano di Milocca si scoprì a caso un sepolcro siculo contenente vasi grezzi a calice, la cui presenza non è fortuita, né costituisce un fatto isolato, infatti vasi di questo tipo furono trovati anche a Pantalica. Questi vasi con recipiente ora globare, ora espanso a tromba, sia dipinti a decorazione geometrica, sia di tecnica grezza con semplice ingobbatura, siano una caratteristica fin qui non rilevata delle grotte funebri artificiali sicule, le quali rappresentano lo stadio intermedio tra l'ultimo finire dell'era neolitica ed il principio dei tempi storici. Essi costituiscono nella forma, nella tecnica, nella ingubbiatura e nelle ansette una tale unità di tipo e di provenienza da renderli una peculiarità ceramica delle necropoli sicule[16]. Però questa specie di vasi ha riscontri nella ceramica micenea e non è improbabile che prototipi metallici orientali siano serviti alla riproduzione di forme nuove per noi, ma già comuni nel mondo orientale greco. Né c'è da meravigliarsi se si pensa che vasi dello stile di Micene ebbero una grande diffusione (Grecia, Asia Minore, Cipro, Palestina, Naukratis in Egitto) e larga estensione cronologica (dal XV al IX secolo a.C.).

Nel secondo periodo siculo i contatti della Sicilia con la Grecia micenea, come l'Orsi ha dimostrato, sono abbastanza vivi e non è improbabile che assieme ai vasi fittili micenei, alle spade ed alle fibule, s'introducessero anche vasi metallici in numero scarso e poi imitati sul luogo in terracotta. È una civiltà inferiore che tenta di riprodurre i prodotti importati da una civiltà più avanzata. Orsi crede che la presenza di vasi metallici faccia scomparire la pittura geometrico-empestica, e porti in voga nuove forme vascolari non dipinte. Per la forma ed il contenuto dei sepolcri, Cozzo del Pantano ha speciale importanza, rappresentando tutte le caratteristiche peculiari del secondo Periodo siculo: celle circolari ma più vaste, vere tholoi, sostituzione del bronzo alla pietra, imitazione micenea, introduzione di nuove forme nella ceramica, tendenza alla totale scomparsa dell'antica e diffusa pittura vascolare, coesistenza di una ceramica che non ancora usa il tornio, ma è progredita nella tecnica con la rozza ceramica indigena. Apparizione di vasi e bronzi micenei importati dalla coltura micenea della Grecia eroica per mezzo dei Fenici attestante la vitalità dei contatti e degli scambi in un periodo che precede il secolo VIII (secolo nel quale prese inizio la colonizzazione greca della Sicilia).

Produzione artigianale e metallurgica e Commercio, III Periodo[modifica | modifica sorgente]

Nella necropoli di Finocchito la stereotomia delle stanze denota un perfezionamento notevole di mezzi meccanici, in confronto con quelli impiegati nel I e nel II periodo[16]. Non era più la rozza ascia di basalto, e forse nemmeno quella in bronzo, che qui si adibiva, ma probabilmente asce e scalpelli di ferro, oramai ben conosciuto.
Per quanto riguarda la produzione manufatturiera, si riscontrano vasi che designano la coesistenza di due industrie, l'una locale, l'altra straniera. Da una parte abbiamo i pentolai indigeni che o non conoscevano il tornio, o ne usavano in modo del tutto primitivo, con imperfetta cottura; dall'altra un certo numero di vasi addita i caratteri della importazione protoellenica. E finalmente altri sembrano di manifattura indigena su modelli stranieri, i cosiddetti "protoellenici siculi".

Importante la scoperta di tre piccolissimi scarabei, avvenuta nell'esame della tomba n.15. Sono i primi articoli di questo genere scoperti nelle necropoli sicule, ed hanno una notevole importanza cronologica, perché articoli analoghi si hanno anche nelle tombe greco-arcaiche dei secoli VIII e VII dell'isola; e tanto più cresce il loro valore in quanto si trovano associati ad articoli protoellenici di sicura importazione quali vasetti geometrici e forse anche fibule.

Cultura e Religione[modifica | modifica sorgente]

I Periodo[modifica | modifica sorgente]

In base a quanto rinvenuto nella necropoli di Cava della Signora, sappiamo che il rito funebre consisteva nel deporre un numero rilevante non di cadaveri, ma di scheletri, non distesi, ma accoccolati, come è provato dalle dimensioni molto strette delle cellette[16].
La deposizione rannicchiata del cadavere, che ricorda quella fetale, allude forse a credenze di morte/nascita[49]. Ciò vuol dire che i Siculi si servivano del processo della scarnitura dei cadaveri, che è proprio di molti popoli dell'antichità e di molte tribù selvagge moderne.

La cosa è provata all'evidenza dalla colorazione in rosso che presentano i cranii di alcuni sepolcri Siculi dei dintorni di Palermo, operazione impossibile senza previa scarnitura. Era anche costante il rito di accompagnare gli scheletri con lame di selce, alcune delle quali, nel caso nostro, sembrano deposte sul cranio stesso: alla bocca della grotta un vaso, e vasi nelle celle.

II e III Periodo[modifica | modifica sorgente]

Nella necropoli del Plemmirio il tipo delle tombe rinvenute non è greco, ma si nota una modificazione dell'antichissimo tipo siculo delle tombe a forno. Esso costituisce la maniera più recente dei sepolcri siculi, nel periodo che precede la colonizzazione greca.[16]

Nel Bronzo finale è percepibile un culto relativo alle acque sotterranee, considerate portatrici di significati connessi al concetto di fecondità, grazie a una piccola stipe di vasi, ritrovata vicino a una sorgente nel vallone San Giovanni presso Ferla, un piccolo insediamento nel territorio di Pantalica.

Protome bovina del centro siculo di Castiglione (Ragusa)

Tra i vasi, oltre ai recipienti tipici di Pantalica, si trova una grande scodella con ansa a protome bovina, con decorazione incisa alla spalla e all'interno della protome. Si tratta di un prodotto forse locale, che imita prodotti esotici estranei alla cultura autoctona di Pantalica. La decorazione incisa e la protome rivolta verso l'esterno la differenziano dal materiale del Bronzo finale di Lipari, riportandola piuttosto alle forme dell'Italia centrale. Tale stipe testimonia un culto delle sorgenti con offerte votive[49].

Da quanto è stato rinvenuto nella necropoli di Finocchito, abbiamo nel III periodo siculo (come già nel secondo) una modificazione profonda delle stanze funebri (da rotonde "a tholos", a rettangolari prive di dromos e di anticella, alle quali si accede per un portello preceduto da un piccolo padiglione), e a questa modificazione della stanza, coincide la modificazione del rito funebre[16].
Nel I periodo i morti si chiudono nelle stanzine, sempre accoccolati, talora distribuiti attorno alle pareti, quasi a funebre banchetto; o stipati in vere masse, così da occupare tutta la capienza del vano. Qui il sistema di deposizione è cambiato: i cadaveri distesi ed il capo appoggiato, per lo più, sopra un capezzale di pietra; anche la deposizione a masse tende a scomparire, ed alcune tombe contengono un solo cadavere; il costume selvaggio dello scarnimento è poi del tutto scomparso. I Siculi di questo III periodo, progrediti in cultura, continuano ad accompagnare i loro morti con numerosa suppellettile funebre. L'adozione del corredo, se esso si deve considerare predisposto per la sopravvivenza del defunto, alluderebbe, almeno in origine, a credenze nel "doppio", cioè nella componente immateriale che sopravvive al corpo del defunto (l'anima o lo spirito)[49].

Il Culto dei Palici[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Palici.

Macrobio[54][55] narra che i Siculi avessero un oracolo, nei pressi dei laghetti di Naftia ("lacus ebullientes"), e che durante una carestia, questo oracolo dei Palici suggerì ai Siculi di compiere dei sacrifici in onore di un eroe siculo (Pediocrates). Terminata la carestia: «i Siculi raccolsero sull'altare dei Palici ogni genere di biade».
Di un altare dei Palici, ricco di doni, situato in un bosco in riva al Simeto, parla anche Virgilio[56]:«Attorno alle correnti del Simeto, dove c'è la pingue e placabile ara dei Palici»

I laghetti Palici nel 1935

Ravisio nei suoi Officia ci spiega qualcosa in più sul mito che starebbe dietro questo culto: «Vicino al Simeto, fiume della Sicilia, la ninfa Thalia [...] gravida di Giove, per timore di Giunone [moglie e sorella del dio adultero], chiese che la terra si aprisse per lei; cosa che avvenne; ma quando venne la maturità del parto, dalla terra apertasi vennero fuori quelle Fonti».

Il mito nasce dal timore per i fenomeni naturali che si verificavano nel lago, ora cessati, ma ampiamente descritti da Diodoro Siculo[57]. Ovidio[58] e Virgilio[59] menzionano il mito: pare che i fenomeni dovuti a due sorgenti solforoso-termali fossero state personificate nei due gemelli Palici, che, nel mito originario, sarebbero stati figli dell'unico dio (pare fossero monoteisti escludendo le muse e le ninfe) siculo Adrano e della ninfa Etna, poi in una successiva elaborazione figli di Efesto, e poi in una ancora successiva di Talia e Zeus, il quale per insabbiare l'adulterio (temendo la reazione di Era) nascose Talia sottoterra, dove ella partorì i due gemelli.

L'importanza di questo mito e del relativo culto per i Siculi è palesata dalla ferma decisione di Ducezio di Mene (o Nea) di fondare la città di Palikè in questo luogo e di farla capitale del suo Regno Siculo, come ci raccontano Macrobio e Virgilio.

Lingua[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Lingua sicula.

Trascrizioni in varianti dell'alfabeto greco in lingua non greca[modifica | modifica sorgente]

Allo stato attuale risultano scarse le testimonianze linguistiche significative lasciate dai Siculi, poiché si hanno numerosi vasi con iscrizioni in varianti dell'alfabeto greco, in lingua diversa dal greco[60], ma nella maggior parte dei casi l'iscrizione è di una o due parole (in lingua non greca), e quindi è complicato studiarne il significato. Nei primi anni sessanta, a Centuripe, è stato ritrovato un askos (vaso schiacciato) che risale al V secolo a.C., conservato al museo archeologico di Karlsruhe (Germania), che riporta la più lunga iscrizione esistente in siculo (i caratteri sarebbero sempre una variazione dell'alfabeto greco) il significato dell'iscrizione è legato all'idea di un'offerta del vaso stesso come dono. Dagli studi sulla sintassi e sul lessico essa risulta essere una lingua di origine indoeuropea, molto imparentata con il latino[61], per cui i Siculi sono spesso inseriti nel gruppo dei cosiddetti popoli protolatini, con Ausoni, Falisci ed Enotri. Altre teorie, suffragate da interessanti coincidenze[62], riguardo l'origine del linguaggio dei siculi, vorrebbero quest'ultimo apparentato con il sanscrito, escludendo quindi i Siculi da presunte origini italiche.[63]. Durante gli scavi eseguiti nella zona di Adrano, nell'area dell'antica città detta di Mendolito, una porta cittadina del VI secolo a.C. riporta un'iscrizione in lingua sicula.

Tra il Greco e il Siculo: I dialetti sicilioti[modifica | modifica sorgente]

Altri studi sulla lingua sicula si basano sull'analisi degli elementi discordanti tra la lingua greca della madre patria, e i dialetti sicilioti dei greci di Sicilia, volendo considerare questi elementi frutto dell'influenza che la cultura sicula poteva avere sulle colonie greche. Ad esempio E. Wikén[64] considerando le parole λύτρα e όγκία che servono a indicare la monetazione nei dialetti sicilioti è colpito dalla corrispondenza dei vocaboli con le parole latine litra ed uncia.[65] Questa teoria trova riscontro anche nel fatto che Varrone nel De lingua latina[23] giudicava così numerose le somiglianze tra la lingua sicula e quella latina da considerare i Siculi originari di Roma.
Ciò confermerebbe che i Siculi scendendo dall'Italia avrebbero portato con sé il patrimonio lessicale italico proveniente da una base comune latino-ausonio-enotrio-sicula che corrisponderebbe poi ad un linguaggio indo-europeo penetrato coll'immigrazione di genti della stessa razza che ha imposto il proprio lessico in Italia ed in Sicilia.

Il Linguaggio Ligure-Siculo dell'ipotizzata identità Ligure-Sicula[modifica | modifica sorgente]

G. Sergi[66] esamina attentamente i rapporti linguistici che potrebbero esserci fra i tratti linguistici siculi e quelli liguri, ma non solo. Inizia il suo studio ponendo lo sguardo su alcuni suffissi che egli ritiene caratterizzanti dei linguaggi liguri e siculi.

Un suffisso caratteristico ligure accettato è quello delle parole terminanti in -sco, -asco, -esco, in nomi propri, dovuto alla scoperta di un'antica iscrizione latina dell'anno 117 a.C., dove trattasi di un giudizio in una controversia territoriale fra Genuenses e Langenses, liguri. Qui s'incontrano i nomi di Novasca, Tulelasca, Veraglasca, Vineglasca. Inoltre nella tabula alimentaris riferibile alla disposizione di Traiano imperatore, per soccorrere di viveri fanciulli e fanciulle, si trovano altri nomi liguri con la stessa terminazione.[67]

Il Zanardello Tito, in alcune sue memorie, tentò di mostrare l'espansione dei nomi con tale suffisso ligure e anche di altri similmente liguri non soltanto in Italia, ma ancora nell'antica Gallia compreso il Belgio; e calcola seguendo il Flechia, che il numero dei nomi italiani col suffisso -sco in alta Italia supera 250; e simili forme si sono trovate nella valle della Magra, nella Garfagnana e altrove.

Abbiamo nomi etnici Volsci, Osci o Opsci, poi Graviscae, città tenuta dagli Etruschi, Falisci, un popolo o una tribù Japuzkum o Iapuscum delle Tavole icuvine; e poi Vescellium in Arpinia, Pollusca nel Lazio, Trebula Mutuesca nell'Umbria, Fiscellus, monte ai confini dell'Umbria, ed altri altrove. Poi ancora abbiamo il nome di Etrusci e Tusci, che adoperarono i Romani e dopo gl'Italiani e altri.

Altri suffissi:

  • -la, -lla, -li, -lli, come in Atella, Abella, Sabelli, Trebula, Cursula;
  • -ia, -nia, -lia, come in Aricia, Medullia, Faleria, Narnia;
  • -ba, come in Alba, Norba;
  • -sa, -ssa, come in Alsa, Suasa, Suessa, Issa;
  • -ca, come in Benacus (Benaca), Numicus (Numica);
  • -na, come in Artena, Arna, Dertona, Suana;
  • -ma, come in Auxuma, Ruma, Axima, e forse anche Roma;
  • -ta, -sta, come in Asta, Segesta, Lista;
  • -i, come Corioli, Volci o Volsei.

I Capi più importanti[modifica | modifica sorgente]

Kokalos[modifica | modifica sorgente]

Non si è certi della "siculità" del re Kokalos, in quanto gli storici ci danno su di lui informazioni contrastanti[3]. Conone dice che Minosse venne in "Sicania" presso Kokalos, qualificandolo però come "re dei Siculi", e Diodoro[68] lo definisce "re sicano".

Da quanto ci dicono Erodoto, Eforo, Filisto, Callimaco, Eraclide Lembos, Conone, Strabone e Diodoro, sappiamo che fu re di una popolazione siciliana, che aveva la sua capitale nella città di Kamikos, e che lui o le sue figlie uccisero a tradimento Minosse (o "Minoa" secondo Eraclide Lembos), giunto in Sicilia alla ricerca di Dedalo.

Questo mito del re Kokalos che uccise Minosse è attestato dalla tradizione storica fino dal V secolo a.C. Diodoro[69] ci dice infatti che Antioco di Siracusa iniziava la storia della Sicilia con il regno di Kokalos; e già una tragedia di Sofocle[70] ed una commedia di Aristofane erano state ispirate al mito di Kokalos.

Italo[modifica | modifica sorgente]

Non si sa con certezza chi fosse Italo e a che popolo appartenesse, poiché le informazioni su di lui sono contrastanti. Alcune fonti gli attestano un ruolo importante nei confronti del popolo siculo: Tucidide[71] lo definisce "uno dei Siculi" il nome del quale avrebbe dato derivazione al nome "Italia", Filisto parla di Italos come del "padre del capo ligure Sikelòs". Mentre Antioco fa riferimento a un Italos "fratello o padre di Siculo o addirittura re dei Siculi". Infine Antioco di Siracusa[72] lo fa re degli enotri, che proprio per il suo nome si sarebbero poi chiamati "itali", ma lo descrive anche padre di Morgete (dicendo che Morgete gli succede). Siculo invece sembra arrivare dal nulla a "dividere le genti" (i Siculi dai Morgeti).

Siculo[modifica | modifica sorgente]

Siculo (o Sikelòs o Siculos), è il presunto Re siculo che avrebbe dato il nome al popolo Siculo e alla Sicilia (Sikelia). La sua figura nella tradizione storiografica rimane costantemente legata alla storia del popolo Siculo che dall'Italia passò in Sicilia, anche nei casi in cui si suppone che il popolo non fosse di Siculi, ma di Ausoni o di Liguri, sempre dello stesso popolo, e dello stesso re si parla. Antioco di Siracusa parla di un Siculo indistinto che sembra comparire dal nulla per dividere le genti, i Siculi dai Morgeti e dagli Itali-Enotri. Filisto di Siracusa, riportato da Dionigi di Alicarnasso[36] dice che le genti le quali passarono dall'Italia in Sicilia sarebbero state in realtà dei Liguri condotti da Sikelòs figlio di Italos. Servio[73] dice che la città da lui chiamata "Laurolavinia" sorse dove già abitava "Siculos". Dionigi di Alicarnasso[15] riporta la testimonianza di Ellanico di Mitilene, secondo il quale Sikelòs sarebbe stato re degli Ausoni e avrebbe dato il nome all'isola. Infine Antioco di Siracusa ci dice che Sikelòs sarebbe stato fratello o figlio di Italos e proveniente da Roma presso il Re Morgetes degli Enotri.

Hyblon[modifica | modifica sorgente]

Re Hyblon è ricordato da Tucidide nel VI libro de La guerra del Peloponneso per aver concesso ai Megaresi, scacciati prima da Leontinoi e poi da Thapsos, la terra per fondare la loro città, e anzi pare ce li abbia condotti di persona. E per ricambiare il favore i Megaresi fuoriusciti diedere il nome di "Megara Hyblaea" alla città in onore di Re Hyblon[74].

Re Hyblon è ricordato come l'ultimo Re del Regno Siculo di Hybla (recentemente identificata in Pantalica), egli fece strenua resistenza ai progetti egemonici di Siracusa. Il sostegno ai Megaresi appena citato, ad esempio, è parte del gioco di alleanze che Hyblon aveva studiato per contrastare Siracusa. Siracusa era al momento sotto influenza di Corinto, storica nemica di Megara, così Hyblon fece in modo che il conflitto fra le due città greche si ripetesse parallelamente anche in Sicilia. Ma servì a poco: prima i Siracusani (Corinzi) presero Ortigia, poi, molti anni dopo Gelone di Gela, prese sia Siracusa che Megara Hyblaea conquistando così l'intera Sicilia Orientale.

Ducezio[modifica | modifica sorgente]

Ducezio nacque nel 488 a.C. nei pressi di Nea (Noto)[75] oppure a Mene (o Menaion in greco, l'odierna Mineo)[76]. Ducezio aveva dimostrato le sue doti di generale già quando aveva partecipato all'assedio di Etna a fianco dei Siracusani contro Dinomene costringendo la popolazione a fuggire, e a rifugiarsi sui monti ad est di Centuripe, ad Inessa ribattezzata Etna.
È dopo questo episodio che ha inizio il "momento di Ducezio", ossia il ventennio circa (tra il 461 e il 440 a.C.) in cui egli dominò lo scenario militare e politico della Sicilia Orientale, questo "momento" è stato anche definito da F. Cordano " il momento della migliore autocoscienza dei Siculi".

L'importanza che le alleanze sicule avevano avuto per le colonie greche in vari conflitti, insieme al quadro politico fosco in Sicilia centro Orientale con Trasibulo a Syrakos e Trasideo ad Akragas che da Diodoro furono definiti "violenti e assassini", iniziarono ad alimentare l'idea, in molti siculi e in Ducezio, che fosse il momento buono per liberarsi dall'oppressione greca, e che il popolo siculo, forte dei successi militari ottenuti nel passato recente a fianco di eserciti sicilioti, riaffermasse la supremazia sulla propria terra. Nel 459 a.C. ricostruì. Così dal 460 a.C. fu Re dei siculi, e tra il 460 a.C. e il 453 a.C. fondò e ricostruì varie città quali Menai e Palikè.

Nel 450 a.C. venne però sconfitto a Nomai (forse in provincia di Agrigento) e successivamente a Motyon (vicino San Cataldo). Fu infine esiliato a Corinto. Nel 444 a.C. rientrò in Sicilia con un gruppo di coloni Corinzi e fondò Kalè Aktè su incarico di un oracolo (forse quello di Dodona), presso l'odierna Caronia; lì morì quattro anni dopo, nello stesso anno della distruzione di Palikè.

Nella narrazione diodorea il "momento di Ducezio" è diviso in due parti e in due libri differenti: si dipana più consistente nella parte finale del libro XI[77], dove si collocano, a partire dall'anno 461/60 gli episodi esaltanti della rapida conquista. Nella parte iniziale del libro XII invece, trova posto l'esilio di Ducezio e il suo ritorno in Sicilia per la fondazione di Kale Akte[78], quindi la sua morte e la riconquista siracusana dei centri siculi sino alla caduta di Trinakrie[79].

Le città più importanti[modifica | modifica sorgente]

Kalè Akté[modifica | modifica sorgente]

Riguardo alla fondazione di Kale Akte (Calatte), Diodoro è la sola nostra fonte sull'episodio e ne fornisce notizia in due diversi luoghi del libro XII della Bibliotheke: a 8, 2 e a 29, 1.[80] Pare che Ducezio, in esilio a Corinto, dopo la sconfitta del 450 a.C., avesse ricevuto l'incarico, non si sa bene da quale Oracolo (Anna Maria Prestianni Giallombardo teorizza per una serie di motivi che sia l'Oracolo di Dodona), di fondare Kalè Aktè, o forse di popolare la "bella costa" in Sicilia. Così con un gruppo di coloni Corinzi tornò in Sicilia nel 444 a.C. e fondò Kalè Aktè, l'ultima città di fondazione sicula, nella quale egli morì quattro anni dopo nel 440 a.C.

Kamikos[modifica | modifica sorgente]

Della città di Kamikos sappiamo[81] che essa sarebbe stata la città capitale del regno di Kokalos[3], avrebbe ospitato Dedalo e poi Minosse, il quale però avrebbe incontrato, proprio in questo luogo, la morte per mano del re Kokalos o delle sue figlie.
La natura sicula o sicana della città dipende dalla natura del regno di Kokalos, ma anche quella di quest'ultimo non è accertabile con chiarezza, a causa delle contrastanti informazioni lasciateci dagli storici.

Riguardo all'ubicazione della città, Paolo Enrico Arias[82] propone che essa sia vicina ad Agrigento ma senza certezze; però aggiunge che il Bérard pensa che essa possa essere nei pressi di Sant'Angelo Muxaro, teoria che troverebbe riscontro in due fatti:

  1. la località si trova su di un fiume, come ci dicono le fonti antiche;
  2. l'Orsi vi ha rinvenuto un genere di ceramica di chiara impronta rodio-cretese, quanto mai importante e non frequente in quella parte della Sicilia.

Menai[modifica | modifica sorgente]

Fondata o ricostruita secondo le fonti da Ducezio[83] nel 459 a.C. nel sito di un antico villaggio indigeno nei pressi di un importante santuario non-ellenico col nome di Menai (o "Menaion" in Greco e "Mene" in Latino), sarebbe stata anche il luogo in cui lo stesso Ducezio sarebbe nato nel 488 a.C. Con la sconfitta del condottiero Siculo da parte dei Siracusani nel 450 a.C. la città perde la sua centralità.

Morgantina[modifica | modifica sorgente]

Secondo la leggenda[84] un gruppo di Morgeti (quei "siculi" che, secondo quanto dice Antioco Morgete anziché Siculo) guidato dal mitico re Morges (Morgete, erede, come Siculo, di Italo, sempre secondo Antioco), fondò nel X secolo a.C. la città di Morgantina (Morganthion) sul colle della Cittadella. Per oltre trecento anni i Morgeti occuparono il luogo, integrandosi con le altre popolazioni affini dell'interno e prosperando grazie allo sfruttamento agricolo della vasta pianura del Gornalunga.
Verso la metà del VI secolo a.C. Greci di origine calcidese giunsero a Morgantina si insediarono nella città convivendo abbastanza pacificamente con i precedenti abitanti, come sembra testimoniare la mescolanza di elementi culturali nei corredi funebri. I coloni calcidesi assimilando la religiosità dei Morgeti trasformarono la Dea Madre nelle loro divinità Demetra e Persefone per come testimoniato dai famosi acroliti teste marmoree complete di mani e piedi con il corpo composto da materiale deperibile risalenti agli anni 525-510 a.C. La città sembra venisse distrutta una prima volta alla fine del secolo, ad opera del tiranno di Gela, Ippocrate. Nel 459 a.C., la città venne presa e distrutta da Ducezio, condottiero dei Siculi, durante la rivolta contro il dominio greco, così come ci racconta Diodoro Siculo nella sua Bibliotheca. La città fu probabilmente in seguito abbandonata come centro abitato.

Palikè[modifica | modifica sorgente]

Palikè venne rifondata da Ducezio nel 453 a.C.[85]. La città fu fondata sull'altura che domina la pianura dove si trovava l'antico santuario dei Palici, divinità indigene ben presto inserite nel pantheon greco. All'età arcaica risalgono le più antiche strutture che si possono attribuire al santuario dei Palici che viene ricostruito con strutture monumentali quali portici e sala da banchetto nel V secolo a.C. probabilmente grazie all'iniziativa di Ducezio, capo siculo che avrebbe fissato la sede della sua lega di città sicule proprio presso il santuario del Palici. Il tempio sarebbe sorto sulle rive mefitiche del laghetto, dove si svolgevano alcuni riti tramite i quali i sacerdoti eseguivano vaticini e ordalie.

Pantalica-Hybla[modifica | modifica sorgente]

Dionisio Mollica nel suo Nel Regno dei Siculi. Pantalica, la Valle dell'Anapo e Sortino parla del centro siculo e propone che il nome Pantalica potrebbe derivare da "Pentelite", che, in età greca, indicava simbolicamente un luogo privo di una funzione urbana. L'identificazione storica più accreditata riconduce Pantalica al Regno di Hybla (anche per la presenza dell'eccezionale Palazzo del Principe unico nel contesto delle costruzioni sicule), anche se in passato si era proposta anche l'identificazione con l'antica città di Erbesso[74]. La civiltà iniziale di Pantalica sarebbe stata Sicana, poi i Sicani avrebbero lasciato il posto ai Siculi fuggendoli verso la parte meridionale ed occidentale dell'isola[86]. Fiorisce la Pantalica dei Siculi che, fra alterne vicende diventerà il più importante abitato della Sicilia Orientale, la Hybla del Regno siculo di Re Hyblon.

Sono in molti gli storici che hanno deciso di identificare Pantalica con l'antica Hybla. Secondo tale ricostruzione, avanzata dall'archeologo francese Francois Villard (e sostenuta in seguito da Bernabò Brea, Tusa ed altri), i Siculi, nel corso dell'insediamento sulle montagne di Pantalica, fondarono Hybla. Con la fine della civiltà sicula a Pantalica (non dovuta a sconfitte militari o annessioni, ma all'emigrazione di massa verso le fiorenti città greche e siciliote), avvenuta tra l'VIII il VII secolo a.C., inizia uno dei periodi più misteriosi e controversi della storia di questa terra. In effetti, se in via di principio sarebbe logico presumere uno stanziamento di civiltà greca a Pantalica, di tale insediamento non esistono prove certe.

I conflitti più importanti[modifica | modifica sorgente]

Contro gli Aborigini e i Pelasgi[modifica | modifica sorgente]

In Dionigi di Alicarnasso leggiamo che i primi aggressori dei Siculi (o Liguri-Siculi), quando essi ancora si trovavano in Italia peninsulare furono i cosiddetti Aborigini che avevano chiamato in loro aiuto i Pelasgi. Questi non riuscirono a sconfiggere totalmente i Liguri-Siculi, i quali però, secondo quanto ci riferisce Ellanico Lesbio in Dionigi[15], infine, stanchi delle aggressioni o non potendo resistere ad esse, avrebbero lasciato il territorio e sarebbero migrati, passando per l'Italia Meridionale, in Sicilia.

Contro gli Egizi[modifica | modifica sorgente]

Volendo prendere per buona la teoria che i Siculi fossero uno dei "Popoli del Mare"[87], possiamo citare fra i conflitti più importanti anche i due attacchi all'Egitto, il primo alla fine della XIX dinastia e il secondo all'inizio della XX. I Siculi avrebbero preso parte al conflitto sotto il regno del faraone Merneptah (o Merneptah / Merneptah) nel 1208 a.C., membri di una coalizione guidata dai libici contro l'Egitto (come ci tramanda la grande iscrizione del tempio di Karnak). I "Shekelesh" che non furono uccisi in battaglia, furono catturati e fatti prigionieri, e il loro popolo fu menzionato sulla stele di Athribis e la colonna del Cairo.

Sotto il regno di Ramses III, nel 1176 a.C., (anno ottavo della Dinastia) nell'iscrizione sulle pareti del tempio di Medinet Habu, i Siculi sono menzionati come membri di una potente confederazione di popolazioni che hanno devastato il regno Hatti, il Cilicia, Carchemish e Arzawa. L'inscrizione termina descrivendo la vittoria del faraone contro la Confederazione.

Contro i Cretesi[modifica | modifica sorgente]

Sempre accettando che Kokalos fosse un re Siculo (e la cosa non è certa), enumerando i conflitti famosi ai quali i Siculi avrebbero preso parte possiamo menzionare il conflitto originato dall'uccisione di Minosse, giunto in Sicilia alla ricerca di Dedalo, per mano di Kokalos o delle sue figlie[3]. Erodoto[88] racconta della ricerca fatta da Minosse dell'eroe Dedalo e della sua morte violenta che si tentò di vendicare con una spedizione cretese; Callimaco allude all'origine cretese di Minoa ed alla morte di Minosse per opera delle figlie di Kokalos; Minosse sarebbe stato ucciso secondo Conone[89] dalle figlie di Kokalos e per questo sarebbe scoppiata una guerra tra Cretesi e Siculi, per la quale i primi, vinti, sarebbero fuggiti sulle coste della Puglia assumendo il nome di Iapigi e ripartendo più tardi per la Macedonia, oppure secondo Diodoro[68] sarebbero rimasti in Sicilia fondando Minoa in onore del loro eroe.

Resistenza contro i coloni di Syrakos[modifica | modifica sorgente]

Re Hyblon[74] si era proposto come la testa di ponte che avrebbe dettato le regole dell'insediamento greco nella costa orientale dell'Isola, e dove l'intesa decadde e venne meno (e fallì a due passi dal pacifico insediamento in Megara: a Siracusa) si ebbe un conflitto armato. Siracusa (presa da nobili esuli di Corinto) aggredì e sottomise i Siculi di Ortigia; i Corinzi erano al contempo nemici dei Megaresi, pacifici ospiti di Hyblon. Hyblon aveva cercato di riproporre in Sicilia il contrasto in vigore in Grecia tra Corinto e Megara per sconfiggere i Sicusani con l'aiuto dei Megaresi.

Dopo la conquista del piccolo sito commerciale di Ortigia si ebbe una vera fondazione di città, Siracusa, nel secolo VIII (si ricostruirono tre date: 756, 733, 710 a.C.) e fu retta da un governo aristocratico fino al V secolo a.C., quando subì la stessa sorte di Corinto - con circa un secolo di ritardo - per l'agire di Gelone, già tiranno di Gela.

Megara Iblea transita anch'essa sotto tirannide nel 480 a.C. per l'agire di Gelone di Siracusa (già tiranno di Gela) che, alleato col fratello Gerone di Gela e col suocero Terone di Agrigento, conquistò l'intera Sicilia Orientale (che altro non è che il perduto regno di Iblone) fino a Catana, Etna e Adrano.

Contro i Sicilioti di Etna, Syrakos e Akragas[modifica | modifica sorgente]

I siculi di Ducezio[90] furono protagonisti di una grande campagna contro praticamente tutti i grossi centri Sicilioti della Sicilia Centro-Orientale. Già qualche anno prima gli eserciti siculi erano risultati vittoriosi nella coalizione di Siculi di insorti Siracusani e di Akragas, Gela, Selinunte e Imera contro Trasibulo di Siracusa, riuscendo a rovesciare il tiranno. Tra il 466 a.C. e il 461 a.C. i Siculi di Ducezio fecero parte di una coalizione Siculo-Siracusana contro Etna, governata allora da Diomene. La vittoria della coalizione costrinse la popolazione di Etna a fuggire, rifugiandosi sui monti ad est di Centuripe ad Inessa che fu allora ribattezzata "Etna".

Successivamente Ducezio, forte della recente vittoria militare e del malcoltento siculo per la secolare oppressione greca, si erse a capo di una lega sicula divenendo praticamente il Re dei Siculi. Nel 460 a.C. conquistò Etna-Inessa, nel 459 a.C. ricostruì Mene (Menaion in greco) e distrusse Morgantina. Nel 453 a.C. fondò Palikè e ne fece la capitale del suo stato. Poi conquistò anche Agnone, ma nel 452 a.C. "Syrakos" e "Akragas" gli dichiararono guerra scendendo in campo a fianco delle colonie greche. Nel 450 a.C. venne sconfitto a Nomai e successivamente a Motyon e fu quindi esiliato a Corinto.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Dionigi di Alicarnasso (Ρωμαικη αρχαιολογία [Antichità romane] 1, 9, 1).
  2. ^ G. Micali, Storia degli antichi popoli italiani, Milano 1836.
  3. ^ a b c d e f g h Paolo Enrico Arias, "Problemi sui Siculi e sugli Etruschi", Catania, Crisafulli Editore, 5 aprile 1943.
  4. ^ Tucid., Storie, IV, 2
  5. ^ V,6,3-4
  6. ^ Plinio, Naturalis Historia 3,5.
  7. ^ Virgilio, Eneide 7,95
  8. ^ F. Martelli, Le antichità de Sicoli, primi e vetustissimi abitatori del Lazio e della provincia dell’Aquila, Aquila 1830.
  9. ^ Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I 9.1
  10. ^ Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I 21.1
  11. ^ Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I 21.2
  12. ^ G. Boni, in Notizie degli scavi di antichità, 1903.
  13. ^ L. Pigorini, Avanzi umani e manufatti litici coloriti dell’età della pietra, in «Bullettino di paletnologia italiana», 6, 1880, n. 3 e 4, pp. 33-39.
  14. ^ Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I 21.2
  15. ^ a b c d I,22
  16. ^ a b c d e f g h Giacomo Tropea, Rivista di Storia antica e Scienze affini, "Gli Studi Siculi di Paolo Orsi", Messina, D'Amico, 1895, Anno I, n.2.
  17. ^ l'unico lavoro esistente era vecchio e sorpassato: E. Von Andrian, Praehistorische Studien aus Sicilien, Berlino 1878
  18. ^ FREEMAN, History of Sicily, I p.101,125 segg.; cfr. PATRONI in "L'Anthropologie" VIII pag. 133 segg., Id. La Preistoria Milano 1937 I, pag. 184 segg. e 339 segg.
  19. ^ Basilio Modestov in una memoria del "Journal du ministère de l'Instruction publique à Saint-Petersboug" del 1897 e in Introduction à l'Histoire Romaine, Par 1907 pag. 128 segg., dopo aver esaminato le fonti che affermano l'esistenza dei Siculi nel Lazio (Virg. Aen. VII, 795; Varrone, de l. l. V, 101 ecc.) sorvola sul passaggio dei Siculi in Sicilia ammettendo che esso sia avvenuto sotto la pressione dei diversi popoli quali gli Opici gli Enotri gli Iapigi, e che esso abbia avuto luogo in Sicilia alla fine dell'epoca neolitica andando incontro alla periodizzazione dei reperti archeologici che vorrebbero il I periodo siculo in età eneolitica.
  20. ^ Arte e Civiltà della Sicilia antica, Roma 1935 I, pag. 142 e segg.
  21. ^ VI,3
  22. ^ Dion. Hal. IX, 9 1-4; I, 16, 5
  23. ^ a b V,101
  24. ^ ad Aen. III, 500
  25. ^ 321
  26. ^ Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, III, 56.
  27. ^ II,8
  28. ^ Nat. Hist. III, 69
  29. ^ Aen. VII, 795; VIII, 328 XI, 317
  30. ^ N. A. I, 10
  31. ^ I,5,1
  32. ^ a b G. Sergi, Piccola Biblioteca di Scienze Moderne, "Da Albalonga a Roma. Inizio dell'incivilimento in Italia, ovvero Liguri e Siculi", Torino, Fratelli Bocca Editori, Tipografia Silvestrelli & Cappelletto, 1934
  33. ^ Steph. Byz. pag.565-68 s.v. Σικελία
  34. ^ XIV,37-38
  35. ^ G. Sergi,Piccole Biblioteche di Scienze Moderne:"Da Albalonga a Roma, Inizio dell'incivilimento in Italia, ovvero Liguri e Siculi", Torino, F.lli Bocca Editori, Tipografia Silvestrelli&Cappelletto, 1934 pag. 3 e segg.
  36. ^ a b I,32
  37. ^ Ad Aen., I,9
  38. ^ G. Sergi, Piccola Biblioteca di Scienze Moderne, Da Albalonga a Roma. Inizio dell'incivilimento in Italia, ovvero Liguri e Siculi, Torino, Fratelli Bocca Editori, Tipografia Silvestrelli & Cappelletto, 1934
  39. ^ Aen, VIII, 330-2
  40. ^ Aen., VII, 30-2
  41. ^ Aen., VIII, 64
  42. ^ Carm., I, 2
  43. ^ N.H., III, 13[18]
  44. ^ Strab. IV
  45. ^ cfr. [1]
  46. ^ Jean Faucounau, Les Peuples de la Mer et leur Histoire, Éditions L'Harmattan, 2003 (ISBN 978-2-7475-4369-9)
  47. ^ Jean-Jacques Prado, L'Invasion de la Méditerranée par les Peuples de l'Océan - XIIIe siècle avant Jésus-Christ, Éditions L'Harmattan, 1992 (ISBN 978-2-7384-1234-8)
  48. ^ (EN) James Henry Breasted, Ancient Records of Egypt: Historical Documents from the Earliest Times to the Persian Conquest, collected, edited, and translated, with Commentary. (5 volumes), University of Chicago Press, Chicago, 1906–1907 (réimpr. 2001: University of Illinois Press)
  49. ^ a b c d e f Rosa Maria Albanese Procelli, "Sicani, Siculi, Elimi. Forme di identità, modi di contatto e processi di trasformazione", Milano, Longanesi & C., 2003
  50. ^ Diod. V,9
  51. ^ I graffiti di Caratabia
  52. ^ V,6,2
  53. ^ http://blia.it/archeologia/orsi1926.pdf
  54. ^ V, 19,22 e 19,30
  55. ^ culti miti e leggende dell'antica sicilia - Palici
  56. ^ Aen. IX, 845 e segg.
  57. ^ XI, 89
  58. ^ V, 406
  59. ^ IX, 585
  60. ^ Hesperìa, 16: Studi sulla grecità di occidente, "Il Guerriero di Castiglione di Ragusa, Greci e Siculi nella Sicilia sud-orientale", a cura di Lorenzo Braccesi, Roma, "L'ERMA" di BRETSCHNEIDER, 2002
  61. ^ Una tesi però respinta da alcuni studiosi, in particolare da Vittore Pisani.
  62. ^ Adrano - CT siculina
  63. ^ Enrico Caltagirone, La lingua dei siculi, Marna, 2003
  64. ^ E. Wikén, Die Kunde der Hellenen von dem Lande und den Wolkern der Apenninenhalbinsel bis 300 v. Chr, Lund 1937 pagg 62 segg.
  65. ^ Paolo Enrico Arias, "Problemi sui Siculi e sugli Etruschi", Catania, Crisafulli Editore, 5 aprile 1943
  66. ^ "Da Albalonga a Roma, Inizio dell'incivilimento in Italia ovvero Liguri e Siculi"
  67. ^ G. Sergi, Piccola Biblioteca di Scienze Moderne, "Da Albalonga a Roma. Inizio dell'incivilimento in Italia, ovvero Liguri e Siculi", Torino, Fratelli Bocca Editori, Tipografia Silvestrelli & Cappelletto, 1934
  68. ^ a b IV, 76-80
  69. ^ XII, 71, 2
  70. ^ Soph. apd. Athen III, 86, C; IX, 388 E
  71. ^ Storie,Libro IV, cap 2
  72. ^ Dionigi di Alicarnasso 1,12
  73. ^ Ad Aen., I, 9
  74. ^ a b c Dionisio Mollica, Nel regno dei siculi. Pantalica e la valle dell'Anapo e Sortino, Sortino (SR), Flaccavento, Tipolitografia Tumino, 1996
  75. ^ (Diodoro Siculo, Bibliotheca, XI)
  76. ^ C. Tamburino Merlini, Cenni storico-critici delle antiche famiglie, degli uomini illustri e de’ più rinomati scrittori di Mineo, Stamperia G. Musumeci-Papale, Catania, 1846.
  77. ^ 76, 3; 78, 5; 88, 6; 90,1; 91, 1-4; 92, 1-4
  78. ^ 12, 8, 2
  79. ^ 12, 29, 1
  80. ^ Documento [collegamento interrotto]
  81. ^ Diodoro Siculo IV, 76-80
  82. ^ Problemi sui Siculi e sugli Etruschi" Catania, Crisafulli Editore, 1943 pag. 19
  83. ^ (Diodoro Siculo, Bibliotheca, XI 91, 2)
  84. ^ (Strabone VI, 257 e 270)
  85. ^ (Diodoro Siculo, Bibliotheca, XI)
  86. ^ Tucidide IV, 2
  87. ^ Egypt: Who Were the Sea People
  88. ^ VII, 160-171
  89. ^ Narrat. XXV
  90. ^ (Diodoro Siculo, Bibliotheca, XI)

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Monografie[modifica | modifica sorgente]

  • G. Sergi, Piccola Biblioteca di Scienze Moderne, "Da Albalonga a Roma. Inizio dell'incivilimento in Italia, ovvero Liguri e Siculi", Torino, Fratelli Bocca Editori, Tipografia Silvestrelli & Cappelletto, 1934.
  • Paolo Enrico Arias, "Problemi sui Siculi e sugli Etruschi", Catania, Crisafulli Editore, 5 aprile 1943.
  • Roberto Bosi, "L'Italia prima dei Romani", Milano, Gruppo editoriale Fabbri, Bompiani, Sonzogno, Etas SpA, 1989.
  • Carmine Ampolo, "Italia omnium terrarum parens : la civiltà degli Enotri, Choni, Ausoni, Sanniti, ucani, Brettii, Sicani, Siculi, Elimi",Milano, Libri Scheiwiller, 1989.
  • Dionisio Mollica, Nel regno dei siculi. Pantalica e la valle dell'Anap,o e Sortino, Sortino (SR), Flaccavento, Tipolitografia Tumino, 1996. ISBN/ISSN/EAN 10058
  • Hesperìa, 16: Studi sulla grecità di occidente, "Il Guerriero di Castiglione di Ragusa, Greci e Siculi nella Sicilia sud-orientale", a cura di Lorenzo Braccesi, Roma, "L'ERMA" di BRETSCHNEIDER, 2002. ISBN 88-8265-163-0
  • Rosa Maria Albanese Procelli, "Sicani, Siculi, Elimi. Forme di identità, modi di contatto e processi di trasformazione", Milano, Longanesi & C., 2003. ISBN 88-304-1684-3
  • (FR) Jean Faucounau, Les Peuples de la Mer et leur Histoire, Éditions L'Harmattan, 2003. ISBN 978-2-7475-4369-9
  • (FR) Jean-Jacques Prado, L'Invasion de la Méditerranée par les Peuples de l'Océan - XIIIe siècle avant Jésus-Christ, Éditions L'Harmattan, 1992. ISBN 978-2-7384-1234-8
  • (EN) James Henry Breasted, Ancient Records of Egypt: Historical Documents from the Earliest Times to the Persian Conquest, collected, edited, and translated, with Commentary. (5 volumes), University of Chicago Press, Chicago, 1906 – 1907 (réimpr. 2001: University of Illinois Press).

Saggi[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]