Fronte italiano (1915-1918)

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Fronte italiano
Dall'alto a sinistra: soldati austroungarici appostati sulla vetta dell'Ortles, autunno 1917; l'obice Skoda da 305 mm che distrusse il Forte Verena e il Forte Campolongo, giugno 1915-maggio 1916; soldati italiani sul Monte Paterno, 1915 circa; soldati italiani in trincea sul Carso intenti a lanciare una granata, 1917 circa; aerei tedeschi scaricati da un treno nella stazione di Dobbiaco, 1915
Dall'alto a sinistra: soldati austroungarici appostati sulla vetta dell'Ortles, autunno 1917; l'obice Skoda da 305 mm che distrusse il Forte Verena e il Forte Campolongo, giugno 1915-maggio 1916; soldati italiani sul Monte Paterno, 1915 circa; soldati italiani in trincea sul Carso intenti a lanciare una granata, 1917 circa; aerei tedeschi scaricati da un treno nella stazione di Dobbiaco, 1915
Data 24 maggio 1915 - 4 novembre 1918
Luogo Alpi e Prealpi italiane orientali, pianura veneto-friulana
Esito Vittoria italiana
Modifiche territoriali Dissoluzione dell'Impero austro-ungarico
Annessione all'Italia di Venezia Giulia, Venezia Tridentina e Zara
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
5.000.000 8.000.000
Perdite
651.000 morti
953.886 feriti[1]
404.000 morti
1.207.000 feriti[2]
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Il fronte italiano (in tedesco Italienfront o Gebirgskrieg, "guerra di montagna") comprende l'insieme delle operazioni belliche combattute tra il Regno d'Italia e i suoi Alleati contro le armate di Austria-Ungheria e Germania, nel settore compreso tra il confine con la Svizzera e le rive settentrionali del Golfo di Venezia, parte dei più ampi eventi della prima guerra mondiale.

Queste operazioni si svolsero nell'Italia nord-orientale, lungo le frontiere alpine e il fronte del fiume Isonzo, a partire dal 23 maggio 1915, giorno di dichiarazione di guerra italiana all'Austria-Ungheria. Il conflitto, conosciuto in Italia anche con il nome di "guerra italo-austriaca"[3], o "quarta guerra di indipendenza"[4], vide il Regno d'Italia impegnato a fianco delle forze della Triplice Intesa contro gli Imperi centrali e in particolare contro l'Austria-Ungheria, dalla quale avrebbe potuto acquisire il Welschtirol (l'attuale Trentino), Trieste e altri territori quali il Sud Tirolo, l'Istria e la Dalmazia.

Nonostante l'Italia intendesse sfruttare l'effetto sorpresa per condurre una veloce offensiva, volta ad occupare le principali città austriache, il conflitto si trasformò ben presto in una sanguinosa guerra di trincea, simile a quella che si stava combattendo sul fronte occidentale.

Con la vittoria italiana nella battaglia di Vittorio Veneto il 30 ottobre 1918 l'Impero austro-ungarico chiese e siglò l'armistizio di Villa Giusti, che entrò in vigore il 4 novembre.

Premesse[modifica | modifica wikitesto]

Con la fine della guerra di Crimea, combattuta vittoriosamente da Impero ottomano, Francia, Gran Bretagna e Regno di Sardegna contro l'Impero russo, si riunì nella capitale francese il congresso di Parigi, nel quale il Presidente del consiglio del Regno di Sardegna Cavour ottenne che per la prima volta in una sede internazionale si ponesse la questione italiana. All'unità d'Italia Napoleone III fu sentimentalmente favorevole, come lo era - senza sentimento - anche la Gran Bretagna, poiché un'Italia unita avrebbe potuto contrastare la potenza francese. In un tumultuoso precipitare degli eventi, nel 1861 nacque il Regno d'Italia, proprio mentre nasceva la Germania unita sotto l'Impero degli Hohenzollern, ed emergevano nuove potenze quali Stati Uniti d'America e Giappone. Il predominio mondiale della triade anglo-franco-russa nel 1870 poteva dirsi concluso, ma non erano concluse le pretese delle potenze europee in Africa[5].

Gran Bretagna, Francia e più timidamente anche la Germania, si assicurarono ampie conquiste in Africa, anche l'Italia cercò il suo spazio nel corno d'Africa.[6] Partì così la campagna d'Eritrea, in un clima di ottimismo che venne stroncato durante la battaglia di Adua, dove, all'alba del 1º marzo 1896, i 15.000 soldati del generale Oreste Baratieri vennero travolti dagli oltre 100.000 guerrieri di Menelik II[7]. Le politiche aggressive degli stati europei sfociarono in vari conflitti localizzati, riguardanti le colonie, ma andava comunque crescendo l'inquietudine di un conflitto generalizzato, che avrebbe coinvolto le maggiori potenze in uno scontro all'ultimo sangue.

Iniziò così la corsa alle alleanze; nel 1882 Otto von Bismarck allargò l'alleanza fra la Germania e gli Asburgo, all'Italia, nel tentativo di spegnere nei francesi ogni velleità di rivincita per la sconfitta patita nel 1870. L'alleanza fu pensata anche in senso anti russo, sbarrando allo zar ogni possibilità di aprirsi nel Mediterraneo. Ciò comportò un'alleanza tra Francia e Russia nel 1893 alla quale si aggiunse dodici anni dopo la Gran Bretagna[8]. Una nuova tornata di conflitti locali fu innescata nel 1911 dall'Italia con l'impresa libica, che porterà l'Impero Ottomano a lasciare la presa in Libia e nelle terre balcaniche, rendendo così meno stabile l'Impero austro-ungarico nei Balcani, regione in cui stava sempre più delineandosi l'irredentismo slavo, appoggiato dalla Russia, con ambizioni di destabilizzare l'Impero asburgico. Scoppiarono quindi le guerre balcaniche del 1912 e 1913 faticosamente placate dall'intervento austriaco[9]. Fu proprio questo fervore nazionalistico che il 28 giugno 1914 sfociò nell'attentato di Sarajevo, e provocò la successiva crisi diplomatica, che portò allo scoppio del conflitto che insanguinò l'Europa per i quattro anni successivi[10].

La neutralità italiana[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi neutralità italiana (1914-1915).
Vignetta satirica sulla neutralità italiana: Vittorio Emanuele al centro assiste al tiro alla fune fra Imperi Centrali a destra e le nazioni dell'Intesa a sinistra.

Dopo l'attentato di Sarajevo, Austria-Ungheria e Germania decisero di tenere all'oscuro delle loro decisioni l'Italia, in considerazione del fatto che l'articolo 7 del trattato della Triplice alleanza avrebbe previsto, in caso di attacco austro-ungarico alla Serbia, l'obbligo di prevedere compensi territoriali per l'Italia[11]. Il 24 luglio Antonino di San Giuliano, ministro degli Esteri italiano, prese visione dei particolari dell'ultimatum alla Serbia. Il ministro protestò violentemente con l'ambasciatore tedesco a Roma, dichiarando che se fosse scoppiata la guerra austro-serba, sarebbe derivata da un premeditato atto aggressivo di Vienna. Pertanto l'Italia non avrebbe avuto l'obbligo, dato il carattere difensivo della Triplice alleanza, di aiutare l'Austria, anche nel caso in cui la Serbia fosse stata soccorsa dalla Russia[12].

La decisione ufficiale e definitiva della neutralità italiana fu presa nel Consiglio dei ministri del 2 agosto 1914 e fu diramata il 3 mattina. Diceva: «Trovandosi alcune potenze d'Europa in istato di guerra ed essendo l'Italia in istato di pace con tutte le parti belligeranti, il governo del Re, i cittadini e le autorità del Regno hanno l'obbligo di osservare i doveri della neutralità secondo le leggi vigenti e secondo i princìpi del diritto internazionale. [..]»[13].

La neutralità ottenne inizialmente consenso unanime, tuttavia il brusco arresto dell'offensiva tedesca sulla Marna suscitò i primi dubbi sulla invincibilità tedesca. Movimenti interventisti andarono formandosi nell'autunno 1914, fino a raggiungere una consistenza non trascurabile appena pochi mesi dopo. Gli interventisti, in particolare, additavano la diminuzione della statura politica incombente sull'Italia, se fosse rimasta spettatrice passiva: i vincitori non avrebbero dimenticato né perdonato, e se i vincitori fossero stati gli Imperi Centrali, si sarebbero anche vendicati della nazione che accusavano traditrice di un'alleanza trentennale[14].

Secondo gli interventisti, questa guerra avrebbe vendicato tutte le sconfitte e le umiliazioni del passato, da Adua, Custoza e Lissa fino a Federico Barbarossa, Alarico e Brenno, e avrebbe permesso di completare l'unità d'Italia con l'annessione delle terre irredente, terre che tra l'altro l'Intesa avrebbe assicurato all'Italia se si fosse schierata al suo fianco[15]. Alla fine del 1914 il nuovo ministro degli Esteri Sidney Sonnino iniziò le trattative con entrambe le parti, per ottenere i maggiori compensi possibili, e il 26 aprile 1915 concluse le trattative segrete con l'Intesa mediante la firma del patto di Londra, con il quale l'Italia si impegnava a entrare in guerra entro un mese[16]. Il 3 maggio successivo la Triplice alleanza fu denunciata e fu avviata la mobilitazione; il 23 maggio infine l'Italia dichiarò guerra all'Austria-Ungheria ma non alla Germania, con cui il governo Salandra sperava di non rompere del tutto[15].

La situazione del Regio Esercito[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Ordinamento del Regio Esercito nella prima guerra mondiale.

Nel periodo tra l'estate del 1910 e l'agosto del 1914 il Regio Esercito italiano fu sottoposto a una vasta opera di riorganizzazione e ampliamento degli organici con l'ordinamento Spingardi (dal nome del suo ideatore, il ministro della Guerra Paolo Spingardi). Il nuovo ordinamento, che prevedeva l'ampliamento dei reggimenti alpini e delle unità di artiglieria e cavalleria, portò la forza dell'esercito in tempo di pace da 240.000 a 270.000 unità. Allo scoppio del conflitto, compreso nel biennio 1914-1915, la forza dell'esercito si era stabilita intorno ai 275.000 uomini con 14.000 ufficiali, e in caso di mobilitazione i piani prevedevano l'utilizzo del contingente annuo di leva di 1ª categoria delle 19 classi incorporate tra il 1896 e il 1914, che avrebbe fornito circa 1.335.000 uomini, a cui si sarebbero aggiunti circa 200.000 uomini della 2ª categoria, le cui classi dal 1909 avevano iniziato il periodo obbligatorio di istruzione militare[17][18]. Con una circolare del 14 dicembre 1914, il Comando del Corpo di Stato Maggiore ordinò la creazione di 51 reggimenti di fanteria, che avrebbero dovuto unirsi ai 48 già esistenti. A fine agosto 1914 l'evoluzione politica e militare europea suggerì di anticipare i tempi mobilitando le truppe avvicinandole ai confini, e mettendo in movimento le unità di fanteria, seppur molte di esse erano ancora in fase di approntamento[19]. Il 4 maggio 1915 furono completati i provvedimenti necessari per portare l'esercito in ordine di battaglia, e vennero mobilitati in tutto 23.039 ufficiali, 852.217 militari di truppa e 9.163 civili. Il re Vittorio Emanuele III era nominalmente il comandante in capo, ma a esercitare il comando era Cadorna, mentre il sovrano avrebbe svolto soprattutto un ruolo di mediatore tra il capo di stato maggiore e il governo di Roma. L'Italia entrò in guerra schierando quattro armate, quattordici corpi d'armata e trentacinque divisioni di fanteria, una di bersaglieri, quattro divisioni di cavalleria e 467 batterie di artiglieria da campagna con circa 2.000 tra cannoni e obici. Il 22 maggio ci fu un'ulteriore passo nella mobilitazione che portò la forza in armi a 1.339.000 uomini, richiamando le classi dal 1894 al 1896[20][21].

Ma se per quanto riguarda gli uomini fu possibile raggiungere in tempi relativamente brevi gli organici previsti, ben più difficile sarebbe stato rimediare alla mancanza di mitragliatrici. Con le 618 armi tipo Maxim-Vickers mod. 1911 disponibili al momento dell'entrata in guerra, fu possibile allestire solo 309 sezioni delle 612 previste, e solo nel 1916, con l'acquisto di mitragliatrici dalla Francia e con la produzione su larga scala della FIAT-Revelli Mod. 1914, la fanteria ebbe in dotazione armi automatiche a sufficienza[22]. Allo scoppio delle ostilità, l'esercito italiano era ben lontano anche nel numero minimo di mitragliatrici richieste per poter assegnare una sezione di due armi a ciascun battaglione di fanteria di linea, di granatieri, di bersaglieri e di alpini[23].

Altra fonte di preoccupazione era la consistenza delle dotazioni di pezzi d'artiglieria e armi per la dotazione personale, intaccate in maniera considerevole per far fronte alle esigenze in Libia. Se i fucili e i moschetti Carcano-Mannlincher mod. 1891 erano sufficienti per armare l'esercito regolare, lasciando i vecchi Vetterli-Vitali Mod. 1870/87 alla Milizia Territoriale, più critica era la situazione delle artiglierie, in particolare di quelle di medio e grosso calibro, in relazione non solo al numero di bocche da fuoco, ma anche delle scorte di munizioni e ai quadrupedi necessari alle batterie[23]. Per ovviare temporaneamente alla mancanza di artiglierie, in attesa che la riconversione industriale desse i suoi frutti, l'esercito avrebbe dovuto mettere mano su tutti i pezzi disponibili, anche se antiquati, con provvedimenti atti a requisire le artiglierie dalle batterie costiere e dalle opere fortificate lontane dalla zona delle operazioni[24].

Il piano strategico italiano[modifica | modifica wikitesto]

Cadorna1.jpg Svetozar boroevic von bojna.jpg
I due generali protagonisti degli scontri sull'Isonzo, a sinistra il generale Luigi Cadorna, capo di stato maggiore dell'esercito dal 27 luglio 1914 all'8 novembre 1917, a destra il generale Svetozar Boroevic von Bojna comandante austroungarico del fronte isontino.

Il piano strategico dell'esercito italiano, sotto il comando del generale Luigi Cadorna, Capo di Stato Maggiore italiano, prevedeva di intraprendere un'azione offensiva/difensiva per contenere gli austro-ungarici nel loro saliente, incentrato sulla città di Trento e sul fiume Adige, che si incuneava nell'Italia settentrionale, lungo il lago di Garda nella regione di Brescia e Verona. Lo scopo era concentrare invece lo sforzo offensivo verso est, dove gli italiani potevano contare a loro volta su un saliente che si proiettava verso l'Austria-Ungheria, poco a ovest del fiume Isonzo. L'obiettivo a breve termine dell'Alto Comando italiano era costituito dalla conquista della città di Gorizia, situata poco più a nord di Trieste, mentre quello a lungo termine, ben più ambizioso e di difficile attuazione se non addirittura "visionario", prevedeva di avanzare verso Vienna passando per Trieste[25].

Nei disegni del generale Cadorna, la guerra contro un nemico già indebolito dalle carneficine del fronte orientale si sarebbe dovuta concludere in breve, con l'esercito italiano vittorioso in marcia su Vienna. Sul fronte italiano furono ammassati circa mezzo milione di uomini, a cui in un primo tempo gli austro-ungarici seppero contrapporre soltanto 80.000 soldati, in parte inquadrati in milizie territoriali, male armate e poco addestrate[26]. Il fiume Isonzo avrebbe costituito quindi il fronte principale, quello che una volta sfondato avrebbe dovuto condurre a Trieste prima e a Vienna poi. Cadorna sognava manovre colossali di tipo napoleonico, con enormi attacchi lungo tutta la linea per dare letteralmente delle "spallate" al sistema nemico e arretrarlo portandolo al crollo[27].

Sul fronte delle Dolomiti gli italiani, fortemente carenti di artiglierie e mitragliatrici destinate soprattutto ad est, avrebbero dovuto attaccare lungo due principali direttrici strategiche: fra le Dolomiti di Sesto e attraverso il col di Lana; queste azioni avrebbero dovuto portare a uno sfondamento in profondità sufficiente per raggiungere la val Pusteria con la sua importante ferrovia e il fondovalle che portava da un lato verso il Brennero e dall'altro nel cuore dell'Austria. Nella parte meridionale del fronte dolomitico, invece, la priorità era l'occupazione della val di Fassa, da dove si sarebbero potute raggiungere Bolzano attraverso il passo Costalunga, oppure addirittura Trento seguendo la valle dell'Avisio. Oltre a questi settori dove si puntava a penetrazioni strategiche, gli italiani attaccarono anche nel cuore del massiccio dolomitico, su creste, lungo canaloni e persino sulle cime, spesso in condizioni svantaggiose dato che gli austro-ungarici occupavano quasi sempre postazioni più elevate, in azioni che ebbero notevoli effetti sul morale delle truppe ma che non mutarono in alcun modo l'andamento bellico del conflitto[28].

La situazione dell'imperial regio esercito[modifica | modifica wikitesto]

Soldati bosniaci di fede musulmana tra le file dell'esercito austro-ungarico. L'eterogeneità dell'esercito asburgico fu uno dei fattori della sua debolezza.

La struttura dell'imperiale e regio esercito austro-ungarico, e il mosaico di istituzioni e diverse nazionalità che lo componevano, rendevano le forze armate asburgiche una struttura molto complicata. Il nucleo centrale delle forze di terra era costituito dall'imperiale e regio esercito, ovvero la kaiserliche und königliche Armee (k.u.k); c'erano poi i due eserciti nazionali, previsti dal compromesso risalente al lontano 1867, l'esercito ungherese Honvéd e quello austriaco Landwehr: il primo era sotto il controllo di Budapest, capitale del regno d'Ungheria, l'altro sotto diretto controllo di Vienna. Vi era poi una moltitudine di milizie territoriali e altri corpi derivati da antiche istituzioni locali, composti principalmente da uomini provenienti dagli stessi territori e dalla stessa lingua madre[29][30].

I circa 450.000 uomini che costituivano l'organico permanente dell'esercito imperiale in tempo di pace furono in gran parte spazzati via nei primi mesi di guerra sul fronte orientale e su quello serbo, obbligando Vienna a fare affidamento interamente su coscritti mobilitati; questi soldati erano sostanzialmente "civili in uniforme", molto più sensibili alle correnti nazionaliste di quanto lo fossero i militari di professione[31]. Circa il 25% della fanteria era composto da tedeschi, il 18% da ungheresi, il 13% da cechi e il restante 45% da un coacervo di una decina di etnie diverse, compresi membri di comunità nazionali in guerra con la stessa Austria-Ungheria come serbi e italiani[31].

Nel maggio 1915, con tutte le annate di abili al servizio già sul fronte orientale, fu ordinata una mobilitazione generale che consentì di radunare quarantasette battaglioni di ragazzi tra i 15 e i 19 anni, che il governo richiamava periodicamente per le esercitazioni premilitari, e uomini di età compresa tra i 45 e i 70 anni, subito inviati di rincalzo alle poche truppe regolari[29]. La maggior parte delle truppe regolari venne schierata sul fronte dell'Isonzo dove gli italiani avrebbero attaccato in forze, ma questo contingente poté ammontare a non più di tre divisioni, per un totale di ventiquattro battaglioni e un centinaio di cannoni, dato che il capo di stato maggiore tedesco Erich von Falkenhayn si rifiutò in un primo tempo di inviare le sette divisioni richieste dal suo omologo austro-ungarico Conrad von Hötzendorf[30]. Il fronte del Trentino venne presidiato prevalentemente dalla gendarmeria tirolese e dagli Standschützen, milizie ausiliari organizzate da secoli nei tradizionali circoli di tiro al bersaglio. Queste truppe avrebbero dovuto fungere da rincalzo, ma per la carenza di truppe regolari, gli Standschützen furono spesso incaricati di presidiare punti pericolosi del fronte, dove rimasero coinvolti in violenti combattimenti[29]. Sempre sul fronte alpino vennero schierati anche i Landesschützen e i Kaiserjäger, corpi formati da personale tirolese e in seguito anche austriaco e boemo, che però allo scoppio delle ostilità erano prevalentemente schierati sul fronte orientale. In questo settore del fronte accorsero in aiuto i tedeschi, che il 26 maggio 1915 inviarono un nutrito contingente del Deutsche Alpenkorps, che diede un grosso aiuto agli austro-ungarici su tutto il fronte alpino fino al 15 ottobre, data in cui venne ritirato dal fronte italiano[32].

Allo scoppio della guerra, il fronte alpino era presidiato solo da un velo di truppe, ma la lentezza della mobilitazione italiana consentì agli austro-ungarici di correre rapidamente ai ripari: se a metà maggio la frontiera con l'Italia era protetta solo da 25.000 uomini, il 24 maggio questa cifra era già salita a 50-70.000 uomini, divenuti 100.000 a fine mese, con l'arrivo di diverse divisioni richiamate dal fronte serbo. A metà giugno, quando iniziarono le "spallate" di Cadorna, lo schieramento austro-ungarico ammontava ormai a 200.000 uomini[33]. Il comando supremo delle forze asburgiche schierate contro gli italiani fu affidato all'arciduca Eugenio, mentre a est il settore dell'Isonzo ricadeva sotto la responsabilità del generale Svetozar Borojević von Bojna.

Le fortificazioni sul confine italo-austriaco[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi fortificazioni austriache al confine italiano.

Gli austro-ungarici predisposero fin da fine Ottocento diverse postazioni difensive al confine con l'Italia, nell'eventualità di una guerra. Il fronte del Tirolo era suddiviso in cinque sezioni dette "Rayon", due delle quali comprendevano le Dolomiti, ma fin dall'inizio delle ostilità la linea del fronte non corrispose a quella del confine politico, giudicato indifendibile dal comando supremo austro-ungarico con le scarse forze disponibili in quel momento[34].

Per contenere l'avanzata italiana, che si riteneva sarebbe stata rapida e decisiva, fu necessario accorciare il fronte, eliminandone per quanto possibile la sinuosità, attestandosi in difesa di zone più favorevoli e attorno alle fortificazioni già esistenti nei passaggi obbligati. Questo significava lasciare agli avversari ampie porzioni di territorio, e gli italiani conquistarono così, senza combattimenti, la conca d'Ampezzo, il comune di colle Santa Lucia e il basso Livinallongo, terre ladine i cui uomini erano arruolati nell'esercito imperiale. Gli austro-ungarici iniziarono la guerra sulla difensiva e vi rimasero per quasi tutta la durata del conflitto; le uniche azioni offensive non ebbero lo scopo di sfondamento, ma solo la conquista di posizioni più favorevoli[35].

Il terreno di scontro[modifica | modifica wikitesto]

Il fronte isontino[modifica | modifica wikitesto]

Il fiume Isonzo con il distrutto Ponte di Salcano e la città di Gorizia sullo sfondo.

Durante i primi anni di guerra fu sul fronte del'Isonzo che si combatterono le battaglie più dure e cruente. Questo fronte, ben meno esteso di quello alpino, assunse fin dall'inizio grande importanza strategica nei piani italiani. Furono riversate sulle rive del fiume Isonzo la maggior parte delle loro risorse nel tentativo di sfondare le difese austro-ungariche, cercando di aprirsi la strada verso il cuore dell'Austria grazie all'urto della 2ª Armata del generale Pietro Frugoni e della 3ª Armata del duca d'Aosta. Dalla conca di Plezzo al monte Sabotino, che domina le basse colline davanti a Gorizia, l'Isonzo scorre tra due ripidi versanti montani, costituendo un ostacolo quasi invalicabile; così, le linee trincerate dei due eserciti dovettero adattarsi all'orografia e alle caratteristiche del campo di battaglia[36].

Gli austro-ungarici, abbandonata la vallata di Caporetto, fronteggiano i reparti italiani su una linea quasi ovunque dominante, che andava dal monte Rombon, passava per il campo trincerato di Tolmino per poi collegare il ripido versante destro del fiume con quello sinistro, in corrispondenza con le trincee del monte Sabotino. Dal Sabotino le trincee austro-ungariche difendevano la città di Gorizia, fino ad oltrepassare nuovamente l'Isonzo, per innestarsi alle quattro cime del massiccio del San Michele e proseguire infine fino al mare lungo il primo ciglione del Carso, passando per località rese famose dalla guerra: San Martino del Carso, monte Sei Busi, Doberdò, e i monti Debeli e Cosich[36].

Invasa già all'inizio del conflitto l'ampia area pedecarsica e occupate Gradisca e Monfalcone, le truppe italiane si attestarono a poca distanza dalle posizioni austro-ungariche. Da una parte e dall'altra del fronte, l'ampio e complesso sistema logistico dei due eserciti occupava molto in profondità il territorio, sequestrando vie di comunicazione, campi, boschi, città e paesi, impiantando comandi, presidi militari, magazzini, depositi, ospedali e cannoni. Da tutte e due le parti del fronte venne evacuata la maggioranza dei civili dalle città e dai paesi a ridosso della linea del fronte. Dalla parte austriaca, l'esodo riguardò in particolare Gorizia, l'Istria e le aree del Carso e del Collio, i cui abitanti vennero sfollati all'interno dell'Impero, in grandi campi profughi. Nei territori occupati dall'esercito italiano furono internati per precauzione molti parroci e autorità austriache, mentre le popolazioni dei paesi prossimi alla zona delle operazioni vennero trasferite in varie località del Regno e in varie città e sperduti paesi dell'Italia meridionale[36].

L'altopiano del Carso era un pessimo luogo dove condurre una guerra di posizione: scavare trincee e camminamenti, senza disporre di perforatrici meccaniche, si rivelò quasi impossibile, visto che sotto un leggero strato di terriccio si trovava della dura roccia calcarea, e il terreno in generale non favoriva dei movimenti rapidi delle truppe; le esplosioni dei proiettili di artiglieria scagliavano in lungo e largo frammenti di roccia che si sommavano all'effetto mortale delle schegge di metallo[37].

Il fronte alpino[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi guerra Bianca.
Il fronte di montagna impegnerà per quasi tutta la durata del conflitto i soldati in una "guerra verticale" combattuta tra le cime delle montagne. In questa foto alcuni alpini in cordata.

Nel maggio 1915 la frontiera tra Italia e l'impero austro-ungarico correva lungo la linea stabilita nel 1866, al termine della guerra che permise all'Italia, seppur sconfitta militarmente, di annettere il Veneto. Era un confine prevalentemente montuoso, che nella sua parte occidentale corrispondeva quasi ovunque con l'attuale limite amministrativo della regione Trentino-Alto Adige. Il punto più basso, appena 65 m s.l.m., era in corrispondenza del Lago di Garda presso Riva. A ovest di questa linea si sfiorano i 4000 m di quota nel massiccio dell'Ortles, mentre a est le quote erano più basse; la Marmolada raggiunge la ragguardevole quota di 3342 m, ma - oltre la zona degli altopiani e la lunga catena del Lagorai - la particolare morfologia delle Dolomiti, priva di lunghe creste continue, imponeva al confine un andamento assai irregolare e con forti e frequenti dislivelli[38].

Le truppe austro-ungariche si trovarono per tutto il periodo dei combattimenti in montagna in una posizione sopraelevata e di vantaggio nei confronti del nemico. In questa foto fanti austriaci armati con una Schwarzlose sul fronte alpino.

Proseguendo verso est, il confine correva lungo la catena delle Alpi Carniche, per poi incontrare le Dolomiti al Passo di Monte Croce di Comelico, e quindi innalzarsi subito in grandi montagne: Croda Rossa di Sesto, Cima Undici, monte Popera, Croda dei Toni fino a toccare le Tre Cime di Lavaredo, dove il confine si abbassava, attraversava la val Rimbon e con un giro contorto lasciava in territorio italiano gran parte di Monte Piana. Sceso a Carbonin, il confine risaliva fino alla cima di Monte Cristallo per poi ridiscendere nella valle dell'Ansiei, lasciando il Passo Tre Croci all'Austria, e attraverso le creste del Sorapis raggiungeva il fondovalle di Ampezzo, a sud di Cortina[38].

Attraverso il Becco di Mezdì e la Croda del Lago, il confine, attraverso il passo Giau, puntava decisamente verso sud fino ad arrivare ai piedi della Marmolada per poi proseguire verso il passo San Pellegrino e lungo la catena del Lagorai - ormai fuori dall'ambiente dolomitico - fino ad arrivare alla sopracitata valle dell'Adige passando per il monte Ortigara, l'altopiano dei Sette Comuni e il Pasubio. Il confine quindi toccava la punta nord del lago di Garda da cui riprendeva la sua corsa verso nord lungo l'odierno confine amministrativo, toccando il monte Adamello, il passo del Tonale e proseguendo fino al massiccio dell'Ortles-Cevedale al confine con la Svizzera[38].

Il terreno roccioso e verticale, le avversità climatiche e le quote determinarono decisamente il modo di condurre le azioni e di programmare le strategie in entrambi gli eserciti. Fin dall'inizio del conflitto i contendenti furono impegnati in una sfida per occupare le posizioni sopraelevate, in una sorta di "gioco" che in breve li portò fino alle cime delle montagne. Camminamenti oggi impegnativi con il bel tempo e con un equipaggiamento leggero, erano normalmente percorsi di notte, con carichi pesantissimi e in ogni condizione climatica. Migliaia di soldati dovettero abituarsi ad un ambiente difficile, con condizioni molto rigide quali: venti fortissimi, temporali, fulmini, bassissime temperature invernali, scariche di pietre e valanghe[39].

In particolare la neve limitava i movimenti, lasciando interi presidi del tutto isolati e aggravando la fame patita dai soldati. Alla ricerca di cibo, uscivano dalle baracche per raggiungere la base più vicina, traversando i ripidi e mortali pendii. In base ad alcune stime, si valuta che sul fronte alpino, per entrambi gli schieramenti, circa due terzi dei morti furono vittime degli elementi, e solo un terzo vittime di azioni militari dirette. In base ad alcune stime, si valuta che sul fronte alpino, per entrambi gli schieramenti, circa due terzi dei morti furono vittime degli elementi, e solo un terzo vittime di azioni militari dirette; tuttavia i primi spesso risultano ignorati e non conteggiati tra i caduti di guerra[40].

Si aprono le ostilità[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi bombardamento navale di Ancona.
Il bombardamento navale di Ancona in una cartolina propagandistica austriaca

All'alba del 24 maggio 1915 le prime avanguardie del Regio Esercito avanzarono verso la frontiera, varcando quasi ovunque il confine con l'ex alleato e occupando le prime postazioni al fronte. All'inizio, la mobilitazione italiana avvenne con lentezza a causa della difficoltà di muovere contemporaneamente più di mezzo milione di uomini con armi e servizi[41]. Vennero sparate le prime salve di cannone contro le postazioni austro-ungariche asserragliate a Cervignano del Friuli che, poche ore più tardi, divenne la prima città conquistata; lo stesso 24 maggio cadde il primo soldato italiano, Riccardo di Giusto. All'alba dello stesso giorno la flotta austro-ungarica bombardò la stazione ferroviaria di Manfredonia, le città di Ancona, Senigallia, Potenza Picena e Rimini senza causare gravi danni, eccetto che nel bombardamento di Ancona; la flotta italiana ebbe successo solo nel bombardamento di Porto Bruno e nell'occupazione di Pelagosa[42].

Nei primi giorni di guerra Cadorna progettò un attacco su tutta la linea del fronte, ma, con solo due dei diciassette corpi d'armata che componevano le sue forze a pieno organico e pronti a muovere, l'azione si sviluppò con estrema lentezza, dando modo agli austro-ungarici di correre ai ripari. La situazione per gli italiani era inoltre aggravata dall'inesperienza dei reparti e da un insufficiente servizio di spionaggio che portò a sovrastimare notevolmente le forze nemiche che avevano davanti[43]. Sul fronte delle Dolomiti la 4ª Armata italiana occupò Cortina il 29 maggio, cinque giorni dopo che gli austro-ungarici l'avevano abbandonata, e poi rimase sulle sue posizioni fino al 3 giugno seguente: l'armata disponeva di una sola batteria di artiglieria pesante e mancava di ogni altro mezzo per poter forzare i reticolati di filo spinato disposti dai difensori[43]; più a ovest, la 1ª Armata occupò alcune posizioni nel Trentino meridionale prima di essere bloccata dalle forti difese austro-ungariche.

Sul fronte del basso Isonzo le avanguardie italiane si mossero a rilento, consentendo agli austro-ungarici di far saltare i ponti principali. Monfalcone fu occupata dalla 3ª Armata il 9 giugno, ma i difensori si attestarono sul vicino monte Cosich che, benché alto solo 112 metri, consentiva di dominare la pianura sottostante. La 2ª Armata avanzò con facilità nell'alta valle dell'Isonzo, prendendo Caporetto il 25 maggio e stabilendo una testa di ponte sulla sponda orientale. Tuttavia, a causa di incomprensioni tra i comandi e ritardi nello spiegamento delle truppe, gli italiani fallirono nella corsa per occupare prima degli austro-ungarici le strategiche posizioni del monte Mrzli e del Monte Nero che difendevano l'accesso a Tolmino. Una serie di attacchi contro il Mrzli tra il 1º e il 4 giugno non portarono a niente, ma il 16 giugno un contingente di alpini riuscì a scalare di notte il Monte Nero conquistandone la vetta con un attacco all'alba. Più a sud, gli italiani presero Plava, a metà strada tra Tolmino e Gorizia, ma gli austro-ungarici si attestarono in una testa di ponte a ovest dell'Isonzo ancorata sulle due vette del monte Sabotino a nord e del Podgora a sud, bloccando l'accesso alla stessa Gorizia; gli scontri andarono poi diradandosi durante la seconda settimana di giugno[44].

Le prime spallate sull'Isonzo[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi prima battaglia dell'Isonzo, seconda battaglia dell'Isonzo, terza battaglia dell'Isonzo e quarta battaglia dell'Isonzo.
Fanti austro-ungarici sul fronte del Carso, utilizzano improvvisati congegni di tiro costituiti da un fucile Steyr-Mannlicher M1895 montato insieme ad un periscopio.

Solo alla fine di giugno la mobilitazione italiana poté dirsi completata e l'esercito pronto a muoversi, con circa un milione di uomini ammassati tra Friuli e Veneto[45]. Il 23 giugno Cadorna scatenò la prima delle sue "spallate" contro il fronte nemico lungo l'Isonzo, proseguita poi fino al 7 luglio: davanti Plava gli italiani attaccarono per otto volte il picco dominante di Quota 383 senza ottenere praticamente alcun risultato, mentre un assalto il 1º luglio contro il Mrzli naufragò lungo i declivi con pendenza del 40% resi fangosi da improvvisi temporali estivi; sul Carso, dopo violenti combattimenti la prima linea austro-ungarica cedette sotto i colpi dell'artiglieria italiana nei pressi di quota 89 di Redipuglia e sopra Sagrado, consentendo agli attaccanti di portarsi sotto i picchi del monte San Michele e del monte Sei Busi che finirono con il rappresentare un saliente saldamente tenuto dagli austro-ungarici. In generale l'attacco italiano non approdò a niente: benché le difese austro-ungariche fossero ancora relativamente improvvisate a causa della difficoltà di scavare trincee sul terreno del Carso, gli italiani dimostrarono notevoli difficoltà a superare gli sbarramenti di filo spinato protetti dalle mitragliatrici[46].

Dopo aver ammassato un maggior quantitativo di artiglieria, Cadorna tentò una nuova offensiva il 18 luglio: l'azione si concentrò sul San Michele, e gli attacchi italiani costrinsero gli austro-ungarici ad arretrare le loro trincee di alcune centinaia di metri sull'altipiano di Doberdò e davanti al villaggio di San Martino del Carso[47]; sui due lati del saliente, invece, gli attacchi italiani contro il monte Cosich a sud e contro il Podgora e il Sabotino a nord davanti Gorizia non portarono che a forti perdite e guadagni territoriali insignificanti. Sull'alto Isonzo la 2ª Armata iniziò una serie di assalti nel settore Monte Nero-Mrzli nel tentativo di distrarre gli austro-ungarici dal San Michele, ma il poco terreno guadagnato fu in gran parte perduto in contrattacchi dei difensori[48]. Alle batterie italiane iniziarono presto a scarseggiare le munizioni e questo indusse Cadorna a sospendere gli attacchi per il 3 agosto[49], facendo della seconda battaglia dell'Isonzo il primo bagno di sangue su larga scala del fronte: gli italiani riportarono 42.000 tra morti e feriti. Le perdite erano causate da tattiche errate che puntavano ancora su attacchi frontali, con le truppe ammassate in dense formazioni (numerose furono in particolare le vittime tra gli ufficiali inferiori, che si ostinavano a guidare le truppe in prima linea spada alla mano) e dallo scarso coordinamento tra artiglieria e fanteria. Per l'unica volta nella guerra le perdite austro-ungariche superarono in numero quelle degli italiani, con 47.000 tra morti e feriti, a causa delle difese ancora incomplete (le prime linee erano ben fortificate ma le retrovie erano carenti di rifugi protetti, risultando molto vulnerabili al fuoco dell'artiglieria italiana) e dell'ostinazione di Boroević a mantenere il possesso di qualunque lembo di terreno[50].

Operazioni sul fronte italiano tra il giugno 1915 e il settembre 1917

Cadorna passò due mesi ad ammassare altra artiglieria e a ricostruire le sue riserve di munizioni in vista di un nuovo assalto. Gli Alleati facevano pressioni perché l'offensiva fosse lanciata al più presto, onde alleggerire la pressione sulla Serbia, sotto attacco dagli austro-tedeschi da nord e dai bulgari da est e prossima al crollo. Cadorna diede il via alle operazioni il 18 ottobre: nonostante il pesante fuoco d'appoggio di 1.300 cannoni protratto per tre interi giorni, gli assalti della fanteria sferrati a partire dal 21 ottobre dal Mrzli al San Michele, passando per il Sabotino e il Podgora, non portarono che a pochi guadagni, in gran parte persi nei contrattacchi degli austro-ungarici, che avevano ben sfruttato il periodo di tregua allestendo una linea difensiva basata su tre ordini di trincee. Il maltempo imperversò per tutta la durata della battaglia, spingendo il comando italiano a terminare l'azione il 4 novembre, dopo nuovi e infruttuosi assalti al San Michele[51]. Nonostante le 67.000 perdite riportate dagli italiani, tra morti e feriti, Cadorna si convinse che i reparti di Boroević fossero sul punto di crollare e dopo appena una settimana di pausa il 10 novembre scatenò la quarta battaglia dell'Isonzo. Sotto una pioggia battente che dal 16 novembre si trasformò in neve, gli italiani assalirono le stesse posizioni che avevano attaccato nella precedente battaglia, ottenendo solo miseri guadagni di terreno e cessando infine l'azione per il 5 dicembre[52].

Alla fine del 1915 lungo l'Isonzo l'esercito italiano registrò circa 235.000 perdite tra morti, feriti e ammalati, prigionieri e dispersi, mentre gli austro-ungarici, pur difendendosi quasi esclusivamente, subirono oltre 150.000 perdite[47]. Gli austro-ungarici iniziarono a preoccuparsi dell'assottigliamento degli effettivi, ma il sistema difensivo resse bene l'urto dei fanti italiani, che ancora una volta vedevano vanificati i loro sforzi; nessuno degli obiettivi del comando supremo era stato raggiunto e ormai la stagione avanzata consigliava la sospensione delle operazioni in grande stile, anche perché, considerate le perdite, entrambi gli schieramenti non potevano permettersi di continuare una lotta all'ultimo uomo[49].

Le operazioni alpine[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi guerra Bianca e battaglia di Monte Piana.
Entrata di un tunnel austriaco scavato nella neve del Monte Cristallo - Hohe Schneide, a sud del passo dello Stelvio, 1917.

Parallelamente alle offensive portate nei primi mesi di guerra dalla 2ª e 3ª Armata sul fronte isontino, il tenente generale Luigi Nava, al comando della 4ª Armata italiana, il 3 giugno diede l'ordine di avanzata generale lungo tutto il settore dolomitico. Quest'ordine diede il via a una serie di piccole offensive in vari punti del fronte, svoltesi tra fine maggio ed inizio giugno. L'8 giugno gli italiani attaccarono nell'alto Cadore, sul Col di Lana, nel tentativo di tagliare una delle principali vie di rifornimento austro-ungarica al settore Trentino attraverso la Val Pusteria. Questo teatro di operazioni fu secondario rispetto alla spinta a est, tuttavia ebbe il merito di bloccare, in seguito, vari contingenti austro-ungarici; la zona di operazioni si avvicinava infatti più di ogni altro settore del fronte a vie di comunicazione strategiche per l'approvvigionamento del fronte tirolese e trentino[53].

Tra il 15 e il 16 giugno partì la prima offensiva verso i Lagazuoi e le zone limitrofe, in un attacco teso a catturare il Sasso di Stria, sulla cui cima era stato installato un osservatorio di artiglieria austriaco[54]. Poco più a nord, tra giugno e luglio, gli italiani lanciarono i primi attacchi sulle Tofane e verso la val Travenanzes, dove dopo un'iniziale avanzata il 22 luglio furono ricacciati su posizioni sfavorevoli da un contrattacco austro-ungarico[55]. Dopo aver occupato Cortina e passo Tre Croci il 28 maggio, gli italiani si trovarono dinnanzi a tre ostacoli che gli impedivano di entrare a Dobbiaco e in val Pusteria: il Son Pauses, il Monte Cristallo e il Monte Piana. Gli italiani in giugno attaccarono tutti e tre i capisaldi, senza ottenere in alcun caso risultati di rilievo. Entrambi gli schieramenti furono invece costretti a trincerarsi su posizioni che, in pratica, non sarebbero mai cambiate fino al 1917.

Più a est, altri settori furono testimoni dei primi scontri tra italiani e austro-ungarici: il 25 maggio viene bombardato dagli italiani il rifugio Tre Cime alla base delle Tre Cime di Lavaredo[56], anche se il primo vero attacco italiano si avrà solo in agosto. L'8 giugno la 96ª Compagnia del Battaglione alpino "Pieve di Cadore" e la 268ª Compagnia del "Val Piave" occupano il passo Fiscalino[57], mentre tra luglio e agosto gli italiani occupano la cima di monte Popera, la cresta Zsigmondy, e Cima Undici in quanto non erano presidiate dagli austro-ungarici[58], invece più a est per tutta l'estate si susseguirono i tentativi italiani di sfondamento del passo Monte Croce di Comelico, che ben presto però si trasformarono in una guerra di posizione che durò fino al 1917.

Alpini in posizione di tiro sull'Adamello.

Ad ovest del settore alpino, dalla fine di maggio del 1915 all'inizio di novembre del 1917, il possesso del massiccio della Marmolada costituì un elemento strategico particolarmente importante, perché controllava la strada alla val di Fassa e alla val Badia e quindi al Tirolo, divenendo subito uno dei punti più caldi del fronte alpino occidentale[59].

Altro settore considerato molto importante dagli italiano era il passo del Tonale, su cui già prima della guerra furono costruiti alcuni settori fortificati, in previsione di una guerra tipicamente difensiva. Le disposizioni del Comando Supremo stabilivano infatti che sul fronte Trentino fossero effettuate, ove necessario, solo piccole azioni offensive al fine di occupare posizioni più facilmente difendibili, che consentissero alle truppe italiane di attestarsi in luoghi più facilmente accessibili e rifornibili[60].

Allo scoppio delle ostilità, i comandi militari italiani si resero conto che la presenza degli austro-ungarici sulle creste dei Monticelli e del Castellaccio-Lagoscuro rappresentava una seria minaccia per la prima linea sul Tonale, fu così decisa un'azione per scacciarli. La prima operazione di guerra sui ghiacciai fu affidata al Battaglione alpini "Morbegno", ed ebbe luogo il 9 giugno 1915 per concludersi con una tremenda sconfitta. Gli alpini, nel tentativo di occupare la Conca Presena e cogliere gli austro-ungarici di sorpresa, effettuarono una vera e propria impresa alpinistica risalendo la Val Narcanello, il ghiacciaio del Pisgana e attraversando la parte alta di Conca Mandrone; giunti al Passo Maroccaro e iniziata la discesa in Conca Presena, furono avvistati dagli osservatori austriaci e sottoposti, sul candore del ghiacciaio, al preciso tiro della fanteria imperiale che, pur essendo in numero assai inferiore, seppe contrastare l'attacco in modo assai abile e li costrinse alla ritirata, lasciando sul campo 52 morti[60].

Un mese dopo, il 5 luglio, gli austro-ungarici attaccarono a loro volta il presidio italiano sulle rive del Lago di Campo in alta Val Daone. L'agguato, perfettamente riuscito, evidenziò l'impreparazione tattica italiana. Stimolati dal successo ottenuto, il 15 luglio gli austro-ungarici tentarono un improvviso attacco al Rifugio Garibaldi attraverso la Vedretta del Mandrone; il piano fallì per l'abilità dei difensori, ma mise nuovamente in risalto la vulnerabilità del sistema difensivo italiano, che per questo motivo venne rafforzato. Per quanto riguarda l'ala destra del fronte del Tonale, le azioni italiane più significative del 1915 si svolsero in agosto con diverse direttrici, ma portarono solo alla conquista del Torrione d'’Albiolo[60].

Tutte queste offensive però non portarono a nessuno sfondamento, tanto che, come sull'Isonzo, anche la guerra di montagna divenne una guerra di trincea simile a quella che si stava svolgendo sul fronte occidentale. L'unica differenza consisteva nel fatto che, mentre sul fronte occidentale le trincee erano scavate nel fango, sul fronte italiano erano scavate nelle rocce e nei ghiacciai delle Alpi, fino e oltre i 3.000 metri di altitudine.

La cooperazione con la Regia Marina[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi operazioni navali nel mare Adriatico (1914-1918).

La iniziale neutralità italiana influì non tanto sulla Regia Marina ma soprattutto sui piani difensivi dei suoi alleati. Con la flotta tedesca impegnata nel Mare del Nord, la flotta austro-ungarica si trovò improvvisamente sola contro le forze navali dell'Intesa, rispetto alle quali, considerando anche solo la flotta francese, era decisamente inferiore. Così l'Austria-Ungheria decise di richiudersi all'interno dei suoi porti, cercando di mantenere il quanto più possibile intatta la flotta e tenerla pronta contro un possibile scontro con l'Italia. Il fronte marittimo si contrasse così entro la fascia costiera orientale dell'Adriatico fino allo sbocco del canale d'Otranto[61].

La massiccia torre dei cannoni da 381 mm della batteria Amalfi

Il primo provvedimento a livello operativo degli italiani allo scoppio del conflitto fu la ridislocazione della flotta nel porto di Taranto ove assunse la denominazione di "Armata Navale" che il 26 agosto 1914 fu posta al comando del Duca degli Abruzzi, a cui seguirono i primi studi per eventuali operazioni contro l'Austria-Ungheria. Altra decisione fu quella, in caso di conflitto, di occupare territorialmente una parte della costa nemica per assicurare il sostegno del fianco destro della 3ª Armata, di creare un blocco all'imbocco del canale d'Otranto per impedire alle navi austro-ungariche di uscire dall'Adriatico, di minare le principali linee di comunicazione nemiche e cercare di assicurare il dominio nell'Alto Adriatico anche per sostenere le operazioni del Regio Esercito sull'Isonzo[62]. In quest'ottica, il 24 maggio siluranti e sommergibili vennero utilizzati per tener sgombro il golfo di Trieste e proteggere l'avanzata della 3ª Armata, che aveva subito conquistato Aquileia e Belvedere ed era entrata nella città di Grado, evacuata dalle truppe austro-ungariche. La difesa della zona fu affidata alla Regia Marina che inviò il pontone armato Robusto armato con tre cannoni da 120 mm[63].

Fu subito evidente la necessità di uno stretto coordinamento tra esercito e marina e il sottocapo di stato maggiore, contrammiraglio Lorenzo Cusani, fu inviato presso il comando supremo dell'esercito per mantenere i contatti tra le due forze armate. Alle forze navali fu richiesto di supportare l'ala destra della 3ª Armata, e nell'ambito di questa richiesta il 29 maggio una squadriglia di sette cacciatorpediniere della classe Soldato bombardò lo stabilimento chimico Adria-Werke di Monfalcone dove si producevano gas asfissianti. Il 5 giugno, mentre l'esercito si apprestava a passare l'Isonzo, la marina ne assicurò la copertura dell'avanzata con cinque caccia e alcune torpediniere posizionate vicino la foce del fiume, mentre tre caccia e alcuni sommergibili pattugliavano il golfo[64].

Un'ulteriore richiesta di supporto a sostegno delle operazioni a terra avvenne durante la conquista di Monfalcone prevista per il giorno 9 giugno, a cui parteciparono tre pontoni armati con cannoni da 152 mm. Conquistata la città, la difesa del porto fu affidata alla marina, che inviò le prime batterie galleggianti che dal 16 iniziarono a battere la zona del Carso. Nei mesi successivi le artiglierie della marina furono più volte chiamate a svolgere operazioni coordinate con l'esercito: la batteria Amalfi e quelle del basso Isonzo, sia su pontoni che fisse, effettuarono diverse azioni di fuoco contro l'ala sinistra dell'armata austro-ungarica, battendo le postazioni del Carso, quelle di Monte San Michele, Duino, Medeazza e Flondar. La marina collaborò costantemente durante le operazioni di terra che si susseguirono fino al 2 dicembre 1915, data in cui si concluse la quarta battaglia dell'Isonzo e l'avanzata italiana si arrestò[65].

Il secondo anno di guerra[modifica | modifica wikitesto]

Franz Conrad von Hötzendorf, capo di stato maggiore austro-ungarico e ideatore della Strafexpedition

La durata della guerra sembrava ormai allungarsi oltre ogni previsione, e all'inizio del 1916 l'esercito italiano iniziò un'opera di riordinamento e potenziamento sulla base di un programma concordato tra il Governo e il capo di stato maggiore, presentato in maggio da Cadorna[66]. In novembre vennero approntate 12 nuove brigate di fanteria e la formazione di una nuova quarta compagnia per i battaglioni che ne avevano soltanto tre, e in ogni battaglione venne inquadrato un reparto zappatori di 88 uomini tratti dalle compagnie. Le stesse misure vennero adottate per i bersaglieri, mentre per quanto riguarda gli alpini fu completato il processo di formazione dei 26 battaglioni di Milizia Mobile portando il totale del corpo a 78 battaglioni con 213 compagnie; altre 4 brigate di fanteria vennero formate tra aprile e maggio attingendo da quanto rimaneva della classe 1896 e gli esonerati sottoposti a nuova visita dal 1892 al 1894, e ancora tra marzo e giugno riunendo alcuni battaglioni provenienti dalla Libia[66]. Entro la fine dell'anno le divisioni sarebbero salite a 48 dalle 35 iniziali, per una forza complessiva di circa un milione e mezzo di uomini alle armi[67].

Nel campo delle dotazioni iniziò ad arrivare alle truppe vestiario specifico per il clima di montagna, oltre a equipaggiamenti di nuova adozione come gli elmetti e le bombe a mano; fu potenziata la produzione di cannoni e mitragliatrici e fu introdotto un nuovo tipo di bocca da fuoco, una bombarda in grado di sparare granate munite di alette da 400 mm con tiro indiretto, molto utile per demolire gli sbarramenti di filo spinato rimanendo al riparo delle proprie trincee[67]. Furono inoltre riviste le tattiche, prescrivendo agli ufficiali di eliminare gli articoli più vistosi delle loro uniformi come spade e fasce e di tenersi dietro la linea degli uomini negli assalti, e cercando di avvicinare il più possibile (fino a 50 metri) alle linee nemiche le trincee di partenza onde ridurre il tempo allo scoperto dei reparti attaccanti[67].

Il 21 febbraio 1916 i tedeschi attaccarono in massa la piazzaforte di Verdun in Francia, dando il via alla battaglia più sanguinosa dell'intero conflitto che finì per catalizzare le attenzioni dei due contendenti. Sotto pressione, gli Alleati occidentali chiesero a Russia e Italia di condurre al più presto offensive sui loro fronti onde alleggerire la stretta su Verdun; i russi risposero lanciando il 18 marzo l'offensiva del lago Naroch, mentre Cadorna scatenò l'11 marzo la quinta battaglia dell'Isonzo: gli italiani conquistarono qualche posizione sul Sabotino, ma il poco terreno ottenuto davanti al San Michele andò perduto sotto i contrattacchi austro-ungarici mentre gli attacchi verso Tolmino e il Mrzli non ottennero risultato. Ostacolata dalla neve e dalla nebbia, l'offensiva fu poi interrotta il 15 marzo seguente[67].

La Strafexpedition[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi battaglia degli Altipiani.
Carta della Strafexpedition

Dopo la resa della Serbia nel novembre 1915, il capo di stato maggiore austro-ungarico Conrad von Hötzendorf iniziò a fare progetti per una offensiva risolutiva sul fronte italiano. Il piano prevedeva un attacco a partire dal saliente del Trentino in direzione est, verso lo sbocco delle montagne sulla pianura vicentina; l'enorme difficoltà di accumulare e manovrare mezzi adeguati in una regione tanto aspra e montuosa era controbilanciata dalla posta in gioco: lo sbocco delle divisioni austro-ungariche nella pianura veneta e l'accerchiamento dell'esercito italiano schierato nel Friuli, preso praticamente alle spalle[68]. Per la realizzazione di un simile piano Conrad stimò di dover mettere in campo almeno 160.000 uomini (16 divisioni a pieni ranghi), quando la consistenza delle forze lungo l'Isonzo non ammontava a più di 147.000 uomini; Conrad si rivolse al suo omologo tedesco Erich von Falkenhayn chiedendo truppe per il fronte orientale onde sbloccare divisioni austro-ungariche da trasferire in Trentino ma Falkenhayn, totalmente assorbito dai preparativi per l'attacco su Verdun, respinse la richiesta arrivando a sconsigliare apertamente di attuare un piano così ambizioso, per la realizzazione del quale le forze austro-ungariche apparivano troppo poco numerose[69]. Il rifiuto provocò accesi dissapori tra i due comandanti, e Conrad perseverò nei preparativi: cinque divisioni furono richiamate dal fronte orientale nonostante il veto dei tedeschi mentre l'armata di Borojević sull'Isonzo fu privata di quattro delle sue migliori divisioni e di buona parte della sua artiglieria pesante, consentendo a Conrad di ammassare in Trentino quindici divisioni con circa un migliaio di pezzi di artiglieria[69].

Un gruppo di soldati austro-ungarici

Il piano austro-ungarico prevedeva l'inizio dell'offensiva per il 10 aprile, ma le abbondanti nevicate di marzo obbligarono Conrad a posticipare la data dell'attacco. I preparativi austro-ungarici non sfuggirono all'attenzione degli italiani, grazie alle endemiche diserzioni di soldati e ufficiali che affliggevano i multietnici reparti imperiali; l'area interessata dall'imminente battaglia era sotto la responsabilità della 1ª Armata del generale Roberto Brusati, una formazione debole e sparpagliata lungo tutto il saliente del Trentino dal confine con la Svizzera alle Dolomiti: Brusati richiese insistentemente rinforzi, ma ricevette dall'alto comando appena cinque divisioni supplementari che finirono con l'essere schierate in prima linea in posizioni troppo avanzate[70]. Cadorna era scettico circa le notizie che arrivavano sui preparativi nemici in Trentino, rassicurato dal fatto che la Russia stesse preparando per aprile una nuova massiccia offensiva contro il fronte degli Imperi centrali a est: a causa di cattive comunicazioni tra gli Alleati, però, il comando italiano fu informato solo il giorno prima dell'attacco di Conrad che l'offensiva russa era stata rimandata a metà giugno[70]. Cadorna, del resto, mostrò sempre insofferenza per ciò che non si conformava al suo pensiero tattico e strategico: finché rimase in carica, il comandante supremo rimosse dai loro incarichi 217 generali, 255 colonnelli e 355 comandanti di battaglione, una "selezione" che non favoriva gli ufficiali ambiziosi dall'esprimere idee innovative e in controtendenza sulla condotta della guerra[71].

Il 15 maggio, appena il tempo lo permise, scattò la cosiddetta Strafexpedition ("spedizione punitiva"): l'11ª Armata austro-ungarica passò all'attacco fra la val d'Adige e la Valsugana in Trentino, spalleggiata dalla 3ª Armata destinata allo sfruttamento del successo. Se l'offensiva non fu una sorpresa per Cadorna, lo fu per l'opinione pubblica: improvvisamente l'Italia scoprì, dopo un anno di sole offensive e senza che nessuno l'avesse messa in guardia, di trovarsi in grave pericolo. L'avanzata austro-ungarica travolse il fronte italiano per una lunghezza di 20 chilometri, avanzando a fondo nella zona dell'Altopiano dei Sette Comuni: il 27 maggio gli austro-ungarici presero Arsiero, seguita da Asiago il giorno successivo. Cadorna arrivò a ventilare al governo Salandra la possibilità per l'esercito dell'Isonzo di ripiegare di tutta fretta abbandonando il Veneto per non cadere nella completa distruzione[68], ma l'offensiva austro-ungarica andò progressivamente rallentando: gli uomini erano esausti e i rifornimenti carenti, ma soprattutto Conrad si ostinò con la tattica tradizionale di avanzare parallelamente tanto nei fondovalle che sulle cime in quota, una manovra che in definitiva non faceva che rallentare lo sviluppo dell'attacco[72].

Campo di battaglia devastato dopo la battaglia degli Altipiani.

Cadorna reagì con rapidità all'attacco austro-ungarico, richiamando divisioni di riserva dal fronte dell'Isonzo e costituendo una 5ª Armata che riuscì a frenare, e quindi arrestare concretamente, l'offensiva sugli Altopiani. Dopo un appello personale del re Vittorio Emanuele allo zar, i russi anticiparono la loro offensiva al 4 di giugno: l'offensiva Brusilov ottenne un successo di vaste proporzioni contro il debole fronte austro-ungarico a est, facendolo arretrare di 75 chilometri e portando alla cattura di circa 200.000 prigionieri e 700 cannoni nel giro di una settimana[73]. Dopo un ultimo tentativo di offesa ai danni delle difese del Lemerle e del Magnaboschi, il 16 giugno Conrad sospese l'offensiva[74]: a partire dal 25 giugno le forze imperiali iniziarono una ordinata ritirata verso nuove posizioni difensive, abbandonando le semidistrutte Arsiero e Asiago ma attestandosi saldamente nella porzione settentrionale dell'Altopiano, da dove respinsero poi una serie di frettolosi contrattacchi degli italiani; l'azione andò poi spegnendosi per il 27 giugno[73].

Si concluse così la prima grande battaglia difensiva dell'Italia, definitivamente "maturata" per la "guerra di materiali" che l'avrebbe vista impegnare ingenti quantitativi di uomini, mezzi e risorse fino al termine del conflitto; il fatto di aver perduto terreno (la massima penetrazione austro-ungarica si misurò su più di 20 chilometri in profondità verso la pianura vicentina), fatto peraltro intrinseco delle battaglie di materiali, fece però scarsamente apprezzare la reale vittoria difensiva italiana[74]. Al di là del risultato militare, l'offensiva rappresentò un notevole successo politico per Cadorna: il 30 maggio Salandra aveva chiesto l'appoggio del re per esautorare il comandante supremo, ma il presidente del Consiglio si mosse con lentezza e quando il 6 giugno portò la questione in Parlamento il momento di crisi era passato e Cadorna appariva come un eroe per aver bloccato l'attacco nemico[73]; l'esecutivo Salandra cadde il 18 giugno e fu rimpiazzato da un governo di "unione nazionale" presieduto da Paolo Boselli[68].

La presa di Gorizia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi sesta battaglia dell'Isonzo.
Artiglieri italiani in azione con un 75/27 Mod. 1911

Parata la mossa di Conrad e con gli austro-ungarici impegnati a fondo sul fronte orientale, Cadorna riprese i suoi piani per un'offensiva estiva sul settore dell'Isonzo: frustrato dalle precedenti esperienze, il comandante in capo progettò un'azione più limitata, volta a ottenere posizioni più favorevoli da cui poi minacciare in seguito il San Michele e Gorizia; per la prima volta, avrebbe cercato di contenere l'ampiezza del fronte da attaccare, onde concentrare meglio la sua superiorità in fatto di artiglieria[75]. Le forze italiane avevano trascorso i mesi seguenti la Strafexpedition a migliorare le loro posizioni, scavando un intricato sistema di gallerie e trincee di avvicinamento per portarsi il più possibile a ridosso delle linee nemiche e ammassando artiglieria e munizioni nelle retrovie; anche senza azioni di massa il logoramento lungo il fronte era stato continuo, e il 29 giugno gli austro-ungarici avevano tentato una piccola offensiva sul San Michele impiegando per la prima volta le armi chimiche: una miscela di gas tossici a base di cloro e fosgene fu liberata sulle linee italiane provocando 2.000 morti e 5.000 intossicati, ma gli attaccanti impiegarono poche truppe per sfruttare il successo ed entro sera gran parte del territorio conquistato era stato ripreso dai contrattacchi italiani[76].

Il 6 agosto Cadorna si sentì pronto a scatenare la sua sesta battaglia sull'Isonzo, e per una volta i risultati superarono le sue aspettative: con una superiorità schiacciante in fatto di bocche da fuoco, all'alba l'artiglieria italiana scaricò un breve ma violento bombardamento preparatorio, poi quello stesso pomeriggio i fanti scattarono dalle loro trincee di avvicinamento, a 50 o anche solo 10 metri dalle linee nemiche, portando sulla schiena grossi dischi bianchi per consentire alla loro artiglieria di coordinare il tiro con i loro spostamenti; le truppe del generale Luigi Capello conquistarono la vetta del Sabotino in appena 38 minuti, il primo chiaro successo italiano dalla conquista del Monte Nero nel giugno 1915[77], mentre sul massiccio del San Michele gli italiani presero entro sera la vetta e il villaggio di San Martino del Carso, respingendo un contrattacco notturno delle riserve di Borojević. Perduto il Sabotino, la linea austro-ungarica si sgretolò: il Podgora cadde in mano italiana il secondo giorno della battaglia, e falliti una serie di contrattacchi gli austro-ungarici sgombrarono la riva destra dell'Isonzo; l'8 agosto i primi italiani entrarono a Gorizia, semidistrutta dai bombardamenti e abitata ormai da non più di 1.500 civili[78].

Senza più il controllo del San Michele, le forze austro-ungariche abbandonarono l'intero Carso occidentale spostandosi su una nuova linea difensiva che andava dal Monte Santo di Gorizia a nord al Monte Ermada a sud passando per le vette del San Gabriele e del Dosso Faiti; Cadorna fu lento a sfruttare il successo ottenuto, e con l'artiglieria pesante rimasta indietro le truppe italiane non riuscirono a scalfire la nuova linea difensiva: il 12 agosto gli italiani ottennero un ultimo successo catturando il villaggio di Opacchiasella, ma per il 17 agosto seguente l'offensiva si era ormai arenata[78]. Per gli standard del fronte dell'Isonzo la sesta battaglia fu un notevole successo, consentendo agli italiani di avanzare lungo un fronte di 24 chilometri per una profondità da quattro a sei chilometri, ma non venne ottenuto alcuno sfondamento definitivo: dopo aver passato più di un anno ad assediare le postazioni austro-ungariche, gli italiani non avevano fatto altro che spostare il campo di battaglia di qualche chilometro più a est[78][79].

Le successive battaglie dell'Isonzo[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi settima battaglia dell'Isonzo, ottava battaglia dell'Isonzo e nona battaglia dell'Isonzo.
Soldati austro-ungarici in trincea

Dopo aver riorganizzato i reparti e riportato in linea la sua artiglieria, Cadorna progettò una nuova offensiva per i primi di settembre onde sfruttare l'apertura di un nuovo fronte per l'Austria-Ungheria dato dall'entrata in guerra della Romania a fianco degli Alleati; pioggia e nebbia ostacolarono per diversi giorni il bombardamento preliminare, e solo il pomeriggio del 14 settembre la fanteria poté partire all'attacco. La 3ª Armata italiana aveva ottenuto un concentramento di truppe senza precedenti con 100.000 uomini ammassati su un fronte di otto chilometri, ma le forze austro-ungariche avevano adottato una nuova tattica che si rivelò efficace: durante il bombardamento italiano le trincee di prima linea erano presidiate solo da poche vedette, con il grosso dei soldati al sicuro dentro rifugi sotterranei nelle retrovie; una volta che gli italiani ebbero cessato il tiro per permettere alla propria fanteria di partire all'attacco, gli austro-ungarici tornavano rapidamente alle loro posizioni per affrontare il nemico[80]. Le masse compatte dei fanti italiani divennero un obiettivo facile per le mitragliatrici e per l'artiglieria austro-ungarica, che aveva trattenuto il fuoco fino all'ultimo minuto per non rivelare la sua posizione; un ufficiale austro-ungarico descrisse l'attacco italiano come «un tentativo di suicidio di massa»[80]. Prima che le forti piogge mettessero fine all'azione il 18 settembre, gli italiani non conquistarono che pochi lembi di terreno al prezzo di pesanti perdite.

Benché vittoriose nelle azioni difensive, le forze di Borojević erano allo stremo: l'incremento della produzione italiana di bocche da fuoco non fece che aumentare l'inferiorità numerica dell'artiglieria austro-ungarica, la qualità dei viveri peggiorava continuamente e le forti perdite erano ripianate solo con l'immissione in linea di soldati di mezza età dotati di scarso addestramento, con i reparti sempre più vulnerabili alle istanze nazionaliste delle varie etnie dell'Impero[80]. Con una superiorità numerica di tre a uno sul nemico, Cadorna iniziò l'ottava battaglia dell'Isonzo il 10 ottobre dopo una settimana di bombardamenti preliminari: gli italiani conquistarono un po' di terreno nella valle del fiume Vipacco, ma l'azione si esaurì per il 12 ottobre con nulla di più che forti perdite da entrambe le parti[81]. Dopo solo una breve pausa, il 31 ottobre Cadorna riprese i suoi attacchi lungo la linea Colle Grande-Pecinca-Bosco Malo con obiettivo il Dosso Faiti e la Sella delle Trincee: il fuoco di 1.350 cannoni demolì le prime linee austro-ungariche e gli italiani riuscirono a stabilire un saliente ampio cinque chilometri e profondo tre arrivando a conquistare la vetta del Dosso Faiti, ma a sud gli attacchi al monte Ermada non portarono a niente; un contrattacco disperato delle ultime riserve di Borojević indusse Cadorna a sospendere l'azione il 4 novembre, proprio quando lo sfondamento appariva imminente[81]. Le perdite sofferte ammontarono a 39.000 soldati tra morti, feriti e dispersi per gli italiani e 33.000 per gli imperiali[82].

Artiglieria alpina sul fronte dell'Adamello, mentre si appresta a fare fuoco con un pezzo da 75/13.

Intanto, mentre sul fronte si contavano le perdite di uomini e materiali e ci si preparava ad affrontare l'inverno, a Vienna il 21 novembre morì il vecchio Imperatore Francesco Giuseppe a cui successe il nipote Carlo I, che oltre a un impero in disfacimento ereditò una guerra che non aveva voluto; il nuovo imperatore avanzò proposte di pace a Francia e Regno Unito che caddero nel vuoto, fornendo però il pretesto per declinare a queste ultime le responsabilità sul protrarsi della guerra[82]. Per tutto l'inverno 1916-1917, sul fronte dell'Isonzo tra il Carso e Monfalcone la situazione rimase stazionaria, mentre sulle Alpi, il settore del III Corpo d'armata comprendente la zona tra lo Stelvio e il lago di Garda, fu caratterizzato da piccole offensive atte a conquistare alcune vette strategicamente importanti, tra cui quella di monte Cavento che fu attaccato ad inizio inverno; la Strefexpedition causò la stasi nelle operazioni per la conquista del monte, che ripresero a maggio 1917 con la "battaglia dei Ghiacci" che consentì alla 242ª Compagnia del battaglione alpino "Val Baltea" la conquista della vetta[83].

La guerra di mine[modifica | modifica wikitesto]

In alta montagna i soldati di entrambi gli schieramenti erano spesso impegnati in piccoli scontri tra pattuglie nel tentativo di conquistare trincee lungo le creste e le cime delle montagne. La scarsità di uomini, i limitati terreni di scontro e le limitazioni climatiche, che consentivano attacchi solo in determinati periodi, fecero sì che la guerra sul fronte alpino trovasse diverse applicazioni e nuovi metodi strategici. Nella fattispecie, si escogitò uno speciale utilizzo delle mine: genieri, minatori e soldati scavavano gallerie sotterranee nella roccia per raggiungere le linee nemiche al di sotto delle quali veniva creato un grande pozzo riempito di esplosivo; quando la mina veniva fatta brillare la postazione nemica saltava in aria insieme alla cima della montagna consentendo, almeno in teoria, agli attaccanti di occupare facilmente la posizione[84].

Tra i fronti dove si praticò questo tipo di guerra si contarono il Col di Lana, il monte Cimone, il Pasubio e il Lagazuoi, benché tentativi in questo senso furono fatti anche su altri fronti come al Monte Piana o sul Castelletto. Nel 1916, proprio il Cimone fu teatro di questo tipo di strategia: il monte, dopo la Strafexpedition, era caduto in mano austro-ungarica, ma il suo ruolo strategico richiedeva una reazione italiana; nell'ultima settimana di luglio fu protratto per 18 ore un pesantissimo bombardamento su vetta e contrafforti del Cimone, al termine del quale furono mandati all'attacco i migliori reparti di alpini e finanzieri. Sebbene inizialmente fermati, dopo un cruentissimo scontro gli italiani ripresero la cima[85].

Cominciarono quindi, senza risultati significativi, i contrattacchi austriaci. I comandi austro-ungarici decidono allora di costruire un tunnel sotterraneo per piazzare una mina e far saltare in aria le postazioni italiane, con gli italiani che scavarono pertanto una contromina da diversi punti di partenza fatta poi brillare nella notte tra 17 e 18 settembre provocando il crollo dei cunicoli austriaci. Tuttavia il lavoro degli austro-ungarici ricominciò ancor più determinato[85] e il 23 settembre, due mesi dopo la conquista italiana della vetta, la mina austriaca di 8.700 chili di Dinamon, 4.500 di dinamite e 1.000 di polvere nera era pronta; alle 5:45 la carica venne fatta brillare: l'esplosione fu devastante, due gigantesche colonne di fumo si alzarono dalla vetta proiettando in aria tonnellate di detriti e centinaia di uomini, con la postazione italiana che praticamente scomparve[85].

Il terzo anno di guerra[modifica | modifica wikitesto]

Soldato italiano tra le rovine della linea difensiva austro-ungarica, nei pressi di Selo (Carso), dopo la conquista della posizione.

L'inizio del 1917, a differenza dell'anno prima, si presentò critico per gli Imperi Centrali: le loro risorse si andavano assottigliando mentre gli eserciti britannico e italiano erano in lenta ma inesorabile crescita; la Germania, nel tentativo di tagliare i rifornimenti agli Alleati, dichiarò la guerra sottomarina indiscriminata di fronte alla sempre crescente capacità bellica del nemico, portando a una rottura con gli Stati Uniti che il 6 aprile le dichiararono guerra. Vi furono vari cambiamenti a livello di alti comandi, con Falkenhayn rimpiazzato alla guida dell'esercito tedesco dal duo Paul von Hindenburg-Erich Ludendorff e Conrad rimosso dalla carica di capo di stato maggiore austro-ungarico in favore del generale Arthur Arz von Straussenburg. La situazione subì un bruso cambiamento in novembre, quando la rivoluzione d'ottobre portò all'instaurazione di un governo bolscevico a San Pietroburgo favorevole a una uscita della Russia dal conflitto; con la Russia fuori gioco gli Imperi centrali iniziarono a rischierare a occidente il grosso delle loro forze, anche se la maggior parte delle 140 divisioni dislocate a est non fu spostata fino alla firma il 3 marzo 1918 del trattato di Brest-Litovsk[86].

Dalla decima all'undicesima battaglia dell'Isonzo[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi decima battaglia dell'Isonzo, battaglia di Flondar e undicesima battaglia dell'Isonzo.

Per l'aprile-maggio del 1917 gli Alleati occidentali avevano in programma una serie di offensive per mettere alle strette gli Imperi centrali: gli anglo-francesi stavano per lanciare una serie di assalti simultanei al fronte occidentale (la cosiddetta "offensiva Nivelle"), mentre Cadorna preparava una nuova spallata sull'Isonzo[87]. Nonostante la perdita di quasi 400.000 effettivi tra morti e feriti nel corso del 1916, l'esercito italiano andava sempre più rafforzandosi e nella primavera del 1917 poteva mettere in campo 59 divisioni con una forza di quasi due milioni di uomini in armi grazie al richiamo dei diciannovenni della classe 1898, mentre il numero di cannoni di medio e grosso calibro era raddoppiato rispetto a un anno prima[88]; tra le innovazioni tattiche, nel luglio 1917 furono costituiti i primi reparti del corpo degli Arditi, soldati scelti specificamente addestrati ed equipaggiati per l'assalto e la conquista delle trincee nemiche.

Un pezzo di artiglieria pesante italiano sul fronte dell'Isonzo

La lungamente pianificata offensiva italiana del 1917 iniziò il 12 maggio con un devastante bombardamento preliminare di circa 3.000 bocche da fuoco; nel pomeriggio del 14 maggio la 2ª Armata italiana, ora agli ordini del generale Luigi Capello, iniziò l'azione sul medio corso dell'Isonzo assalendo a partire dalla testa di ponte di Plava il rilievo di Quota 383: in condizioni di inferiorità di quindici a uno, il solitario battaglione austriaco che difendeva la vetta dovette cedere sotto gli attacchi di cinque reggimenti italiani, non prima però di aver inflitto agli attaccanti perdite pari al 50% degli effettivi[89]. Il piano prevedeva di fermare poi le forze della 2ª Armata per spostare l'artiglieria in appoggio della 3ª Armata sul basso Isonzo, ma visti i progressi Capello chiese e ottenne di continuare con la sua azione: gli italiani estesero i loro assalti al monte Kuk, catturato definitivamente il 17 maggio dopo vari attacchi e contrattacchi delle due parti, e al monte Vodice, preso due giorni più tardi; il 20 maggio Capello lanciò dieci ondate di fanteria contro il Monte Santo, ma i reparti italiani arrivati in vetta furono ricacciati indietro da un contrattacco austro-ungarico e il generale decise di sospendere la sua offensiva[89]. L'azione si spostò a sud, dove il 24 maggio la 3ª Armata del Duca di Aosta iniziò i suoi attacchi a partire dal saliente creato nella precedente battaglia: sulla sinistra gli italiani furono bloccati, ma sulla destra ottennero uno sfondamento avanzando lungo una fascia larga due chilometri nella zona pianeggiante tra l'altopiano del Carso e il mare; gli italiani conquistarono il villaggio di Jamiano e arrivarono alle prime pendici dell'Ermada prima che i rinforzi austro-ungarici li bloccassero per il 26 maggio[89].

Truppe d'assalto austro-ungariche sul fronte dell'Isonzo nel settembre 1917

Richiamati alcuni reggimenti freschi dal Trentino e arrivate due divisioni distaccate dal fronte orientale, Borojević tentò un contrattacco in grande stile per il 4 giugno dando vita alla battaglia di Flondar: dopo una finta davanti al Dosso Faiti gli austro-ungarici attaccarono le posizioni della 3ª Armata a ovest dell'Ermada, ricacciando indietro gli indeboliti reparti italiani per alcuni chilometri e prendendo più di 10.000 prigionieri; allontanata la minaccia italiana dall'Ermada gli austro-ungarici si riattestarono sulla difensiva e gli scontri su vasta scala terminarono in tutto il settore del Carso per il 6 giugno seguente[89].

Cadorna aveva iniziato a pianificare la sua prossima mossa mentre ancora la decima battaglia era in svolgimento, spostando dodici divisioni fresche dal fronte alpino all'Isonzo; il nuovo obiettivo sarebbe stata la Bainsizza, un altopiano semi desertico all'altezza del medio corso dell'Isonzo che appariva come poco presidiato dagli austro-ungarici: da qui Cadorna riteneva di poter piegare verso sud, tagliare fuori il Monte Santo e il San Gabriele e prendere alle spalle le difese nemiche sul basso Isonzo[90]. Dopo quattro giorni di bombardamenti l'undicesima battaglia dell'Isonzo iniziò il 19 agosto con un attacco lungo tutto il fronte: la 3ª Armata fece breccia in tre punti ma fu infine bloccata dalle forti difese dell'Ermada e della valle del Vipacco, mentre a nord la 2ª Armata di Capello sfondò a partire dal 22 agosto le difese austro-ungariche avanzando con facilità sull'altopiano della Bainsizza. Borojević optò per una difesa in profondità, ritirando le sue scarne truppe sul bordo orientale dell'altopiano contando sul terreno difficile per rallentare le forze di Capello: le truppe italiane si ritrovarono in una zona priva di strade e inospitale per la mancanza di acqua, e qui rimasero bloccate[91]. La 2ª Armata sferrò anche una serie di puntate verso Tolmino, facilmente respinte dai difensori, e un attacco contro il Monte Santo, conquistato il 22 agosto dopo il ripiegamento delle forze austro-ungariche dalla Bainsizza; il cordone difensivo allestito da Borojević intorno all'altopiano, comunque, bloccò il tentativo di aggiramento che la 2ª Armata doveva realizzare[91].

Il 4 settembre un massiccio contrattacco austro-ungarico fece indietreggiare alcuni reparti della 3ª Armata nella valle del Vipacco, mentre contemporaneamente Capello dava il via agli attacchi contro il San Gabriele: in una riedizione dei precedenti assalti alle vette del Carso, 700 pezzi di artiglieria italiana martellarono la cima del monte (che, a causa del continuo bombardamento, perse circa dieci metri di altezza durante la battaglia[91]) prima che masse compatte di fanti tentassero di espugnarla con assalti frontali; i reparti austro-ungarici arrivarono a un passo dal cedere, ma gli italiani non erano meno spossati e il 19 settembre Cadorna dovette fermare le operazioni. L'undicesima battaglia dell'Isonzo si risolse in un nuovo bagno di sangue, con gli italiani che riportarono 166.000 tra morti e feriti (più di metà dei caduti fu registrata sul solo San Gabriele) mentre gli austro-ungarici ne lamentarono 140.000[91]; l'armata di Borojević era ormai prossima al cedimento, e questo spinse la Germania a intervenire con urgenza per sostenere il suo vacillante alleato[92].

La battaglia dell'Ortigara[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi battaglia dell'Ortigara.
Alpini caduti durante la battaglia del Monte Ortigara.

La Strafexpedition austro-ungarica sferrata in Trentino aveva permesso all'esercito avversario di attestarsi su una linea che infletteva sensibilmente verso il centro dell'Altopiano dei Sette Comuni, su una linea che dal margine della Valsugana, passava per il monte Ortigara, monte Campigoletti, monte Chiesa, monte Corno e correva poi verso sud sino alla Val d'Assa. Questa linea assicurava degli sbocchi diretti alla pianura vicentina e garantiva un'enorme testa di ponte che minacciava alle spalle le armate italiane del Cadore, della Carnia e dell'Isonzo[93].

Dopo la conquista di Gorizia, l'alto comando italiano emanò le direttive per una massiccia offensiva che avrebbe impegnato tre corpi d'armata della 6ª Armata di Luca Montuori, per un attacco lungo un fronte di 14 chilometri. Il massimo sforzo si sarebbe avuto per la conquista di monte Ortigara e monte Campigoletti, in modo tale da staccare l'avversario dall'orlo settentrionale dell'altopiano e arrivare alla linea cima Portule-bocchetta di Portule. L'attacco sull'Ortigara sarebbe stato svolto dai battaglioni alpini della 52ª Divisione al comando del generale Angelo Como Dagna Sabina. Alle 05:15 del 10 giugno l'azione ebbe inizio con una potente tiro di artiglieria verso le linee nemicheche durò fino alle 15:00, ma già dalle 11:00 la nebbia iniziò a circondare il monte rendendo il tiro poco efficace. Alle 15:00 il tiro si allungò e la fanteria iniziò ad avanzare e le artiglierie iniziarono a battere le pendici dell'Ortigara[94].

Pezzi d'artiglieria italiani abbandonati dopo la rotta conseguente lo sfondamento austro-tedesco a Caporetto.

Dopo molteplici e violenti assalti, l calar della sera, la notte e la pioggia, uniti al costante fuoco nemico, fermarono lo slancio degli alpini che non potevano essere riforniti dai portatori in quanto anch'essi erano bloccati dal fuoco nemico. Il giorno successivo, nonostante il maltempo e lo scoramento, gli alpini furono nuovamente lanciati all'attacco; fu la scelta peggiore, gli alpini cozzarono nuovamente contro le mitragliatrici piazzate e contro i reticolati intatti. Il 12 l'offensiva venne temporaneamente sospesa per poi ricominciare il 19 giugno, quando otto battaglioni partirono all'attacco dell'Ortigara. In meno di un'ora la cima venne conquistata, ma il successo degli alpini non fu replicato da nessun'altra delle altre divisioni impegnate sull'Altopiano. Ciò non consentì di rinforzare la linea del fronte, lasciando le forze sull'Ortigara in balia della controffensiva nemica che puntualmente avvenne il 25 giugno, e travolse gli alpini. Non cogliendo la tragicità della situazione e lo scompiglio tra le linee, quello stesso giorno i comandi ordinarono un contrattacco invece di un ripiegamento, in una serie di ordini e contrordini che causarono il caos nelle linee italiane, con il solo risultato di aumentare il numero delle perdite[95]. In questa tragica battaglia gli alpini diedero un altissimo tributo di sangue, ma le perdite non portarono a nessun cambiamento sul fronte degli Altipiani, il quale, nonostante gli sforzi rimase inalterato, confermando il totale fallimento dell'offensiva italiana[96].

La disfatta di Caporetto[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi battaglia di Caporetto, battaglia di Caporetto (pianificazione e preparazione) e battaglia di Caporetto (storiografia).
Carta della battaglia di Caporetto

Con la linea austro-ungarica intorno a Gorizia a rischio di collasso a seguito dell'undicesima battaglia dell'Isonzo, i tedeschi decisero di intervenire in aiuto dei loro alleati in modo da alleggerire la pressione italiana. Paul von Hindenburg ed Erich Ludendorff, comandanti supremi dell'esercito tedesco, si accordarono con il nuovo capo di stato maggiore austro-ungarico Arthur Arz von Straussenburg per l'organizzazione di una offensiva combinata; Cadorna ricevette rapporti dalla ricognizione aerea che indicavano movimento di truppe tedesche dirette in zona alto Isonzo, e anziché continuare con le offensive decise di passare a una linea difensiva nell'attesa degli eventi[97]. Il generale tedesco Konrad Krafft von Dellmensingen fu inviato al fronte per un sopralluogo, che durò dal 2 al 6 settembre 1917; terminate le varie verifiche e dopo aver vagliato le probabilità di vittoria, Dellmensingen tornò in Germania per approvare l'invio degli aiuti, sicuro anche che la Francia, dopo il fallimento della seconda battaglia dell'Aisne ad aprile, non avrebbe attaccato[98].

Visti gli esiti dell'ultima offensiva italiana, austro-ungarici e tedeschi decisero di contrattaccare. Alle 2:00 in punto del 24 ottobre 1917 le artiglierie austro-germaniche iniziarono a colpire le posizioni italiane dal monte Rombon all'alta Bainsizza alternando lanci di gas a granate convenzionali, colpendo in particolare tra Plezzo e l'Isonzo[99]. Quello stesso giorno gli austro-ungarici e i tedeschi, coordinati dal generale Otto von Below, sfondarono il fronte dell'Isonzo a nord convergendo su Caporetto e accerchiarono la 2ª Armata italiana, in particolare il IV e il XXVII Corpo d'armata comandato dal generale Pietro Badoglio. Durante il primo giorno di battaglia gli italiani persero all'incirca, tra morti e feriti, 40.000 soldati e altrettanti si ritrovarono intrappolati sul monte Nero, mentre i loro avversari ebbero circa 6/7.000 vittime[100].

Prigionieri italiani a Cividale del Friuli

Da Caporetto gli austro-germanici avanzarono per 150 km in direzione sud-ovest raggiungendo Udine in soli quattro giorni, con l'esercito italiano in preda a una ritirata caotica caratterizzata da diserzioni e fughe. Cadorna, venuto a sapere della caduta di Cornino il 2 novembre e di Codroipo il 4, ordinò all'intero esercito di ripiegare sul fiume Piave, sul quale nel frattempo si erano fatti significativi passi avanti nell'impostazione di una linea difensiva grazie agli episodi di resistenza sul Tagliamento. A questo punto von Below aveva fretta, sia per il timore di ritornare ad una guerra di posizione, sia perché era cosciente che i francesi e i britannici avrebbero inviato aiuti militari; i suoi generali sfruttarono tutte le occasioni possibili per accerchiare le truppe italiane in ritirata: a Longarone il 9 novembre furono catturati 10.000 uomini e 94 cannoni appartenenti alla 4ª Armata del generale Mario Nicolis di Robilant, e in un'altra occasione la 33ª e 63ª Divisione italiana consegnarono, dopo aver tentato di uscire dall'accerchiamento, 20.000 uomini. In pianura però gli austro-tedeschi non ebbero analogo successo e molte unità italiane si riorganizzarono per raggiungere il Piave, l'ultima delle quali vi si posizionò il 12 novembre. Dall'inizio delle operazioni il 24 ottobre all'8 novembre i bollettini di guerra tedeschi avevano indicato un bottino di 250.000 prigionieri e 2.300 cannoni[101].

La disfatta di Caporetto provocò il crollo del fronte italiano sull'Isonzo con la conseguente ritirata delle armate schierate dall'Adriatico fino alla Valsugana, oltre alle perdite umane e di materiale; in due settimane andarono perduti 350.000 soldati fra morti, feriti, dispersi e prigionieri, e altri 400.000 si sbandarono verso l'interno del paese[102].

Armando Diaz, nuovo capo di Stato Maggiore del Regio Esercito a partire dall'8 novembre 1917

Cadorna viene sostituito, l'esercito si riorganizza[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi prima battaglia del Piave.

Dopo che la ritirata si stabilizzò definitivamente sulla linea del monte Grappa e del Piave, il 9 novembre il generale Cadorna lasciò il comando dell'esercito nelle mani di Armando Diaz, per volere del nuovo presidente del consiglio Vittorio Emanuele Orlando che nominò Cadorna rappresentante italiano presso il neocostituito Consiglio militare interalleato a Versailles; il generale inizialmente rifiutò la carica, e solo l'insistenza di Orlando e del generale Alfieri gli fecero accettare l'ufficio a Versailles[103].

Le divisioni francesi inviate in aiuto aumentarono a sei e quelle britanniche a cinque entro l'8 dicembre 1917 e, sebbene non entrassero subito in azione, funsero da riserva permettendo al Regio Esercito di distogliere le proprie truppe da questo compito. I tedeschi, assolto il proprio obiettivo di aiutare gli austro-ungarici, trasferirono metà dei propri cannoni e tre divisioni nuovamente ad occidente nei primi di dicembre, mentre la ritirata sulla linea monte Grappa-Piave consentì all'esercito italiano, ora in mano a Diaz, di concentrare le sue forze su un fronte più breve e soprattutto, con un mutato atteggiamento tattico, più orgoglioso e determinato.

Il primo segno di riscossa avvenne per merito della 4ª Armata del generale Mario Nicolis di Robilant che, stanziata sul Cadore, si era ritirata il 31 ottobre con l'ordine di organizzare la difesa del monte Grappa e di realizzare la saldatura tra le truppe dell'Altopiano di Asiago e quelle schierate lungo il fiume Piave. La nuova posizione da difendere a tutti i costi era di vitale importanza per l'intero esercito, dato che una sua caduta avrebbe trascinato con sé l'intero fronte, e gli uomini di Robilant riuscirono a mantenere la posizione[98]. Gli austro-ungarici fermarono gli attacchi in attesa della primavera successiva dove avrebbero preparato un'offensiva che li avrebbe dovuti portare a penetrare nella pianura veneta, anche se piccole schermaglie si protrassero fino al 23 dicembre. La fine della guerra contro la Russia consentì poi alla maggior parte delle truppe impiegate sul fronte orientale di spostarsi su quello italiano[104].

L'ampliamento della forza aerea[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Servizio Aeronautico.
Francesco Baracca accanto al suo caccia SPAD S.XIII.

Quando allo scoppio del conflitto l'Italia si dichiarò neutrale, ebbe subito inizio un intenso programma di addestramento e riorganizzazione dei reparti aerei, che furono inquadrati nel Corpo Aeronautico Militare (CAM) anche se, proprio a causa della sua tardiva entrata in guerra, l'aeronautica non poté beneficiare fin dall'inizio dei progressi tecnici in campo aviatorio che invece avevano interessato gli altri paesi. Le 15 squadriglie divise in tre gruppi che componevano il CAM vennero distribuite tra la 2ª e la 3ª Armata e a difesa della città di Pordenone, mentre la sezione idrovolanti in seno alla marina fu schierata lungo la costa adriatica. Alla data della terza battaglia dell'Isonzo però la forza aerea subì dei grossi cambiamenti: la crescente necessità di velivoli per ricognizione e bombardamento portò un incremento della forza complessiva del CAM, che arrivò a contare 35 squadriglie dotate dei più moderni aerei di progettazione italiana e francese[105].

Più o meno verso la fine del 1917 il CAM subì un'ulteriore riorganizzazione dotandosi di una struttura di comando semplificata, che rifletteva le accresciute dimensioni e l'importanza assunte dal servizio aereo. Adesso ciascuna delle armate italiane possedeva un proprio reparto di volo, mentre il comando supremo disponeva di una unità aerea autonoma incaricata di effettuare missioni di ricognizione a lungo raggio e di bombardamento dalla regione di Udine a supporto delle operazioni di terra sul fronte dell'Isonzo. In termini generali il CAM, nei primi mesi del 1917, giunse a schierare 62 squadriglie, dodici delle quali erano ora incaricate di compiti da caccia ed equipaggiate con monoposto Nieuport costruiti su licenza dalla Macchi. La forza aerea intervenne in appoggio alle operazioni sull'Isonzo e la Bainsizza, mentre i bombardieri Caproni attaccarono più volte l'arsenale di Pola in agosto e la base navale di Cattaro in ottobre.

Al momento della battaglia di Caporetto erano state organizzate altre 15 squadriglie caccia che, nonostante la disfatta che costrinse i reparti dell'aviazione a ripiegare e abbandonare molti mezzi e materiali, crebbero ancora di numero nel corso del conflitto, tanto che al momento dell'armistizio la forza caccia italiana era di 75 squadriglie in tutto (delle quali facevano parte tre squadriglie francesi e quattro britanniche)[106][107]. Al termine del conflitto, la forza aerea del CAM era in costante aumento: i reparti aerei in prima linea potevano contare su 1.758 velivoli e mentre nel 1915 l'industria bellica italiana sfornò solo 382 aerei e 606 motori aeronautici, nel 1918 i velivoli prodotti furono 6.488 mentre i motori ben 14.840[108].

L'ultimo anno di guerra[modifica | modifica wikitesto]

Truppe statunitensi sul fronte del Piave, settembre 1918.
Prigionieri austriaci catturati sul Piave.

Nel novembre 1917 le truppe francesi e britanniche cominciarono ad affluire sul fronte italiano in maniera consistente, mentre nella primavera del 1918 la Germania ritirò le proprie truppe per utilizzarle nell'imminente offensiva di primavera sul fronte occidentale. I comandi austro-ungarici cominciarono allora a cercare un modo per porre rapidamente fine alla guerra in Italia, visto che con l'avvicinarsi dell'estate del 1918 la situazione degli Imperi Centrali sul piano dei rifornimenti, sia alimentari che di materie prime, si faceva sempre più complicata; i rifornimenti statunitensi, almeno sul fronte occidentale, iniziavano ad avere un peso effettivo sul bilancio della guerra, e urgeva quindi eliminare un fronte al più presto[109].

L'attacco austro-ungarico[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi battaglia del Solstizio.

L'esercito italiano sentì istantaneamente il mutamento delle condizioni di combattimento, della riorganizzazione e del morale elevato derivante dalla caparbia resistenza sul Piave. Passò l'inverno, e il 15 giugno partì l'offensiva austro-ungarica con circa 678 battaglioni e 6800 pezzi d'artiglieria, a cui gli italiani si opposero con 725 battaglioni e 7500 pezzi d'artiglieria[110]. Il generale Conrad, comandante del settore del Trentino, voleva che l'attacco principale si sviluppasse sul Grappa mentre Boroević, comandante delle armate del Piave, riteneva che l'attacco principale doveva avere come direttrice principale le Grave di Papadopoli; l'arciduca Giuseppe Augusto d'Asburgo-Lorena decise di accontentare entrambi conducendo un attacco su due direttive e quindi diluendo le forze lungo tutto il fronte[109].

L'offensiva iniziò con un attacco diversivo presso il passo del Tonale, che fu facilmente respinto dagli italiani. Gli obiettivi dell'offensiva erano stati rivelati agli italiani da alcuni disertori austriaci, permettendo ai difensori di spostare due armate direttamente nelle zone prestabilite dal nemico; gli attacchi sull'altra direttiva, condotti dal generale croato von Bojna, ottennero qualche successo nelle prime fasi finché le linee di rifornimento austro-ungariche non furono bombardate bloccando l'afflusso di rinforzi[109].

Dall'Astico al mare la battaglia divampò furiosamente tra il 15 e il 25 giugno 1918. Bloccata fin dal primo giorno sugli Altipiani e sul Grappa, la spinta austro-ungarica fu contenuta anche sul Piave anche se la massa degli attaccanti fu tale che questi riuscirono a sbarcare in più punti oltre il Piave e conquistando numerosi capisaldi sul Grappa, eliminati però da contrattacchi immediati e violenti degli italiani. Già alla fine del primo giorno i comandi austro-ungarici si resero conto che l'attacco era fallito, nonostante sulle varie teste di ponte si continuasse a insistere nella speranza di un cedimento della linea italiana che però non avvenne mai. Gli ultimi strascichi della battaglia si trascineranno inutilmente fino al 26 con un nulla di fatto per gli Imperi centrali che, date le enormi perdite subite, persero definitivamente l'iniziativa[109].

Dopo sei mesi di rinforzo e riorganizzazione l'esercito italiano fu capace di resistere all'attacco, ma Diaz non sfruttò l'occasione di contrattaccare. Il generale, temendo che la controffensiva non avrebbe avuto l'effetto sperato, volle aspettare i rinforzi statunitensi, che però gli furono negati. L'esercito italiano rimase quindi sulla difensiva, anche perché le perdite italiane, come quelle austro-ungariche, furono elevatissime: 87.000 uomini, di cui 43.000 prigionieri, furono le perdite per le forze italiane, mentre 117.000, di cui 24.000 prigionieri, le perdite tra le file austro-ungariche[110]. Determinante per le forze italiane fu l'apporto dell'aviazione soprattutto nelle azioni d'appoggio tattico, di bombardamento e d'interdizione; nel corso delle operazioni, il 19 giugno fu abbattuto sul Montello l'asso della caccia italiana Francesco Baracca che aveva raccolto ben 34 vittorie. La conquista della supremazia aerea da parte italiana venne confermata dalla pacifica incursione di sette biplani monomotori SVA sulla capitale austriaca il 9 agosto 1918, dove la formazione italiana guidata da Gabriele D'Annunzio lanciò migliaia di manifesti tricolori[111].

L'offensiva dell'esercito italiano[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi battaglia di Vittorio Veneto.
Il fronte italiano nel 1918 e la battaglia di Vittorio Veneto.

Superato l'urto di giugno, il comando supremo italiano cominciò a pianificare l'offensiva sotto le incalzanti richieste di Orlando e Sonnino oltre che dei comandi alleati. Alle 10:00 del 19 ottobre il generale Gaetano Giardino ricevette l'ordine di attaccare a oltranza a partire dal 24 ottobre; preparazione, mutamento dello schieramento delle artiglierie, arrivo di nuove batterie, aggiustamento dei tiri, tutto doveva essere compresso in quei cinque giorni. Alla 4ª Armata di Giardino venne affidato l'importante compito di dividere la massa austro-ungarica del Trentino da quella del Piave, mentre l'8ª la 10ª e la 12ª Armata avrebbero attaccato lungo il fiume[112].

Diaz progettò l'offensiva seguendo le innovazioni introdotte dai generali tedeschi a occidente e che nell'ottobre 1917 avevano quasi portato l'Italia stessa fuori dal conflitto. Diaz elaborò un piano di attacco massiccio su un unico punto invece che su tutta la linea, nel tentativo di sfondare le difese e tagliare le vie di collegamento con le retrovie; la scelta ricadde sulla cittadina di Vittorio Veneto, considerata un probabile punto di rottura, la cui fragilità era costituita dal fatto che in questa città si trovava la congiunzione tra la 5ª e la 6ª Armata austro-ungarica[113].

Truppe italiane attraversano il Piave durante la battaglia di Vittorio Veneto

L'azione diversiva che avrebbe impegnato la 6ª Armata austro-ungarica nella zona degli altipiani fu scatenata alle prime ore del mattino del 24 ottobre dalla 4ª Armata di Giardino, precedendo di parecchie ore l'attacco principale in modo da spostare quante più truppe nemiche ad ovest. Non appena le notizie avessero confermato lo spostamento di truppe avversarie, avrebbe avuto inizio la manovra centrale dell'8ª Armata italiana verso Vittorio Veneto, mentre la 10ª e la 12ª Armata sarebbero avanzate per proteggerne i fianchi e impedire eventuali tentativi nemici di tagliare il saliente[113].

L'offensiva durante il primo giorno, come per i tre giorni successivi, non ebbe successo e in alcuni punti le minime avanzate italiane subirono il contrattacco nemico che riuscì a riconquistare le posizioni perse. Il 28 ottobre il comando supremo italiano prescrisse la prosecuzione degli attacchi a tempo indeterminato, finché l'attacco sul Piave non fosse uscito dalla fase di stallo. L'Austria-Ungheria era ormai in preda a forti disordini interni, e la crisi interna dell'impero si ripercosse sul fronte: i reparti imperiali iniziarono a dividersi su base etnica e nazionale, rifiutandosi di eseguire gli ordini degli alti comandi. Dopo averla a lungo sollecitata, la sera del 29 ottobre il generale Borojević ottenne infine l'autorizzazione dall'alto comando ad avviare una ritirata generale lungo tutto il fronte; iniziò quindi un accanito inseguimento da parte delle forze italiane e le armate austro-ungariche iniziarono a disfarsi lasciando migliaia di prigionieri in mano al nemico. La battaglia di Vittorio Veneto non fu un capolavoro tattico o strategico, ma il dissolvimento dell'impero contribuì fortemente al concludersi definitivo della guerra su tutti i fronti: la Germania non avrebbe potuto resistere da sola ad oltranza[114].

Il collasso dell'impero[modifica | modifica wikitesto]

Truppe austro-ungariche in ritirata durante gli ultimi giorni di guerra

Il 28 ottobre l'Austria-Ungheria chiese agli Alleati l'armistizio: l'impero che aveva aperto le ostilità attaccando la Serbia nel 1914 era ormai giunto alla fine del suo percorso politico e militare; quello stesso giorno gli italiani catturarono 3000 austro-ungarici sul Piave e in serata l'esercito asburgico ricevette l'ordine di ritirarsi[115]. L'impero era al collasso, e oramai i diversi movimenti indipendentisti stavano facendo di tutto per sfruttare la situazione; a Praga la richiesta di armistizio provocò una decisa reazione dei cechi: il Consiglio nazionale cecoslovacco si riunì a palazzo Gregor, dove si era costituito tre mesi prima, e assunse le funzioni di un vero e proprio governo, impartendo agli ufficiali austriaci nel castello di Hradčany l'ordine di trasferire i poteri, assumendo il controllo della città e proclamando l'indipendenza dello Stato ceco. Quella sera le truppe austriache nel castello deposero le armi: senza confini, senza riconoscimento internazionale e senza l'approvazione di Vienna, era nata un'entità nazionale ceca[115].

Sempre quello stesso giorno, il Parlamento croato dichiarò che, da quel momento, Croazia e Dalmazia avrebbero fatto parte di uno "Stato nazionale sovrano di sloveni, croati e serbi"; analoghe dichiarazioni pronunciate a Laibach e Sarajevo legavano queste regioni all'emergente Stato slavo meridionale della Jugoslavia[116]. Il 29 ottobre le truppe austro-ungariche si ritirarono dal Piave al Tagliamento; le lunghe colonne di uomini, rifornimenti e artiglierie in ritirata furono bersagliate da oltre 600 aerei italiani, francesi e britannici, un bombardamento feroce cui gli uomini in ritirata non avevano modo di difendersi.

« Lungo la strada c'erano rottami di veicoli, cavalli morti, cadaveri di uomini sulla strada e nei campi dove erano fuggiti per sfuggire alle mitragliatrici e alle bombe degli aerei [..] »
(Bernard Garside, diciannovenne ufficiale britannico[115])

Quello stesso giorno il Consiglio nazionale slovacco si associò in una nuova entità, insistendo sul diritto della regione slovacca alla "libera autodeterminazione". Il 30 ottobre vennero fatti prigionieri più di 33.000 soldati austriaci, mentre a Vienna il governo austro-ungarico continuava ad adoperarsi per giungere all'armistizio con gli Alleati[116]. Nel frattempo il porto austriaco di Fiume, che due giorni prima era stato dichiarato parte dello Stato slavo meridionale, proclamò la propria indipendenza chiedendo di unirsi all'Italia. A Budapest il conte Károlyi formò un governo ungherese, e su consenso di Carlo I rescisse i legami che fin dal 1867 avevano tenuto insieme l'Austria e l'Ungheria e intavolò trattative con le forze francesi in Serbia; quello stesso 30 ottobre Carlo consegnò la flotta austriaca agli slavi meridionali e la flottiglia del Danubio all'Ungheria, mentre una delegazione austriaca per l'armistizio arrivò in Italia, a Villa Giusti nei pressi di Padova[117]. Il 1º novembre Sarajevo si dichiarò parte dello "Stato sovrano degli slavi meridionali", mentre Vienna e a Budapest era ormai scoppiata la rivoluzione; il giorno precedente il conte Tisza fu ucciso dalle guardie rosse nella capitale ungherese[118].

L'armistizio[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi armistizio di Villa Giusti e bollettino della Vittoria.

Il 3 novembre l'Austria firmò l'armistizio che sarebbe entrato in vigore il giorno successivo, mentre a Vienna continuava la rivoluzione. Lo stesso giorno gli italiani entrarono a Trento e la Regia Marina sbarcò a Trieste, mentre sul fronte occidentale gli Alleati accolsero la richiesta formale di armistizio sul fronte francese avanzata dal governo tedesco[119]. Alle ore 15:00 del 4 novembre sul fronte italiano le armi cessarono di sparare; quella notte, ricordò l'ufficiale d'artiglieria britannicoe Hugh Dalton:

« [..] il cielo era illuminato dalla luce dei falò e dagli spari di razzi colorati. [..] Dietro di noi, in direzione di Treviso, si sentiva un lontano ritocco di campane, e canti ed esplosioni di gioia ovunque. Era un momento di perfezione e compimento[119]. »

Era il 4 novembre 1918 e il comandante in capo dell'esercito italiano, maresciallo Armando Diaz, diede notizia all'intero paese della conclusione del conflitto firmando l'ultimo bollettino di guerra passato poi alla storia come il "bollettino della Vittoria", che si concludeva con queste parole:

« [...] i resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo, risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza »

Il giorno seguente furono occupate Rovigno, Parenzo, Zara, Lissa; la città di Fiume, pur non prevista tra i territori nei quali sarebbero state inviate forze italiane come previsto da alcune clausole dell'armistizio, fu occupata in seguito agli eventi del 30 ottobre quando il Consiglio nazionale, insediatosi nel municipio dopo la fuga degli ungheresi, aveva proclamato l'unione della città all'Italia. L'esercito italiano forzò la linea del patto di Londra dirigendosi verso Lubiana, ma fu fermato poco oltre Postumia dalle truppe serbe.

Bilancio e conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi conferenza di pace di Parigi (1919), vittoria mutilata e impresa di Fiume.
La spartizione dell'Austria-Ungheria come decisa dai trattati di pace

All'indomani dell'armistizio, i problemi militari dell'Italia erano numerosi e andavano dal consolidamento di una nuova linea di confine alla riorganizzazione dei servizi territoriali e delle unità combattenti, all'assistenza alle popolazioni delle terre liberate e occupate, alla raccolta del bottino di guerra, al riordino degli ex prigionieri che affluivano dai disciolti campi austriaci; accanto a tutto ciò andava condotta la smobilitazione reclamata a gran voce dal paese[120].

Il problema maggiore nell'immediato dopoguerra per l'esercito fu comunque la riorganizzazione dell'apparato militare, che necessitava di un ammodernamento. Se Caporetto fu essenzialmente una sconfitta dovuta all'imprevidenza e alle sottovalutazioni dell'alto comando, numerosi furono gli episodi che rivelarono inadeguatezze nella conduzione delle operazioni e scarsa adattabilità alle esigenze moderne; l'Ortigara aveva offerto in questo senso un chiaro esempio di ostinato rifiuto nell'azione in profondità e l'insistenza sull'offensiva ad ampio fronte. Si poneva quindi la necessità di snellimento dei reparti in vista di una maggiore autonomia, manovrabilità e potere decisionale, così come avevano fatto le forze austro-ungariche e tedesche vittoriose a Caporetto[121].

Alla conferenza di pace di Parigi, l'Italia richiese che venisse applicato alla lettera il patto di Londra, aumentando le richieste con la concessione anche della città di Fiume in virtù della prevalenza numerica dell'etnia italiana, e dei fatti di fine ottobre. La città però, in base al patto, veniva espressamente assegnata quale principale sbocco marittimo di un eventuale futuro Stato croato o ungherese: gli Alleati negarono fin dall'inizio le richieste dell'Italia, dal canto suo divisa sul da farsi. Mentre Vittorio Emanuele Orlando abbandonò per protesta la conferenza di pace di Parigi, il nuovo presidente del consiglio italiano Francesco Saverio Nitti ribadì nuovamente le richieste italiane, ma nel contempo iniziò delle trattative dirette col nuovo Regno dei Serbi, Croati e Sloveni.

I legionari italiani proclamano l'istituzione della Reggenza del Carnaro a Fiume

Il 10 settembre 1919 Nitti sottoscrisse il trattato di Saint-Germain, che definiva i confini italo-austriaci ma non quelli orientali. L'Austria cedette all'Italia il Trentino/Alto Adige, l'Istria, l'intera Venezia Giulia fino alle Alpi Giulie col confine includente la cittadina di Volosca e le isole del Carnaro, la Dalmazia settentrionale nei suoi confini amministrativi fino al porto di Sebenico incluso, con tutte le isole prospicienti, il porto di Valona e l'isolotto di Saseno in Albania, e diritto di chiedere aggiustamenti dei confini coloniali con i possedimenti francesi e britannici in Africa[122].

La Jugoslavia reclamava i territori assegnati dal patto di Londra all'Italia, che a sua volta mirava anche a occupare Fiume. L'irrendentismo nazionalista, rafforzatosi nel corso della guerra, andò su posizioni di aperta e radicale contestazione dell'ordine costituito, e dopo l'abbandono della conferenza da parte dei delegati italiani il mito della "vittoria mutilata" e le mire espansionistiche nell'Adriatico divennero i punti di forza del movimento che raccolse le tensioni di una fascia sociale eterogenea, della quale fecero parte gli arditi, gli unici capaci di dare una svolta coraggiosa all'atteggiamento del governo[123]. In molti ambienti si diffuse la convinzione, alimentata dai giornali e da alcuni intellettuali, che gli oltre seicentomila morti della guerra erano stati "traditi", mandati inutilmente al macello, e tre anni di sofferenze erano servite solo a distruggere l'Impero asburgico ai confini d'Italia per costruirne uno nuovo e ancora più ostile ad essa.

Il 12 settembre 1919, una forza volontaria irregolare di nazionalisti ed ex-combattenti italiani, guidata dal poeta D'Annunzio, occupò militarmente la città di Fiume chiedendone l'annessione all'Italia. Solo la caduta del governo Nitti per il secondo governo Giolitti riuscì a sbloccare la situazione: Giolitti raggiunse un accordo con gli jugoslavi, dove Fiume fu riconosciuta città indipendente, anche se D'Annunzio e le formazioni irregolari vennero costrette ad abbandonare la città solo dopo un intervento di forza[123].

Le vittime[modifica | modifica wikitesto]

Un conteggio delle vittime riportate dalle forze armate del Regno d'Italia nel periodo della prima guerra mondiale, comprensivo delle perdite su tutti i teatri in cui furono coinvolte le truppe italiane, fu realizzato dal demografo italiano Giorgio Mortara nel 1925 sulla base di dati ufficiali del governo, stimando un totale di 651.000 militari italiani caduti durante il conflitto così ripartiti: 378.000 uccisi in azione o morti per le ferite riportate, 186.000 morti di malattie e 87.000 invalidi deceduti durante il periodo compreso tra il 12 novembre 1918 e il 30 aprile 1920 a causa delle ferite riportate in guerra[1]; altre fonti innalzano questo totale fino a 689.000 militari morti per tutti le cause durante il conflitto, oltre a indicare una stima di circa 1.000.000 di feriti di cui 700.000 resi invalidi[124]. A titolo di paragone, le vittime causate dalle tre guerre d'indipendenza italiane sono stimate in meno di 10.000 uomini in totale[124], mentre i caduti militari italiani nella seconda guerra mondiale sono stimati in poco più di 291.000 uomini[125].

Le perdite militari totali (morti, feriti e dispersi presunti morti) riportate dagli austro-ungarici sul fronte italiano sono stimate in circa 650.000 uomini[124]; un'altra stima delle vittime austro-ungariche arriva a circa 400.000 morti e 1.200.000 feriti[2]. Le vittime totali tra i militari austro-ungarici nel corso del conflitto ammontano a circa 1.100.000 caduti su tutti i fronti[126]. Le perdite riportate dagli Alleati sul fronte italiano ammontano a 1.024 morti e 5.073 feriti per i britannici, 480 morti e 2.302 feriti per i francesi e 3 morti e 5 feriti per gli statunitensi[2].

Il totale dei morti civili dell'Italia per ogni causa durante il conflitto è stimato in circa 589.000 vittime, principalmente causate da malnutrizione e carenze alimentari, cui sommare altri 432.000 morti causati dall'influenza spagnola a cavallo della fine delle ostilità; le vittime civili causate da azioni militari dirette sono stimate in 3.400, di cui 2.293 periti in attacchi contro navi, 958 in bombardamenti aerei e 147 in bombardamenti navali[1]. Una stima delle vittime civili austro-ungariche durante tutto il conflitto ammonta a 467.000 morti "attribuibili alla guerra", principalmente causati da malnutrizione[126].

Civili evacuati dal Litorale austriaco arrivano nel Campo profughi di Wagna in Austria

La guerra comportò anche vasti spostamenti di popolazione: circa 70.000 civili residenti in Friuli e nelle zone occupate dall'esercito italiano furono internati per questioni di sicurezza militare, spesso sulla base di accuse generiche o infondate, venendo trasferiti con la forza in altre regioni della penisola (gruppi furono inviati anche in Sardegna e Sicilia)[127]; il Comando italiano decretò inoltre il trasferimento di tutti i civili che vivevano nelle zone vicino al fronte (40.000 persone solo nel primo anno di guerra), a cui si aggiunsero poi altri 80.000 sfollati fuggiti dall'altopiano di Asiago durante la Strafexpedition e 650.000 dal Friuli e dal Veneto dopo Caporetto[128]. Allo stesso modo degli italiani, le autorità austro-ungariche decretarono l'internamento dei cittadini italiani sorpresi all'interno dell'impero allo scoppio della guerra, oltre ai sospettati di spionaggio o di simpatia con il nemico: circa 15.000 civili furono internati, anche se solo 3.000, maschi in età di leva, furono trattenuti fino alla fine delle ostilità[129]. Nei primi mesi di guerra fu dato avvio a una vasta evacuazione del Trentino e del Litorale austriaco, spostando fino a 230.000 civili nelle zone interne dell'Impero dove furono ospitati in una serie di campi di fortuna, in condizioni igieniche e di approvvigionamento di viveri spesso molto precarie[129].

Episodi di atrocità nei confronti dei civili furono rari. A fine maggio 1915 il comando italiano di Villesse ordinò l'arresto dell'intera popolazione del villaggio e la fucilazione di sei civili sulla base di vaghi rapporti che riferivano di spari contro le truppe italiane; una settimana dopo gli italiani rastrellarono tutta la popolazione maschile di una dozzina di villaggi tra Caporetto e Tolmino, accusati di spionaggio e di fornire ricovero ai disertori, e sottoposero gli ostaggi a decimazione fucilando sei civili tratti a sorte[130]. Il Friuli occupato dagli austro-ungarici dopo Caporetto fu sottoposto a legge marziale, ma una commissione d'indagine italiana istituita dopo la guerra concluse che le sentenze capitali eseguite a danno di civili furono in definitiva molto poche; le forze imperiali eseguirono requisizioni su larga scala di viveri e bestiame, provocando una grave crisi alimentare che causò almeno 10.000 morti d'inedia tra la popolazione civile prima della fine del conflitto[131].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c Giorgio Mortara, La Salute pubblica in Italia durante e dopo la Guerra, G. Laterza & figli, 1925, pp. 28-29, 165.
  2. ^ a b c Italian Front Casualties su worldwar1.com. URL consultato il 31 gennaio 2015.
  3. ^ Come appunto, si può leggere nel retro della "medaglia commemorativa della guerra italo-austriaca" coniata nel 1920. Vedi: La decorazione italiana per commemorare la Grande Guerra e l'Unità della Nazione, regioesercito.it. URL consultato l'11 ottobre 2011.
  4. ^ Essendo da alcune fonti visto come una sorta di conclusione simbolica del Risorgimento. Vedi: Il 1861 e quattro guerre per l'indipendenza (1848-1918), archiviodistatopiacenza.it. URL consultato il 30 settembre 2011.
  5. ^ Silvestri 2006, p. 10.
  6. ^ Morandi, p. 20.
  7. ^ Oliva, p. 53.
  8. ^ Silvestri 2006, p. 11.
  9. ^ Silvestri 2006, p. 12.
  10. ^ Gilbert, p. 32.
  11. ^ Ferraioli, p. 814.
  12. ^ Ferraioli, pp. 815,816.
  13. ^ Albertini, Vol.III p. 305.
  14. ^ Silvestri 2006, pp. 16,17.
  15. ^ a b Silvestri 2007, pp. 5,6.
  16. ^ Silvestri 2006, p. 18.
  17. ^ La legge di reclutamento del 1888 divideva il contingente di leva diviso in tre categorie; la prima comprendeva i giovani effettivamente destinati ad essere incorporati nell'esercito, la seconda quelli disponibili ma in eccesso rispetto alle esigenze dell'esercito, e la terza, i cosiddetti "sostegni di famiglia", con obblighi molto limitati, se non esenti del tutto. Vedi: Cappellano-Di Martino, p. 36
  18. ^ Cappellano-Di Martino, pp. 13,40,41.
  19. ^ Cappellano-Di Martino, p. 44.
  20. ^ Cappellano-Di Martino, pp. 50-51.
  21. ^ Nicolle, p. 38
  22. ^ Cappellano-Di Martino, pp. 49,50.
  23. ^ a b Cappellano-Di Martino, p. 41.
  24. ^ Cappellano-Di Martino, p. 45.
  25. ^ AA.VV., pp. 6-7.
  26. ^ Vianelli-Cenacchi, p. 13.
  27. ^ Le battaglie dell'Isonzo, luoghistorici.com. URL consultato l'11 ottobre 2011.
  28. ^ Vianelli-Cenacchi, p. 9.
  29. ^ a b c Vianelli-Cenacchi, p. 19.
  30. ^ a b L'esercito asburgico, isonzofront.org. URL consultato l'11 ottobre 2011.
  31. ^ a b Thompson, pp. 90-91.
  32. ^ Vianelli-Cenacchi, pp. 19-20.
  33. ^ Thompson, p. 77.
  34. ^ Vianelli-Cenacchi, pp. 6,7.
  35. ^ Vianelli-Cenacchi, p. 7.
  36. ^ a b c Il fronte dell'Isonzo/Soška Fronta/Isonzofront, grandeguerra.ccm.it. URL consultato il 12 ottobre 2011.
  37. ^ Thompson, p. 80.
  38. ^ a b c Vianelli-Cenacchi, p. 5
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  42. ^ Favre, p. 69.
  43. ^ a b Thompson, pp. 75-76.
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  47. ^ a b 1915: Il primo anno di guerra sul Carso e sull'Isonzo, grandeguerra.ccm.it. URL consultato il 16 ottobre 2011.
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  50. ^ Thompson, pp. 125-126.
  51. ^ Thompson, pp. 142-144.
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  53. ^ I primi attacchi italiani sul col di Lana, frontedolomitico.it. URL consultato il 17 ottobre 2011.
  54. ^ Conquista della selletta del Sasso di Stria, frontedolomitico.it. URL consultato il 17 ottobre 2011.
  55. ^ Attacchi austriaci contro la penetrazione italiana, frontedolomitico.it. URL consultato il 17 ottobre 2011.
  56. ^ Tre Cime, primi giorni, frontedolomitico.it. URL consultato il 17 ottobre 2011.
  57. ^ Fiscalina, gli scontri di giugno, frontedolomitico.it. URL consultato il 17 ottobre 2011.
  58. ^ Occupazione di Monte Popera, Cresta Zsigmondy, Cima Undici, frontedolomitico.it. URL consultato il 17 ottobre 2011.
  59. ^ La guerra bianca, le gallerie nel ghiaccio della Marmolada, lagrandeguerra.net. URL consultato il 17 ottobre 2011.
  60. ^ a b c Inquadramento storico della guerra sull'Adamello, lagrandeguerra.net. URL consultato il 17 ottobre 2011.
  61. ^ Favre, p. 32.
  62. ^ Favre, p. 52.
  63. ^ Favre, p. 70.
  64. ^ Favre, pp. 70,71.
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  67. ^ a b c d Thompson, pp. 170-172.
  68. ^ a b c Silvestri 2006, p. 19.
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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • AA. VV., Gli assi austro-ungarici della Grande Guerra sul fronte italiano, Madrid, Del Prado (trad. Osprey Publishing), 2001, ISBN 84-8372-502-9.
  • Antonella Astorri, Patrizia Salvadori, Storia illustrata della prima guerra mondiale, Firenze, Giunti, 2006, ISBN 88-09-21701-2.
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  • Filippo Cappellano, Basilio Di Martino, Un esercito forgiato nelle trincee - L'evoluzione tattica dell'esercito italiano nella Grande Guerra, Udine, Gaspari, 2008, ISBN 88-7541-083-6.
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  • Franco Favre, La Marina nella Grande Guerra, Udine, Gaspari, 2008, ISBN 978-88-7541-135-0.
  • Martin Gilbert, La grande storia della prima guerra mondiale, Milano, Arnoldo Mondadori [1994], 2009, ISBN 978-88-04-48470-7.
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  • David Nicolle, L'esercito italiano nella prima guerra mondiale, Gorizia, Editrice Goriziana [2003], 2014, ISBN 978-88-6102-181-5.
  • Gianni Oliva, Storia degli alpini, Milano, Mondadori, 2010, ISBN 978-88-04-48660-2.
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  • Mario Silvestri, Caporetto, una battaglia e un enigma, Bergamo, Bur, 2006, ISBN 88-17-10711-5.
  • Mario Silvestri, Isonzo 1917, Bergamo, Bur, 2007, ISBN 978-88-17-12719-6.
  • Mark Thompson, La guerra bianca, il Saggiatore, 2012, ISBN 978-88-565-0295-4.

Nella letteratura
Le opere letterarie riguardanti il fronte italiano sono moltissime, qui di seguito sono elencati in ordine alfabetico alcuni tra gli scritti più famosi:

  • Addio alle armi (A Farewell to Arms), è un romanzo ambientato in vari luoghi del fronte veneto e del nord-Italia e basato sulla trasposizione delle esperienze personali dello scrittore Ernest Hemingway, che nel 1918 prestò servizio volontario come autista di ambulanze della Croce Rossa americana (A.R.C.) nelle retrovie del Pasubio (Schio - Val Leogra) e degli Altipiani, prima di trasferirsi sul Piave, dove venne ferito mentre prestava soccorso in prima linea.
  • Un anno sull'Altipiano, è un libro di memorie di Emilio Lussu che racconta la sua esperienza sull'Altopiano di Asiago nel 1917.
  • Cola, o ritratto di un italiano, di Mario Puccini, è un romanzo che racconta il dramma della guerra dal punto di vista di un fante contadino.
  • La guerra di Joseph, è un libro scritto da Enrico Camanni, che racconta le vicende militari sul fronte delle Tofane dagli occhi di due combattenti, Ugo Vallepiana e Joseph Gaspard.
  • La rivolta dei santi maledetti, di Curzio Malaparte, è un saggio che racconta le vicende e gli errori degli alti comandi italiani durante la rotta di Caporetto.
  • Le scarpe al sole. Cronache di gaie e tristi avventure di alpini, di muli e di vino ricostruzione dell'allora capitano Paolo Monelli della vita degli Alpini al fronte.
  • Trincee - Confidenze di un fante, la storia autobiografica di Carlo Salsa, fante impegnato sul Carso.
  • Uragano, romanzo di Gino Rocca che parla dell'esperienza dello stesso autore in guerra

Filmografia[modifica | modifica wikitesto]

Qui di seguito in ordine cronologico, alcuni dei titoli più significativi:

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]