Congresso di Verona (1943)

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L'Assemblea nazionale del Partito Fascista Repubblicano fu tenuta a Castelvecchio (Verona)

Il Congresso di Verona è stato un congresso del Partito Fascista Repubblicano, tenutosi allo scopo di redigere un piano programmatico per il governo della Repubblica Sociale Italiana.

Antefatto[modifica | modifica wikitesto]

Il 12 settembre 1943 l'intervento dei paracadutisti del Lehrbataillon permise la liberazione di Benito Mussolini detenuto a Campo Imperatore. Pochi giorni dallo stesso, col discorso del 18 settembre da Radio Monaco, fu annunciata la costituzione del Partito Fascista Repubblicano. Il 23 dello stesso mese Mussolini fondò la Repubblica Sociale Italiana. A partire dall'8 settembre, dopo l'armistizio di Cassibile diverse sedi del disciolto Partito Nazionale Fascista erano state già riaperte da gruppi di fascisti. Queste divennero di fatto a seguito dell'annuncio di Mussolini le sedi del nuovo PFR. Il 7 novembre 1943 su il Corriere della Sera fu dato l'annuncio del 1º Congresso del nuovo partito che si sarebbe tenuto a Verona il 15 novembre con l'obiettivo di esaminare il progetto di nuova costituzione repubblicana fascista.

Proposte avanzate al Congresso[modifica | modifica wikitesto]

Alessandro Pavolini legge il messaggio di Mussolini all'assise di Verona
Piero Pisenti, Ruggero Romano, Silvio Gai e Renato Ricci all'assise di Verona

Il Congresso di Verona del Partito Fascista Repubblicano si tenne dal 14 al 15 novembre 1943 presso Castel Vecchio a Verona. Il clima in cui si svolse fu piuttosto tumultuoso, anche perché tutto era da decidere o quantomeno "rifondare": "Federali come quello di Forlì si domandano chi guiderà l'Italia, se un governo messo in piedi chissà come o il partito"[1]. Al Congresso, comunque, furono presentati i 18 punti del Manifesto di Verona, nel quale si annunciava la socializzazione ed in generale una svolta antiborghese dell' economia e della società italiana. Il congresso registrò centinaia di delegati in rappresentanza di circa 250 000 iscritti. Mussolini era assente, ma vi fu letta una sua dichiarazione consistente soprattutto in un saluto ai congressisti. Presiedette i lavori il segretario del PFR Alessandro Pavolini.

Pavolini nel discorso di apertura si augurò che il PFR fosse tutt'altra cosa che la «semplice copia» del Partito Nazionale Fascista e che attorno a Mussolini fossero soprattutto «uomini nuovi». Solo grazie a questi «uomini nuovi» la Repubblica che sarebbe dovuta nascere avrebbe potuto avere un carattere di rottura sociale con il passato e il PFR essere un partito «di lavoratori», «proletario», «animatore di un nuovo ciclo sociale senza più remore plutocratiche»:

« Al comunismo, che, ancora una volta, i liberali hanno evocato in scena, noi opponiamo la nostra risoluta volontà di lotta. Troncheremo l’impulso anarchico al disordine. Ma il fermento sociale che la guerra e il popolo esprimono l’accogliamo e lo facciamo nostro come un lievito di vita[2] »

Pavolini proseguì auspicando una punizione per i colpevoli dell'armistizio dell' 8 settembre 1943, nonostante le frasi contraddittorie e palesemente incoerenti; sottolineando come essi siano riconducibili unicamente alla grande borghesia capitalista:

« In molte provincie si sta verificando il fenomeno di industriali i quali sono i sovvenzionatori di questa ripresa sovversiva delle bande di Lenin, sovvenzionatori di queste bande di ribelli »

E poi polemicamente rivolto ai pessimisti:

« Vogliamo forse noi prolungare i 45 giorni di Badoglio con altro scandalismo, vogliamo insistere ormai in una forma che è di autolesionismo o masochismo addirittura? Nei 45 giorni si è adottata largamente la formula di Voltaire: «Calunniate, calunniate, qualche cosa resterà». Qualche cosa effettivamente è restato anche sul conto di uomini probi, anche sul conto di camerati sui quali non c'è niente da dire »

In riguardo alla forma corporativa ad alle progettate elezioni presidenziali ogni 5 anni:

« Elezioni anche nei sindacati? Veramente le elezioni nei sindacati esistevano anche prima. La trasformazione delle associazioni sindacali in unica Confederazione del lavoro, delle arti, della tecnica è quella che ci darà modo di rivedere tutto il complesso dell'organismo sindacale »

Sulle proposte sociali:

« In materia sociale è chiaro che il socialismo fascista non può essere il socialismo marxista, cioè quel socialismo che non vede se non il lavoro manuale e trascura demagogicamente il lavoro tecnico e intellettuale che è, da un punto di vista puramente umano, un valore necessario e indispensabile come l'altro, da un punto di vista di gerarchia nell'azienda, qualche cosa di superiore all'altro, non come origine sociale, ma come estrinsecazione e come apporto individuale al lavoro collettivo. Non potrà esser, il socialismo nostro, un socialismo comunistico, tipo russo, nel senso che è contrario al nostro spirito, il pensiero di un'assurda totale statizzazione di tutte le attività economiche fino alle attività artigianali, fino a tutte le attività rurali, fino a tutte le attività professionali così come in Russia si pratica. Il nostro deve essere un socialismo sindacale il quale realizzi però un deciso passo innanzi sulla via della giustizia sociale, senza nulla rinnegare di quanto, sulla via del progresso sociale, era già stato compiuto nel ventennio del Regime Fascista.

Per ciò che concerne quella proprietà privata che è, dicevo, dianzi, una proiezione della personalità umana e che noi vogliamo garantire e proteggere, la proprietà che sorge dal lavoroindividuale, dall'individuale risparmio, è chiaro che il nocciolo di questa proprietà sana è la casa, che tutti debbono possedere[3] »

Concluse con un appello patriottico alla resistenza agli invasori e all' eliminazione dei nemici. La platea in particolare si infiammò quando si fece il nome di Galeazzo Ciano, e quando giunse la notizia dell' omicidio del federale di Ferrara Igino Ghisellini, «ucciso con sei colpi di rivoltella»[4]. Poi, parlò Renato Ricci, il capo della nuova Milizia, che spiegò i programmi del Partito per costituire una polizia civica, che inglobasse carabinieri e gendarmeria rurale. I congressisti non vedevano positivamente l'istituzione di un esercito di mestiere. «La parola d'ordine era tutto il potere alla Milizia»[5]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ S. Bertoldi, Salò. Vita e morte della Repubblica Sociale Italiana, Rizzoli, Milano 1978, p. 38. Nel testo, le pagine dedicate al Congresso (30-41) ne rendono bene il marasma generale.
  2. ^ Renzo De Felice - Mussolini l'alleato: La guerra civile (1943-1945) Einaudi
  3. ^ L'Archivio "storia - history"
  4. ^ Diego Meldi, pag. 47, «la conseguente spedizione punitiva si concluderà con 17 vittime»
  5. ^ Diego Meldi, pag. 47

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Arrigo Petacco, Il comunista in camicia nera, Nicola Bombacci tra Lenin e Mussolini, Oscar Mondadori.
  • Mino Monicelli, La Repubblica di Salò, Tascabili economici Newton.
  • Mario Viganò, Il Congresso di Verona - 14 novembre 1943, Edizioni Settimo Sigillo, Roma.
  • Diego Meldi, La Repubblica di Salò, Santarcangelo di Romagna, Gherardo Casini editore, 2008, ISBN 978-88-6410-001-2

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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