Fronte italiano (1915-1918)

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Fronte italiano
Dall'alto a sinistra: Soldati austroungarici appostati sulla vetta dell'Ortles, autunno 1917; obice Skoda da 305 mm che distrusse il Forte Verena, giugno 1915 ed il Forte Campolongo, maggio 1916; soldati italiani a sella del Camoscio, Monte Paterno, 1915 circa; soldati italiani in trincea sul Carso intenti a lanciare una granata, 1917 circa; aerei tedeschi scaricati da un treno nella stazione di Dobbiaco - Toblach, 1915.
Dall'alto a sinistra: Soldati austroungarici appostati sulla vetta dell'Ortles, autunno 1917; obice Skoda da 305 mm che distrusse il Forte Verena, giugno 1915 ed il Forte Campolongo, maggio 1916; soldati italiani a sella del Camoscio, Monte Paterno, 1915 circa; soldati italiani in trincea sul Carso intenti a lanciare una granata, 1917 circa; aerei tedeschi scaricati da un treno nella stazione di Dobbiaco - Toblach, 1915.
Data 24 maggio 1915 - 4 novembre 1918
Luogo Alpi e Prealpi orientali, pianura veneta
Esito Vittoria italiana.
Dissoluzione dell'Impero austro-ungarico.
Modifiche territoriali Nascita di repubbliche indipendenti di Austria, Ungheria e Cecoslovacchia.
Annessione all'Italia di Venezia Giulia, Venezia Tridentina e Zara.
Spartizione dell'Impero austro-ungarico a favore di Serbia e Romania.
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
5.000.000 8.000.000
Perdite
651.000 morti
953.886 feriti[1]
404.000 morti
1.207.000 feriti[2]
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Fronte italiano (in tedesco Italienfront o Gebirgskrieg, "guerra di montagna") è il nome dato all'insieme delle operazioni belliche combattute tra il Regio Esercito italiano e i suoi Alleati contro le armate di Austria-Ungheria e Germania durante la prima guerra mondiale.

Queste operazioni si svolsero nell'Italia nord orientale, lungo le frontiere alpine, e lungo il fronte del fiume Isonzo a partire dal 23 maggio 1915, giorno di dichiarazione di guerra italiana all'Austria-Ungheria. Questo conflitto, conosciuto in Italia anche con il nome di "guerra italo-austriaca"[3], o "quarta guerra di indipendenza"[4], vide l'Italia impegnata a fianco alle forze della Triplice Intesa contro gli Imperi Centrali e in particolare contro l'Austria-Ungheria, dalla quale avrebbe potuto acquisire il Welschtirol (l'attuale Trentino), Trieste e altri territori quali il Sud Tirolo, l'Istria e la Dalmazia.

Nonostante l'Italia intendesse sfruttare l'effetto sorpresa per condurre una veloce offensiva, volta ad occupare le principali città austriache, il conflitto si trasformò ben presto in una sanguinosa guerra di posizione, simile a quella che si stava combattendo sul fronte occidentale.

Con la vittoria italiana nella battaglia di Vittorio Veneto il 30 ottobre 1918 l'Impero Austro-Ungarico chiese l'armistizio, che entrò in vigore il 4 novembre.

Premesse[modifica | modifica wikitesto]

Le cause che portarono ai combattimenti sul fronte italiano sono da ricercare nel secolo precedente, a partire dalla definitiva sconfitta di Napoleone nel 1815, e dagli sconvolgimenti territoriali che questa comportò. Con il congresso di Vienna gran parte dell'Italia nord orientale cadde sotto il dominio e l'influenza austriaca, e nonostante le sommosse del 1848, le forze fedeli all'imperatore d'Austria mantennero il controllo sui territori italiani[5].

Con la fine della guerra di Crimea combattuta vittoriosamente dall'Impero ottomano, Francia, Gran Bretagna e Regno di Sardegna contro l'Impero russo, si riunì nella capitale francese il congresso di Parigi nel quale il Presidente del consiglio del Regno di Sardegna Cavour ottenne che per la prima volta in una sede internazionale si ponesse la questione italiana. All'unità d'Italia Napoleone III fu sentimentalmente favorevole, come lo era - senza sentimento - anche la Gran Bretagna, poiché un'Italia unita avrebbe potuto contrastare la potenza francese. In un tumultuoso precipitare degli eventi, nel 1861 nacque il Regno d'Italia, proprio mentre nasceva la Germania unita sotto l'Impero degli Hohenzollern, ed emergevano nuove potenze quali Stati Uniti d'America e Giappone. Il predominio mondiale della triade anglo-franco-russa nel 1870 poteva dirsi concluso, ma non erano concluse le pretese delle potenze europee in Africa[6].

Gran Bretagna, Francia e più timidamente anche la Germania, si assicurarono ampie conquiste in Africa, mentre l'Italia in modo incauto cercò anch'essa il suo "spazio vitale" nel corno d'Africa anziché cercarlo in casa propria dove lo avrebbe trovato nel centro-sud miserabile e arretrato[7]. Partì così la campagna d'Eritrea in un clima di ottimismo che venne stroncato durante la battaglia di Adua dove all'alba del 1º marzo 1896 i 15.000 soldati del generale Oreste Baratieri, vennero travolti dagli oltre 100.000 guerrieri di Menelik II[8]. Le politiche aggressive degli stati europei sfociarono in vari conflitti localizzati riguardanti le colonie, ma andava comunque crescendo l'inquietudine di un conflitto generalizzato che avrebbe coinvolto le maggiori potenze in uno scontro all'ultimo sangue.

Iniziò così la corsa alle alleanze; nel 1882 Otto von Bismarck allargò l'alleanza fra Germania e gli Asburgo, all'Italia, nel tentativo di spegnere nei francesi ogni velleità di rivincita per la sconfitta patita nel 1870. L'alleanza fu pensata anche in senso anti russo, sbarrando allo zar ogni possibilità di aprirsi nel Mediterraneo. Ciò comportò un'alleanza tra Francia e Russia nel 1893 alla quale si aggiunse dodici anni dopo la Gran Bretagna[9]. Una nuova tornata di conflitti locali fu innescata nel 1911 dall'Italia con l'impresa libica che porterà l'Impero Ottomano a lasciare la presa in Libia e nelle terre balcaniche, scoprendo così l'Impero austro-ungarico nei Balcani, regione in cui stava sempre più delineando l'irredentismo slavo appoggiato dalla Russia con ambizioni di destabilizzare l'Impero asburgico. Scoppiarono quindi le guerre balcaniche del 1912 e 1913 faticosamente placate dall'intervento austriaco[10]. Fu proprio questo fervore nazionalistico che il 28 giugno 1914 sfociò nell'attentato di Sarajevo, e alla successiva crisi diplomatica che portò allo scoppio del conflitto che insanguinò l'Europa per i quattro anni successivi[11].

La situazione del Regio Esercito[modifica | modifica wikitesto]

Nel periodo tra l'estate del 1910 e l'agosto del 1914, l'ordinamento Spingardi, che prevedeva l'ampliamento dei reggimenti alpini, delle unità di artiglieria e cavalleria, non ebbe però i risultati di rilievo sperati a causa delle spese della guerra di Libia e degli avvenimenti del 1914. Allo scoppio del conflitto rimanevano da costituire ancora una quindicina di reggimenti di fanteria, cinque reggimenti di artiglieria dei trentasei previsti, e due reggimenti di artiglieria pesante. E se queste carenze non erano particolarmente gravi, la situazione si faceva preoccupante esaminando la disponibilità di uomini e mezzi in prospettiva di una guerra europea. Gli uomini disponibili nel biennio 1914-1915 erano circa 275.000 con 14.000 ufficiali, e a questa carenza seguirono delle misure per risolvere il problema quantitativo, andando necessariamente a scapito della qualità[12].

Altra fonte di preoccupazione era la consistenza delle dotazioni di armi e materiali, intaccate in maniera considerevole per far fronte alle esigenze in Libia. Se i fucili e i moschetti Carcano-Mannlincher mod. 1891 erano sufficienti per armare l'esercito regolare, lasciando i vecchi Vetterli-Vitali Mod. 1870/87 alla Milizia Territoriale, più critica era la situazione delle artiglierie, in particolare di quelle di medio e grosso calibro, in relazione non solo al numero di bocche da fuoco, ma anche delle scorte di munizioni e ai quadrupedi necessari alle batterie. Infine si era ben lontani dal numero di mitragliatrici richiesto per poter assegnare una sezione di due armi a ciascun battaglione di fanteria di linea, di granatieri, di bersaglieri e di alpini[13].

Con una circolare del 14 dicembre 1914, il Comando del Corpo di Stato Maggiore ordinò la creazione di 51 reggimenti di fanteria, ma se per quanto riguarda gli uomini sarebbe stato possibile raggiungere in tempi relativamente brevi gli organici previsti, ben più difficile sarebbe stato rimediare alla mancanza di mitragliatrici. Con le 618 armi tipo Maxim-Vickers mod. 1911 disponibili al momento dell'entrata in guerra, fu possibile allestire solo 309 sezioni delle 612 previste, e solo nel 1916 con l'acquisto di mitragliatrici dalla Francia e con la produzione su larga scala della FIAT-Revelli Mod. 1914, la fanteria ebbe in dotazione armi automatiche a sufficienza[14].

Parallelamente anche la critica situazione delle artiglierie, in attesa che la mobilitazione industriale desse i suoi frutti, sarebbe stata migliorata con l'utilizzo temporaneo di tutti i materiali disponibili anche se antiquati e con provvedimenti atti a requisire i pezzi dalle batterie costiere e dalle opere fortificate lontane dalla zona delle operazioni[15]. A fine agosto 1914, l'evoluzione politica suggerì di anticipare i tempi, avvicinando le truppe ai confini mettendo in movimento unità di fanteria ancora in fase di approntamento. Il 4 maggio 1915 furono completati i provvedimenti necessari per portare l'esercito in ordine di battaglia a quattro armate, quattordici corpi d'armata e trentacinque divisioni, portando la forza in armi a 1.339.000 uomini[16].

Il piano strategico italiano[modifica | modifica wikitesto]

Cadorna1.jpg Svetozar boroevic von bojna.jpg
I due generali protagonisti degli scontri sull'Isonzo, a sinistra il generale Luigi Cadorna, capo di stato maggiore dell'esercito dal 27 luglio 1914 all'8 novembre 1917, a destra il generale Svetozar Boroevic von Bojna comandante austroungarico del fronte isontino.

Il piano strategico dell'esercito italiano, sotto il comando del generale Luigi Cadorna, Capo di Stato Maggiore italiano, prevedeva di intraprendere un'azione offensiva/difensiva per contenere gli austro-ungarici nel loro saliente incentrato sulla città di Trento e sul fiume Adige, che si incuneava nell'Italia settentrionale lungo il lago di Garda, nella regione di Brescia e Verona; concentrando invece lo sforzo offensivo verso est, dove gli italiani potevano contare a loro volta su un saliente che si proiettava verso l'Austria-Ungheria, poco a ovest del fiume Isonzo. L'obiettivo a breve termine dell'Alto Comando italiano era costituito dalla conquista della città di Gorizia, situata poco più a nord di Trieste, mentre quello a lungo termine, ben più ambizioso e di difficile attuazione, se non addirittura "visionario" prevedeva di avanzare verso Vienna passando per Trieste[17].

Nei disegni del generale Cadorna, la guerra contro un nemico già indebolito dalle carneficine del fronte orientale si sarebbe dovuta concludere in breve con l'esercito italiano vittorioso in marcia su Vienna. Sul fronte italiano furono ammassati circa mezzo milione di uomini, a cui in un primo tempo gli austriaci seppero contrapporre soltanto 80.000 soldati, in parte inquadrati in milizie territoriali male armate e poco addestrate[18]. Il fiume Isonzo avrebbe costituito quindi il fronte principale, quello che una volta sfondato avrebbe dovuto condurre a Trieste prima e a Vienna poi. Cadorna sognava manovre colossali di tipo napoleonico, con enormi attacchi lungo tutta la linea per dare letteralmente delle "spallate" al sistema nemico e arretrarlo portandolo al crollo[19].

Mentre sul fronte dolomitico gli italiani, fortemente carenti di artiglierie e mitragliatrici destinate soprattutto ad est, avrebbero dovuto attaccare lungo due principali direttrici strategiche; fra le Dolomiti di Sesto e attraverso il col di Lana. Queste azioni avrebbero portato ad uno sfondamento in profondità sufficiente per raggiungere la val Pusteria con la sua importante ferrovia e il fondovalle che portava da un lato verso il Brennero e dall'altro nel cuore dell'Austria. Nella parte meridionale del fronte dolomitico, invece, la priorità era l'occupazione della val di Fassa, da dove si sarebbero potute raggiungere Bolzano attraverso il passo Costalunga, oppure addirittura Trento seguendo la valle dell'Avisio. Oltre a questi settori dove si puntava a penetrazioni strategiche, gli italiani attaccarono anche nel cuore del massiccio dolomitico, su creste, lungo canaloni e persino sulle cime, spesso in condizioni svantaggiose dato che gli austriaci occupavano quasi sempre postazioni più elevate, in azioni che ebbero notevoli effetti sul morale delle truppe ma che non mutarono in alcun modo l'andamento bellico del conflitto[20].

La situazione dell'esercito austro-ungarico[modifica | modifica wikitesto]

Soldati bosniaci di fede musulmana tra le file dell'esercito austro-ungarico. L'eterogeneità dell'esercito asburgico fu uno dei fattori della sua debolezza.

La situazione dell'imperiale e regio esercito austro-ungarico allo scoppio del conflitto con l'Italia era molto complicata. La struttura stessa dell'esercito e il mosaico di istituzioni e diverse nazionalità che lo componevano rendevano le forze armate asburgiche una struttura molto complicata. Il nucleo centrale dell'esercito era costituito dall'imperiale e regio esercito, ovvero la kaiserliche und königliche Armee (k.u.k); c'erano poi i due eserciti nazionali, previsti dal compromesso risalente al lontano 1867, l'esercito ungherese Honvéd e quello austriaco Landwehr: il primo era sotto il controllo di Budapest, capitale del regno d'Ungheria, l'altro sotto diretto controllo di Vienna. Vi erano poi una moltitudine di milizie territoriali e altri corpi derivati da antiche istituzioni locali, composti principalmente da uomini provenienti dagli stessi territori e dalla stessa lingua madre[21][22].

Quando nel maggio 1915, con tutte le annate abili al servizio già sul fronte orientale, fu ordinata una mobilitazione generale che consentì di radunare quarantasette battaglioni di ragazzi tra i 15 e i 19 anni, che il governo richiamava periodicamente per le esercitazioni premilitari, e uomini di età compresa tra i 45 e i 70 anni, subito inviati di rincalzo alle poche truppe regolari[21]. La maggior parte delle truppe regolari venne schierata sul fronte dell'Isonzo dove gli italiani avrebbero attaccato in forze, ma questa forza poté contare a non più di tre divisioni per un totale di ventiquattro battaglioni ed un centinaio di cannoni, dato che Falkenhayn si rifiutò in un primo tempo di inviare le sette divisioni richieste da Conrad[22], mentre il fronte tirolese venne presidiato prevalentemente dalla gendarmeria tirolese e dagli Standschützen, milizie ausiliari organizzate da secoli nei tradizionali circoli di tiro al bersaglio.

Queste truppe avrebbero dovuto fungere da rincalzo, ma per la carenza di truppe regolari, gli Standschützen furono spesso incaricati di presidiare punti pericolosi del fronte, dove rimasero coinvolti in violenti combattimenti[21]. Sempre sul fronte alpino vennero schierati anche i Landesschützen e i Kaiserjäger, corpi formati da personale tirolese e in seguito anche austriaco e boemo, che però allo scoppio delle ostilità erano prevalentemente schierati sul fronte orientale. In questo settore del fronte accorsero in aiuto i tedeschi che il 26 maggio 1915 inviarono un nutrito contingente del Deutsche Alpenkorps che diede un grosso aiuto agli austro-ungarici su tutto il fronte alpino fino al 15 ottobre, data in cui vennero ritirati dal fronte italiano[23]. Il comando supremo delle forze asburgiche schierate contro gli italiani era nelle mani dell'arciduca Eugenio, mentre a est il settore dell'Isonzo ricadeva sotto la responsabilità del generale Svetozar Boroevic von Bojna, che aveva ai suoi ordini una forza di circa 100.000 uomini[24].

Forte Corno in un'immagine del 1915 circa.

Le contromisure austriache[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi fortificazioni austriache al confine italiano.

Gli austriaci predisposero fin da fine Ottocento diverse postazioni difensive al confine con l'Italia nell'eventualità di una guerra. Il fronte del Tirolo era suddiviso in cinque sezioni dette "Rayon", due delle quali comprendevano le Dolomiti, ma fin dall'inizio delle ostilità, la linea del fronte non corrispose a quella del confine politico, giudicato indifendibile dal comando supremo austriaco con le scarse forze disponibili in quel momento[25].

Per contenere l'avanzata italiana, che si riteneva sarebbe stata rapida e decisiva, fu necessario accorciare il fronte eliminandone per quanto possibile la sinuosità, attestandosi in difesa di zone più favorevoli e attorno alle fortificazioni già esistenti nei passaggi obbligati. Questo significava lasciare agli avversari ampie porzioni di territorio. Gli italiani conquistarono così, senza combattimenti, la conca d'Ampezzo, il comune di colle Santa Lucia e il basso Livinallongo, terre ladine i cui uomini erano arruolati nell'esercito imperiale austro-ungarico. Gli austriaci iniziarono la guerra sulla difensiva e vi rimasero per tutta la durata del conflitto; le uniche azioni offensive non ebbero lo scopo di sfondamento, ma la conquista di posizioni più favorevoli[26].

L'Italia entra in guerra[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi neutralità italiana (1914-1915).

Dopo l’attentato di Sarajevo, Austria-Ungheria e Germania decisero di tenere all'oscuro delle loro decisioni l'Italia. Ciò in considerazione del fatto che l'articolo 7 della Triplice alleanza avrebbe previsto, in caso di attacco dell'Austria-Ungheria alla Serbia, compensi per l'Italia[27]. Il 24 luglio, Antonino di San Giuliano, ministro degli esteri italiano, prese visione dei particolari dell'ultimatum e protestò violentemente con l'ambasciatore tedesco a Roma, dichiarando che se fosse scoppiata la guerra austro-serba sarebbe derivata da un premeditato atto aggressivo di Vienna. L'Italia pertanto secondo il ministro non aveva l'obbligo, dato il carattere difensivo della Triplice alleanza, di aiutare l'Austria, anche nel caso in cui la Serbia fosse stata soccorsa dalla Russia[28].

La decisione ufficiale e definitiva della neutralità italiana fu presa nel Consiglio dei ministri del 2 agosto 1914 e fu diramata il 3 mattina. Diceva:

« Trovandosi alcune potenze d'Europa in istato di guerra ed essendo l'Italia in istato di pace con tutte le parti belligeranti, il governo del Re, i cittadini e le autorità del Regno hanno l'obbligo di osservare i doveri della neutralità secondo le leggi vigenti e secondo i princìpi del diritto internazionale. [..][29] »

La neutralità ottenne inizialmente consenso unanime, tuttavia, il brusco arresto dell'offensiva tedesca sulla Marna inserì i primi dubbi sulla invincibilità tedesca. Macule interventiste andarono formandosi nell'autunno 1914 fino a raggiungere una consistenza non trascurabile appena pochi mesi dopo. Gli interventisti additavano la diminuzione della statura politica incombente sull'Italia se fosse rimasta spettatrice passiva. I vincitori non avrebbero dimenticato né perdonato, e se i vincitori fossero stati gli Imperi Centrali, si sarebbero anche vendicati della nazione che accusavano traditrice di un'alleanza trentennale[30].

Secondo gli interventisti, questa guerra avrebbe vendicato tutte le sconfitte e le umiliazioni del passato, da Adua, da Custoza e Lissa fino a Federico Barbarossa, Alarico e Brenno; e avrebbe permesso di completare l'unità d'Italia con l'annessione delle terre irredente; terre che tra l'altro, l'Intesa avrebbe assicurato all'Italia se si fosse schierata al suo fianco[31]. Alla fine del 1914 il ministro degli Esteri Sidney Sonnino iniziò le trattative con entrambe le parti per scucire i maggiori compensi possibili, e il 26 aprile 1915 concluse le trattative segrete con l'Intesa mediante la firma del patto di Londra con il quale l'Italia si impegnava ad entrare in guerra entro un mese[32]. Il 3 maggio successivo fu denunciata la Triplice Alleanza e fu avviata la mobilitazione, e il 23 maggio fu dichiarata guerra all'Austria-Ungheria, ma non alla Germania con cui Salandra sperava di non guastarsi del tutto[31].

Tradita l'alleanza con gli Imperi Centrali, la reazione dell'Imperatore Francesco Giuseppe non si fece attendere:

« Il Re d'Italia mi ha dichiarato guerra.

[...] Dopo un'alleanza durata più di trent'anni, durante i quali l'Italia poté incrementare l'espansione verso nuovi territori e veder diventare floride le sue condizioni, siamo stati da essa abbandonati in quest'ora di pericolo ad affrontare da soli i nostri nemici. [...]
Le importanti memorie di Novara, Mortaro e Lissa, che costituirono l'orgoglio della mia giovinezza, lo spirito di Radetzky, dell'Arciduca Albrecht e di Tegetthoff che è vivo tra le mie forze di terra e di mare, garantiranno la nostra vittoria anche a sud; difenderemo i confini della Monarchia.
Saluto le mie esperte truppe, avezze alla vittoria. Faccio affidamento su di esse e sulle loro guide. Faccio affidamento sul mio popolo il cui incomparabile spirito di sacrificio merita il mio plauso. Prego l'Onnipotente di benedire la nostra bandiera e farci omaggio della Sua graziosa protezione nella nostra giusta causa. »

(Documento datato 23 maggio 1915 con il quale l'Imperatore rispose alla dichiarazione di guerra italiana[33])

Il fronte isontino[modifica | modifica wikitesto]

Il fiume Isonzo con il distrutto Ponte di Salcano e la città di Gorizia sullo sfondo.

Durante i primi anni di guerra fu sul fronte dell’Isonzo che si combatterono le battaglie più dure e cruente. Questo fronte, ben meno esteso di quello alpino, assunse fin dall'inizio grande importanza strategica nei piani italiani. Questi riversarono sulle rive del fiume Isonzo la maggior parte delle risorse nel tentativo di sfondare le difese austro-ungariche, cercando di aprirsi la strada verso il cuore dell'Austria grazie all'urto della 2ª armata del generale Pietro Frugoni e della 3ª armata del duca d'Aosta. Dalla conca di Plezzo al monte Sabotino, che domina le basse colline davanti a Gorizia, l’Isonzo scorre tra due ripidi versanti montani, costituendo un ostacolo quasi invalicabile. Così, le linee trincerate dei due eserciti dovettero adattarsi all’orografia e alle caratteristiche del campo di battaglia[34].

Gli austro-ungarici, abbandonata la vallata di Caporetto, fronteggiano i reparti italiani su una linea quasi ovunque dominante che andava dal monte Rombon, passava per il campo trincerato di Tolmino per poi collegare il ripido versante destro del fiume con quello sinistro, in corrispondenza con le trincee del monte Sabotino. Dal Sabotino le trincee austro-ungariche difendevano la città di Gorizia, fino ad oltrepassare nuovamente l’Isonzo per innestarsi alle quattro cime del massiccio del San Michele e proseguire infine fino al mare lungo il primo ciglione carsico, passando per località rese famose dalla guerra; San Martino del Carso, monte Sei Busi, Doberdò, monti Debeli e Cosich[34].

Invasa già all’inizio del conflitto l’ampia area pedecarsica e occupate Gradisca e Monfalcone, le truppe italiane si attestarono a poca distanza dalle posizioni austro-ungariche. Da una parte e dall’altra del fronte, l’ampio e complesso sistema logistico dei due eserciti occupava molto in profondità il territorio, sequestrando vie di comunicazione, campi e boschi, città e paesi, impiantando comandi, presidi militari, magazzini, depositi, ospedali e cannoni. Da tutte e due le parti del fronte, venne evacuata la maggioranza dei civili dalle città e dai paesi a ridosso della linea del fronte. Dalla parte austriaca, l’esodo riguardò in particolare Gorizia, l’Istria e le aree del Carso e del Collio, i cui abitanti vennero sfollati all’interno dell’Impero, in grandi campi profughi. Nei territori occupati dall’esercito italiano vennero internati per precauzione molti parroci e autorità austriache, mentre le popolazioni dei paesi prossimi alla zona delle operazioni vennero trasferite in varie località del Regno e in varie città e sperduti paesi dell’Italia meridionale[34].

Il fronte alpino[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi guerra Bianca.
Il fronte di montagna impegnerà per quasi tutta la durata del conflitto i soldati in una "guerra verticale" combattuta tra le cime delle montagne. In questa foto alcuni alpini in cordata.
Le truppe austro-ungariche si trovarono per tutto il periodo dei combattimenti in montagna in una posizione sopraelevata e di vantaggio nei confronti del nemico. In questa foto fanti austriaci armati con una Schwarzlose sul fronte alpino.

Nel maggio 1915 la frontiera tra Italia e l'impero austro-ungarico correva lungo la linea stabilita nel 1866, al termine della guerra che permise all'Italia, seppur sconfitta militarmente, di annettere il Veneto. Era un confine prevalentemente montuoso, che nella sua parte occidentale corrispondeva quasi ovunque con l'attuale limite amministrativo della regione Trentino-Alto Adige. Il punto più basso, appena 65 m s.l.m., era in corrispondenza del Lago di Garda presso Riva. A ovest di questa linea si sfioravano i 4000 m di quota nel massiccio dell'Ortles, mentre a est le quote erano più basse; la Marmolada raggiunge la ragguardevole quota di 3342 m, ma - oltre la zona degli altopiani e la lunga catena del Lagorai - la particolare morfologia delle Dolomiti priva di lunghe creste continue, imponeva al confine un andamento assai irregolare e con forti e frequenti dislivelli[35]

Proseguendo verso est, il confine correva lungo la catena delle Alpi Carniche per poi incontrare le Dolomiti al Passo di Monte Croce di Comelico, e quindi innalzarsi subito in grandi montagne: Croda Rossa di Sesto, Cima Undici, monte Popera, Croda dei Toni fino a toccare le Tre Cime di Lavaredo, dove il confine si abbassava, attraversava la val Rimbon e con un giro contorto lasciava in territorio italiano gran parte di Monte Piana. Sceso a Carbonin, il confine risaliva fino alla cima di Monte Cristallo per poi ridiscendere nella valle dell'Ansiei, lasciando il Passo Tre Croci all'Austria, e attraverso le creste del Sorapis raggiungeva il fondovalle di Ampezzo, a sud di Cortina[35].

Attraverso il Becco di Mezdì e la Croda del Lago, il confine, attraverso il passo Giau, puntava decisamente verso sud fino ad arrivare ai piedi della Marmolada per poi proseguire verso il passo San Pellegrino e lungo la catena del Lagorai - ormai fuori dall'ambiente dolomitico - fino ad arrivare alla sopracitata valle dell'Adige passando per il monte Ortigara, l'altopiano dei Sette Comuni e il Pasubio. Il confine quindi toccava la punta nord del lago di Garda da cui riprendeva la sua corsa verso nord lungo l'odierno confine amministrativo, toccando il monte Adamello, il passo del Tonale e proseguendo fino al massiccio dell'Ortles-Cevedale al confine con la Svizzera[35].

Il terreno roccioso e verticale, le avversità climatiche e le quote, determinarono decisamente il modo di condurre le azioni e di programmare le strategie in entrambi gli eserciti. Fin dall'inizio del conflitto i contendenti furono impegnati in una sfida per occupare le posizioni sopraelevate, in una sorta di "gioco" che in breve li portò fino alle cime delle montagne. Camminamenti oggi impegnativi col bel tempo ed equipaggiamento leggero erano normalmente percorsi di notte, con carichi pesantissimi e in ogni condizione climatica. Venti fortissimi, temporali che infuriavano in quota, fulmini, le bassissime temperature invernali, le scariche di pietre e le valanghe, mietevano centinaia di vittime tra i soldati, spesso ignorati e non conteggiati tra i caduti in guerra[36].

Migliaia di soldati dovettero abituarsi a condizioni molto rigide e ad un ambiente difficile. In inverno la neve alta impediva i movimenti lasciando interi presidi completamente isolati, lasciando i soldati nella morsa del freddo e della fame, che li portava ad uscire dalle baracche per raggiungere la base più vicina, traversando ripidi pendii dove spesso trovavano la morte. In base ad alcune stime, si valuta che sul fronte alpino, per entrambi gli schieramenti, circa due terzi dei morti furono vittime degli elementi, e solo un terzo vittime di azioni militari dirette[37]. Tra le opere belliche di rilievo che servivano come via sicura per il raggiungimento delle vette, è da citare la Strada delle 52 gallerie sul Pasubio.

Si aprono le ostilità[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi bombardamento navale di Ancona.
Il bombardamento navale di Ancona in una cartolina propagandistica austriaca

All'alba del 24 maggio 1915 le prime avanguardie del Regio Esercito avanzarono verso il confine, varcando quasi ovunque il confine con l’ex alleato e occupando le prime postazioni al fronte. All’inizio, la mobilitazione italiana avvenne con lentezza, a causa della difficoltà di muovere contemporaneamente più di mezzo milione di uomini con armi e servizi[38]. Vennero sparate le prime salve di cannone contro le postazioni austro-ungariche asserragliate a Cervignano del Friuli che, poche ore più tardi, divenne la prima città conquistata. All'alba dello stesso giorno la flotta austro-ungarica bombardò la stazione ferroviaria di Manfredonia, la città di Ancona, Senigallia, Potenza Picena e Rimini senza causare gravi danni, eccetto che nel bombardamento di Ancona; la flotta italiana ebbe successo solo nel bombardamento di Porto Bruno e nell'occupazione di Pelagosa[39].

Lo stesso 24 maggio cadde il primo soldato italiano, Riccardo di Giusto. Nei primi giorni di guerra Cadorna progettò un attacco su tutta la linea del fronte, attestando il Regio Esercito sulla riva destra dell’Isonzo. Altri obiettivi importanti oltre l’Isonzo, come Tolmino e il Monte Nero, non furono raggiunti per la mancanza della necessaria copertura di artiglieria[40].

Le prime operazioni di terra[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi prima battaglia dell'Isonzo, seconda battaglia dell'Isonzo, terza battaglia dell'Isonzo e quarta battaglia dell'Isonzo.
Fanti austro-ungarici sul fronte del Carso, utilizzano improvvisati congegni di tiro costituiti da un fucile Steyr-Mannlicher M1895 montato insieme ad un periscopio.

La prima mossa dell'Italia fu un'offensiva mirata a conquistare la città di Gorizia, di là del fiume Isonzo. A partire dalla fine di giugno del 1915, sul Carso si susseguirono violenti combattimenti in cui la prima linea austro-ungarica cedette sotto i colpi dell'artiglieria italiana nei pressi di quota 89 di Redipuglia e sopra Sagrado durante la prima battaglia dell’Isonzo. Nel corso della seconda offensiva estiva, gli attacchi italiani costrinsero gli austro-ungarici ad arretrare le loro trincee di alcune centinaia di metri sull'altipiano di Doberdò e davanti al villaggio di San Martino del Carso, mentre nel settore del San Michele cadde un importante costone trincerato (quote 140 e 170) dal quale i reparti italiani erano in grado di minacciare da vicino le cime del monte.

Davanti a Gorizia, tra Podgora e il monte Sabotino, gli attacchi italiani non ebbero alcun esito, e anche lungo il medio e alto Isonzo, la linea difensiva austriaca rimase pressoché inalterata[41]. Ancora una volta il Comando Supremo insistette con gli attacchi frontali e la scarsa coordinazione dell'artiglieria con i piani di attacco della fanteria. Da sottolineare che alle batterie italiane iniziavano a scarseggiare le munizioni e questo indusse Cadorna a sospendere gli attacchi[42].

L'autunno successivo Cadorna ordinò nuovi attacchi alle postazioni nemiche, che dal canto loro, sfruttarono il momento di stasi operativa per fortificare e consolidare le postazioni. Nonostante gli sforzi della 2ª e 3ª armata, impiegate in forze sul Carso davanti a Gorizia e sul Monte Nero, le due nuove "spallate" pianificate dal generale Cadorna non sortirono gli effetti sperati. Gli italiani riuscirono a conquistare e successivamente perdere il villaggio distrutto di Oslavia, a portare avanti seppur di poco la linea delle trincee davanti a Doberdò, a occupare la posizione austriaca "delle frasche" davanti a San Martino e a spingersi a ridosso delle cime del San Michele, ancora saldamente in mano ai reparti ungheresi; ma le linee nemiche resistevano ancora bene e queste due offensive autunnali non riuscirono a sfondare la linea del fronte.

Alla fine del 1915 lungo l’Isonzo l’esercito italiano registrò circa 235 000 perdite (tra morti, feriti e ammalati, prigionieri e dispersi), mentre gli austriaci, pur difendendosi quasi esclusivamente, subirono oltre 150 000 perdite[41]. Gli austro-ungarici iniziavano a preoccuparsi dell'assotigliamento degli effettivi ma il sistema difensivo reggeva bene l'urto dei fanti italiani che ancora una volta vedevano vanificati i loro sforzi. Nessuno degli obiettivi del comando supremo era stato raggiunto ed ormai la stagione avanzata consigliava la sospensione delle operazioni in grande stile anche perché, considerate le perdite, entrambi gli schieramenti non potevano permettersi di continuare una lotta all'ultimo uomo[42].

Le operazioni alpine[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi guerra bianca in Adamello e battaglia di Monte Piana.
Entrata di un tunnel austriaco scavato nella neve del Monte Cristallo - Hohe Schneide, a sud del passo dello Stelvio, 1917.
Alpini in posizione di tiro sull'Adamello.

Parallelamente alle offensive portate nei primi mesi di guerra dalla 2ª e 3ª armata sul fronte isontino, il tenente generale Luigi Nava, al comando della 4ª armata italiana, il 3 maggio diede l'ordine di avanzata generale lungo tutto il fronte. Quest'ordine diede il via ad una serie di piccole offensive in vari punti del fronte dolomitico svoltesi tra fine maggio ed inizio giugno. L'8 giugno gli italiani attaccarono nell'alto Cadore, sul Col di Lana, nel tentativo di tagliare una delle principali vie di rifornimento austriache al settore Trentino attraverso la Val Pusteria. Questo teatro di operazioni fu secondario rispetto alla spinta ad est, tuttavia ebbe il merito di bloccare, in seguito, contingenti austro-ungarici: la zona di operazioni si avvicinava infatti più di ogni altro settore del fronte a vie di comunicazione strategiche per l'approvvigionamento del fronte tirolese e trentino[43].

Tra il 15 e il 16 giugno partì la prima offensiva verso i Lagazuoi e le zone limitrofe, in un attacco teso a catturare il Sasso di Stria, sulla cui cima era stato installato un osservatorio di artiglieria austriaco[44]. Poco più a nord, tra giugno e luglio, gli italiani lanciarono i primi attacchi sulle Tofane e verso la val Travenanzes dove di fronte ad una avanzata iniziale, il 22 luglio furono ricacciati su posizioni sfavorevoli dopo il contrattacco austriaco[45]. Dopo aver occupato Cortina e passo Tre Croci il 28 maggio, gli italiani si trovarono dinnanzi a tre ostacoli che gli impedivano di entrare a Dobbiaco e in val Pusteria: il Son Pauses, il Monte Cristallo e il Monte Piana. Gli italiani in giugno attaccarono tutti e tre i capisaldi, ma senza ottenere il alcun caso risultati di rilievo. Entrambi gli schieramenti furono invece costretti a trincerarsi su posizioni che, in pratica, non sarebbero mai cambiate fino al 1917.

Più a est, altri settori furono testimoni dei primi scontri tra italiani e austro-ungarici, il 25 maggio viene bombardato dagli italiani il rifugio Tre Cime alla base delle Tre Cime di Lavaredo[46], anche se il primo vero attacco italiano si avrà solo in agosto; l'8 giugno la 96ª compagnia del Pieve di Cadore e la 268ª compagnia del Val Piave occupano il passo Fiscalino[47], mentre tra luglio e agosto gli italiani occupano la cima di monte Popera, la cresta Zsigmondy, e Cima Undici in quanto non erano presidiate dagli austriaci[48], mentre più a est per tutta l'estate si susseguirono i tentativi italiani di sfondamento del passo Monte Croce di Comelico che ben presto però si trasformarono in una guerra di posizione che durò fino al 1917.

Ad ovest del settore alpino dalla fine di maggio del 1915 all’inizio di novembre del 1917, il possesso del massiccio della Marmolada costituì un elemento strategico particolarmente importante perché controllava la strada alla val di Fassa e alla val Badia, e quindi al Tirolo che divenne subito uno dei punti più caldi del fronte alpino occidentale[49].

Postazione austriaca a Torre Toblin- Toblinger Knoten, estate 1916/17

Altro settore considerato molto importante dagli italiano era il passo del Tonale, su cui già prima della guerra furono costruiti alcuni settori fortificati in previsione di una guerra tipicamente difensiva. Le disposizioni del Comando Supremo stabilivano infatti che sul fronte Trentino fossero effettuate, ove necessario, solo piccole azioni offensive al fine di occupare posizioni più facilmente difendibili, che consentissero alle truppe italiane di attestarsi in luoghi più facilmente accessibili e rifornibili[50].

Allo scoppio delle ostilità, i comandi militari italiani si resero conto che la presenza degli austriaci sulle creste dei Monticelli e del Castellaccio-Lagoscuro, rappresentava una seria minaccia per la prima linea sul Tonale. Venne così decisa un’azione per scacciarli da tali posizioni. La prima operazione di guerra sui ghiacciai fu affidata al battaglione alpini "Morbegno", ed ebbe luogo il 9 giugno 1915 per concludersi con una tremenda sconfitta: gli alpini, nel tentativo di occupare la Conca Presena e cogliere gli austriaci di sorpresa, effettuarono una vera e propria impresa alpinistica risalendo la Val Narcanello, il ghiacciaio del Pisgana e attraversando la parte alta di Conca Mandrone. Giunti al Passo Maroccaro e iniziata la discesa in Conca Presena, furono avvistati dagli osservatori austriaci e sottoposti, sul candore del ghiacciaio, al preciso tiro della fanteria imperiale che, pur essendo in numero assai inferiore, seppe contrastare l’attacco in modo assai abile e li costrinse alla ritirata, lasciando sul campo 52 morti[50].

Un mese dopo, il 5 luglio, gli austriaci attaccarono a loro volta il presidio italiano attaccando sulle rive del Lago di Campo in alta Val Daone. L’agguato, perfettamente riuscito, evidenziò l'impreparazione tattica italiana, e stimolati dal successo ottenuto, il 15 luglio, gli austriaci tentano un improvviso attacco al Rifugio Garibaldi attraverso la Vedretta del Mandrone. Il piano fallì per l’abilità dei difensori, ma mise nuovamente in risalto la vulnerabilità del sistema difensivo italiano, che per questo motivo venne rafforzato. Per quanto riguarda l'ala destra del fronte del Tonale, le azioni italiane più significative del 1915 si svolsero in agosto con diverse direttrici ma portarono solo alla conquista del Torrione d’Albiolo[50].

Tutte queste offensive però non portarono a nessuno sfondamento, tanto che, come sull'Isonzo, anche la guerra di montagna divenne una guerra di trincea simile a quella che si stava svolgendo sul fronte occidentale: l'unica differenza consisteva nel fatto che, mentre sul fronte occidentale le trincee erano scavate nel fango, sul fronte italiano erano scavate nelle rocce e nei ghiacciai delle Alpi, fino ed oltre i 3.000 metri di altitudine.

La cooperazione con la Regia Marina[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi operazioni navali nel mare Adriatico (1914-1918).

La iniziale neutralità italiana influì non tanto sulla Regia Marina ma soprattutto sui piani difensivi dei suoi alleati. Con la flotta tedesca impegnata nel Mare del Nord, la flotta austriaca si trovò improvvisamente sola contro le forze navali dell'Intesa, rispetto alle quali, considerando anche solo la flotta francese, era decisamente inferiore. Così l'Austria decise di richiudersi all'interno dei suoi porti, cercando di mantenere il quanto più possibile intatta la flotta e tenerla pronta contro un possibile scontro con l'Italia. Il fronte marittimo si contrasse così entro la fascia costiera orientale dell'Adriatico fino allo sbocco del canale d'Otranto[51].

Il primo provvedimento a livello operativo allo scoppio del conflitto fu la ridislocazione della flotta nel porto di Taranto ove assunse la denominazione di "Armata Navale" che il 26 agosto 1914, fu posta al comando di S.A.R. il Duca degli Abruzzi, a cui seguirono i primi studi per eventuali operazioni contro l'Austria. Altra decisione fu quella, in caso di conflitto, di occupare territorialmente una parte della costa nemica per assicurare il sostegno del fianco destro della 3ª armata, di creare un blocco all'imbocco del canale d'Otranto per impedire alle navi austriache di uscire dall'Adriatico, di minare le principali linee di comunicazione nemiche e cercare di assicurare il dominio nell'Alto Adriatico anche per sostenere le operazioni del Regio Esercito sull'Isonzo[52]. In quest'ottica, il 24 maggio, siluranti e sommergibili vennero utilizzati per tener sgombro il golfo di Trieste e proteggere l'avanzata della 3ª armata, che con cavalleria e bersaglieri aveva subito conquistato Aquileia e Belvedere ed era entrata nella città di Grado lasciata abbandonata dalle truppe austro-ungariche. La difesa della zona fu affidata alla Regia Marina che inviò il pontone armato Robusto armato con tre cannoni da 120 mm[53].

Fu subito evidente la necessità di uno stretto coordinamento tra esercito e marina e il sottocapo di stato maggiore, C. Amm. Lorenzo Cusani fu inviato presso il comando supremo dell'esercito per mantenere i contatti tra le due forze armate. Alle forze navali fu richiesto di supportare l'ala destra della 3ª armata, e nell'ambito di questa richiesta, il 29 maggio, una squadriglia di sette cacciatorpediniere della classe Soldato bombardò lo stabilimento chimico Adria-Werke di Monfalcone dove si producevano gas asfissianti. Il 5 giugno, mentre l'esercito si apprestava a passare l'Isonzo, la marina ne assicurò la copertura dell'avanzata con cinque caccia e alcune torpediniere posizionate vicino la foce del fiume, mentre tre caccia e alcuni sommergibili pattugliavano il golfo[54].

Un'ulteriore richiesta di supporto a sostegno delle operazioni a terra avvenne durante la conquista di Monfalcone prevista per il giorno 9 giugno, a cui parteciparono tre pontoni armati con cannoni da 152. Conquistata la città, la difesa del porto fu affidata alla marina, che inviò le prime batterie galleggianti che dal 16 iniziarono a battere la zona del Carso. Nei mesi successivi le artiglierie della marina furono più volte chiamate a svolgere operazioni coordinate. La batteria Amalfi e quelle del basso Isonzo, sia su pontoni che fisse, effettuarono diverse azioni di fuoco contro l'ala sinistra dell'armata austro-ungarica, battendo le postazioni del Carso, quelle di Monte San Michele, Duino, Medeazza e Flondar. La marina collaborò costantemente durante le operazioni di terra che si susseguirono fino al 2 dicembre 1915, data in cui si concluse la quarta battaglia dell'Isonzo e l'avanzata italiana si arrestò[55].

Il secondo anno di guerra[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi sesta battaglia dell'Isonzo.

Il 1916 sorge per l'Intesa sotto auspici non favorevoli, eccetto il progressivo potenziamento dell'esercito britannico, che a metà dell'anno supera i due milioni di uomini, tutti ancora volontari[32]. La durata della guerra sembrava allungarsi oltre ogni previsione, e parallelamente anche l'esercito italiano iniziò un'opera di riordinamento e potenziamento sulla base di un programma concordato tra il Governo e il capo di stato maggiore, presentato in maggio da Cadorna[56]. In novembre vennero approntate 12 nuove brigate di fanteria e la formazione di una nuova quarta compagnia per i battaglioni che ne avevano soltanto tre, inoltre in ogni battaglione venne inquadrato un reparto zappatori di 88 uomini tratti dalle compagnie. Le stesse misure vennero adottate per i bersaglieri, mentre per quanto riguarda gli alpini, venne completato il processo di formazione dei 26 battaglioni di Milizia Mobile portando il totale del corpo a 78 battaglioni con 213 compagnie. Altre 4 brigate di fanteria vennero formate tra aprile e maggio attingendo da quanto rimaneva della classe 1896 e gli esonerati sottoposti a nuova visita dal 1892 al 1894, e ancora tra marzo e giugno riunendo alcuni battaglioni provenienti dalla Libia[56].

Dal punto di vista delle operazioni in Italia, l'anno 1916 fu segnato dall'offensiva austro-ungarica di maggio in Trentino, dalla sesta battaglia dell'Isonzo in agosto, con la conquista di Gorizia, e dalle tre cosiddette "spallate" carsiche in autunno[56]. Il 21 febbraio i tedeschi attaccarono la piazzaforte di Verdun mentre il capo di stato maggiore austro-ungarico, Conrad von Hötzendorf invece alleggerì i contingenti schieranti lungo il fronte russo, dove non sospetta sorprese, per concentrare una grossa forza d'urto nelle montagne del Trentino volte verso la pianura vicentina. L'enorme difficoltà di accumulare e manovrare mezzi adeguati in regione tanto aspra è controbilanciata dalla posta in gioco: lo sbocco delle divisioni austriache nella pianura veneta e l'accerchiamento dell'esercito italiano schierato nel Friuli[57].

La Strafexpedition[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi battaglia degli Altipiani.
Campo di battaglia devastato dopo la battaglia degli Altipiani.

Il 15 maggio, appena il tempo lo permise, scattò la Strafexpedition, "spedizione punitiva". La 11ª armata austro-ungarica passò all'attacco fra la val d'Adige e la Valsugana, spalleggiata dalla 3ª armata, destinata allo sfruttamento del successo. Se l'offensiva non fu una sorpresa per Cadorna, lo fu per l'opinione pubblica; improvvisamente l'Italia scoprì, dopo un anno di sole offensive e senza che nessuno l'avesse messa in guardia, di trovarsi in grave pericolo. Per i successivi venti giorni formidabili posizioni montane caddero una dopo l'altra, mentre il governo Salandra sentì ventilare dal generalissimo Cadorna la possibilità che l'esercito dell'Isonzo avrebbe dovuto ripiegare di tutta fretta, abbandonando il Veneto per non cadere nella completa distruzione[57].

L’intera massa di uomini dislocati a difesa del fronte, nonostante una strenua resistenza, dovette necessariamente iniziare la ritirata; Cadorna iniziò quindi a richiamare le divisioni di riserva costituendo una 5ª armata che riuscì a frenare, e quindi arrestare concretamente, l’offensiva sugli Altopiani. Per costituire questa nuova arma d’offesa, Cadorna corse un notevole rischio: dovette infatti alleggerire le truppe dislocate sull’Isonzo, rischiando che un’offensiva nemica contingente gli strappasse di mano anche le poche e sudatissime conquiste di quel fronte. L’Austria-Ungheria si rese subito conto della minaccia e, dopo un ultimo tentativo di offesa ai danni delle difese del Lemerle e del Magnaboschi, cessò l’offensiva, con relativo importante arretramento delle linee raggiunte[58].

Si concluse così la prima grande battaglia difensiva dell’Italia, definitivamente "maturata" per la "guerra di materiali", che l’avrebbe vista impegnare ingenti quantitativi di uomini, mezzi e risorse fino al termine del conflitto. Purtroppo durante questa sanguinosa e frenetica battaglia, il fatto di aver perduto terreno (la massima penetrazione austriaca si misurò su più di 20 chilometri in profondità verso la pianura vicentina), fatto peraltro intrinseco delle battaglie di materiali, fece scarsamente apprezzare la reale vittoria difensiva italiana[58].

Solo il 3 giugno il bollettino italiano poté annunciare quella che era solo una mezza verità:

« L'incessante azione offensiva nel Trentino è stata dalle nostre truppe nettamente arrestata lungo tutta la fronte d'attacco[59] »

Il contraccolpo del rischio a malapena sventato fu la caduta di Salandra e l'istituzione di un governo di "unione nazionale" presieduto dall'ottuagenario Paolo Boselli[57].

Le successive battaglie dell'Isonzo[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi settima battaglia dell'Isonzo, ottava battaglia dell'Isonzo e nona battaglia dell'Isonzo.

Nella seconda metà del 1916 gli anglo-franco-italiani ripresero le loro logoranti offensive dalle quali li aveva distratti l'iniziativa nemica. Da luglio a novembre divamparono furiosi i combattimenti sulla Somme, mentre a fine agosto Erich von Falkenhayn viene liquidato e spedito sul fronte orientale a riscattarsi, sostituito a occidente dal duo Ludendorff - Hindenburg. In Italia Cadorna, respinta la Strafexpedition, tenta invano di recuperare il terreno perduto in Trentino. Dopo una breve ritirata gli austro-ungarici si trincerarono su posizioni formidabili, da cui gli attacchi italiani, nonostante sanguinose perdite, non riuscirono a sloggiarli.

Il comandante dell'esercito italiano decise quindi di dirigere i suoi sforzi verso una nuova offensiva lungo l'Isonzo. Il 6 agosto le truppe italiane passano all'offensiva dal Sabotino al mare, raggiungono e superano l'Isonzo, conquistano Gorizia deserta e costringono l'ala meridionale della 5ª armata austro-ungarica, comandata dal feldmaresciallo Boroević, a ripiegare di alcuni chilometri sul Carso. Ma non è una travolgente vittoria, non l'agognato sfondamento; i nemici hanno ceduto terreno per arroccarsi su una nuova linea già preparata contro la quale si infrangono, fra metà agosto e inizio dicembre, i nuovi assalti italiani[60].

Da settembre iniziò quindi una nuova serie di tre "spallate" sempre sul fronte dell'Isonzo per aumentare la superficie conquistata nell’area tra Gorizia e il mare. Le prime due battaglie hanno breve durata, la settima battaglia dell'Isonzo (14-16 settembre) le conquiste italiane sono praticamente nulle ma costarono comunque un gran numero di vittime, mentre l'ottava battaglia (10-12 ottobre) si esaurì il terzo giorno al costo di 24.500 perdite per gli italiani e 40.500 per gli austriaci. Le truppe imperiali dovettero però operare un arretramento di diverse centinaia di metri per rendere la nuova linea più corta quindi meglio difendibile, tale linea andava dal Monte Santo verso il mare passando per le colline dell'Hermada, che diverrà tristemente nota per i sanguinosissimi scontri che vedranno il colle terreno di lotta in quanto ultimo baluardo a difesa di Trieste. Purtroppo per gli italiani però, errori, condizioni meteo avverse, scarsità di materiali, furono fattori impedirono lo sfondamento nel settore che sembrava a portata di mano[61].

L’autunno particolarmente cattivo sul piano meteorologico lasciava pochi dubbi su come sarebbe stato l’inverno, e i comandi italiani già dopo l’ottava offensiva volevano scatenare un nuovo attacco contro le difese carsiche prima che tutto fosse bloccato dalla cattiva stagione. L'attacco ebbe inizio solo il 31 ottobre, la linea da attaccare in questa operazione era quella passante per Colle Grande-Pecinca-Bosco Malo, e possibilmente la linea Dosso Faiti-Castagnevizza-Sella delle Trincee.

Artiglieria alpina sul fronte dell'Adamello, mentre si appresta a fare fuoco con un pezzo da 75/13.

Verso Castagnevizza l'esercito riuscì a ottenere qualche risultato di rilievo, ma a sud l’Hermada si confermava un osso duro, riuscendo a resistere a tutti gli attacchi. Il 2 Cadorna decise di sospendere l’attacco per mancanza di rifornimenti anche se gli scontri ripresero comunque il 3, mentre il 4, in conseguenza ad un arretramento degli austriaci che assunsero posizioni meglio difendibili, le truppe italiane presero le trincee del monte Faiti. Nel complesso si avanzò solo di qualche chilometro, le perdite sofferte ammontarono a 39.000 soldati tra morti, feriti e dispersi per gli italiani e 33.000 per gli imperiali[62].

Intanto, mentre sul fronte si contavano le perdite di uomini e materiali e ci si preparava ad affrontare l'inverno, a Vienna il 21 novembre morì il vecchio Imperatore Francesco Giuseppe a cui successe il nipote Carlo I, che oltre ad un trono in disfacimento, ereditò una guerra che non ebbe voluto. Fa proposte di pace a Francia e Gran Bretagna che cadono nel vuoto, fornendo però il pretesto per declinare a queste ultime le responsabilità sul protrarsi della guerra[62]. Nell'inverno 1916-1917 e la primavera successiva, in un periodo in cui le illusioni di una guerra breve erano ormai svanite. Per tutto l'inverno, sul fronte dell'Isonzo tra il Carso e Monfalcone la situazione rimase stazionaria, mentre sulle Alpi, il settore del III corpo d'armata comprendente la zona tra lo Stelvio e il lago di Garda, fu caratterizzato da piccole offensive atte a conquistare alcune vette strategicamente importanti, tra cui quella di monte Cavento che fu attaccato ad inizio inverno. La Strefexpedition però causò la stasi nelle operazioni per la conquista del monte, che ripresero a maggio 1917 con la "battaglia dei Ghiacci" che consentì alla 242ª compagnia del battaglione alpino "Val Baltea" la conquista della vetta[63].

La guerra di mine[modifica | modifica wikitesto]

La cima del Col di Lana deflagrata dopo lo scoppio della mina austriaca del 23 settembre 1916.

In alta montagna i soldati di entrambi gli schieramenti erano spesso impegnati in piccoli scontri tra pattuglie nel tentativo di conquistare trincee lungo le creste e le cime delle montagne. La scarsità di uomini, i limitati terreni di scontro e le limitazioni climatiche, che consentivano attacchi solo in determinati periodi, fecero sì che la guerra sul fronte alpino trovasse diverse applicazioni e nuovi metodi strategici. Nella fattispecie, si escogitò uno speciale utilizzo delle mine: genieri, minatori e soldati scavavano gallerie sotterranee nella roccia per raggiungere le linee nemiche al di sotto delle quali veniva creato un grande pozzo riempito di esplosivo. Quando la mina veniva fatta brillare la postazione nemica saltava in aria insieme alla cima della montagna consentendo, almeno in teoria, agli attaccanti di occupare facilmente la posizione[64].

Tra i fronti dove si praticò questo tipo di guerra si contano il Col di Lana, il monte Cimone, il Pasubio e il Lagazuoi, benché tentativi in questo senso furono fatti anche su altri fronti come al Monte Piana o sul Castelletto. Nel 1916, proprio il Cimone fu teatro di questo tipo di strategia. Il monte, dopo la Strafexpedition, era caduto in mano austriaca, ma il suo ruolo strategico richiedeva una reazione italiana; nell’ultima settimana di luglio fu protratto per 18 ore un pesantissimo bombardamento su vetta e contrafforti del Cimone, al termine del quale furono mandati all’attacco i migliori reparti di alpini e finanzieri. Sebbene inizialmente fermati, dopo un cruentissimo scontro gli italiani ripresero la cima[65].

Cominciarono quindi, senza risultati significativi, i contrattacchi austriaci. I comandi austro-ungarici decidono allora di costruire un tunnel sotterraneo per piazzare una mina e far saltare in aria le postazioni italiane. Gli italiani scavano pertanto una contromina da diversi punti di partenza e nella notte tra 17 e 18 settembre la fanno brillare provocando il crollo dei cunicoli austriaci. Tuttavia il lavoro degli austriaci ricomincia ancor più determinato[65]. Il 23 settembre due mesi dopo la conquista italiana della vetta, la mina austriaca di 8.700 chili di Dinamon, 4.500 di dinamite e 1.000 di polvere nera era pronta. Alle 5.45 la carica venne fatta brillare: l’esplosione fu devastante, due gigantesche colonne di fumo si alzarono dalla vetta proiettando in aria tonnellate di detriti e centinaia di uomini. La postazione italiana scomparve[65]. Altra guerra di mine si svolse sul Pasubio nel Dente Italiano e Dente Austriaco.

Il terzo anno di guerra[modifica | modifica wikitesto]

Soldato italiano tra le rovine della linea difensiva austro-ungarica, nei pressi di Selo (Carso), dopo la conquista della posizione.
Pezzi d'artiglieria italiani abbandonati dopo la rotta conseguente lo sfondamento austro-tedesco a Caporetto.

L'inizio del 1917 a differenza dell'anno prima, si presentava oscuro per gli Imperi Centrali. Le loro risorse si assottigliavano mentre la Russia si era ricomposta e gli eserciti britannico e italiano erano ancora in lenta ma inesorabile crescita. La Germania, nel tentativo di tagliare i rifornimenti all'Intesa, che succhiava risorse da tutto il mondo, non poté far altro che dichiarare la guerra sottomarina indiscriminata di fronte alla sempre crescente capacità bellica, anche a costo della rottura con gli Stati Uniti. Ma ecco che mentre gli Alleati si preparavano ad un attacco concentrico da scatenare nella primavera del 1917, il 15 marzo lo zar abdicò gettando la Russia in una crisi politica dalle enormi conseguenze, e il 6 aprile gli Stati Uniti dichiararono guerra alla Germania. Il 1917 fu quindi caratterizzato da una crisi politica di carattere mondiale. Nonostante il fronte orientale fosse immobile, gli Imperi Centrali spostarono le loro forze dal fronte (140 divisioni in totale) solo con il trattato di Brest-Litovsk firmato il 5 dicembre.

Con la Russia fuori gioco, gli Imperi centrali poterono schierare ad occidente il grosso delle loro forze.[66]. Gli anglo-franco-italiani proseguirono tuttavia il loro piano; l'8 aprile i britannici attaccarono ad Arras, il 17 i francesi attaccarono sullo Chemin-des-Dames, mentre il 12 maggio Cadorna scatenò la decima battaglia dell'Isonzo, che consentirà al generale Luigi Capello di affermarsi sull'orlo occidentale dell'altipiano della Bainsizza[67].

Dalla decima all'undicesima battaglia dell'Isonzo[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi decima battaglia dell'Isonzo, battaglia di Flondar e undicesima battaglia dell'Isonzo.

In seguito ai modesti guadagni ottenuti nella decima battaglia dell'Isonzo, gli italiani diressero due attacchi contro le linee austriache a nord e a est di Gorizia. L'avanzata a est venne bloccata senza troppa difficoltà, ma le forze italiane sotto il comando di Capello riuscirono a rompere le linee nemiche e a penetrare nell'altopiano di Bainsizza. L’avanzamento, strategicamente inutile, è pagato con un immane tributo di sangue sia dagli attaccanti che dai difensori. Eppure l’attacco mette in crisi l’esercito imperiale, un altro piccolo sforzo e il collasso sarebbe stato inevitabile, l’esercito italiano però dissanguato dall’offensiva, non riuscì a spingersi oltre.

Dopo l'undicesima battaglia dell'Isonzo, gli austriaci, stremati, ricevettero l'ausilio delle divisioni tedesche arrivate dal fronte russo in seguito al fallimento dell'offensiva del generale russo Aleksandr Kerenskij. I tedeschi introdussero l'utilizzo di tattiche di infiltrazione oltre le linee nemiche e aiutarono gli austriaci a preparare una nuova offensiva. Nel frattempo, le truppe italiane erano decimate dalle diserzioni e il morale era basso: i soldati erano costretti a vivere in condizioni disumane e a ingaggiare sanguinosi combattimenti che portavano ben pochi risultati[68].

La battaglia dell'Ortigara[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi battaglia dell'Ortigara.

L'offensiva austriaca sferrata in Trentino aveva permesso all'esercito avversario di attestarsi su una linea che infletteva sensibilmente verso il centro dell'Altopiano dei Sette Comuni. La controffensiva italiana del 16 giugno aveva però costretto gli austriaci a un parziale ripiegamento, ma questi si erano stabiliti su una linea che dal margine della Valsugana per l'Ortigara, monte Campigoletti, monte Chiesa, monte Corno correva verso sud sino alla Val d'Assa, assicurandosi tutti gli sbocchi più diretti alla pianura vicentina e garantendo una enorme testa di ponte verso l'altopiano minacciando alle spalle le armate italiane del Cadore della Carnia e dell'Isonzo[69].

Dopo la conquista di Gorizia, l'alto comando emanò le direttive per un'offensiva denominata "azione K", che, impiegando il XVIII, XX e XXII corpo d'armata, avrebbero dovuto concentrare il massimo sforzo sul monte Ortigara e monte Campigoletti, staccare l'avversario dall'orlo settentrionale dell'altopiano e arrivare alla linea cima Portule-bocchetta di Portule. L'attacco principale sull'Ortigara sarebbe stato svolto dai battaglioni alpini della 52ª divisione al comando del generale Luca Montuori. Il 10 giugno l'azione ebbe inizio con una preparazione di artiglieria dalle 5:15 del mattino fino alle 15:00, ma già dalle 11:00 la nebbia iniziò a circondare il monte, rendendo il tiro poco efficace. Alle 15 il tiro si allungò e la fanteria iniziò ad avanzare; le mitragliatrici aprirono immediatamente il fuoco e le artiglierie iniziarono a battere le pendici dell'Ortigara senza bisogno di aggiustare il tiro in quanto il tiro di sbarramento era già stato predisposto[70]. Uno dopo l'altro 18 battaglioni alpini furono mandati all'attacco, ma il tiro di sbarramento fece sì che le truppe si trovarono ammassate, risultando un ostacolo per le ondate successive.

Al calar della sera, la notte e la pioggia, unita al costante fuoco nemico, fermarono lo slancio degli alpini, che non potevano essere riforniti dai portatori in quanto anch'essi erano costantemente fermati dal fuoco nemico. Il giorno successivo nonostante il maltempo e lo scoramento, gli alpini furono nuovamente lanciati all'attacco, ma stavolta non della cima, ma di numerose postazioni tutt'attorno in modo da ampliare il terreno occupato. Fu la scelta peggiore, gli alpini cozzarono nuovamente contro le mitragliatrici piazzate e contro i reticolati intatti. Il 12 l'offensiva venne temporaneamente sospesa per poi ricominciare alle 6 del 19 giugno; otto battaglioni partirono all'attacco dell'Ortigara e in meno di un'ora la cima venne conquistata dal battaglione alpino "Monte Stelvio". Al successo degli alpini non corrispose però un successo per le altre divisioni impegnate sull'Altopiano, e ciò non consentì di rinforzare le posizioni che furono facilmente travolte dalla controffensiva austriaca del 25 giugno. Non cogliendo la tragicità della situazione e lo scompiglio tra le linee, i comandi ordinarono un contrattacco invece di un ripiegamento, in una serie di ordini e contrordini che causarono il caos nelle linee italiane[71]. In questa tragica battaglia gli alpini diedero un altissimo tributo di sangue, furono 16.305 le perdite tra gli alpini durante l'assalto all'Ortigara, che divenne in seguito una delle montagne simbolo per lo spirito e il sacrificio di questi soldati[72].

La disfatta di Caporetto[modifica | modifica wikitesto]

Prigionieri italiani a Cividale.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi battaglia di Caporetto, battaglia di Caporetto (pianificazione e preparazione) e battaglia di Caporetto (storiografia).

Con la linea di fronte austro-ungarica intorno a Gorizia a rischio di collasso a seguito dell'undicesima battaglia dell'Isonzo, i tedeschi decisero di intervenire in aiuto dei loro alleati in modo da alleggerire la pressione italiana. Paul von Hindenburg ed Erich Ludendorff, comandanti supremi dell'esercito tedesco, si accordarono con Arthur Arz von Straussenburg per l'organizzazione dell'offensiva combinata. Cadorna aveva ricevuto rapporti dalla ricognizione aerea che indicavano movimento di truppe tedesche dirette in zona alto Isonzo. Anziché continuare con le offensive egli decise di passare ad una linea difensiva nell'attesa degli eventi[73]. Il generale tedesco Konrad Krafft von Dellmensingen fu inviato al fronte per un sopralluogo, che durò dal 2 al 6 settembre 1917. Terminate le varie verifiche e dopo aver vagliato le probabilità di vittoria, Dellmensingen tornò in Germania per approvare l'invio degli aiuti, sicuro anche che la Francia, dopo il fallimento della seconda battaglia dell'Aisne ad aprile, non avrebbe attaccato[74].

Visti gli esiti dell'ultima offensiva italiana, austro-ungarici e tedeschi decisero di contrattaccare. Alle 2:00 in punto del 24 ottobre 1917 le artiglierie austro-germaniche iniziarono a colpire le posizioni italiane dal monte Rombon all'alta Bainsizza alternando lanci di gas a granate convenzionali, colpendo in particolare tra Plezzo e l'Isonzo[75]. Quello stesso giorno gli austro-ungarici e i tedeschi sfondarono il fronte dell'Isonzo a nord convergendo su Caporetto e accerchiarono la 2ª armata italiana, in particolare il IV ed il XXVII corpo d'armata, comandato dal generale Pietro Badoglio. Durante il primo giorno di battaglia gli italiani persero all'incirca, tra morti e feriti, 40.000 soldati e altrettanti si ritrovarono intrappolati sul monte Nero, mentre i loro avversari dai 6/7.000[76].

Da lì gli austriaci avanzarono per 150 km in direzione sud-ovest raggiungendo Udine in soli quattro giorni, con l'esercito italiano in preda ad una ritirata caotica, caratterizzata da diserzioni e fughe. Cadorna, venuto a sapere della caduta di Cornino il 2 novembre e di Codroipo il 4, ordinò all'intero esercito di ripiegare sul fiume Piave, sul quale nel frattempo si erano fatti significativi passi avanti nell'impostazione di una linea difensiva grazie agli episodi di resistenza sul Tagliamento. A questo punto von Below aveva fretta, sia per il timore di ritornare ad una guerra di posizione, sia perché era cosciente che i francesi e gli inglesi avrebbero inviato aiuti militari. I suoi generali sfruttarono tutte le occasioni possibili per accerchiare le truppe italiane in ritirata: a Longarone il 9 novembre furono catturati 10.000 uomini e 94 cannoni appartenenti alla 4ª Armata del generale Mario Nicolis di Robilant, e in un'altra occasione la 33ª e 63ª Divisione italiana consegnarono, dopo aver tentato di uscire dall'accerchiamento, 20.000 uomini. In pianura però gli austro-tedeschi non ebbero analogo successo e molte unità italiane si riorganizzarono per raggiungere il Piave, l'ultima delle quali vi si posizionò il 12 novembre. Dall'inizio delle operazioni il 24 ottobre all'8 novembre i bollettini di guerra tedeschi avevano contato un bottino di 250.000 prigionieri e 2.300 cannoni[77].

La disfatta di Caporetto provocò il crollo del fronte italiano sull'Isonzo con la conseguente ritirata delle armate schierate dall'Adriatico fino alla Valsugana, oltre alle perdite umane e di materiale; in due settimane andarono perduti 350.000 soldati fra morti, feriti, dispersi e prigionieri, ed altri 400.000 si sbandarono verso l'interno del paese[78].

Armando Diaz, nuovo capo di Stato Maggiore del Regio Esercito a partire dall'8 novembre 1917

Cadorna viene sostituito, l'esercito si riorganizza[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi prima battaglia del Piave.

Dopo che la ritirata si stabilizzò definitivamente sulla linea del monte Grappa e del Piave, il 9 novembre il generale Cadorna lasciò il comando dell'esercito nelle mani di Armando Diaz, per volere del nuovo presidente del consiglio Vittorio Emanuele Orlando, che per addolcire la pillola, nominò Cadorna rappresentante italiano presso il neocostituito Consiglio militare interalleato a Versailles. Il generale inizialmente rifiutò la carica, e solo l'insistenza di Orlando e del generale Alfieri, gli fecero accettare l'ufficio a Versailles[79].

Le divisioni francesi inviate in aiuto aumentarono a sei e quelle inglesi a cinque entro l'8 dicembre 1917 e, sebbene non entrassero subito in azione, funsero da riserva permettendo al Regio Esercito di distogliere le proprie truppe da questo compito. I tedeschi, assolto il proprio obiettivo di aiutare gli austriaci, trasferirono metà dei propri cannoni e tre divisioni nuovamente ad occidente nei primi di dicembre, mentre la ritirata sul fronte del Grappa-Piave consentì all'esercito italiano, ora in mano a Diaz, di concentrare le sue forze su un fronte più breve e soprattutto, con un mutato atteggiamento tattico, più orgoglioso e determinato. Il primo segno di riscossa avvenne per merito della 4ª armata del generale Mario Nicolis di Robilant, che, stanziata sul Cadore, si era ritirata il 31 ottobre con l'ordine di organizzare la difesa del monte Grappa e di realizzare la saldatura tra le truppe dell'Altopiano di Asiago e quelle schierate lungo il fiume Piave.

La nuova posizione da difendere a tutti i costi era di vitale importanza per l'intero esercito, dato che una sua caduta avrebbe trascinato con sé l'intero fronte, e gli uomini di Robilant riuscirono a mantenere la posizione[74]. Gli austro-ungarici fermarono gli attacchi in attesa della primavera successiva dove avrebbero preparato un'offensiva che li avrebbe dovuti portare a penetrare nella pianura veneta, anche se piccole schermaglie si protrassero fino al 23 dicembre. La fine della guerra contro la Russia, consentì poi alla maggior parte dell'esercito impiegato sul fronte orientale di spostarsi sul fronte italiano[80].

L'ampliamento della forza aerea[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Regia Aeronautica#La grande guerra.
Francesco Baracca accanto al suo caccia SPAD S.XIII.

Quando allo scoppio del conflitto l'Italia si dichiarò neutrale, ebbe subito inizio un intenso programma di addestramento e riorganizzazione dei reparti aerei, che vennero inquadrati nel Corpo Aeronautico Militare (CAM), anche se, proprio a causa della sua tardiva entrata in guerra, l'aeronautica non poté beneficiare fin dall'inizio dei progressi tecnici in campo aviatorio che invece avevano interessato gli altri paesi. Le 15 squadriglie divise in tre gruppi che componevano la CAM vennero distribuite tra la 2ª e la 3ª armata e a difesa della città di Pordenone, mentre la sezione idrovolanti in seno alla marina, fu schierata lungo la costa adriatica. Alla data della terza battaglia dell'Isonzo però, la forza aerea subì dei grossi cambiamenti. La crescente necessità di velivoli per ricognizione e bombardamento portò un incremento della forza complessiva del CAM, che arrivò a contare 35 squadriglie dotate dei più moderni aerei di progettazione italiana e francese[81].

Più o meno verso la fine del 1917 il CAM subì un'ulteriore riorganizzazione dotandosi di una struttura di comando semplificata, che rifletteva le accresciute dimensioni e l'importanza assunte dal servizio aereo. Adesso ciascuna delle armate italiane possedeva un proprio reparto di volo, mentre il comando supremo disponeva di una unità aerea autonoma incaricata di effettuare missioni di ricognizione a lungo raggio e di bombardamento dalla regione di Udine a supporto delle operazioni di terra sul fronte dell'Isonzo. In termini generali, il CAM, nei primi mesi del 1917, giunse a schierare 62 squadriglie, dodici delle quali erano ora incaricate di compiti da caccia ed equipaggiate con monoposto Nieuport costruiti su licenza dalla Macchi. La forza aerea intervenne in appoggio alle operazioni sull'Isonzo e la Bainsizza, mentre i bombardieri Caproni, attaccarono più volte l'arsenale di Pola in agosto e la base navale di Cattaro in ottobre.

Al momento della battaglia di Caporetto erano stati organizzate altre 15 squadriglie caccia, che, nonostante la disfatta che costrinse i reparti dell'aviazione a ripiegare e abbandonare molti mezzi e materiali, crebbero ancora di numero nel corso del conflitto, tanto che al momento dell'armistizio la forza caccia italiana era di 75 squadriglie in tutto (delle quali facevano parte tre squadriglie francesi e quattro britanniche)[82][83]. Al termine del conflitto, la forza aerea del CAM era in costante aumento, i reparti aerei in prima linea potevano contare su 1.758 velivoli, e mentre nel 1915 l'industria bellica italiana sfornò solo 382 aerei e 606 motori aeronautici, nel 1918 i velivoli prodotti furono 6.488 mentre i motori ben 14.840[84].

L'ultimo anno di guerra[modifica | modifica wikitesto]

Truppe statunitensi sul fronte del Piave, settembre 1918.
Prigionieri austriaci catturati sul Piave.

Nel novembre 1917, le truppe francesi e britanniche cominciarono ad affluire sul fronte italiano in maniera consistente. Nella primavera del 1918, la Germania ritirò le proprie truppe per utilizzarle nell'imminente offensiva di primavera sul fronte occidentale. I comandi austriaci cominciarono allora a cercare un modo per porre fine alla guerra in Italia. Con l’avvicinarsi dell’estate del 1918, la situazione degli imperi centrali, sul piano dei rifornimenti, sia alimentari che di materie prime, si faceva sempre più complicata. I rifornimenti americani, almeno sul fronte occidentale, iniziavano ad avere un peso effettivo sul bilancio della guerra, urgeva eliminare un fronte al più presto[85].

L'attacco austro-ungarico[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi battaglia del Solstizio.

L'esercito italiano sentì istantaneamente il mutamento delle condizioni di combattimento, della riorganizzazione e del morale elevato derivante dalla caparbia resistenza sul Piave. Passò l'inverno, venne la primavera, e il 15 giugno partì l'offensiva austro-ungarica con circa 678 battaglioni e 6800 pezzi d'artiglieria, a cui gli italiani si opposero con 725 battaglioni e 7500 pezzi d'artiglieria[86]. Il generale Conrad voleva che l’attacco principale si sviluppasse sul Grappa, Boroevic, comandante delle armate del Piave, riteneva che l’attacco principale doveva avere come direttrice principale le Grave di Papadopoli. L'Arciduca Giuseppe Augusto d'Asburgo-Lorena decise di accontentare entrambi conducendo un attacco su due direttive e quindi diluendo le forze lungo tutto il fronte[85].

L'offensiva iniziò con un attacco diversivo presso il passo del Tonale, che fu facilmente respinto dagli italiani. Gli obiettivi dell'offensiva erano stati rivelati agli italiani da alcuni disertori austriaci, permettendo ai difensori di spostare due armate direttamente nelle zone prestabilite dal nemico. Gli attacchi sull'altra direttiva, condotti dal generale croato von Bojna, ottennero qualche successo nelle prime fasi finché le linee di rifornimento austriache non furono bombardate e non arrivarono i rinforzi austriaci[85].

Dall'Astico al mare la battaglia divampò furiosamente tra il 15 e il 25 giugno 1918. Bloccata fin dal primo giorno sugli Altipiani e sul Grappa, la spinta austro-ungarica fu contenuta anche sul Piave, la massa umana degli attaccanti fu però talmente enorme che questi riuscirono a sbarcare in più punti oltre il Piave, conquistando numerosi capisaldi sul Grappa, dove però, i contrattacchi immediati e violentissimi ben presto eliminarono. Già alla fine del primo giorno i comandi austriaci si resero conto che l'attacco era fallito e nonostante sulle varie teste di ponte si continuasse a insistere nella speranza di un cedimento della linea italiana, questo non avverrà mai. Gli ultimi strascichi della battaglia si trascineranno inutilmente fino al 26 con un nulla di fatto per gli imperi centrali che date le enormi perdite subite, perdono definitivamente l’iniziativa[85].

Dopo sei mesi di rinforzo e riorganizzazione, l'esercito italiano fu capace di resistere all'attacco, ma Diaz non sfruttò l'occasione di contrattaccare. Il generale, temendo che la controffensiva non avrebbe avuto l'effetto sperato, volle aspettare i rinforzi statunitensi, che però Pershing gli negò. L'esercito italiano rimase quindi sulla difensiva. Anche perché le perdite italiane, come quelle austro-ungariche, furono elevatissime; 87.000 uomini, di cui 43.000 prigionieri, furono le perdite per le forze italiane, mentre 117.000, di cui 24.000 prigionieri, le perdite tra le file nemiche[86]. Determinante per le forze italiane fu l'apporto dell'aviazione soprattutto nelle azioni d'appoggio tattico, di bombardamento e d'interdizione. Nel corso delle operazioni, il 19 giugno fu abbattuto sul Montello l'asso della caccia italiana Francesco Baracca che aveva raccolto ben 34 vittorie. La conquista della supremazia aerea da parte italiana venne confermata dalla pacifica incursione di sette biplani monomotori SVA sulla capitale austriaca il 9 agosto 1918, dove la formazione italiana guidata dal Gabriele D'Annunzio, lanciò migliaia di manifesti tricolori[87].

L'offensiva dell'esercito italiano[modifica | modifica wikitesto]

Il fronte italiano nel 1918 e la battaglia di Vittorio Veneto.
Colonna di truppa austriaca in ritirata nei pressi di Sesto, 2 novembre 1918.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi battaglia di Vittorio Veneto.

Superato l'urto di giugno, il comando supremo cominciò a pianificare l'offensiva "qualsiasi" sotto le incalzanti richieste di Orlando e Sonnino oltre che degli comandi alleati. Alle 10 del mattino del 19 ottobre il generale Gaetano Giardino ricevette l'ordine di attaccare ad oltranza a partire dal 24 ottobre. Preparazione, mutamento dello schieramenrto delle artiglierie, arrivo di nuove batterie, aggiustamento dei tiri; tutto doveva essere compresso in quei cinque giorni. Alla 4ª armata di Giardino venne affidato l'importante compito di dividere la massa austriaca del Trentino da quella del Piave, mentre l'8ª la 10ª e la 12ª armata avrebbero attaccato lungo il fiume[88].

Armando Diaz progettò l'offensiva seguendo le innovazioni introdotte dai generali tedeschi ad occidente e che nell'ottobre 1917 rischiò di eliminare l'Italia stessa dal conflitto. Diaz elaborò un piano di attacco massiccio su un unico punto invece che su tutta la linea, nel tentativo di sfondare le linee e tagliare le vie di collegamento con le retrovie. La scelta ricadde sulla cittadina di Vittorio Veneto, considerata un probabile punto di rottura, la cui fragilità era costituita dal fatto che in questa città si trovava la congiunzione tra la 5ª e la 6ª armata austro-ungarica[89]. L’azione diversiva che avrebbe impegnato la 6ª armata austro-ungarica nella zona degli altipiani, fu scatenata alle prime ore del mattino del 14 dalla 4ª armata di Giardino, precedendo di parecchie ore l'attacco principale in modo da spostare quante più truppe nemiche ad ovest. Non appena le notizie avessero confermato lo spostamento di truppe avversarie, avrebbe avuto inizio la manovra centrale dell'8ª armata verso Vittorio Veneto, mentre la 10ª e la 12ª armata sarebbero avanzate per proteggerne i fianchi e impedire eventuali tentativi nemici di tagliare il saliente[89].

L'offensiva durante il primo giorno, come per i tre giorni successivi, non ebbe successo. In alcuni punti le minime avanzate italiane subirono il contrattacco nemico che riuscì a riconquistare le posizioni perse. Il 28 ottobre il comando supremo italiano prescrisse la prosecuzione degli attacchi a tempo indeterminato, finché l'attacco sul Piave non fosse uscito dalla fase di stallo. L'Austria-Ungheria era ormai ridotta ad una scorza dentro la quale tutto marciva, ma questa scorza era durissima; la resistenza del suo esercito sul Grappa e sul Piave continuava infatti inflessibile. Poi l'esercito austro-ungarico iniziò ad abbandonare le posizioni, si dissolse, sparì. Iniziò quindi un accanito inseguimento da parte delle forze italiane. La crisi interna dell'impero si era ormai ripercossa sul fronte, anche se l'esercito resistette fino all'ultimo. La battaglia di Vittorio Veneto non fu un capolavoro tattico o strategico, ma il dissolvimento dell'impero contribuì fortemente al concludersi definitivo della guerra su tutti i fronti. La Germania non avrebbe potuto resistere da sola ad oltranza[90].

Il collasso dell'impero[modifica | modifica wikitesto]

Il 28 ottobre l'Austria-Ungheria chiese agli Alleati l'armistizio. L'impero che con tanta baldanza aveva aperto le ostilità contro la Serbia nel 1914 era giunto alla fine del suo percorso politico e militare. Quello stesso giorno gli italiani catturarono 3000 austriaci sul Piave. In serata l'esercito asburgico ricevette l'ordine di ritirarsi[91]. L'impero era al collasso, oramai i diversi movimenti indipendentisti stavano facendo di tutto per sfruttare la situazione. A Praga la richiesta di armistizio provocò una decisa reazione dei cechi; il Consiglio nazionale cecoslovacco si riunì a palazzo Gregor, dove si era costituito tre mesi prima, e assunse le funzioni di un vero e proprio governo, impartendo l'ordine agli ufficiali austriaci nel castello di Hradčany l'ordine di trasferire i poteri, assumendo il controllo della città e proclamando l'indipendenza dello Stato ceco.

Quella sera le truppe austriache nel castello deposero le armi; senza confini, senza riconoscimento internazionale e senza l'approvazione di Vienna, era nata un'entità nazionale ceca[91]. Sempre quello stesso giorno, il Parlamento croato dichiarò che da quel momento, Croazia e Dalmazia avrebbero fatto parte di uno "Stato nazionale sovrano di sloveni, croati e serbi". Analoghe dichiarazioni pronunciate a Laibach e Sarajevo, legavano queste regioni all'emergente Stato slavo meridionale della Jugoslavia[92]. Il 29 ottobre le truppe autriache si ritirarono dal Piave al Tagliamento; le lunghe colonne di uomini, rifornimenti e artiglierie in ritirata, furono bersagliate da oltre 600 aerei italiani, francesi e britannici. Fu un bombardamento feroce, e gli uomini in ritirata non avevano modo di difendersi.

« Lungo la strada c'erano rottami di veicoli, cavalli morti, cadaveri di uomini sulla strada e nei campi dove erano fuggiti per sfuggire alle mitragliatrici e alle bombe degli aerei [..] »
(Bernard Garside, diciannovenne ufficiale inglese[91])

Quello stesso giorno il Consiglio nazionale slovacco si associò in una nuova entità, insistendo sul diritto della regione slovacca alla "libera autodeterminazione". Il 30 ottobre vennero fatti prigionieri più di 33.000 soldati austriaci, mentre a Vienna, il governo austro-ungarico continuava ad adoperarsi per giungere all'armistizio con gli Alleati[92]. Nel frattempo il porto austriaco di Fiume, che due giorni prima era stato dichiarato parte dello Stato slavo meridionale, proclamò la propria indipendenza chiedendo di unirsi all'Italia. A Budapest il conte Károlyi formò il governo ungherese, e su consenso di Carlo I, rescisse i legami che fin dal 1867 avevano tenuto insieme l'Austria e l'Ungheria e intavolò trattative tra l'Ungheria e le forze francesi in Serbia. Quello stesso 30 ottobre Carlo consegnò la flotta austriaca agli slavi meridionali e la flottiglia del Danubio all'Ungheria. Quella sera una delegazione austriaca per l'armistizio arrivò in Italia, a Villa Giusti nei pressi di Padova[93]. Il 1º novembre Sarajevo si dichiarò parte dello "Stato sovrano degli slavi meridionali". A Vienna e a Budapest era ormai scoppiata la rivoluzione; il giorno precedente il conte Tisza fu ucciso dalle guardie rosse nella capitale ungherese[94].

L'armistizio[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi armistizio di Villa Giusti e bollettino della Vittoria.

Il 3 novembre l'Austria firmò l'armistizio che sarebbe entrato in vigore il giorno successivo, mentre a Vienna continuava la rivoluzione rossa. Lo stesso giorno gli italiani entrarono a Trento e la Regia Marina sbarcò a Trieste, mentre sul fronte occidentale gli Alleati accolsero la richiesta formale di armistizio sul fronte francese avanzata dal governo tedesco[95]. Alle ore 15:00 del 4 novembre sul fronte italiano le armi cessarono di sparare; quella notte, ricordò l'ufficiale d'artiglieria inglese Hugh Dalton:

« [..] il cielo era illuminato dalla luce dei falò e dagli spari di razzi colorati. [..] Dietro di noi, in direzione di Treviso, si sentiva un lontano ritocco di campane, e canti ed esplosioni di gioia ovunque. Era un momento di perfezione e compimento[95]»

Era il 4 novembre 1918 e il comandante in capo dell’esercito d’Italia, Maresciallo Armando Diaz, dava notizia all'intero paese della conclusione del conflitto, firmando l'ultimo bollettino di guerra che sarebbe passato alla storia come il "bollettino della Vittoria", che concludeva con queste parole:

« [...] i resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo, risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza »

Il giorno seguente venivano occupate Rovigno, Parenzo, Zara, Lissa e Fiume, quest'ultima, pur non prevista tra i territori nei quali sarebbero state inviate forze italiane come previsto da alcune clausole dell'armistizio, venne occupata in seguito agli eventi del 30 ottobre, quando il Consiglio nazionale, insediatosi nel municipio dopo la fuga degli ungheresi, aveva proclamato l'unione della città all'Italia. L'esercito italiano forzò la linea del patto di Londra dirigendosi verso Lubiana, ma fu fermato poco oltre Postumia dalle truppe serbe.

Conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi conferenza di pace di Parigi (1919), vittoria mutilata e impresa di Fiume.

All'indomani dell'armistizio, i problemi militari erano numerosi e andavano dal consolidamento di una nuova linea di confine alla riorganizzazione dei servizi territoriali e delle unità combattenti, all'assistenza alle popolazioni delle terre liberate e occupate, alla raccolta del bottino di guerra, al riordino degli ex prigionieri che affluivano dai disciolti campi austriaci. Accanto a tutto ciò andava condotta la smobilitazione reclamata a gran voce dal paese[96]. Il problema maggiore nell'immediato dopoguerra per l'esercito fu comunque la riorganizzazione dell'apparato militare, che necessitava di un ammodernamento. Se Caporetto fu essenzialmente una sconfitta dovuta all'imprevidenza e alle sottovalutazioni dell'alto comando, numerosi furono gli episodi che rivelarono inadeguatezze nella conduzione delle operazioni e scarsa adattabilità alle esigenze moderne. L'Ortigara aveva offerto in questo senso un chiaro esempio di ostinato rifiuto nell'azione in profondità e l'insistenza sull'offensiva ad ampio fronte. Si poneva quindi la necessità di snellimento dei reparti in vista di una maggiore autonomia, manovrabilità e potere decisionale, così come avevano fatto le forze austriache e tedesche vittoriose a Caporetto[97].

Alla conferenza di pace di Parigi, l'Italia richiese che venisse applicato alla lettera il patto di Londra, aumentando le richieste con la concessione anche della città di Fiume in virtù della prevalenza numerica dell'etnia italiana nel capoluogo quarnerino, e dei fatti di fine ottobre. La città però, in base al patto, veniva espressamente assegnata quale principale sbocco marittimo di un eventuale futuro Stato croato o ungherese. Gli Alleati negarono fin dall'inizio questa possibilità, e l'Italia dal canto suo fu divisa sul da farsi. Mentre Vittorio Emanuele Orlando abbandonò per protesta la conferenza di pace di Parigi, il nuovo presidente del consiglio italiano Francesco Saverio Nitti ribadì nuovamente le richieste italiane, ma nel contempo iniziò delle trattative dirette col nuovo Regno dei Serbi, Croati e Sloveni.

Il 10 settembre 1919, Nitti, sottoscrisse il trattato di Saint-Germain, che definiva i confini italo-austriaci, ma non quelli orientali. L'Austria cedette all'Italia il Trentino/Alto Adige, l'Istria, l'intera Venezia Giulia fino alle Alpi Giulie col confine includente la cittadina di Volosca e le isole del Carnaro, la Dalmazia settentrionale nei suoi confini amministrativi fino al porto di Sebenico incluso, con tutte le isole prospicienti, il porto di Valona in Albania, l'isolotto di Saseno di fronte alle coste albanesi, e diritto di chiedere aggiustamenti dei confini coloniali con i possedimenti francesi e britannici in Africa[98].

La Jugoslavia reclamava i territori assegnati dal patto all'Italia, che a sua volta mirava anche ad occupare Fiume. L'irrendentismo nazionalista, rafforzatosi nel corso della guerra, andò su posizioni di aperta e radicale contestazione dell'ordine costituito. Dopo l'abbandono della conferenza da parte dei delegati italiani, il mito della "vittoria mutilata" e le mire espansionistiche nell'Adriatico divennero i punti di forza del movimento che raccolse le tensioni di una fascia sociale eterogenea, della quale fecero parte gli Arditi, gli unici capaci di dare una svolta coraggiosa all'atteggiamento del governo[99]. In molti ambienti si diffuse la convinzione, alimentata dai giornali e da alcuni intellettuali, che gli oltre seicentomila morti della guerra erano stati "traditi", mandati inutilmente al macello, e tre anni di sofferenze erano servite solo a distruggere l'Impero asburgico ai confini d'Italia per costruirne uno nuovo e ancora più ostile ad essa.

Il 12 settembre 1919, una forza volontaria irregolare di nazionalisti ed ex-combattenti italiani, guidata dal poeta D'Annunzio, occupò militarmente la città di Fiume chiedendone l'annessione all'Italia. Solo la caduta del governo Nitti per il secondo governo Giolitti, riesce a sbloccare la situazione; Giolitti raggiunse un accordo con gli jugoslavi, dove Fiume veniva riconosciuta città indipendente, anche se D'Annunzio e le formazioni irregolari vennero costretti ad abbandonare la città solo dopo un intervento di forza[99].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Mortara, 1925, 28–29
  2. ^ Italian Front Casualties
  3. ^ Come appunto, si può leggere nel retro della "medaglia commemorativa della guerra italo-austriaca" coniata nel 1920. Vedi: La decorazione italiana per commemorare la Grande Guerra e l’Unità della Nazione, regioesercito.it. URL consultato l'11 ottobre 2011.
  4. ^ Essendo da alcune fonti, visto come una sorta di conclusione simbolica del Risorgimento. Vedi: Il 1861 e quattro guerre per l'indipendenza (1848-1918), archiviodistatopiacenza.it. URL consultato il 30 settembre 2011.
  5. ^ M.Silvestri 2006, pp. 7,8.
  6. ^ M.Silvestri 2006, p. 10.
  7. ^ G.Morandi, p. 20.
  8. ^ G.Oliva, p. 53.
  9. ^ M.Silvestri 2006, p. 11.
  10. ^ M.Silvestri 2006, p. 12.
  11. ^ M.Gilbert, p. 32.
  12. ^ Cappellano-Di Martino, pp. 13,40,41.
  13. ^ Cappellano-Di Martino, p. 41.
  14. ^ Cappellano-Di Martino, pp. 49,50.
  15. ^ Cappellano-Di Martino, pp. 44,45.
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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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  • Luigi Albertini, Le origini della guerra del 1914 (3 volumi - vol. I: "Le relazioni europee dal Congresso di Berlino all'attentato di Sarajevo", vol. II: "La crisi del luglio 1914. Dall'attentato di Sarajevo alla mobilitazione generale dell'Austria-Ungheria.", vol. III: "L'epilogo della crisi del luglio 1914. Le dichiarazioni di guerra e di neutralità."), Milano, Fratelli Bocca, 1942-1943.
  • Filippo Cappellano, Basilio Di Martino, Un esercito forgiato nelle trincee - L'evoluzione tattica dell'esercito italiano nella Grande Guerra, Udine, Gaspari, 2008, ISBN 88-7541-083-6.
  • Giampaolo Ferraioli, Politica e diplomazia in Italia tra XIX e XX secolo. Vita di Antonino di San Giuliano (1852-1914), Catanzaro, Rubbettino, 2007, ISBN 978-88-498-1697-6.
  • Franco Favre, La Marina nella Grande Guerra, Udine, Gaspari, 2008, ISBN 978-88-7541-135-0.
  • Martin Gilbert, La grande storia della prima guerra mondiale, Milano, Arnoldo Mondadori [1994], 2009, ISBN 978-88-04-48470-7.
  • Giovanni Morandi, Alpini, dalle Alpi all'Afghanistan, Bologna, Poligrafici editoriali, 2003, ISBN non esistente.
  • Gianni Oliva, Storia degli alpini, Milano, Mondadori, 2010, ISBN 978-88-04-48660-2.
  • Mario Vianelli, Giovanni Cenacchi, Teatri di guerra sulle Dolomiti, 1915-1917: guida ai campi di battaglia, Milano, Oscar storia, 2006, ISBN 978-88-04-55565-0.
  • Mario Silvestri, Caporetto, una battaglia e un enigma, Bergamo, Bur, 2006, ISBN 88-17-10711-5.
  • Mario Silvestri, Isonzo 1917, Bergamo, Bur, 2007, ISBN 978-88-17-12719-6.

Nella letteratura
Le opere letterarie riguardanti il fronte italiano sono moltissime, qui di seguito sono elencati in ordine alfabetico alcuni tra gli scritti più famosi:

  • Addio alle armi (A Farewell to Arms), è un romanzo ambientato in vari luoghi del fronte veneto e del nord-Italia e basato sulla trasposizione delle esperienze personali dello scrittore Ernest Hemingway, che nel 1918 prestò servizio volontario come autista di ambulanze della Croce Rossa americana (A.R.C.) nelle retrovie del Pasubio (Schio - Val Leogra) e degli Altipiani, prima di trasferirsi sul Piave, dove venne ferito mentre prestava soccorso in prima linea.
  • Un anno sull'Altipiano, è un libro di memorie di Emilio Lussu che racconta la sua esperienza sull'Altopiano di Asiago nel 1917.
  • Cola, o ritratto di un italiano, di Mario Puccini, è un romanzo che racconta il dramma della guerra dal punto di vista di un fante contadino.
  • La guerra di Joseph, è un libro scritto da Enrico Camanni, che racconta le vicende militari sul fronte delle Tofane dagli occhi di due combattenti, Ugo Vallepiana e Joseph Gaspard.
  • La rivolta dei santi maledetti, di Curzio Malaparte, è un saggio che racconta le vicende e gli errori degli alti comandi italiani durante la rotta di Caporetto.
  • Le scarpe al sole. Cronache di gaie e tristi avventure di alpini, di muli e di vino ricostruzione dell'allora capitano Paolo Monelli della vita degli Alpini al fronte.
  • Trincee - Confidenze di un fante, la storia autobiografica di Carlo Salsa, fante impegnato sul Carso.
  • Uragano, romanzo di Gino Rocca che parla dell'esperienza dello stesso autore in guerra

Filmografia[modifica | modifica wikitesto]

Qui di seguito in ordine cronologico, alcuni dei titoli più significativi:

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]