Liliana Segre

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Liliana Segre (Milano, 10 settembre 1930) è una reduce dell'olocausto italiana, sopravvissuta ai campi di concentramento nazisti e testimone di essi.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nata a Milano in una famiglia ebraica, Liliana Segre visse insieme a suo padre, Alberto Segre, e ai nonni paterni, Giuseppe Segre e Olga Loevvy.[1] La madre, Lucia Foligno, era morta quando lei non aveva ancora compiuto un anno. Di famiglia laica, la consapevolezza di essere ebrea giunge a Liliana attraverso il dramma delle leggi razziali fasciste del 1938, in seguito alle quali viene espulsa dalla scuola.

Dopo l'intensificazione della persecuzione degli ebrei italiani suo padre la nascose da amici utilizzando documenti falsi. Il 7 settembre 1943 cercò, assieme al padre e due cugini, di fuggire in Svizzera, ma furono respinti dalle autorità svizzere. Il giorno dopo la Segre venne arrestata a Selvetta di Viggiù in Provincia di Varese; a quel momento aveva soltanto 13 anni. Dopo sei giorni nel carcere a Varese fu trasferita a Como e alla fine a Milano, dove fu detenuta per quaranta giorni.

Il 30 gennaio 1944 venne deportata dal Binario 21 della stazione di Milano Centrale al campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, che raggiunse sette giorni dopo. E' subito separata dal padre, che non rivedra' mai piu', morto ad Auschwitz il 27 aprile 1944. Nel giugno del 1944 anche i suoi nonni paterni, arrestati a Inverigo (Como) il 18 maggio 1944, furono deportati e uccisi al loro arrivo ad Auschwitz il 30 giugno.[2]

Alla selezione Liliana Segre riceve il numero di matricola 75190 tatuato sull'avambraccio. Fu impiegata nel lavoro forzato nella fabbrica di munizioni Union, che apparteneva alla Siemens, lavoro che svolse per circa un anno. Durante la sua prigionia subì ancora tre altre selezioni. Alla fine di gennaio del 1945 affrontò la marcia della morte verso la Germania dopo l'evacuazione del campo.

Segre venne liberata il primo maggio 1945 al campo di Malchow, un sottocampo del campo di concentramento di Ravensbrück. Dei 776 bambini italiani di età inferiore ai 14 anni che furono deportati a Auschwitz, Liliana è tra i soli 25 sopravvissuti.[3]

Dopo lo sterminio nazista vive con i nonni materni, di origini marchigiane, unici superstiti della sua famiglia. Si sposa con Alfredo Belli Paci, cattolico, anch'egli reduce dai campi di concentramento nazisti per essersi rifiutato di aderire alla Repubblica Sociale. Nascono i figli e i nipoti.[4]

Della sua esperienza, per molto tempo, Liliana non ha mai voluto parlare pubblicamente. Ha deciso di interrompere questo silenzio nei primi anni ’90 e da allora si è resa disponibile a partecipare a decine e decine di assemblee scolastiche e convegni di ogni tipo per raccontare ai giovani la propria storia anche a nome dei milioni di altri che l'hanno con lei condivisa e che non sono mai stati in grado di comunicarla.[5]

Nel 2004 è, con Goti Bauer e Giuliana Fiorentino Tedeschi, una delle tre donne ex-deportate intervistate da Daniela Padoan nel volume Come una rana d’inverno. Conversazioni con tre donne sopravvissute ad Auschwitz (Bompiani, Milano).

Nel 2009 la sua voce è inclusa nel progetto di raccolta dei "racconti di chi è sopravvissuto", una ricerca condotta tra il 1995 e il 2008 da Marcello Pezzetti per conto del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea che ha portato alla raccolta delle testimonianze di quasi tutti i sopravvissuti italiani dai campi di concentramento allora ancora viventi.[6]

Il 27 novembre 2008 l'Università di Trieste le ha assegnato la laurea honoris causa in Giurisprudenza.[7] Il 15 dicembre 2010 L'Università degli Studi di Verona le ha assegnato la laurea honoris causa in Scienze pedagogiche.

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Commendatore Ordine al merito della Repubblica italiana - nastrino per uniforme ordinaria Commendatore Ordine al merito della Repubblica italiana
«Di iniziativa del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi»
— 29 novembre 2004[8]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Liliana Picciotto, Il libro della memoria (II ed.; Milano: Mursia, 2001).
  2. ^ Liliana Picciotto, Il libro della memoria (II ed.; Milano: Mursia, 2001).
  3. ^ Bruno Maida, La Shoah dei bambini (Torino: Einaudi, 2013), pp. 254 e 267.
  4. ^ Corriere della Sera
  5. ^ Il paese dei bambini che sorridono
  6. ^ Marcello Pezzetti, Il libro della Shoah italiana (Torino: Einaudi, 2009).
  7. ^ ANED | News | Trieste: laurea "honoris causa" in Giurisprudenza a Liliana Segre
  8. ^ Dettaglio decorato Segre Sig.ra Liliana. URL consultato il 2 luglio 2014.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Emanuela Zuccalà: Sopravvissuta ad Auschwitz. Liliana Segre fra le ultime testimoni della Shoah, Milano: Paoline Editoriale Libri 2005, ISBN 9788831527699
  • Daniela Padoan: Come una rana d'inverno, Milano, Bompiani 2004, ISBN 88-452-0117-1
  • Sara Fantini, Notizie dalla Shoah - La stampa italiana nel 1945, prefazione di Liliana Segre, Edizioni Pendragon, Bologna 2005, ISBN 88-8342-403-4

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]