Altare di Zeus

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Coordinate: 39°07′51.51″N 27°11′01.76″E / 39.130976°N 27.183822°E39.130976; 27.183822

La facciata dell'altare di Zeus nel Pergamonmuseum
Modello della città di Pergamo, Pergamonmuseum

L'Altare di Zeus di Pergamo è uno degli edifici più famosi e uno dei capolavori dell'arte ellenistica. Fu fatto edificare da Eumene II in onore di Zeus Sóter e Atena Nikephòros (Zeus salvatore e Atena portatrice di vittoria) per celebrare la vittoria sui Galati. Attualmente la parte anteriore dell'altare si trova conservata al Pergamon Museum di Berlino.[1]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

La realizzazione dell'altare fu iniziata sotto il regno di re Eumene II (197-159 a.C.) e, in seguito alla sua morte, continuata dal successore e fratello Attalo II. L'opera si poneva come conferma definitiva della vittoria di Pergamo sui rivali, i Galati, nel 166 a.C. sotto il regno appunto di Eumene II. Nel periodo compreso tra il 166 a.C. e il 156 a.C., l'altare fu quasi totalmente completato, nonostante il re Prusia II di Bitinia, intorno al 156 a.C., attaccasse la città.

Varie iscrizioni ricordano la presenza nel cantiere di numerosi artisti, pergameni, ateniesi e forse rodi. Evidente è però che un unico maestro sovraintese l'opera, dando una visione unitaria a tutto il complesso decorativo. Su chi possa essere si possono solo fare ipotesi non riscontrabili da dati oggettivi. È stato fatto il nome di Firomaco, artista attico, che le fonti antiche ricordano come uno dei sette più grandi scultori greci. Questa ipotesi, secondo alcuni, troverebbe una conferma stilistica in alcune scene, dove l'impostazione di Zeus e Atena che combattono, ad esempio, ricorda quella di Atena e Poseidon nel frontone occidentale del Partenone di Fidia. Vi sono stati letti anche contorni politici, sociali e religiosi: l'accomunare infatti i pergameni agli ateniesi riaffermava l'appartenenza dei due popoli a un'unica stirpe, con gli stessi valori e la stessa cultura.

Il fregio fu distrutto durante le invasioni barbariche e ricostruito con i frammenti superstiti da archeologi tedeschi.

Nel 1886, l'altare fu portato da Pergamo a Berlino, Germania, con il permesso del sultano Abdul Hamid II, al potere in quel tempo. La composizione dell`altare all`interno del museo fu affidata all`archeologo tedesco Otto Puchstein. Quasi un secolo dopo, nel 1948, il fregio dell'Altare di Zeus fu confiscato dall'Armata Rossa e portato da questa a Leningrado. Solo dieci anni più tardi, il fregio ritornò nella Germania dell'Est, come regalo da parte dell'allora Unione Sovietica.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Pianta originaria
Nereo e Oceano
Nike contro Alkyoneus
Le Moire, Agrios e Thoas
Ecate
Aither

Sui terrazzamenti dell'acropoli di Pergamo, che dai suoi 330 metri d'altezza dominava la valle del Caico, l'altare si levava scenografico e imponente, con una struttura molto originale. In pianta l'altare ha una forma quadrangolare, con la facciata, rivolta alla vallata, mossa da una scalinata centrale, larga quasi venti metri, e da due avancorpi, creanti una sorta di forma a "U".[1]

In alzato la struttura era rialzata di cinque gradini, dopo i quali si alzava il basamento, alto circa 4 metri, lungo il quale si sviluppava il "grande fregio" continuo con la Gigantomachia. Si accedeva al livello superiore tramite la scalinata centrale, appunto, ed esso consisteva in un grande vano, alto circa sei metri, circondato da un colonnato ionico continuo, che proseguiva anche lungo gli avancorpi. All'interno del vano correva lungo tutte le pareti un secondo colonnato, fatto a coppie di colonne unite da un'anima muraria. L'altare vero e proprio si trovava al centro e su di esso si trovava il "piccolo fregio", con le Storie di Telefo, figlio di Eracle e mitico fondatore della città.[1]

La Gigantomachia[modifica | modifica wikitesto]

Il fregio, lungo ben 120 m e scolpito su pannelli alti 228 cm e larghi circa 70–100 cm ciascuno, rappresenta la mitica battaglia condotta dalle divinità dell'Olimpo contro i Giganti, esseri mostruosi figli del Cielo e della Terra che avevano osato sfidare la sovranità di Zeus dando l'assalto alla dimora divina.[1] Nelle scene erano trasposti inoltre anche i recenti fatti della guerra appena vinta contro i barbari Galati. L'identificazione di questi ultimi non è casuale: fonti attestano infatti che per incutere timore ai nemici, i Galati usassero acconciarsi i capelli in piccole ciocche rigide, frizionandoli con un impasto di gesso, chiamato tìtanos, da cui l'ulteriore similitudine al termine Titànes, i Titani, simili ai giganti.

La decorazione seguiva un programma erudito, elaborato probabilmente dai filologi della Biblioteca di Pergamo. Se nella parte orientale i Giganti lottano infatti con le tradizionali divinità olimpiche, nei restanti lati un folto gruppo di divinità minori affollava le scene: a nord gli dei della notte, a sud gli dei della luce, a ovest le divinità marine e Dioniso.[1]

Da un punto di vista stilistico, il grande fregio riprende alcuni stilemi dei grandi maestri dei decenni precedenti, come la possanza dei nudi di Fidia, o la dinamicità delle figure di Skopas. In generale però il senso di movimento è portato alle estreme conseguenze, ricorrendo spesso a linee oblique e divergenti, che generano azioni convulse.[2] Inoltre appare accentuato il patetismo delle figure, con un senso teatrale che accresce la partecipazione emotiva dello spettatore. Tali novità, nel complesso, sono state definite "barocche", anche grazie a un maggiore ricorso del trapano, che crea effetti di chiaroscuro più accentuati, e con l'alternarsi dell'altorilievo a parti lisce.[2]

Fregio est
Fregio sud
Fregio ovest e lungo la scalinata
Fregio nord

Il fregio di Telefo[modifica | modifica wikitesto]

Il fregio di Telefo
Telefo uccide Oreste

L'esaltazione della dinastia degli Attalidi si ripropone nel fregio minore dove le avventure di Telefo stabiliscono la discendenza divina di Eumene II.[3] La differenza stilistica rispetto al fregio esterno è profonda. Vi è nel fregio di Telefo una maggiore dipendenza da modelli pittorici piuttosto che scultorei, evidente nel rapporto tra figure e sfondo, le prime talvolta disposte su più piani, il secondo lasciato ampiamente libero ad accogliere elementi paesistici e architettonici. Le gesta di Telefo si susseguono in modo continuo, iniziando dalla parete nord e proseguendo da sinistra a destra, rompendo la tradizionale regola dell'unità di tempo e luogo. La differenza stilistica rispetto al fregio maggiore, accompagna una differenza emotiva e di sentimento, che discende a livello di una epopea familiare e romanzesca.[4]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e De Vecchi-Cerchiari, cit., p. 85.
  2. ^ a b De Vecchi-Cerchiari, cit., p. 86.
  3. ^ Charbonneaux, Martin, Villard 1985, pp. 266-267.
  4. ^ Charbonneaux, Martin, Villard 1985, pp. 282-285.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Gisela M. A. Richter, L'arte greca, Torino, Einaudi, 1969.
  • Jean Charbonneaux, Roland Martin; François Villard, La Grecia ellenistica : 330-50 a.C., Milano, Rizzoli, 1985.
  • Ranuccio Bianchi Bandinelli, Enrico Paribeni, L'arte dell'antichità classica. Grecia, Torino, UTET Libreria, 1986, ISBN 88-7750-183-9..
  • Giuliano A., Storia dell'arte greca, Carocci, Roma 1998 ISBN 88-430-1096-4
  • Pierluigi De Vecchi ed Elda Cerchiari, I tempi dell'arte, volume 1, Bompiani, Milano 1999. ISBN 88-451-7107-8

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