Armadio della Vergogna

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L'espressione armadio della vergogna indica un armadio, rinvenuto nel 1994 in un locale di palazzo Cesi-Gaddi (sede di vari organi giudiziari militari) in via degli Acquasparta nella città di Roma. Vi erano contenuti 695 fascicoli d'inchiesta e un Registro generale riportante 2274 notizie di reato, relative a crimini di guerra commessi sul territorio italiano durante l'occupazione nazifascista.

Palazzo Cesi-Gaddi dove nel 1994 venne trovato l'"Armadio della Vergogna".

Contenuto[modifica | modifica sorgente]

Si tratta di materiale documentale (istruttorie), che era stato raccolto dalla Procura generale del Tribunale supremo militare, incaricato dal Consiglio dei Ministri.

All’interno dell’armadio emersero fascicoli sulle più importanti stragi naziste, fra le quali l’eccidio di Sant'Anna di Stazzema, l'eccidio delle Fosse Ardeatine, l'eccidio di Monte Sole (più noto come strage di Marzabotto), di Monchio e Cervarolo, di Coriza, di Lero, di Scarpanto, la strage del Duomo di San Miniato e gli eccidi dell'alto Reno.[1]

Storia[modifica | modifica sorgente]

Il ritrovamento[modifica | modifica sorgente]

Nel 1994 il procuratore militare Antonino Intelisano (che si stava occupando del processo contro l'ex SS Erich Priebke) rinvenne in uno sgabuzzino della cancelleria della procura militare nel Palazzo Cesi-Gaddi un armadio, rimasto per anni con le ante rivolte verso il muro, nel quale c'erano documenti "archiviati provvisoriamente" decine di anni prima.[2] Tra i documenti ritrovati anche un promemoria prodotto dal comando dei servizi segreti britannici, dal titolo Atrocities in Italy (Atrocità in Italia), con stampigliato il timbro secret, frutto della raccolta delle testimonianze e dei risultati dei primi accertamenti effettuati sui casi di violenze da parte dei nazifascisti, che al termine della guerra era stato consegnato ai giudici italiani[3].

Le indagini successive[modifica | modifica sorgente]

La mancanza di chiarezza sulle modalità e sul luogo del ritrovamento ingenerò una serie di interpretazioni, che fecero parlare di un vero e proprio “armadio della vergogna”, titolo evocativo del libro del giornalista Franco Giustolisi, il primo ad aver fatto emergere il tema dell’occultamento di fascicoli relativi a stragi nazifasciste. In seguito allo scoop giornalistico, grazie al forte impegno delle comunità locali e dell’associazionismo vicino alle vittime delle stragi nazifasciste, si giunse ad una riflessione che coinvolse la magistratura militare, la storiografia e la politica, finalizzata a capire se su quella mole di documenti vi fosse stata una qualunque ingerenza per fermare i processi ai responsabili di stragi.

Il Consiglio della magistratura militare con una relazione finale nel 1999 e poi la II Commissione Giustizia della Camera dei deputati nel 2001 ravvisarono nella gestione dei fascicoli delle anomalie, spiegate da entrambi gli organi con presumibili pressioni della politica per impedire l’azione giudiziaria contro i responsabili tedeschi «per motivi di opportunità politica, in un certo senso una superiore ragione di stato»[4].

Sulla questione fu poi istituita, con legge n.107/2003 d'iniziativa parlamentare del deputato Carlo Carli ed altri, una Commissione parlamentare d’inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazisti, presieduta da Flavio Tanzilli, all'epoca esponente dell'UDC. La Commissione operò dall’ottobre 2003 fino alla primavera del 2006, raccogliendo una mole ragguardevole di documenti, circa 80.000, e interrogando più di trenta militari, giornalisti e politici. Una certa risonanza ebbero le audizioni di Giulio Andreotti e di Oscar Luigi Scalfaro. Come ricostruito dal ricercatore Alessandro Borri, la Commissione lavorò in particolare su tre focus tematici:

  1. la cosiddetta "pista atlantica", secondo cui i processi contro i responsabili tedeschi sarebbero stati fermati per mantenere buoni rapporti con la Germania, che nel periodo della guerra fredda, stava assumendo un ruolo di argine all’avanzata culturale e politica sovietica;
  2. la cosiddetta "pista jugoslava", già anticipata dagli studi degli storici Klinkhammer e Focardi, secondo cui sarebbe prevalsa una linea dilatoria nei confronti degli imputati tedeschi, per salvare i nostri soldati accusati di violenze in Albania, Jugoslavia, Grecia ed Etiopia;
  3. la cosiddetta "pista dei servizi segreti", a dimostrare il legame fra immunità e attività svolta da ex nazisti e fascisti all’interno dei servizi segreti occidentali.

La Commissione inoltre chiarì le modalità del ritrovamento, avvenuto in un locale posto in un ammezzato di Palazzo Cesi, in un armadio e su una scaffalatura; e ricostruito la complessa gestione dei fascicoli: una parte (260 fascicoli) fu inviata ai tribunali ordinari nell’immediato dopoguerra, un'altra (695 fascicoli) fu chiusa con il dispositivo di "archiviazione provvisoria" nel 1960, un’altra ancora (circa 1250 fascicoli) fu inviata alle varie procure militari territorialmente competenti[5].

Il lavoro della Commissione non portò ad una relazione condivisa. Al termine delle attività sono emersi due orientamenti profondamente differenti: la relazione di maggioranza, a firma di Enzo Raisi, ha sottolineato come manchi il documento probante l’ingerenza politica e/o dei servizi segreti sulla magistratura militare, mentre la relazione di minoranza, a firma di Carlo Carli, «si è posta in linea di continuità rispetto alle indagini precedenti del Consiglio della magistratura militare e della Commissione Giustizia della Camera, cercando di precisare in che modo la “ragion di stato” e il contesto internazionale abbiano influenzato l’azione penale contro i criminali tedeschi»[6].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Registro criminali Nazisti, elenco dei fascicoli ritrovati.
  2. ^ Aldo Giannulli, L'armadio della Repubblica, L'Unità, Roma, 2005, pag.135
  3. ^ “Le stragi nascoste”, spalancato l’armadio della vergogna, articolo recensione del libro Le stragi nascoste, di VareseNews, del 27 05 2005
  4. ^ Relazione conclusiva del Consiglio della magistratura militare, plenum del 23 marzo 1999, in “Storia e memoria”, n. 2, 1998; Atti della II Commissione Giustizia
  5. ^ Alessandro Borri, Visioni contrapposte. L'istituzione e i lavori della Commissione parlamentare d'inchiesta sulle cause dell'occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti, I.S.R.Pt, Pistoia, 2010
  6. ^ Filippo Focardi, Criminali di guerra, Carrocci, 2008

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]