Ebraismo in Italia

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L'Ebraismo è la religione più antica presente in Italia, di cui a Roma è segnalata una presenza ininterrotta fin dai tempi precedenti la comparsa del cristianesimo. Inoltre, il termine ebrei italiani (יהודים איטלקים) viene usato in senso lato per indicare tutti quegli ebrei che vivono in Italia o hanno discendenze italiane o, in un senso più ristretto, può significare l'antica comunità che usa il "rito italiano" in contrasto con le comunità che risalgono al tempo medievale o moderno e che usano il rito sefardita o aschenazita.

La comunità ebraica italiana trae le sue origini nel II secolo p.e.v., quando i primi ebrei arrivarono a Roma grazie all'intenso scambio commerciale nel bacino del Mediterraneo. Già nel I secolo la comunità ebraica romana era fiorente e stabile tant'è che poté riscattare gli ebrei fatti schiavi durante l'assedio di Gerusalemme del 70.[1] La maggioranza degli ebrei italiani di conseguenza non appartiene a nessuno dei due gruppi rituali maggiori presenti in seno all'ebraismo (quello sefardita-spagnolo e quello askenazita-tedesco),[1] ma sono di rito italiano (Italkim o bene romi) che è, insieme al rito temani (yemenita) uno dei riti ebraici più antichi da cui poi è derivato quello askenazita; già nel Talmud si trovano accenni ad usi tipici dei bene romi (figli di Roma).[2] Il rito italiano attuale può essere suddiviso inoltre in due sottocategorie il rito italiano degli ebrei del centro e nord Italia, più vicino al rito romano originario e simile nella maggior parte dei suoi aspetti al rito askenazita-tedesco ed il rito romano degli attuali ebrei romani più simile al rito sefardita a causa delle influenze sefardite conseguenti all'immigrazione a Roma degli ebrei sefarditi dopo la cacciata dalla Spagna.

Divisioni[modifica | modifica wikitesto]

Storicamente gli ebrei italiani si suddividono in quattro categorie:

  1. Ebrei di rito italiano (in ebraico "Italkim"), che risiedono in Italia dal tempo dei romani.
  2. Ebrei sefarditi, che possono essere suddivisi in sefarditi levantini e ebrei iberici, cioè ebrei giunti in Italia dopo le espulsioni dalla Spagna nel 1492, dal Portogallo nel 1497 e dal Regno di Napoli nel 1533. Questi a loro volta includono sia gli espulsi di quel tempo sia la famiglie criptogiudaiche che lasciarono la Spagna e il Portogallo nei secoli successivi e ritornarono all'Ebraismo.
  3. Ebrei aschenaziti, che vivono principalmente nella parte nord dell'Italia.
  4. Ebrei di Asti, Fossano e Moncalvo ("Appam"). Questi rappresentano gli ebrei espulsi dalla Francia nel Medioevo. La loro liturgia è simile a quella degli aschenaziti, ma contiene alcuni usi distintivi provenienti dagli ebrei francesi del tempo di Rashi, particolarmente nelle funzioni delle Festività ebraiche.[3]

Storicamente queste comunità rimasero separate: in una data città vi era spesso una "sinagoga italiana" e una "sinagoga spagnola" e di tanto in tanto anche una "sinagoga tedesca". In molti casi, queste si sono amalgamate, ma un data sinagoga può celebrare servizi liturgici di più riti.[4]

Attualmente esistono anche altre categorie:

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Arco di Tito nel Foro di Roma - bassorilievo che decora un lato del fornice e che commemora il trionfo di Tito dopo la cattura di Gerusalemme del 70, con la deportazione a Roma degli ebrei e del tesoro del Tempio.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Storia degli ebrei in Italia.

Gli ebrei italiani hanno una storia molto antica, che risale fino al II secolo p.e.v.: reperti archeologici di lapidi tombarie e iscrizioni dedicatorie vanno indietro fino ad allora. A quel tempo la maggioranza viveva nell'estremo sud dell'Italia, con una ramificazione comunitaria a Roma, e generalmente parlavano il greco. Si pensa che alcune famiglie (per esempio gli "Adolescenti") siano i discendenti degli ebrei deportati dalla Giudea dall'imperatore Tito nel 70 e.v.. Nel primo medioevo esistevano principali comunità nel meridione italiano, come per esempio Bari e Otranto. Gli ebrei medievali italiani produssero inoltre importanti opere halakhiche come Shibbole ha-Leket]. Dopo l'espulsione degli ebrei dal Regno di Napoli nel 1533, il centro di gravità si spostò a Roma e al nord.[1]

Uno degli ebrei italiani più famosi fu Rabbi Moshe Chaim Luzzatto (1707–1746) le cui opere religiose ed etiche sono studiate a tutt'oggi. La comunità ebraica nel suo complesso raggiungeva circa 50.000 persone dal momento che fu emancipata nel 1870.

Un momento importante nella storia dell'Ebraismo italiano è il Congresso ebraico di Forlì del 1418, in cui vengono avanzate richieste al nuovo papa, Martino V, e vengono assunte decisioni relative alla vita interna delle comunità ebraiche.

Nel 1516 la Repubblica Serenissima istituì il Ghetto di Venezia, il primo ghetto della Storia e che prende il nome dall'isola in cui fu confinata la Comunità ebraica di Venezia, a quel tempo accresciuta di numero da un'immigrazione aschenazita, e che aveva l'obbligo di rientrare la sera e le cui porte venivano chiuse la notte. Con l'espulsione degli ebrei dalla Spagna nel 1492 con il Decreto di Alhambra a Venezia si rifugiarono via via anche molti ebrei sefarditi. Traccia di queste progressive stratificazioni si ritrovano ancora oggi nelle varie Sinagoghe di Venezia (dette anche Scuole) nel Ghetto: italiana, tedesca, spagnola, levantina. Venezia ha un ruolo importante per l'ebraismo mondiale anche per la diffusione della stampa di libri in ebraico, a cominciare dalla Bibbia di Bomberg del 1517.

Nel '500 a Venezia si stamparono la maggior parte di tutti i testi in ebraico d'Europa, tra cui il Talmud completo (Bomberg 1520) ancora oggi utilizzato in tutto il mondo come base talmudica. Nel 1553 questa fioritura ebraica si interruppe traumaticamente a causa della disputa tra due case editrici veneziane, la Bragadin e la Giustiniani, sui diritti di stampa della Mishneh Torah di Maimonide curata dal Rabbino di Padova Katzenellenbogen. La disputa fu portata davanti ai tribunali dell'Inquisizione di Papa Giulio II che giudicarono eretici i testi e ne decretarono il Rogo, avvenuto prima a Campo dei Fiori a Roma, quindi in Piazza San Marco a Venezia.

Nel 1637 il Rabbino di Venezia Leone da Modena vede pubblicata a Parigi la "Historia de riti Hebraici", la prima opera intesa a spiegare l'ebraismo ai non ebrei ed a combattere i pregiudizi antisemiti del tempo. Destinata per un pubblico protestante anglosassone, l'opera precorre il dibattio sulla riammissione degli ebrei in Inghilterra al tempo di Cromwell (essendone stati espulsi nel 1290). Nel 1638 un altro Rabbino di Venezia, Simeone Luzzatto, pubblica il "Discorso circa lo stato de gl'Hebrei", sulla tolleranza religiosa ed i vantaggi reciproci dell'integrazione degli ebrei a Venezia.

Le porte del Ghetto furono abbattute nel 1797 con la conquista di Venezia da parte di Napoleone che impose l'emancipazione. Durante la Seconda Aliyah (emigrazione, tra il 1904 e il 1914) molti ebrei italiani si trasferirono a Israele e a Gerusalemme esiste tuttora una sinagoga ed un centro culturale italiani.

Nel 1938 Mussolini emanò le Leggi razziali fasciste e, dopo l'8 settembre 1943, anche l'Italia collaborò coi nazisti, inviando circa 7000 italiani ai campi di sterminio durante l'Olocausto. Oggi, gli ebrei italiani sono circa 35.000 - 38.000 (secondo alcuni 45.000) su una popolazione di 60 milioni di abitanti; la metà circa vive a Roma con un numero che va dai 13.500 ai 14.000, circa 7.000 risiedono a Milano, mentre gli altri sono sparsi in Comunità medie o piccole in tutta la penisola.

Una delle sinagoghe più grandi d'Italia si trova a Trieste.[6] La Comunità ebraica di Casale Monferrato ospita la sua sinagoga di rito tedesco edificata nel 1595, ricca di arredi ed iscrizioni, che è un esempio di barocco piemontese ed è considerata una delle più belle d'Italia.[7]. Anche Merano e Trani ospitano una Sinagoga ebraica come diverse ne ospita Venezia, situate nei caratteristici ghetti ebraici; in particolare la Sinagoga di Venezia è riconosciuta come una delle più belle d'Europa. Di particolare pregio le Tavole della Legge in legno dorato risalenti al secolo XVIII secolo, numerosi Rimonim (terminali per rotoli della Legge) e Atarot (corone per i rotoli della Legge) sbalzati, cesellati o in filigrana d'argento.

L'Ebraismo in Italia è rappresentato da diverse istituzioni:

  • l'Unione delle comunità ebraiche italiane (UCEI), che ha concluso un'intesa con lo Stato italiano il 27 febbraio 1987, approvata con la legge 101/1989, revisione conclusa il 6 novembre 1996 e approvata con la legge 638/1996. L'UCEI partecipa alla ripartizione della quota dell'otto per mille del gettito IRPEF.
  • A Milano è presente un gruppo riformato denominato Lev Chadash.

Rito italiano[modifica | modifica wikitesto]

Gli ebrei italiani autoctoni, distinti dai sefarditi e aschenaziti, sono a volte indicati nella letteratura scientifica come Italkim (ebraico di "italiani", plur. di "italki", ebraico antico derivante dall'aggettivo latino "italicu(m)", che significa "italico", "latino", "romano"; italkit (o italqit) viene usato anche in ebraico moderno per indicare la lingua italiana). Gli ebrei di rito italiano di solito parlavano tradizionalmente una varietà di lingue giudeo-italiane come il bagitto a Livorno, attualmente solo a Roma si continua a parlare il giudaico romanesco.

Le usanze e i riti religiosi degli ebrei di rito italiano possono essere visti come un ponte tra le tradizioni aschenazite e quelle sefardite, mostrando somiglianze con entrambe; sono ancora più vicini alle tradizioni dei romanioti (ebrei greci in Italia). Si riconosce inoltre una suddivisione tra il minhag Benè Romì, praticato a Roma, e il minhag Italiani, praticato in città del nord come Torino, anche se i due riti sono generalmente affini.

In materia di diritto religioso, la maggior parte degli ebrei di rito italiano in generale seguono le stesse regole degli askenaziti codificate da Moshe Isserles (detto il Ramo) con l'eccezione della proibizione askenazita di mangiare legumi a Pesach, mentre solo a Roma seguono generalmente le stesse regole dei sefarditi, secondo lo Shulchan Aruch senza le glosse Moshe Isserles (su un totale di circa 35000 ebrei presenti in Italia solo 12000 risiedono a Roma). Tuttavia la loro liturgia è diversa da quella di entrambi questi gruppi. Una ragione di ciò potrebbe essere che l'Italia era il centro principale della prima stampa ebraica, consentendo agli ebrei italiani di conservare le proprie tradizioni, quando la maggior parte delle altre comunità dovevano optare per un libro di preghiere di standard "sefardita" o "askenazita".[8]

Si è spesso sostenuto che il libro di preghiere (siddur) italiano contenga gli ultimi resti della tradizione ebraica giudeo/galilea, mentre sia quello sefardita sia, in misura minore, quello aschenazita riflettano la tradizione babilonese. Questa affermazione è molto probabilmente storicamente accurata, anche se è difficile verificare testualmente quanto materiale liturgico dalla Terra d'Israele sopravviva. Inoltre, alcune tradizioni italiane riflettono il rito babilonese in una forma più arcaica, più o meno allo stesso modo del libro di preghiere degli ebrei yemeniti. Esempi di antiche tradizioni babilonesi conservate dagli italiani ma da nessun altro gruppo (compresi gli yemeniti), sono l'uso di keter yitenu lach nella kedushah di tutti i servizi[9] e di naḥamenu in Birkat Hamazon (ringraziamento dopo i pasti) nello Shabbat, entrambi i quali si trovano nel siddur di Amram Gaon.[10]

La comunità di rito italiano tradizionalmente utilizza l'ebraico italiano, un sistema di pronuncia simile a quella degli ebrei spagnoli e portoghesi. Tale pronuncia è stata in molti casi adottata anche dalle comunità sefardite, aschenazite e appam d'Italia.[1]

Aschenaziti[modifica | modifica wikitesto]

Dante Lattes (1876–1965) nel suo studio

Ci sono ebrei aschenaziti che vivono nel Nord Italia fin dal tardo medioevo. A Venezia, erano la più antica comunità ebraica della città, anteriore sia a quella sefardita che ai gruppi italiani. Dopo l'invenzione della stampa, l'Italia divenne un importante centro editoriale per libri ebraici e yiddish utilizzati dagli ebrei tedeschi ed altri ebrei nordeuropei. Una figura rimarchevole era Elia Levita, esperto grammatico e masoreta, anche autore del poema epico-romantico yiddish Bovo-Bukh.[1]

Altre comunità rinomate sono state quelle di Asti, Fossano e Moncalvo, che discendevano da ebrei espulsi dalla Francia nel 1394: la comunità astigiana comprende la nota famiglia Lattes. Solo la sinagoga di Asti è ancora in uso oggi. Il loro rito, conosciuto come appam (dalle iniziali ebraiche delle suddette tre città), è simile a quello aschenazita, ma ha alcune peculiarità tratte dal vecchio rito francese, in particolare a riguardo delle festività ebraiche. Queste variazioni si trovano su fogli mobili che la comunità utilizza in combinazione con il normale libro di preghiere aschenazita e vengono stampati anche da Goldschmidt.[11] Questo rito è l'unico discendente superstite del rito originale francese, usato da Rashi e in tutto il mondo: gli aschenaziti francesi dal 1394 utilizzano il rito tedesco-aschenazita.

Nella tradizione musicale e nella pronuncia, gli aschenaziti italiani differiscono notevolmente dagli aschkenaziti di altri paesi e mostrano una certa assimilazione con le altre due comunità. Fanno eccezione le comunità nordorientali, come quella di Gorizia che data dai tempi austro-ungheresi, e sono molto più vicine alla tradizione tedesca e austriaca.

Sefarditi[modifica | modifica wikitesto]

Video del Ghetto di Venezia: Ingresso al Ghetto in barca da rio S. Girolamo a rio del Ghetto; l'ormeggio avviene sotto al ponte in ferro che unisce il Ghetto nuovo al Ghetto vecchio.

Dal 1442, quando il Regno di Napoli cadde sotto il dominio spagnolo, un considerevole numero di ebrei sefarditi vennero a vivere nell'Italia meridionale. A seguito dell'espulsione degli ebrei dalla Spagna nel 1492, dal Portogallo nel 1495 e dal Regno di Napoli nel 1533, molti si spostarono nell'Italia centrale e settentrionale. Un rinomato profugo fu Don Isaac Abrabanel.

Nel corso dei secoli successivi furono raggiunti da un flusso costante di conversos che abbandonavano la Spagna e il Portogallo. In Italia, correvano il rischio di incriminazione per "giudaizzazione", dato che per legge erano battezzati cristiani; per questo motivo in genere evitarono gli stati pontifici. I papi permisero qualche insediamento spagnolo-ebraico ad Ancona, poiché questo era il porto principale per il commercio con la Turchia, dove i loro legami con i sefarditi ottomani erano utili. Altri stati ritennero vantaggioso consentire ai conversos di stabilirsi e mescolarsi con le comunità ebraiche già esistenti e chiudere un occhio sul loro stato religioso. Nella successiva generazione, comunque i figli dei conversos avrebbero potuto rientrare nell'Ebraismo senza problemi legali, poiché non erano mai stati battezzati.[1]

I principali luoghi di insediamento furono i seguenti:

  1. Venezia. La Repubblica Veneta aveva spesso rapporti tesi con il Papato; d'altra parte erano consapevoli dei vantaggi commerciali offerti dalla presenza di colti ebrei di lingua spagnola, in particolare per il commercio con la Turchia. In precedenza gli ebrei di Venezia erano stati tollerati con decreti di una certa durata di anni, periodicamente rinnovati. Nei primi anni del XVI secolo, queste modalità furono rese permanenti e un decreto separato fu concesso alla comunità "ponentina" (occidentale). Il prezzo pagato per questo riconoscimento fu il confinamento degli ebrei nella nuova istituzione del "Ghetto". Tuttavia per lungo tempo la Repubblica di Venezia fu considerata come la migliore località di insediamento degli ebrei, equivalente all'Olanda del XVII secolo o agli Stati Uniti nel XX secolo.[1]
  1. L'immigrazione sefardita fu inoltre incoraggiata dai principi d'Este, nei loro possedimenti a Reggio Emilia, Modena e Ferrara. Nel 1598 Ferrara venne ripresa dagli Stati Papalini, il che provocò un flusso migratorio verso l'esterno.
  2. Nel 1593, Ferdinando I de' Medici, Granduca di Toscana, concesse agli ebrei portoghesi di vivere e commerciare a Pisa e Livorno (cfr. "Comunità ebraica di Livorno").

Nel complesso gli ebrei spagnoli e portoghesi rimasero separati dagli ebrei italiani autoctoni, anche se c'era una notevole influenza religiosa e intellettuale reciproca tra i gruppi.

La Scola Spagnola (sinagoga spagnola) di Venezia fu originariamente considerata come la "sinagoga madre" dalle comunità spagnole e portoghesi di tutto il mondo, poiché fu tra le prime ad essere fondate e il primo libro di preghiere fu pubblicato lì: le comunità posteriori, come Amsterdam, seguirono la sua guida in merito a questioni rituali. Col declino dell'importanza di Venezia a partire dal XVIII secolo, il ruolo di primo piano passò alla comunità ebraica di Livorno (per l'Italia ed il Mediterraneo) e ad Amsterdam (per i paesi occidentali). La sinagoga di Livorno fu distrutta durante la seconda guerra mondiale: un moderno edificio fu eretto nel 1958-1962.[12]

Oltre agli ebrei spagnoli e portoghesi strettamente detti, l'Italia ha ospitato molti ebrei sefarditi dal Mediterraneo orientale. La Dalmazia e molte delle isole greche, dove c'erano grandi comunità ebraiche, sono state per molti secoli parte della Repubblica Veneta, e vi fu una comunità "levantina" a Venezia. Questa rimase separata dalla comunità "ponentina" (cioè la spagnola e portoghese) e legata alle proprie radici orientali, come dimostra il loro uso nei primi anni del XVIII secolo di un libro di inni classificato come maqam alla maniera ottomana.[13] (Oggi entrambe le sinagoghe sono ancora in uso, ma le comunità si sono amalgamate). In seguito la comunità di Livorno agì come collegamento tra gli spagnoli e i portoghesi e gli ebrei sefarditi orientali e punto di riscontro tra le altre tradizioni e gruppi musicali. Molti ebrei italiani oggi hanno radici "levantine", per esempio da Corfù, e prima della seconda guerra mondiale l'Italia considerava l'esistenza delle comunità sefardite orientali come possibilità di espandere l'influenza italiana nel Mediterraneo.[14]

Nel XVIII e XIX secolo, molti ebrei italiani (per lo più, ma non esclusivamente, dal gruppo spagnolo e portoghese) mantennero una presenza commerciale e residenziale sia in Italia che nei paesi dell'Impero Ottomano: anche coloro che si stabilirono definitivamente nell'Impero Ottomano, mantennero la loro nazionalità toscana o altra italiana, in modo da avere il beneficio delle "Capitolazioni dell'Impero ottomano". Così in Tunisia vi era una comunità di Juifs Portugais, o di L'Grana (livornesi), quest'ultima comunità che si manteneva separata dagli ebrei nativi tunisini (Tuansa) considerandosi superiore. Comunità più piccole dello stesso tipo esistevano anche in altri paesi, come la Siria, dove erano conosciuti come Señores Francos, sebbene in genere non fossero abbastanza numerosi per stabilire le proprie sinagoghe; per pregare si incontravano invece nelle reciproche dimore. Diversi paesi europei spesso nominavano ebrei di queste comunità come loro rappresentanti consolari nelle città ottomane.[14]

Tra le due guerre mondiali, la Libia fu una colonia italiana e, come in altri paesi del Nordafrica, il potere coloniale trovò utili gli ebrei locali, essendo una élite istruita e ben introdotta. Dopo l'indipendenza libica e soprattutto dopo la Guerra dei sei giorni nel 1967, molti ebrei libici si trasferirono sia in Israele che in Italia, e oggi la maggior parte delle sinagoghe "sefardite" a Roma sono in realtà libiche. (Il Tempio Spagnolo, senza dubbio di origine spagnola e portoghese come implica il nome, ora si considera "italiano", in contrasto con queste comunità più recenti).[15]

Lista di ebrei italiani[modifica | modifica wikitesto]

Accademici[modifica | modifica wikitesto]

Artisti[modifica | modifica wikitesto]

Capi religiosi e leader comunitari[modifica | modifica wikitesto]

Figure politiche[modifica | modifica wikitesto]

Imprenditori[modifica | modifica wikitesto]

Musicisti[modifica | modifica wikitesto]

Scrittori[modifica | modifica wikitesto]

Altri[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f g Riccardo Calimani, Storia degli ebrei italiani, Mondadori, 2013, passim.
  2. ^ a b Ebrei in Italia, su Mosaico CEM.it
  3. ^ Popolo d'Israele
  4. ^ Feste e liturgie ebraiche.
  5. ^ John A. Davis, Gli ebrei di San Nicandro, Giuntina, 2013. ISBN 978-8880574828
  6. ^ Storia della Comunità Ebraica di Trieste
  7. ^ Annie Sacerdoti, Guida all'Italia ebraica, Marietti, 1986
  8. ^ Anna Foa, Ebrei in Europa. Dalla peste nera all'emancipazione, Laterza, 2001, s.v. "Riti"; vedi anche Lia Tagliacozzo, Melagrana. La nuova generazione degli ebrei italiani, Castelvecchi, 2005, passim.
  9. ^ Nei vecchi manoscritti del rito italiano, per i tipi di Daniel Goldschmidt e coi riferimenti della prima letteratura come Shibbole ha-Leket. Il minhag Benè Romi corrente segue il rito sefardita nell'utilizzo di keter per il solo musaf e nakdishach per tutti gli altri servizi liturgici. Tutto cio' e' valido per Roma, mentre vi sono numerose varianti nelle altre Comunita' di rito italiano spesso più vicine di Roma al rito italiano originario.
  10. ^ Siddùr Benè Romì.
  11. ^ Daniel Goldschmidt, Meḥqare Tefillah u-Fiyyut (Sulla liturgia ebraica), Gerusalemme, 1978.
  12. ^ Attilio Milano, Storia degli ebrei italiani nel Levante, Casa Editrice Israel, 1949.
  13. ^ Moshe Hacohen, Ne'im Zemirot Yisrael, BL Add 26967, citata in Edwin Seroussi, "In Search of Jewish Musical Antiquity in the 18th-Century Venetian Ghetto: Reconsidering the Hebrew Melodies in Benedetto Marcello's Estro Poetico-Armonico", Jewish Quarterly Review (NS) vol 93, p. 173.
  14. ^ a b Esther Benbassa, Aron Rodrigue, Storia degli ebrei sefarditi. Da Toledo a Salonicco, Einaudi, 2004. ISBN 978-8806168216
  15. ^ Angelo Pezzana, Quest'anno a Gerusalemme. Gli ebrei italiani in Israele, Giuntina, 2008. ISBN 978-8880573166.
  16. ^ "Messina" su Jewish Encyclopedia
  17. ^ Necrologio su Nature "A member of a wealthy Italian Jewish family" - consultato 20/06/2013
  18. ^ "Aaron ben Gershon Abu Al-Rabi" - biografia (EN)
  19. ^ "Marciano"
  20. ^ a b c d "Alvise Bassano"
  21. ^ Concise Dictionary of National Biography: "an Italian Jew"
  22. ^ The New Grove Dictionary of Music and Musicians (II ed., 2001), art. s.v. "Obadiah the Proselyte"
  23. ^ Concise Dictionary of National Biography: "born Umberto Wolff in Milan of Jewish parentage (nato Umberto Wolff a Milano da genitori ebrei)"

Discografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Italian Jewish Musical Traditions from the Leo Levi Collection (1954–1961) (Antologia di Tradizioni Musicali in Israele, 14, curata dal musicologo Edwin Seroussi): contiene esempi di musica liturgica italiana dalle tradizioni Italiani/Bené Romi, Sephardi e Ashkenazi
  • Talile Zimra - Singing Dew: The Florence-Leghorn Jewish Musical Tradition, Beth Hatefutsot, 2002
  • Adler Israel, Hosha’ana Rabbah in Casale Monferrato 1732: Dove in the Clefts of the Rock, Jewish Music Research Center, Università Ebraica di Gerusalemme: Gerusalemme 1990 (Serie Yuval Music, Volume: 2), libro e CD
  • Tefillot, haftarot, parashot cantate secondo il rito italiano - scaricabili gratis dal sito www.torah.it

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Calimani, Riccardo, Storia degli ebrei italiani, Mondadori, 2013. ISBN 978-8804627043
  • Sarfatti, Michele, Gli ebrei nell'Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione, Einaudi, 2007. ISBN 978-8806170417
  • Tagliacozzo, Lia, Melagrana. La nuova generazione degli ebrei italiani, Castelvecchi, 2005.
  • Sacerdoti, Annie, A Guide to Jewish Italy, 2004. ISBN 0-8478-2653-8, ISBN 978-0-8478-2653-7
  • Mola, A.A., Isacco Artom e gli ebrei italiani dai risorgimenti al fascismo, Bastogi Editrice Italiana, 2002. ISBN 978-8881854608
  • Foa, Anna, Ebrei in Europa. Dalla peste nera all'emancipazione, Laterza, 2001.
  • The Jews of Italy: Memory And Identity, curato da Barbara Garvin & Bernard Cooperman, Studies and Texts in Jewish History and Culture VII, University Press of Maryland, 2000. ISBN 1-883053-36-6
  • Bonfil, Robert, Rabbis and Jewish Communities in Renaissance Italy (Littman Library of Jewish Civilization), 1989. ISBN 0-19-710064-3, ISBN 978-0-19-710064-6
  • Schwarz, Guri, Ritrovare se stessi. Gli ebrei nell'Italia post-fascista, Laterza, Roma-Bari, 2004.
  • Ferrara degli Uberti, Carlotta, Fare gli ebrei italiani. Autorappresentazioni di una minoranza (1861-1918), Il Mulino, Bologna, 2010.

Libri di preghiere di rito italiano[modifica | modifica wikitesto]

Il rito italiano viene anche riportato in un capitolo di Goldschmidt, Meḥqare Tefillah u-Fiyyut ("Sulla liturgia ebraica"), Gerusalemme, 1978.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

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