Storia degli ebrei in Italia

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La storia degli ebrei in Italia tratta della storia degli ebrei e delle Comunità Ebraiche in Italia, che ha inizio nell'evo antico con la presenza di ebrei sul territorio italiano sin dai tempi pre-cristiani dell'Impero Romano, e che è continuata nei secoli nonostante periodi di persecuzione, razzismo ed espulsioni che l'hanno colpita fino al XX secolo. La stima del 2007 presentata dallo American Jewish Yearbook (2007) fornisce le seguenti cifre demografiche a riguardo della popolazione ebraica in Italia: su una popolazione italiana di 59.300.000 abitanti, la comunità ebraica rappresenta lo 0,05% ca. con un totale di 28.500 ebrei ca.[1]

Antichità[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Diaspora ebraica.

Roma precristiana[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerre giudaiche.

I primi ebrei attestati in Italia furono gli ambasciatori inviati a Roma da Giuda Maccabeo nel 161 p.e.v.: Eupòlemo, figlio di Giovanni, figlio di Accos, e Giasone, figlio di Eleàzaro (1 Maccabei 8:17-20). Secondo il Primo libro dei Maccabei, costoro firmarono un trattato con il Senato romano, sebbene gli studiosi moderni sostengano che tale ambasciata non avvenne.[2]

Si conosce con più certezza che un'ambasciata fu successivamente da Simone Maccabeo a Roma per rafforzare l'alleanza con i Romani contro il regno ellenistico seleucida. Gli ambasciatori ricevettero un'accoglienza cordiale dai loro correligionari già residenti a Roma.

Un gran numero di ebrei vivevano a Roma anche durante la tarda epoca romana repubblicana. Erano in gran parte di lingua greca e poveri. Poiché Roma aveva aumentato i contatti ed i rapporti militari/commerciali con il Levante di lingua greca, durante il secondo e primo secolo p.e.v. molti Greci, e anche numerosi ebrei, erano venuti a Roma come mercanti o portati lì come schiavi.

I romani sembrano aver visto gli ebrei come seguaci di particolari usanze religiose retrograde, ma l'antisemitismo come venne conosciuto nel mondo cristiano e islamico non esisteva. Nonostante il loro disprezzo, i romani riconoscevano e rispettavano l'antichità della loro religione e la fama del loro Tempio a Gerusalemme (Tempio di Erode). Molti romani non conoscevano molto dell'Ebraismo, compreso l'imperatore Augusto che, secondo il suo biografo Svetonio, pensava che gli ebrei digiunassero durante lo Shabbat. Giulio Cesare era noto essere grande amico degli ebrei, e questi furono tra i primi a deprecare il suo assassinio.[3]

I tesori di Gerusalemme (particolare dell'Arco di Tito).

A Roma la comunità era notevolmente organizzata e guidata da capi chiamati άρχοντες (arconti); o γερουσιάρχοι (gherousiarcoi) . Gli ebrei mantenevano a Roma numerose sinagoghe, la cui guida spirituale si chiamava αρχισυνάγωγος (archisunagogos). Le loro lapidi tombali, generalmente in greco, con alcune in ebraico/aramaico o latino, erano decorate con menorah rituali (candelabro a sette bracci).

Gli ebrei della Roma precristiana erano molto attivi nel proselitizzare i romani, con un numero crescente di veri e propri convertiti all'Ebraismo e persistenti schiere di coloro che adottavano alcune pratiche e credenze ebraiche e fede nel Dio ebraico, senza in realtà convertirsi.

Il destino degli ebrei a Roma e in Italia oscillava, con espulsioni parziali attuate sotto gli imperatori Tiberio e Claudio. Dopo le guerre giudaiche del 66 e 132 e.v., molti ebrei della Giudea furono portati a Roma come schiavi (di norma nel mondo antico i prigionieri di guerra e abitanti di città sconfitte venivano venduti come schiavi). Queste rivolte causarono crescenti ostilità ufficiali dal regno di Vespasiano in poi. Il provvedimento più grave preso contro gli ebrei fu il Fiscus iudaicus, che era una tassa richiesta a tutti gli ebrei dell'Impero Romano. La nuova imposta sostituiva la decima, che in precedenza veniva inviata al Tempio di Gerusalemme (distrutto dai romani nel 70 e.v.), ed era invece versata al tempio di Jupiter Optimus Maximus a Roma.

Oltre a Roma, esistevano in questo periodo diverse comunità ebraiche nell'Italia meridionale. Ad esempio, le regioni di Sicilia, Calabria e Puglia avevano popolazioni ebraiche ben consolidate.[4]

Tarda antichità[modifica | modifica wikitesto]

L'imperatore Flavio Claudio Giuliano, detto l'Apostata, favorevole agli ebrei.

Con la promozione del Cristianesimo a religione legale dell'Impero Romano da parte di Costantino I nel 313 (Editto di Milano), la posizione degli ebrei in Italia e in tutto l'impero declinò rapidamente e drammaticamente. Costantino stabilì leggi oppressive per gli ebrei, ma queste furono a loro volta abolite dal Giuliano l'Apostata, che mostrò il suo favore verso gli ebrei al punto di permettere che riprendessero il loro progetto di ricostruire il Tempio di Gerusalemme. Questa concessione fu però revocata dal suo successore, che era cristiano; dopodiché l'oppressione crebbe considerevolmente[senza fonte]. Il Cristianesimo niceno fu adottato come "chiesa di stato" dell'Impero Romano nel 380, poco prima della caduta dell'Impero d'Occidente.

Al momento della fondazione del dominio ostrogoto sotto Teodorico (493 - 526), esistevano fiorenti comunità di ebrei a Roma, Milano, Genova, Palermo, Messina, Agrigento e in Sardegna. Il papi del periodo non erano seriamente ostili agli ebrei, e questo spiega l'ardore con cui questi ultimi presero le armi a favore degli Ostrogoti contro le forze di Giustiniano, in particolare a Napoli, dove la strenua difesa della città fu sostenuta quasi interamente da ebrei. Dopo il fallimento dei vari tentativi di rendere l'Italia una provincia dell'Impero Bizantino, gli ebrei dovettero soffrire una forte oppressione dall'Esarca di Ravenna, ma dopo un certo lasso di tempo la maggior parte dell'Italia venne dominata dai Longobardi (568 - 774), sotto i quali vissero in pace.

In effetti, i Longobardi non approvarono leggi speciali rispetto agli ebrei. Anche dopo che i Longobardi abbracciarono il cattolicesimo, la condizione degli ebrei rimase sempre favorevole, perché i papi di quel tempo non solo non li perseguitarono, ma garantirono loro una certa protezione. Papa Gregorio I li trattò con molta considerazione, e sotto i suoi successori la condizione degli ebrei non peggiorò; lo stesso avvenne nei diversi Stati più piccoli in cui era divisa l'Italia. Sia i papi e tali Stati erano così assorti in continue discordie interne ed esterne, che gli ebrei furono lasciati in pace. In ogni singolo Stato d'Italia una certa protezione venne concessa agli ebrei al fine di assicurarsi i vantaggi delle loro imprese commerciali. Il fatto che gli storici di questo periodo fanno scarsa menzione degli ebrei, suggerisce che la loro condizione era tollerabile.[5]

Medioevo[modifica | modifica wikitesto]

La Mishneh Torah di Maimonide, pubblicata a Venezia, rist. 1575

Ci sono state molte espulsioni, tra cui quella di Trani nel 1380, e anche tutte le altre delle comunità ebraiche a sud di Roma e una breve espulsione da Bologna nel 1172. Un nipote del lessicografo Rabbi Nathan Ben Jehiel fu impiegato in qualità di amministratore della proprietà di Papa Alessandro III, che dimostrò i suoi sentimenti amichevoli verso gli ebrei al Concilio Lateranense del 1179, in cui sconfisse le proposte di prelati ostili che sostenevano leggi antiebraiche. Sotto il dominio dei Normanni gli ebrei dell'Italia meridionale e della Sicilia godettero di libertà ancora maggiori, dato che vennero considerati uguali ai cristiani, e fu loro permesso di seguire qualsiasi carriera professionale; ebbero anche giurisdizione sui propri affari. Innvero, in nessun paese le leggi canoniche contro gli ebrei erano così spesso ignorate come in Italia. Un papa del tardo Medioevo — Papa Niccolò IV (1288-1292) e/o Papa Bonifacio VIII (1294-1303) — ebbe come suo medico personale un ebreo, Isacco ben Mordecai, soprannominato Maestro Gajo.[6]

Produzione letteraria[modifica | modifica wikitesto]

Tra i primi ebrei d'Italia che hanno lasciato dietro di sé tracce della loro attività letteraria fu Shabbetai Donnolo (morto nel 982). Due secoli più tardi (1150) furono rinomati come poeti Shabbethai ben Mosè di Roma, suo figlio Jehiel Kalonymus, a suo tempo considerato come autorevole talmudista anche all'estero, e il rabbino Iechièl della famiglia Mansi (Anaw) famiglia, anche egli di Roma. Le loro composizioni sono piene di pensieri profondi, ma la loro dizione è piuttosto grezza. Nathan, figlio del suddetto Rabbi Iechièl, è stato autore di un lessico talmudico ("'Aruk"), diventato la chiave per lo studio del Talmud.

Solomon ben Abraham ibn Parhon, durante il suo soggiorno a Salerno, compilò a un dizionario ebraico che favorì lo studio dell'esegesi biblica tra gli ebrei italiani. Nel complesso, tuttavia, la cultura ebraica non era in una condizione fiorente: l'unico autore liturgico di merito fu Joab ben Solomon, del quale esistono alcune composizioni.[6] Verso la seconda metà del XIII secolo apparvero segni di una migliore cultura ebraica e di uno studio più profondo del Talmud: Isaia di Trani il Vecchio (1232-1279), alta autorità talmudica, fu l'autore di molti responsa celebrati; Davide, suo figlio, e Isaia di Trani il Giovane, suo nipote, seguirono le sue orme, come fecero i loro discendenti fino alla fine del XVII secolo. Meïr ben Mosè ha presiedette una importante scuola talmudica di Roma e Abraham ben Joseph una su Pesaro. A Roma due medici famosi, Abramo e Iechièl, discendenti di Nathan ben Iechièl, insegnarono il Talmud. Una delle donne di questa famiglia di talento, certa Paola dei Mansi, ottenne distinzione per la sua considerevole conoscenza biblica e talmudica, e inoltre trascrisse i commentari biblici in una calligrafia particolarmente bella.[6][7]

In questo periodo il Sacro Romano Imperatore Frederico II, ultimo degli Hohenstaufen, utilizzò gli ebrei per tradurre dell'arabo i trattati di filosofia e astronomia; tra questi scrittori si annoverano Judah Kohen di Toledo, in seguito della Toscana, e Jacob Anatoli della Provenza. Questo miglioramento culturale incoraggianteo naturalmente portò allo studio delle opere di Maimonide, in particolare dell '"Guida dei perplessi (Moreh Nevukhim), lo scrittore preferito di Hillel di Verona (1220-1295). Quest'ultimo intellettuale e filosofo praticava medicina a Roma e in altre città italiane, e traduceva in ebraico diverse opere mediche. Lo spirito liberale degli scritti di Maimonide aveva altri devoti in Italia, ad esempio Shabbethai ben Solomon di Roma e Zerachia Ḥen di Barcellona, emigrato a Roma e che contribuì molto a diffondere la conoscenza delle sue opere. L'effetto di ciò sugli ebrei italiani fu evidente nel loro amore per la libertà di pensiero e la loro stima per la letteratura, così come nella loro adesione alla traduzione letterale dei testi biblici e la loro opposizione ai cabalisti fanatici e alle teorie mistiche. Tra gli appassionati di queste teorie c'era Immanuel ben Solomon di Roma (noto come Immanuel Romano), amico del celebre Dante Alighieri. La discordia tra i seguaci di Maimonide ed i suoi avversari crearono gravi danni agli interessi dell'Ebraismo.[8]

La coltivazione della poesia in Italia al tempo di Dante influenzò anche gli ebrei. I ricchi ed i potenti, in parte per sincero interesse, in parte per obbedienza allo spirito dei tempi, divennero patroni di scrittori ebrei, inducendo in tal modo la massima attività da parte loro. Tale attività fu particolarmente evidente a Roma, dove sorse una nuova corrente poetica ebraica, soprattutto con le opere di Leo Romano, traduttore degli scritti di Tommaso d'Aquino e autore di meritevoli opere esegetiche; con Giuda Siciliano, uno scrittore di prosa rimata; con Kalonymus ben Kalonymus, un famoso poeta satirico; e in particolare col succitato Immanuel.[8] Su iniziativa della comunità romana, fu eseguita una traduzione in ebraico del commentario in arabo della Mishnah di Maimonide. A questo punto il Papa Giovanni XXII stava per pronunciare un bando contro gli ebrei di Roma. Gli ebrei istituirono quindi un giorno di digiuno e di preghiera pubblica per fare appello all'assistenza divina. Re Roberto I di Napoli, che favoriva gli ebrei, mandò un inviato al papa ad Avignone, e riuscì ad evitare questo grave pericolo. Immanuel descrisse questo inviato come una persona di molto merito e di grande cultura. Questo periodo della letteratura ebraica in Italia è uno di notevole splendore. Dopo Immanuel non ci furono altri scrittori ebrei d'importanza fino a Mosè ben Isaac da Rieti (1388).

Peggioramento delle condizioni sotto Innocenzo III[modifica | modifica wikitesto]

Ebrei con il distintivo giallo: l'uomo tiene in mano un borsello di denaro e dei bulbi d'aglio, entrambi spesso raffigurati nei ritratti di ebrei.

La posizione degli ebrei in Italia peggiorò notevolmente sotto il pontificato di Innocenzo III (1198-1216). Questo papa minacciò di scomunica coloro che ponevano o mantenevano ebrei in cariche pubbliche, e insistette sul fatto che qualsiasi ebreo fosse impiegato in uffici amministrativi o privati venisse licenziato. L'insulto più profondo però fu l'ordine che ogni ebreo dovesse indossare sempre, e in evidenza, uno speciale distintivo giallo ("rouelle"). Nel 1235 Papa Gregorio IX emise la prima bolla pontificia contro l'"Accusa del sangue". Altri papi seguirono il suo esempio, particolarmente Innocenzo IV nel 1247, Gregorio X nel 1272, Clemente VI nel 1348, Gregorio XI nel 1371, Martino V nel 1422, Niccolò V nel 1447, Sisto V nel 1475, Paolo III nel 1540, e più tardi Alessandro VII, Clemente XIII e Clemente XIV.

Antipapa Benedetto XIII[modifica | modifica wikitesto]

Gli ebrei soffrirono molto per le persecuzioni implacabili dell'antipapa di Avignone Benedetto XIII e salutarono con gioia l'accesso del suo successore, Papa Martino V. Il sinodo convocato dagli ebrei a Bologna e continuato a Forlì, inviò una delegazione con regali costosi al nuovo papa, pregandolo di abolire le leggi oppressive promulgate da Benedetto e di concedere agli ebrei quei privilegi che erano stati concessi sotto i papi precedenti. La deputazione riuscì nella sua missione, ma il periodo di grazia fu breve, poiché il successore di Martino, Eugenio IV, in un primo momento ben disposto verso gli ebrei, in ultima analisi riattivò tutte le leggi restrittive emanate da Benedetto. In Italia, tuttavia, la sua bolla fu generalmente ignorata. I grandi centri, come ad esempio Venezia, Firenze, Genova e Pisa, si resero conto che i loro interessi commerciali erano più importante degli affari dei capi spirituali della Chiesa, e di conseguenza gli ebrei, molti dei quali erano banchieri e importanti mercanti, si ritrovarono in condizioni più che favorevoli. Diventò così facile per i banchieri ebrei di ottenere il permesso di impiantare le proprie banche e di svolgere operazioni finanziarie. Tra l'altro, in un caso anche il Vescovo di Mantova, in nome del papa, accordò il permesso ad ebrei di prestare denaro a interesse. Tutte le trattative bancarie della Toscana erano nelle mani di un ebreo, Iechièl di Pisa. La posizione influente di questo finanziere di successo fu di grande vantaggio per i suoi correligionari, al momento dell'esilio dalla Spagna.

Gli ebrei erano anche esperti medici, particolarmente apprezzati da nobili e regnanti. Guglielmo di Portaleone, medico di re Ferdinando I di Napoli e delle case ducali degli Sforza e Gonzaga, fu uno dei più abili di quel tempo e primo della lunga serie di medici illustri della sua famiglia.[8]

Primo periodo moderno[modifica | modifica wikitesto]

Tortura dell'ebreo (particolare), affresco di Piero Della Francesca, Basilica di San Francesco (Arezzo), 1452-1466

Si stima che nel 1492 gli ebrei componessero oltre il 6% della popolazione della Sicilia.[9]Molti ebrei siciliani inizialmente andarono in Calabria, che già aveva una comunità ebraica sin dal IV secolo. Nel 1524 gli ebrei furono espulsi dalla Calabria e nel 1540 da tutto il Regno di Napoli, poiché queste regioni caddero sotto il dominio degli spagnoli e furono oggetto dell'editto di espulsione dell'Inquisizione spagnola.

Ci fu uno spostamento graduale degli ebrei durante tutto il XVI secolo dal sud d'Italia verso il nord, con il peggioramento delle condizioni per gli ebrei a Roma dopo 1556 e a Venezia negli anni 1580. Molti ebrei da Venezia e aree circostanti emigrarono verso la Polonia e la Lituania in questo periodo.[9][10][11][12]

Profughi dalla Spagna[modifica | modifica wikitesto]

Quando gli ebrei furono espulsi dalla Spagna nel 1492, molti di loro trovarono rifugio in Italia, dove ricevettero la protezione di re Ferdinando I di Napoli. Uno dei profughi, Don Isaac Abrabanel, ricevette persino una posizione presso la corte napoletana, posizione che mantenne sotto il re successivo, Alfonso II. Gli ebrei spagnoli vennero ben accolti anche a Ferrara dal duca Ercole I d'Este, e in Toscana grazie alla mediazione di Iechiel di Pisa e dei suoi figli. Ma a Roma e a Genova soffrirono tutte le vessazioni e tormenti che la fame, la peste, e la povertà portavano con sé, e furono costretti ad accettare il battesimo per sfuggire alla fame. In alcuni casi i profughi superarono in numero gli ebrei già residenti e diedero il voto determinante in questioni di interesse comune e nella direzione degli studi ebraici.

I papi da Alessandro VI a Clemente VII furono indulgenti nei confronti degli ebrei, avendo questioni ben più urgenti da risolvere. Dopo l'espulsione degli ebrei dalla Spagna nel 1492, circa 9.000 ebrei spagnoli impoveriti arrivarono ai confini degli stati papalini. Alessandro VI li accolse a Roma, dichiarando che avevano il "permesso di condurre la loro vita, libera da interferenze da parte dei cristiani, di proseguire i propri riti, di guadagnarsi la propria fortuna, e di godere di molti altri privilegi." Allo stesso modo consentì l'immigrazione degli ebrei espulsi dal Portogallo nel 1497 e dalla Provenza nel 1498.[13]

I papi e molti dei più influenti cardinali apertamente violarono uno dei decreti più severi del Concilio di Basilea, cioè il divieto per i cristiani di impiegare medici ebrei, e anzi diedero loro importanti posizioni alla corte papale. Le comunità ebraiche di Napoli e di Roma ricevettero il maggior numero di profughi, ma molti ebrei proseguirono successivamente da queste città verso Ancona, Venezia, Calabria e di là a Firenze e Padova. Venezia, imitando le misure odiose delle città tedesche, assegnarono agli ebrei un quartiere speciale, il ghetto.

Espulsione da Napoli[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Comunità ebraica di Napoli.
Il trattato portoghese Consolação ás Tribulações de Israel, di Samuel Usque (1553)

La fazione ultracattolica provò con tutti i mezzi a sua disposizione di introdurre l'Inquisizione nel regno napoletano, allora sotto il dominio spagnolo. Carlo V, al suo ritorno dalle vittorie in Africa, fu sul punto di esiliare gli ebrei da Napoli, ma differì dal farlo grazie all'influenza di Benvenida, moglie di Samuel Abravanel. Qualche anno più tardi, tuttavia (1533), tale decreto fu proclamato, ma anche in questa occasione Samuel Abravanel e altri furono in grado mediante la loro influenza di evitare per diversi anni l'esecuzione del decreto stesso. Molti ebrei ripararono nell'Impero Ottomano, alcuni ad Ancona e altri ancora a Ferrara, dove furono ben accolti dal duca Ercole II d'Este.

Dopo la morte di papa Paolo III (1534-1549), che si era mostrato favorevole agli ebrei, sopraggiunse un periodo di lotte, persecuzioni e sconforto. Pochi anni dopo gli ebrei furono esiliati da Genova, tra i profughi anche Joseph Hakohen, medico del doge Andrea Doria ed eminente storico. I Marrani, cacciati dalla Spagna e dal Portogallo, furono autorizzati dal duca Ercole ad entrare nei suoi domini e di professare l'Ebraismo liberamente e apertamente. Così, Samuel Usque, anche lui uno storico, che era fuggito all'Inquisizione in Portogallo, si stabilì a Ferrara, e Abraham Usque successivamente vi fondò un grande stamperia. Un terzo Usque, Salomone, mercante di Venezia e Ancona e poeta di un certo rilievo, tradusse i sonetti di Petrarca in ottimi versi spagnoli, che furono molto ammirati dai suoi contemporanei.[8]

Mentre il ritorno all'Ebraismo degli Usque marrani causò molta gioia tra gli ebrei italiani, ciò fu controbilanciato dal dolore profondo in cui precipitarono per la conversione al Cristianesimo di due nipoti di Elia Levita, Leone Romano e Vittorio Eliano. Uno diventò Canonico della Chiesa, l'altro un gesuita. Questi criticarono pesantemente il Talmud davanti al papa Giulio III e all'Inquisizione, e di conseguenza il papa pronunciò una sentenza di distruzione contro tale opera, alla stampa del quale uno suo predecessore, Leone X, aveva dato approvazione. Nel giorno del Capodanno ebraico (Rosh haShana), 9 settembre 1553, tutte le copie del Talmud nelle principali città d'Italia, nelle tipografie di Venezia, e perfino nella lontana isola di Candia (Creta), furono bruciate. Nel 1555, papa Marcello II voleva esiliare gli ebrei di Roma con l'accusa di omicidio rituale, ma fu trattenuto dall'esecuzione di tale provvedimento dal cardinale Alessandro Farnese, che riuscì a scoprire il vero colpevole.

Paolo IV[modifica | modifica wikitesto]

Rogo di libri (illustrazione di Hartmann Schedel, 1440-1514).

Il successore di Marcello, Paolo IV, confermò tutte le bolle contro gli ebrei emesse fino a quel momento e aggiunse altre misure più oppressive, che contenevano una serie di divieti gettando gli Ebrei nella miseria più nera, privandoli dei mezzi di sostentamento e negando loro l'esercizio di tutte le professioni. La bolla papale Cum nimis absurdum del 1555 creò il ghetto romano e richiese l'uso di "distintivo giallo"". Gli ebrei furono costretti a lavorare al restauro delle mura di Roma senza alcun compenso.

Inoltre, in un'occasione il papa aveva segretamente dato ordine ad uno dei suoi nipoti di bruciare il quartiere ebraico durante la notte. Tuttavia, Alessandro Farnese, venendo a sapere di tale proposta infame, riuscì a frustrarla.[6]

Molti ebrei abbandonarono Roma e Ancona e andarono a Ferrara e a Pesaro. Qui il duca di Urbino li accolse favorevolmente, nella speranza di dirigere il prospero commercio del Levante verso il nuovo porto di Pesaro, che era a quel tempo esclusivamente nelle mani degli ebrei di Ancona. Tra i tanti che furono costretti a lasciare Roma fu il marrano illustre Amato Lusitano, rinomato medico e botanico, che aveva spesso curato papa Giulio III. Era persino stato invitato a diventare medico del re di Polonia, ma aveva declinato l'offerta, al fine di rimanere in Italia. Fuggì dall'Inquisizione e giunse a Pesaro, dove professò apertamente l'Ebraismo.[14][15]

Espulsione dagli Stati Pontifici[modifica | modifica wikitesto]

Paolo IV fu succeduto dal più tollerante papa Pio IV, che fu succeduto da Pio V, che restaurò tutte le bolle antiebraiche dei suoi predecessori — non solo nei propri domini immediati, ma in tutto il mondo cristiano. In Lombardia l'espulsione degli ebrei fu minacciata ma non eseguita, ma gli ebrei vennero comunque tiranneggiati in innumerevoli modi. A Cremona e Lodi i loro libri furono bruciati. A Genova, città da cui gli ebrei erano già stati espulsi, fu fatta un'eccezione a favore di Joseph Hakohen. Nel suo Emek Habachah egli racconta la storia di queste persecuzioni. Non aveva alcun desiderio di sfruttare il triste privilegio accordatogli, e quindi se ne andò a Casale Monferrato, dove fu ben ricevuto anche dai cristiani. In questo stesso anno il papa diresse le sue persecuzioni contro gli ebrei di Bologna, che formavano una ricca comunità che valeva la pena di depredare.[8] Molti degli ebrei più ricchi furono imprigionati e posti sotto tortura, al fine di costringerli a fare false confessioni. Mentre Rabbi Ishmael Ḥanina veniva tormentato dai torturatori, dichiarò che, se le pene della tortura l'avessero costretto a pronunciare parole che potevano essere interpretate come condanna dell'Ebraismo, dovevano essere considerate false e nulle.[6] Era proibito agli ebrei di assentarsi dalla città, ma molti riuscirono a fuggire corrompendo le guardie alle porte del ghetto e della città. I fuggitivi, insieme a mogli e figli, si rifugiarono nella vicina città di Ferrara. Allora Pio V decise di bandire gli ebrei da tutti i suoi domini e, nonostante l'enorme perdita che poteva derivare da tali provvedimenti e le rimostranze dei cardinali influenti e favorevoli agli ebrei, questi (in tutto circa 1.000 famiglie) furono effettivamente espulsi da tutti gli Stati Pontifici escluso Roma e Ancona. Alcuni divennero cristiani, ma la maggior parte trovò asilo in altre parti d'Italia, tra cui Livorno e Pitigliano.

Approvazione della Repubblica di Venezia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Comunità ebraica di Venezia.
Il Palazzo Ducale a Venezia, in un disegno del tardo XIV secolo.

Grande sensazione fece in Italia la scelta di un ebreo di primo piano, Salomone da Udine, quale ambasciatore turco a Venezia, che inoltre fu incaricato di negoziare con quella repubblica nel luglio del 1574. Esisteva in pendenza un decreto di espulsione degli ebrei da parte dei leader di diversi regni italiani, cosa che preoccupava il Senato veneziano pensando che ciò avrebbe creato delle difficoltà nel trattare con Salomone da Udine. Tuttavia, tramite l'influenza dei diplomatici veneziani stessi, e in particolare del patrizio Marcantonio Barbaro della famiglia nobile dei Barbaro, che stimava molto Salomone, l'ambasciatore fu ricevuto con grandi onori presso il Palazzo Ducale. In virtù di questo, Salomone da Udine acquisì una posizione elevata con la Repubblica di Venezia e fu in grado di rendere grandi servizi ai suoi correligionari. Grazie alla sua influenza, Jacob Soranzo, un agente della Repubblica di Venezia a Costantinopoli, venne a Venezia. Salomone si adoperò inoltre a far revocare il decreto di espulsione nell'ambito dei regni italiani e ottenne la promessa dai patrizi veneziani che gli ebrei avrebbero sempre avuto una dimora sicura all'interno della Repubblica di Venezia. Da Udine alla fine fu onorato e premiato per i suoi servizi e tornò a Costantinopoli, lasciando a Venezia il figlio Nathan affinché venisse educato. Nathan fu uno dei primi studenti ebrei a frequentare l'Università di Padova, nel quadro della politica di ammissione inclusiva istituita da Marcantonio Barbaro. Il successo di Salomone da Udine ispirò molti ebrei dell'Impero Ottomano, in particolare a Costantinopoli, dove avevano raggiunto grande prosperità.[5]

Persecuzioni e confische[modifica | modifica wikitesto]

La posizione degli ebrei d'Italia in questo momento era deprecabile: papa Paolo IV e Pio V li avevano ridotti alla massima umiliazione e materialmente diminuito il loro numero. Nell'Italia meridionale non ne erano rimasti molti; in ciascuna delle importanti comunità di Roma, Venezia e Mantova c'erano non più di 2.000 ebrei, mentre in tutta la Lombardia ce n'erano meno di 1.000. Gregorio XIII non fu meno fanatico dei suoi predecessori: notò che, nonostante il divieto papale, i cristiani impiegavano medici ebrei – pertanto vietò severamente agli ebrei di frequentare pazienti cristiani e minacciò con punizioni molto severe quei cristiani che avessero fatto ricorso ai medici ebrei, e quei medici ebrei che avessero risposto alle chiamate dei cristiani. Inoltre, la minima assistenza data ai marrani del Portogallo e della Spagna, in violazione delle leggi canoniche, era sufficiente per consegnare il colpevole nelle mani dell'Inquisizione, che non esitava a condannare l'accusato a morte. Gregorio indusse anche l'Inquisizione a far bruciare un gran numero di copie del Talmud e di altri libri ebraici. Furono istituiti speciali sermoni, progettati per convertire gli ebrei, e questi dovevano essere ascoltati forzatamente almeno da un terzo della comunità ebraica, uomini, donne e giovani di età superiore ai dodici anni. I sermoni erano solitamente predicati da ebrei battezzati che erano diventati frati o sacerdoti, e non di rado gli ebrei, senza alcuna possibilità di protesta, erano costretti ad ascoltare tali sermoni anche nella loro proprie sinagoghe. Queste oppressioni costrinsero molti ebrei a lasciare Roma, e quindi il loro numero diminuì ulteriormente.[8][16]

Varie vicende e fortune alterne[modifica | modifica wikitesto]

Festa della Torah nella sinagoga di Livorno (dipinto di Solomon Alexander Hart, 1850).

Sotto il papa successivo, Sisto V (1585-1590), la condizione degli ebrei migliorò leggermente. Egli abrogò molte delle norme stabilite dai suoi predecessori, permettendo agli ebrei di risiedere in tutte le parti del suo regno, e diede ai medici ebrei libertà di praticare la loro professione. David de Pomis, un medico eminente, approfittò di questo privilegio e pubblicò un'opera in latino dal titolo De Medico Hebraeo, dedicata a Francesco Maria I Della Rovere, Duca di Urbino, in cui esortava gli ebrei a considerare i cristiani come fratelli, ad aiutarli e ad assisterli. Gli ebrei di Mantova, Milano e Ferrara, approfittando della favorevole disposizione del papa, gli mandarono un ambasciatore, Bezaleel Massarano, con un regalo di 2.000 scudi, per ottenere da lui il permesso di ristampare il Talmud e altri libri ebraici, promettendo al tempo stesso di espurgare tutti i passaggi ritenuti offensivi dal Cristianesimo. La loro richiesta fu approvata, in parte mediante il sostegno fornito da Lopez, un marrano che amministrava le finanze papali e che era in grande favore presso il pontefice. La ristampa del Talmud era appena iniziata e le condizioni di stampa organizzate dalla relativa Commissione, quando Sisto morì. Anche il suo successore, Gregorio XIV, era ben disposto verso gli ebrei, come lo era stato Sisto, ma durante il suo breve pontificato Gregorio fu quasi sempre ammalato. Clemente VIII (1592-1605), che gli succedette, rinnovò le bolle antiebraiche di Paolo IV e Pio V, ed esiliò gli ebrei da tutti i suoi territori, ad eccezione di Roma, Ancona e Avignone; ma, al fine di non perdere il commercio con l'Oriente, concesse alcuni privilegi agli ebrei turchi. Gli esuli ripararono in Toscana, dove furono accolti positivamente dal duca Ferdinando I de' Medici, che li assegnò alla città di Pisa come residenza, e dal duca Vincenzo Gonzaga, alla cui corte l'ebreo Giuseppe da Fano era un favorito. Fu loro nuovamente permesso di leggere il Talmud e altri libri ebraici, a condizione che fossero stampate in base alle regole di censura approvate da Sisto V. Dall'Italia, dove questi libri espurgati furono stampati a migliaia, vennero inviati agli ebrei di diversi altri paesi.[8]

Nei ducati italiani[modifica | modifica wikitesto]

Era strano che sotto Filippo II gli ebrei esiliati da tutte le parti della Spagna fossero invece tollerati nel ducato di Milano, allora sotto il dominio spagnolo. Tale incoerenza politica era destinata a creare problemi per gli interessi degli ebrei. Per scongiurare l'imminente sciagura un ambasciatore eloquente, Samuel Coen, fu inviato al re in Alessandria, ma la sua missione non ebbe successo. Il re, convinto dal suo confessore, espulse gli ebrei dal territorio milanese nella primavera del 1597. Gli esuli, circa 1.000 di numero, furono ricevuti a Mantova, Modena, Reggio, Verona e Padova. I principi della casa d'Este avevano sempre accordato favore e protezione agli ebrei, e erano molto amati. Eleonora, una principessa di questo casato, aveva ispirato due poeti ebrei, e quando si ammalava preghiere pubbliche venivano recitate nelle varie sinagoghe affinché si ristabilisse. Tuttavia la sfortuna arrivò anche per gli ebrei di Ferrara poiché, per quando Alfonso I, ultimo della famiglia d'Este, morì, il principato di Ferrara venne incorporato nei domini della Chiesa sotto Clemente VIII, che decretò subito la messa al bando degli ebrei. Aldobrandini, un parente del papa, prese possesso di Ferrara in nome del pontefice e, vedendo che tutto il commercio era nelle mani degli ebrei, acconsentì allo loro richiesta di esenzione dal decreto per un periodo di cinque anni, anche se ciò era molto contro il volere del papa.[8]

Gli ebrei mantovani soffrirono gravemente al tempo della Guerra dei trent'anni. Gli ebrei esiliati dai domini papali avevano spesso trovato rifugio a Mantova, dove i duchi Gonzaga avevano loro accordato protezione, come avevano fatto per gli ebrei già ivi residenti. Il penultimo duca, sebbene cardinale, li favorì in misura sufficiente ad emanare una legge per il mantenimento dell'ordine nel ghetto. Dopo la morte dell'ultimo di questo casato, il diritto di successione venne contestato al momento della guerra dei trent'anni, e la città fu assediata dai soldati tedeschi di Wallenstein. Dopo una strenua difesa, in cui gli ebrei lavorarono presso le mura fino all'approccio dello Shabbat, la città cadde nelle mani degli assedianti, e per tre giorni tutto fu messo a ferro e fuoco. Il comandante in capo, Altringer, proibì ai soldati di saccheggiare il ghetto, sperando così di ottenere il bottino per sé. Agli ebrei fu ordinato di lasciare la città, portandosi appresso solo la loro indumenti personali e tre ducati d'oro a persona. Furono trattenuti solo pochi ebrei, sufficienti ad agire come guide per condurre i conquistatori nei luoghi in cui i propri correligionari avrebbero nascosto i presupposti "tesori". Grazie a tre ebrei ortodossi, queste circostanze vennero a conoscenza dell'imperatore, che ordinò al suo governatore, Collalto, di emettere un decreto che consenisse agli ebrei di ritornare e promettendo loro il ripristino dei beni. Tuttavia solo circa 800 ebrei tornarono, gli altri essendo morti.[16]

Le vittorie dei Turchi in Europa, che aveva portato i loro eserciti fin sotto le mura di Vienna (1683), contribuì anche in Italia ad incitare la popolazione cristiana contro gli ebrei, che erano rimasti amichevoli coi turchi. A Padova, nel 1683, gli ebrei furono in grave pericolo a causa della agitazione fomentata contro di loro dai tessitori. Scoppiò quindi un violento tumulto, dove le vite degli ebrei furono minacciate seriamente, e fu solo con la più grande difficoltà che il governatore della città riuscì a salvarli, in obbedienza ad un ordine rigoroso da Venezia. Per diversi giorni successivi il ghetto dovette essere particolarmente sorvegliato.

Reazioni di Napoleone[modifica | modifica wikitesto]

Stampa francese del 1806 che illustra Napoleone mentre emancipa gli ebrei.
L'Italia nel 1810

Tra le prime scuole ad adottare i progetti di riforma didattica di Hartwig Wessely[17] furono quelle di Trieste, Venezia e Ferrara. Sotto l'influenza della politica religiosa liberale di Napoleone I, gli ebrei d'Italia, come quelli di Francia, furono emancipati. Il potere supremo dei papi era spezzato: non avevano così più tempo per preparare decreti antiebraici e non crearono quindi più leggi canoniche contro gli ebrei.[6]

Al Sinedrio riunito da Napoleone a Parigi (1807), l'Italia inviò quattro deputati: Abraham Vita da Cologna; Isaac Benzion Segre, rabbino di Vercelli; Graziadio Neppi, medico e rabbino di Cento, e Jacob Israel Karmi, rabbino di Reggio. Dei quattro rabbini assegnati al comitato che doveva rispondere alle dodici domande proposte dall'Assemblea dei Notabili, due – Cologna e Segre – erano italiani e furono eletti rispettivamente primo e secondo Vice Presidente del Sinedrio.

La libertà acquistata dagli ebrei sotto Napoleone durò poco, scomparendo con la sua caduta. Papa Pio VII, riacquisendo i suoi reami, installò nuovamente l'Inquisizione, privando inoltre gli ebrei di qualsiasi libertà e confinandoli ancora nel ghetto. Tale divenne, in misura più o meno estesa, la loro condizione in tutti gli Stati in cui l'Italia venne successivamente divisa; a Roma furono di nuovo costretti ad ascoltare i sermoni di proselitismo.

Nell'anno 1829, a seguito di un editto dell'imperatore Francesco I, si aprì a Padova, con la collaborazione di Venezia, Verona e Mantova, il primo Collegio Rabbinico Italiano, in cui insegnarono Lelio della Torre e Samuel David Luzzatto. Luzzatto era uomo di grande intelletto e scrisse in ebraico puro trattati di filosofia, storia, letteratura, critica e grammatica. Molti illustri rabbini furono alunni del collegio rabbinico di Padova. Mosè Tedeschi, Zelman e Castiglioni seguirono a Trieste le finalità ed i principi della scuola di Luzzatto. Allo stesso tempo, Elia Benamozegh, studioso molto erudito e autore di numerose opere, si distinse nella vecchia scuola rabbinica di Livorno.

XIX secolo[modifica | modifica wikitesto]

Sinagoga di Firenze, eretta negli anni 1874–1882
La lapide a Salomone Fiorentino, via delle Oche, Firenze

Il ritorno alla servitù medievale dopo la restaurazione italiana non durò a lungo, e la rivoluzione del 1848 che sconvolse tutta l'Europa, portò grandi vantaggi agli ebrei. Sebbene questa fase fosse seguita da un ripristino dello Stato Pontificio solo quattro mesi più tardi nei primi mesi del 1849, le persecuzioni e le violenze del passato erano in gran parte scomparse. L'ultimo oltraggio contro gli ebrei d'Italia fu collegato con il caso di Edgardo Mortara, che si verificò a Bologna nel 1858. Nel 1859 la maggior parte degli Stati papalini furono annessi al Regno d'Italia sotto re Vittorio Emanuele II. Eccetto a Roma e dintorni, dove l'oppressione papale durò fino alla fine del dominio pontificio (20 settembre 1870), gli ebrei ottennero la piena emancipazione. In nome del loro Paese gli ebrei con grande ardore sacrificarono vita e possessioni nelle campagne memorabili del 1859, 1866 e 1870. Dei molti che meritano di essere menzionati in tale ambito, si può citare Isacco Maurogonato Pesaro, che fu ministro delle finanze della Repubblica di Venezia durante la guerra del 1848 contro l'Austria, e successivamente senatore del Regno d'Italia nella XVII legislatura: in perenne riconoscenza il Paese gli ha eretto un memoriale in bronzo.[18] Eretto nel palazzo dei dogi di Venezia si trova un busto di marmo di Samuele Romanin, celebre storico ebreo di Venezia. Anche Firenze commemora un poeta ebraico moderno, Salomone Fiorentino, con una lapide di marmo presso la casa in cui è nato. Amico e fedele segretario del Conte di Cavour fu il piemontese Isacco Artom, mentre Salomone Olper, in seguito rabbino di Torino e anche amico e consigliere di Giuseppe Mazzini, fu uno dei sostenitori più coraggiosi dell'indipendenza italiana. I nomi dei soldati ebrei che morirono per la causa della libertà italiana sono stati messi insieme a quelli dei loro commilitoni cristiani nei monumenti eretti in loro onore.

XX secolo[modifica | modifica wikitesto]

Inizi del XX secolo[modifica | modifica wikitesto]

Il Presidente del Consiglio dei ministri italiano Luigi Luzzatti, entrato in carica nel 1910, fu uno dei primi ebrei (non convertiti al Cristianesimo) nel mondo a divenire capo di governo. Un altro ebreo, Ernesto Nathan servì quale sindaco di Roma negli anni 1907-1913. In Italia vi furono in tutto tre Capi del Governo con origini ebraiche: Alessandro Fortis (convertito), il citato Luigi Luzzatti e Sidney Sonnino (ebreo solo da parte di padre e di religione anglicana, quindi non ufficialmente ebreo secondo la halakha).

Papa Giovanni Paolo II ha dato accesso ad alcuni archivi precedentemente segreti della Santa Sede, fornendo quindi informazioni agli studiosi, uno dei quali, David Kertzer, le ha utilizzate per scrivere il libro I papi contro gli ebrei. Il ruolo del Vaticano nell'ascesa dell'antisemitismo moderno (ed. it. BUR 2004).[19] Secondo questo libro, tra la fine del XIX secolo e gli inizi del XX, i papi e molti vescovi cattolici e le pubblicazioni cattoliche hanno costantemente fatto una distinzione tra "buon antisemitismo" e "cattivo antisemitismo" – ma pur sempre antisemitismo hanno fatto. Il tipo "cattivo" istigava l'odio diretto contro gli ebrei per il solo fatto della loro discendenza. Questo veniva considerato poco cristiano, in parte perché la chiesa affermava che il suo messaggio era per tutta l'umanità indistintamente, e qualsiasi persona di qualsiasi discendenza poteva diventare "cristiana". Il tipo "buono" denunciava presunti complotti ebraici per ottenere il controllo del mondo mediante il controllo di giornali, banche, scuole, commercio ecc., o altrimenti attribuiva diverse iniquità agli ebrei. Il Libro di Kertzer specifica molti casi in cui tali pubblicazioni cattoliche denunciavano presunti complotti e poi, quando venivano criticate per incitamento all'odio degli ebrei, ricordavano ai lettori che la chiesa cattolica condannava il tipo "cattivo" di antisemitismo.[19]

Durante l'era fascista[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Fascismo e questione ebraica.

Durante il fascismo, l'antisemitismo fu associato a politici e scrittori come Paolo Orano, Roberto Farinacci, Telesio Interlandi e Giovanni Preziosi, sebbene, almeno inizialmente, gli ebrei avessero partecipato ad impostare il Partito Nazionale Fascista e a farne parte; un numero ristretto di ebrei, in particolare Aldo Finzi, ottenne una certa importanza fino al momento delle leggi razziali del 1938.[20] Inoltre Giuseppe Volpi, Conte di Misurata, servì come Ministro delle Finanze d'Italia negli anni 1925-1928, e come governatore della Tripolitania italiana nel periodo 1921-1925. Fu anche il fondatore del Festival Internazionale del Cinema di Venezia.

Le leggi razziali fasciste (1938)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Leggi razziali fasciste.
Frontespizio del primo numero della rivista La difesa della razza dell'8 agosto 1938

La svolta in senso razzista del regime fascista avvenne nel 1938.[21] Un documento fondamentale, che ebbe un ruolo non indifferente nella promulgazione delle cosiddette leggi razziali è il Manifesto degli scienziati razzisti (noto anche come Manifesto della Razza), pubblicato una prima volta in forma anonima sul Giornale d'Italia il 15 luglio 1938 con il titolo Il Fascismo e i problemi della razza, e poi ripubblicato sul numero uno della rivista La difesa della razza il 5 agosto 1938 firmato da 10 scienziati. Tra le successive adesioni al manifesto pubblicate con risalto sulla stampa fascista spiccano quelle di personaggi illustri – o destinati a diventare tali.[22]

Al Regio decreto legge del 5 settembre 1938 – che fissava «Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista» – e a quello del 7 settembre – che fissava «Provvedimenti nei confronti degli ebrei stranieri» – fa seguito (6 ottobre) una «dichiarazione sulla razza» emessa dal Gran Consiglio del Fascismo. Tale dichiarazione viene successivamente adottata dallo Stato sempre con un Regio decreto legge che porta la data del 17 novembre dello stesso anno. Sono dunque molti i decreti che, tra l'estate e l'autunno del 1938, sono firmati da Benito Mussolini in qualità di capo del Governo e poi promulgati da Vittorio Emanuele III. Tutti tendenti a legittimare una visione razzista della così detta questione ebraica. L'insieme di questi decreti e dei documenti sopra citati costituisce appunto l'intero corpus delle leggi razziali.

La legislazione razzista ebbe un impatto immediato e traumatico sulla vita degli ebrei italiani che dai tempi del Risorgimento mai avevano fatto esperienza di discriminazioni ed erano vissuti in libertà ed eguaglianza di diritti con gli altri cittadini italiani.

La legislazione antisemita comprendeva: il divieto di matrimonio tra italiani ed ebrei, il divieto per gli ebrei di avere alle proprie dipendenze domestici di razza ariana, il divieto per tutte le pubbliche amministrazioni e per le società private di carattere pubblicistico – come banche e assicurazioni – di avere alle proprie dipendenze ebrei, il divieto di trasferirsi in Italia a ebrei stranieri, la revoca della cittadinanza italiana concessa a ebrei stranieri in data posteriore al 1919, il divieto di svolgere la professione di notaio e di giornalista e forti limitazioni per tutte le cosiddette professioni intellettuali, il divieto di iscrizione dei ragazzi ebrei – che non fossero convertiti al cattolicesimo e che non vivessero in zone in cui i ragazzi ebrei erano troppo pochi per istituire scuole ebraiche – nelle scuole pubbliche, il divieto per le scuole medie di assumere come libri di testo opere alla cui redazione avesse partecipato in qualche modo un ebreo. Fu inoltre disposta la creazione di scuole – a cura delle comunità ebraiche – specifiche per ragazzi ebrei. Gli insegnanti ebrei avrebbero potuto lavorare solo in quelle scuole.[23]

Alcuni degli scienziati e intellettuali ebrei colpiti dal provvedimento del 5 settembre (riguardante in special modo il mondo della scuola e dell'insegnamento) emigrano negli Stati Uniti. Tra loro ricordiamo: Emilio Segrè, Achille Viterbi (padre di Andrea Viterbi), Bruno Pontecorvo, Bruno Rossi, Ugo Lombroso, Giorgio Levi Della Vida, Mario Castelnuovo-Tedesco, Camillo Artom, Ugo Fano, Roberto Fano, Salvatore Luria, Renzo Nissim, Piero Foà, Luigi Jacchia, Guido Fubini, Massimo Calabresi, Franco Modigliani. Altri troveranno rifugio in Gran Bretagna (Arnaldo Momigliano, Elio Nissim, Uberto Limentani, Guido Pontecorvo); in Palestina (Umberto Cassuto, Giulio Racah); o in Sud America (Carlo Foà, Amedeo Herlitzka, Beppo Levi). Con loro lasceranno l'Italia anche Enrico Fermi e Luigi Bogliolo, le cui mogli erano ebree.

Chi decide di rimanere in Italia è costretto ad abbandonare la cattedra.[24] Tra questi: Tullio Ascarelli, Walter Bigiavi, Mario Camis, Federico Cammeo, Alessandro Della Seta, Donato Donati, Mario Donati, Marco Fanno, Gino Fano, Federigo Enriques, Giuseppe Levi, Benvenuto Terracini, Tullio Levi-Civita, Rodolfo Mondolfo, Adolfo Ravà, Attilio Momigliano, Gino Luzzatto, Donato Ottolenghi, Tullio Terni e Mario Fubini.

Tra le dimissioni illustri da istituzioni scientifiche italiane ci sono quelle di Albert Einstein, allora membro dell'Accademia dei Lincei.

La chiesa e le leggi razziali[modifica | modifica wikitesto]

Il 28 luglio 1938, Papa Pio XI tenne un discorso presso il Collegio Missionario di Propaganda Fide, esprimendo l'opinione che il genere umano "tutto il genere umano, è una sola, grande, universale razza umana (...) Ci si può chiedere come mai l'Italia abbia avuto bisogno di andare a imitare in Germania (...)" e l'Alleanza Israelitica Universale lo ringraziò per tale discorso.[25]

Nel settembre dello stesso anno, in un discorso ai pellegrini belgi, Pio XI proclamò:

«Ascoltate attentamente. Abramo è definito il nostro patriarca, il nostro avo (...). L'antisemitismo è un movimento odioso, con cui noi cristiani non dobbiamo avere nulla a che fare (...). L'antisemitismo è inammissibile. Spiritualmente siamo tutti semiti.»[25][26]

Il Ministero della Cultura Popolare fascista allora proibì a tutti i giornali d'Italia, ai periodici e alle riviste, di riprendere dall'Osservatore Romano articoli contro il razzismo e di pubblicare anche altri articoli di propria iniziativa, sia pure contro il razzismo tedesco. Pio XI si adirò moltissimo ed esclamò (testualmente) a Padre Tacchi Venturi (un gesuita responsabile dei rapporti tra il Vaticano ed il governo fascista): "Ma questo è enorme! Ma io mi vergogno... mi vergogno di essere italiano. E lei, Padre, lo dica pure a Mussolini! Io, non come Papa, ma come italiano mi vergogno! Il popolo italiano è diventato un branco di pecore stupide. Io parlerò, non avrò paura. Mi preme il Concordato, ma più mi preme la coscienza. Non avrò paura! Preferisco andare a chiedere l'elemosina. Neppure chiedo a Mussolini che difenda il Vaticano. Anche se la piazza sarà piena di popolo, non avrò paura! Qui sono diventati tutti come tanti Farinacci. Sono veramente amareggiato, come Papa e come italiano!"[25]

Invece La Civiltà Cattolica, organo ufficiale dei Gesuiti, si portava invece nel 1938 su posizioni vicine all'antisemitismo. Commentando il Manifesto degli scienziati razzisti, credendo di rilevare una notevole differenza fra razzismo fascista rispetto al razzismo nazista:

«Chi ha presente le tesi del razzismo tedesco, rileverà la notevole differenza di quelle proposte da questo gruppo di studiosi fascisti italiani. Questo confermerebbe che il fascismo italiano non vuol confondersi col nazismo o razzismo tedesco intrinsecamente ed esplicitamente materialistico e anticristiano.»[27]

Mentre alcuni prelati cattolici cercavano di trovare compromessi col fascismo, molti altri si dichiararono apertamente contro il razzismo.[25] L'Arcivescovo di Milano, Cardinal Schuster, che aveva sostenuto l'associazione Opus sacerdotale Amici Israël,[28] condannò il razzismo come eresia e un pericolo internazionale (...) non meno del bolscevismo nella sua omelia del 13 novembre 1938 presso il Duomo di Milano.[29]

La seconda guerra mondiale (I): L'Italia alleata della Germania nazista (1940-1943)[modifica | modifica wikitesto]

La prima conseguenza dell'entrata in guerra dell'Italia nel giugno 1940 al fianco della Germania nazista fu l'istituzione di una fitta rete di campi di internamento riservati in primo luogo ai profughi ebrei stranieri, ma anche a quegli ebrei italiani ritenuti "pericolosi" perché antifascisti.[30] Per la prima volta si verificarono anche episodi di violenza antebraica, che a Trieste e Ferrara sfociarono nel saccheggio delle locali sinagoghe. La maggior parte dei campi di internamento (e tra loro i più grandi, quelli di Campagna, vicino a Salerno e di Ferramonti di Tarsia in Calabria) furono situati nel Sud Italia, un elemento questo che nel seguito della guerra si mostrerà decisivo per la salvezza degli internati. La vita nei campi fu difficile, ma il modello adottato fu piuttosto quello dei campi di confino; agli internati era concessa una certa libertà di movimento e autonomia organizzativa, e la possibilità di ricevere aiuti e assistenza dall'esterno.

Da parte ebraica si rispose con l'istituzione della DELASEM (Delegazione per l'Assistenza degli Emigranti Ebrei), una società di assistenza per i profughi creata dall'Unione delle comunità israelitiche in Italia il 1 dicembre 1939.[31] Durante tutto il primo periodo bellico fino all'8 settembre del 1943 la DELASEM poté svolgere legalmente un'opera fondamentale nell'assistenza dei profughi ebrei, rendendo meno dure le condizioni di vita nei campi, favorendo l'emigrazione di migliaia di internati e quindi sottraendoli di fatto allo sterminio. Le rete di rapporti stabiliti dalla DELASEM, specialmente con vescovi e ambienti cattolici, sarà decisiva per la continuazione delle sue attività in una condizione di clandestinità dopo l'8 settembre 1943.

Per tutto il primo periodo bellico il regime fascista e l'esercito italiano si attennero alle politiche discriminatorie messe in atto con le leggi razziali, le quali non contemplavano lo sterminio fisico degli ebrei sotto giurisdizione italiana o la loro consegna all'alleato tedesco, favorendo piuttosto soluzioni alternative quali l'emigrazione in paesi neutrali.[32] Così nel 1942 il comandante militare italiano in Croazia si rifiutò di consegnare gli ebrei della sua zona ai nazisti. Nel gennaio del 1943 gli italiani rifiutarono di collaborare con i nazisti nel rastrellare gli ebrei che vivevano nella zona occupata della Francia sotto il loro controllo, e nel marzo impedirono ai nazisti di deportare gli ebrei dalla loro zona. Il Ministro degli Esteri tedesco Joachim von Ribbentrop presentò un esposto a Benito Mussolini protestando che "i circoli militari italiani ... mancano di una corretta comprensione della questione ebraica".

La seconda guerra mondiale (II): L'occupazione tedesca e la Repubblica Sociale Italiana (1943-1945)[modifica | modifica wikitesto]

Memoriale dell'Olocausto nel Ghetto di Roma

Con l'occupazione tedesca successiva all'armistizio siglato dall'Italia nel settembre 1943 e con la costituzione della Repubblica Sociale Italiana si mette in moto anche in Italia la macchina di morte dell'Olocausto, con l'intento di applicare la "soluzione finale" all'intera popolazione ebraica in Italia.[33] Le truppe tedesche già presenti in Italia si ritirano sulla Linea Gustav tra Roma e Napoli all'altezza di Cassino, abbandonando il meridione d'Italia ritenuto indifendibile dopo lo sbarco in Sicilia degli Alleati. Ciò significò la quasi immediata liberazione per tutti gli ebrei presenti nei maggiori campi di internamento nel Sud Italia. A Ferramonti di Tarsia e a Campagna, con l'aiuto della popolazione locale, gli internati si dispersero nelle campagne circostanti al passaggio delle truppe tedesche in ritirata e poterono così festeggiare la liberazione all'arrivo degli Alleati.

Per gli ebrei del centro-nord (per quelli internati nei campi ma ora anche per gli ebrei italiani, nella quasi totalità residenti nelle zone di occupazione tedesca), la situazione si fece drammatica. Non mancarono gli eccidi e le stragi in loco: sul Lago Maggiore, a Meina, a Ferrara, per culminare a Roma il 24 marzo del 1944 con l'Eccidio delle Fosse Ardeatine, dove 75 delle 335 vittime furono ebrei. Ma la persecuzione si realizza in primo luogo attraverso l'arresto e la deportazione degli ebrei verso i campi di sterminio dell'Europa centrale. A tale opera si dedicano le truppe di occupazione tedesca che nell'ottobre del 1943 fecero irruzione nel ghetto ebraico di Roma e nel novembre 1943 deportarono gli ebrei di Genova, Firenze e Borgo San Dalmazzo. A partire dal 30 novembre 1943, anche le autorità di polizia e le milizie della Repubblica Sociale Italiana furono impegnate in prima persona e in modo sistematico nelle deportazioni. Ai tedeschi venne lasciata la gestione dei trasporti ferroviari, mentre ai repubblichini furono affidate le operazioni di polizia per la ricerca e la cattura dei fuggitivi. Dai campi di internamento si passò ad un sistema integrato di campi di concentramento e transito, finalizzato all'organizzazione di trasporti ferroviari verso i campi di sterminio, in primo luogo Auschwitz. Il Campo di transito di Fossoli e quello Bolzano diventarono i perni in Italia delle deportazioni, mentre la Risiera di San Sabba fungeva da principale luogo di raccolta per gli ebrei del Friuli e della Croazia.

Gli ebrei d'altro lato furono aiutati da una vasta rete di solidarietà. La DELASEM poté proseguire la sua opera nella clandestinità forte del supporto decisivo di non ebrei (in primo luogo il vescovo di Genova Card. Pietro Boetto), che ne tennero in vita le centrali operative a Genova e Roma.[34] Privati cittadini, ma anche istituti religiosi, orfanotrofi, parrocchie aprirono le loro porte ai fuggitivi. La geografia dei luoghi di rifugio offre una mappa impressionante delle dimensioni del fenomeno, che interessò praticamente tutto il territorio italiano, da Milano, Torino, Firenze, Genova, fino a Roma. Tra gli episodi più significativi sono l'aiuto offerto su vasta scala dai conventi romani agli ebrei della capitale, il salvataggio dei ragazzi di Villa Emma a Nonantola, che tra il 6 e il 17 ottobre 1943 furono portati in salvo in Svizzera, e la salvezza degli ebrei rifugiatisi ad Assisi sotto la protezione della Assisi Underground guidata da don Aldo Brunacci e dal vescovo Giuseppe Placido Nicolini. Questi ed altri episodi sono stati oggetti di pubblicazioni, film e documentari. Sono oltre 500 gli italiani non-ebrei riconosciuti dall'Istituto Yad Vashem di Israele come Giusti tra le nazioni per il loro ruolo in aiuto degli ebrei; fra di essi vi sono vescovi, sacerdoti, suore, pastori protestanti e semplici cittadini.[35] Si stima che 7.500 ebrei italiani furono vittime dell'Olocausto; l'80% degli ebrei italiani sopravvisse alla prova forse più dura della loro storia.[36]

Alcune delle persone coinvolte negli eccidi fu condannata nel dopoguerra. Il generale Kurt Malzer, il comandante nazista a Roma che ordinò l'eccidio delle Fosse Ardeatine, morì in prigione nel 1952. L'austriaco Ludwig Koch, capo della Gestapo e della polizia neofascista italiana di Roma, fu condannato a 3 anni di carcere dopo la guerra.[37]

Il dopoguerra[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la guerra, le Comunità ebraiche italiane si sono riorganizzate, grazie anche all'aiuto dei correligionari americani: si sono ricostruite quelle sinagoghe devastate dai fascisti o distrutte dai bombardamenti; all’esterno delle sinagoghe o nei cimiteri ebraici sono state poste le lapidi col triste elenco delle vittime della deportazione. Sono inoltre state aperte nuove scuole ebraiche, con alcune notevolmente ingrandite (per es. Roma e Milano). La gioventù ebraica riceve una preparazione più approfondita di quella avuta dalla generazione passata, e nelle scuole ebraiche si studia l’ebraico moderno. Il numero degli ebrei italiani è diminuito notevolmente in seguito a emigrazioni (specialmente verso le Americhe e Israele), defezioni, deportazioni e antisemitismo, ma la vita ebraica in Italia continua.[16] Gli ebrei italiani subirono un grave attentato alla Sinagoga di Roma nel 1982, in cui morì un bambino di 2 anni, ad opera del terrorismo palestinese.

XXI secolo[modifica | modifica wikitesto]

Al 2007 la comunità ebraica in Italia contava poco meno di 29.000 persone.[1] Si sono verificati alcuni incidenti antisemitici negli anni recenti:

  • Il 18 novembre 2012 a Parma (Emilia-Romagna), vernice rossa gettata contro la porta principale della sinagoga.
  • Il 24 novembre 2012 a Genova (Liguria), "Israele Stato Nazista" graffito sulla porta della sinagoga centrale, e su un muro vicino la scritta "Palestina libera".
  • Il 10 dicembre 2012 a Catania (Sicilia), viene divelta menorah montata in Piazza Università, in modo da impedire l'accensione della terza candela.[38], tuttavia dopo appurate indagini ad opera della DIGOS si è potuta accertare la natura incidentale del fatto, infatti il candelabro fu abbattuto da una maldestra manovra effettuata da un autocompattatore[39].
  • Il 26 gennaio 2014, vigilia della giornata della Memoria, furono inviate tre teste di maiale alla sinagoga di Roma, all'ambasciata d'Israele e al museo di Trastevere, che ospitava una mostra di cultura ebraica.[40] Gli autori sono stati individuati in aderenti dell'estrema destra.[41]

Chabad in Italia[modifica | modifica wikitesto]

Nell'ambito dell'Ebraismo ortodosso, Chabad-Lubavitch[42] è uno dei più grandi movimenti religiosi del Chassidismo. Il movimento ha il suo centro principale nel quartiere di Crown Heights a Brooklyn, ma ha basi in tutto il mondo e si è ben sviluppato anche in Italia, con centri nelle principali città.

Ghetto di Venezia: pannelli commemorativi delle vittime veneziane della Shoah.

Chabad (חב"ד) è un acronimo ebraico di Chochmah, Binah, Da'at (in ebraico: חָכְמָה, בִּינָה, דַּעַת?) che significano Saggezza, Comprensione e Conoscenza.[43] Lubavitch è l'unica branca esistente di una famiglia di sette chassidiche conosciute un tempo collettivamente come Movimento Chabad: i nomi vengono ora usati in maniera intercambiabile. Un membro dello Chabad può venir chiamato sia "Chabadnik" (in ebraico: חב"דניק?) o anche "Lubavitcher" (in yiddish ליובאוויטשער).

Chabad a Venezia[modifica | modifica wikitesto]

Il Chabad di Venezia è una Casa Chabad sita appunto a Venezia, con una sua yeshivah nella piazza principale dell'antico Ghetto, una pasticceria a un ristorante dal nome "Gam Gam" all'entrata del ghetto stesso. I pasti dello Shabbat vengono serviti ai tavoli esterni del ristorante, lungo il Canale di Cannaregio con vista del Ponte delle Guglie vicino al Canal Grande.[44][45][46][47] Nel romanzo Much Ado About Jessie Kaplan (Molto rumore per Jessie Kaplan), il ristorante è centro di un mistero storico con richiami shakespeariani.[48] Ogni anno, per il festival di Sukkot, una sukkah viene eretta su una barca del canale che fa il giro della città, e una grande Menorah viene portata lungo i calli durante Hanukkah.[49]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Le maggiori concentrazioni sono a Roma e Milano. Per questi dati, si vedano le statistiche del demografo Sergio Della Pergola, pubblicate su World Jewish Population, American Jewish Committee, 2007. URL consultato 11/03/2013. I dati sono rilevati mediante stime provenienti dalle varie Comunità ebraiche italiane, che quindi registrano solitamente ebrei "osservanti" o che perlomeno notificano la propria sinagoga (o rabbino) in occasione di particolari cerimonie liturgiche (per es. il Brit milah o il Bar/Bat Mitzvah. Vengono di conseguenza escluse dalle stime quelle persone ebree (considerate tali in base all'Halakhah - si veda "Chi è ebreo?") che non frequentano sinagoghe, congregazioni, organizzazioni ebraiche, ecc., cioè "ebrei etnici", laici, non praticanti, atei/agnostici. Con l'aggiunta di questa parte di popolazione, la cifra demografica stimata si aggirerebbe sui 45.000 ebrei. Il conteggio non comprenderebbe i recenti arrivi di profughi ebrei dall'Europa orientale e dal Nord Africa.
  2. ^ A. N. Sherwin-White, Roman foreign policy in the East, 168 B.C. to A.D. 1, University of Oklahoma Press, 1984.
  3. ^ Luciano Canfora, Cesare. Il dittatore democratico, Laterza, 2007, p. 236. ISBN 978-88-420-8156-2
  4. ^ "Greece-Italy and the Mediterranian Islands", su Jewish Web Index. URL consultato 11/03/2013
  5. ^ a b Per questa sezione si vedano testi, note e bibliografia di Chaim Potok, Wanderings, 1978, cit., cap. II, pp. 203-222.
  6. ^ a b c d e f Jewish Encyclopedia, New York, Funk and Wagnalls, 1901–1906.
  7. ^ Cfr. spec. Jewish Encyclopedia, I. 567, s.v. "Paola Anaw".
  8. ^ a b c d e f g h Per queste suddivisioni di sezione, si vedano i testi, note e bibliografie di Sofia Boesch Gaiano, Michele Luzzati, Gli ebrei in Italia, 1983 cit.; Bruno Segre, Gli ebrei in Italia 2001 – ss.vv. & passim.
  9. ^ a b Schelly Talalay Dardashti, Tracing the Tribe: At the ICJG: Jews in Italy, 20/08/2006. URL consultato il 12/03/2013.
  10. ^ Isidore Singer, Rapoport in Jewish Encyclopedia, 1906. URL consultato il 12/03/2013.
  11. ^ Meyer Kayserling, Gotthard Deutsch, M. Seligsohn, Peter Wiernik, N.T. Londra, Solomon Schechter, Henry Malter, Herman Rosenthal, Joseph Jacobs, Katzenellenbogen in Jewish Encyclopedia, 1906. URL consultato il 12/03/2013.
  12. ^ John Phillip Colletta, Finding Italian Roots: The Complete Guide for Americans, Genealogical Publishing, 2003, pp. 146–148, ISBN 0-8063-1741-8.
  13. ^ James Carroll, Constantine's Sword, Houghton Mifflin, 2002, pp. 363-364.
  14. ^ Amato Lusitano, Istituto dell'Enciclopedia Italiana Treccani.
  15. ^ (EN) Biografia su jewishencyclopedia.com.
  16. ^ a b c Cfr. anche "Storia degli ebrei d'Italia", di Gemma Volli (1961), su morasha.it.
  17. ^
    Il Discorso di Elia Morpurgo, in sostegno della Riforma della Haskalah
    Naphtali(-)Herz (Hartwig) Wessely, noto anche come Naphtali(-)Hirz Wessely, o Wesel (yiddish: נפתלי הירץ וויזעל - Vezel), (1725-1805, Amburgo) fu un educatore ed ebraista tedesco del XVIII secolo. Rinomato per aver pubblicato un "manifesto" di riforme didattiche in otto capitoli intitolato Divre Shalom ve-Emet (Parole di Pace e Verità), dove sottolinea l'importanza dell'istruzione "secolare", insieme alle altre forme, anche dalla prospettiva della Legge Mosaica e del Talmud. Tradotto in francese col titolo Instructions Salutaires Addressées aux Communautés Juives de l'Empire de Joseph II. (Parigi, 1792), e in italiano da Elia Morpurgo (Gorizia, 1793), in tedesco da David Friedländer col titolo Worte der Wahrheit und des Friedens (Berlino, 1798). Per il fatto che tale manifesto promuoveva la causa della Riforma, anche in supporto di Moses Mendelssohn, Wessely suscitò la disapprovazione delle autorità rabbiniche della Germania e della Polonia, che lo minacciarono di scomunica. Tuttavia i suoi nemici furono rappacificati grazie all'intervento dei rabbini italiani e agli opuscoli che Wessely nel frattempo pubblicò, dove si affermava la sua sincera devozione religiosa.
  18. ^ Scheda sul sito del Senato Italiano.
  19. ^ a b Cfr. orig. (EN) The Popes Against the Jews, di David Kertzer (Knopf Doubleday Publishing Group, 2007) Googlebook.
  20. ^ Stessa cosa accadde in Russia, quando si formò il partito comunista (basato sull'ideologia dell'ebreo convertito Karl Marx) con l'ebreo Lev Trotsky, poi ucciso su mandato di Stalin. Aldo Finzi divenne partigiano italiano e fu ucciso dai nazisti alle Fosse Ardeatine.
  21. ^ Marie Anne Matard-Bonucci, L'Italia fascista e la persecuzione degli ebrei, Bologna, Il Mulino, 2008.
  22. ^ [1]; Franco Cuomo, I dieci. Chi erano gli scienziati italiani che firmarono il ‘Manifesto della Razza’, Baldini e Castaldi Dalai, Milano, 2005.
  23. ^ Maria Fausta Maternini, La contraddittoria legislazione fascista in tema di ebraismo in Quaderni di diritto e politica ecclesiastica, nº 1, aprile 2009, pp. 159-164, DOI:10.1440/29191, ISSN: 11220392.
  24. ^ Annalisa Capristo, L'espulsione degli ebrei dalle accademie italiane, Torino, Zamorani, 2002 ISBN 978-88-7158-101-9
  25. ^ a b c d Sergio Pagano, "Chiesa cattolica e leggi razziali", L'Osservatore Romano, 20 dicembre 2008, p.10.
  26. ^ Cfr. anche ”Hitler, The War, and the Pope”, Ronald J. Rychlak, Our Sunday Visitor, pp. 98-99, ISBN 0-87973-217-2
  27. ^ La Civiltà Cattolica, 1938, fasc. 2115, pp. 277–278.
  28. ^ Hubert Wolf, Kenneth Kronenberg, Pope and Devil: The Vatican's Archives and the Third Reich (Papa e Diavolo: gli archivi vaticani ed il Terzo Reich), Harvard University Press, 2010, p. 91; cfr. anche "Oremus et pro perfidis Judaeis#Gli Amici Israel".
  29. ^ «È nata all'estero - disse - e serpeggia un po' dovunque una specie di eresia, che non solamente attenta alle fondamenta soprannaturali della cattolica Chiesa, ma materializza nel sangue umano i concetti spirituali di individuo, di Nazione e di Patria, rinnega all'umanità ogni altro valore spirituale, e costituisce così un pericolo internazionale non minore di quello dello stesso bolscevismo. È il cosiddetto razzismo», su Chiesadimilano.it, da "Quando il cardinale Schuster denunciò le leggi razziali", 19/12/2008, citando "Un'Eresia Antiromana", L'Italia del 15/11/1938, p. 1
  30. ^ Carlo Spartaco Capogreco, I campi del duce. L'internamento civile nell'Italia fascista, 1940-1943 (Einaudi: Torino, 2004)
  31. ^ S. Sorani, L'assistenza ai profughi ebrei in Italia (1933-1947). Contributo alla storia della DELASEM (Carocci: Roma 1983); Sandro Antonimi, DELASEM: Storia della più grande organizzazione ebraica di soccorso durante la seconda guerra mondiale (De Ferrari: Genova, 2000).
  32. ^ Michele Sarfatti, The Jews in Mussolini's Italy: From Equality to Persecution, 2006, loc. cit.; Ilaria Pavan, Tra indifferenza e oblio. Le conseguenze economiche delle leggi razziali in Italia 1938-1970, 2004.
  33. ^ Susan Zuccotti. L'olocausto in Italia. Milano: TEA, 1995.
  34. ^ Sandro Antonimi, DELASEM: Storia della più grande organizzazione ebraica di soccorso durante la seconda guerra mondiale (De Ferrari: Genova, 2000).
  35. ^ Il libro di Israel Gutman, Liliana Picciotto, e Bracha Rivlin, I Giusti d'Italia. I non ebrei che salvarono gli ebrei. 1943-1945, Mondadori, ISBN 88-04-55127-5), basato sui documenti ufficiali di Yad Vashem, offre un racconto, individuo per individuo, della storia di ciascuno dei giusti tra le nazioni italiani.
  36. ^ Liliana Picciotto Fargion, Il libro della memoria : gli ebrei deportati dall'Italia, 1943-1945. Milano: Mursia, 2011.
  37. ^ "The destruction of the Jews of Italy", H.E.A.R.T 2008.
  38. ^ "Global Anti-Semitism: Selected Incidents Around the World in 2012" e si è pensato all'opera di vandali ignoti
  39. ^ Candelabro ebraico, nessun atto antisemita - Ad abbatterlo un autocompattatore, su CTzen.it.
  40. ^ Minacce agli ebrei di Roma, Israele: "Fatto intollerabile"
  41. ^ Roma, teste di maiale a ebrei, presunto mittente vicino a estrema destra
  42. ^ - anche Chabad, Habad o Lubavitch
  43. ^ Informazioni su Chabad-Lubavitch a Chabad.org
  44. ^ Ruth Ellen Gruber, In Venice, a Jewish disconnect between locals and visitors in Jewish Telegraphic Agency, 16/06/2010.
  45. ^ Rick Steves' Venice, di Rick Steves, Avalon Travel, 2007, p. 40.
  46. ^ "Friends Find Real Flavor of Europe", Jewish Journal of Greater L.A., 15/07/2004.
  47. ^ Elliot Jager, Back to the ghetto in Jerusalem Post, 15//11/2005.
    «After Friday night prayers in one of the historic but melancholy-looking synagogues, we went off to Gam-Gam (with its Crown Heights decor), where we experienced an evening of charm, warmth, and song. Maybe you have to be a member of the tribe to appreciate how good it feels to be gazing at a Venetian canal while singing Friday-night zemirot in the company of 150 Jews of all stripes, lands, and levels of affiliation, enjoying a free, bountiful meal waited upon by rabbis-in-training.».
  48. ^ Paula Marantz Cohen, Much Ado About Jessie Kaplan, St. Martin's Press, 2004, ISBN 978-0-312-32498-8.
  49. ^ Ruth Ellen Gruber, Chabad now the Jewish face of Venice in JTA, 30/11/1999.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Jewish Encyclopedia, New York, Funk and Wagnalls, 1901–1906.
  • Chaim Potok, Wanderings. History of the Jews, (New York, Alfred A. Knopf, 1978). Ediz. italiana: Storia degli ebrei, Garzanti, 2003.
  • Sofia Boesch Gaiano, Michele Luzzati, Gli ebrei in Italia, Quaderni Storici, nr. 3 (Bologna, Il Mulino, dicembre 1983).
  • Harrowitz, Nancy A., Anti-Semitism, Misogyny, and the Logic of Cultural Difference: Cesare Lombroso and Matilde Serao (Lincoln and London: University of Nebraska Press, 1994).
  • Schächter, Elizabeth, "The Enigma of Svevo's Jewishness: Trieste and the Jewish Cultural Tradition," Italian Studies, 50 (1995), 24-47.
  • Michele Sarfatti, Gli Ebrei nell'Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione (Torino, 2000).
  • Ilaria Pavan / Guri Schwarz (a cura di), Gli ebrei in Italia tra persecuzione fascista e reintegrazione postbellica (Firenze, 2001).
  • Bruno Segre, Gli ebrei in Italia (Giuntina, 2001).
  • Alberto Jori, Identità ebraica e sionismo in Alberto Cantoni (Firenze, Giuntina, 2004).
  • Enzo Collotti, Il Fascismo e gli ebrei. Le leggi razziali in Italia (Bari/Roma, Editori Laterza, 2003).
  • Wiley Feinstein, The Civilization of the Holocaust in Italy: Poets, Artists, Saints, Anti-Semites (Madison, NJ: Fairleigh Dickinson University Press, 2004).
  • Ilaria Pavan, Tra indifferenza e oblio. Le conseguenze economiche delle leggi razziali in Italia 1938-1970 (Firenze, 2004).
  • Joshua D. Zimmerman (ed), The Jews of Italy under Fascist and Nazi Rule 1922–1945 (Cambridge, CUP, 2005).
  • Giovanna D'Amico, Quando l'eccezione diventa norma. La reintegrazione degli ebrei nell'Italia postfascista (Torino, Bollati Boringhieri, 2005).
  • Ilaria Pavan, Il podestà ebreo. La storia di Renzo Ravenna tra fascismo e leggi razziali (Bari/Roma, Editori Laterza, 2006).
  • Michele Sarfatti, The Jews in Mussolini's Italy: From Equality to Persecution (Madison, University of Wisconsin Press, 2006) (Serie: Modern European Cultural and Intellectual History).
  • Gudrun Jäger / Liana Novelli-Glaab (Hgg.): Judentum und Antisemitismus im modernen Italien (Berlino, 2007).
  • Segre, Dan Vittorio, Memoirs of a Fortunate Jew: An Italian Story (Chicago, University of Chicago Press, 2008); edizione italiana: Storia di un ebreo fortunato, UTET, 2007.
  • Guri Schwarz, After Mussolini: Jewish Life and Jewish Memories in Post-Fascist Italy (Londra-Portland, OR: Vallentine Mitchell, 2012).
  • Arturo Marzano, Guri Schwarz, Attentato alla sinagoga. Roma 9 Ottobre 1982. Il conflitto israelo-palestinese e l'Italia, Viella, Roma 2013.
  • Carlotta Ferrara degli Uberti, Fare gli ebrei italiani. Autorappresentazioni di una minoranza, Il Mulino, Bologna 2010.

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