Gran consiglio del fascismo

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Gran consiglio del fascismo
Lesser coat of arms of the Kingdom of Italy (1929-1943).svg
Pigna - palazzo Venezia 2088.JPG
Palazzo Venezia, sede del Gran consiglio del fascismo
Istituito 15 dicembre 1922
Operativo dal 12 gennaio 1923
Presidente Benito Mussolini
Segretario Segretario del Partito Nazionale Fascista
Sede Roma
Indirizzo Palazzo Venezia, piazza Venezia, Roma

Il Gran consiglio del fascismo fu un organo del Partito Nazionale Fascista e, in seguito, un organo costituzionale del Regno d'Italia. Le sue sedute, che erano segrete, si tenevano solitamente a palazzo Venezia, Roma, allora sede del capo del governo italiano.

Storia[modifica | modifica sorgente]

La sera del 15 dicembre 1922 Benito Mussolini convocò all'improvviso una riunione dei più alti dirigenti fascisti nella stanza dove alloggiava al Grand Hotel di Roma (furono prese, tra le altre, decisioni come la trasformazione delle forze squadristiche nella MVSN e il principio del listone maggioritario per la legge elettorale, una proposta di Michele Bianchi)[1]

Il Gran consiglio del fascismo fu poi istituito in maniera informale l'11 gennaio 1923 con un annuncio di Mussolini su Il Popolo d'Italia, quale organo supremo del Partito Nazionale Fascista, e tenne la sua prima seduta il 12 gennaio 1923.

Esistette come istituzione di fatto fino a che divenne organo costituzionale del Regno con la legge 9 dicembre 1928, n. 2693[2], che lo qualificava come «organo supremo, che coordina e integra tutte le attività del regime sorto dalla rivoluzione dell'ottobre 1922».

La sua attività si inaridì col tempo a causa della progressiva concentrazione dei poteri in mano a Mussolini, della burocratizzazione del PNF e soprattutto delle trasformazioni della forma e delle leggi dello Stato che automatizzavano o abrogavano le procedure su cui doveva esprimersi. Cessò di avere funzioni effettivamente deliberative quando il 19 gennaio 1939 fu istituita la Camera dei Fasci e delle Corporazioni (non elettiva)[3].

Tenne la sua ultima seduta il 24 luglio 1943, dopo quattro anni di inattività. Durante tale seduta fu approvato lo storico ordine del giorno Grandi, al quale seguì la caduta del governo di Mussolini e il suo arresto.[4]

Fu soppresso con regio decreto legge 2 agosto 1943, n. 760, entrato in vigore il giorno 5 dello stesso mese.

Struttura[modifica | modifica sorgente]

Il Gran consiglio era presieduto dal Capo del governo primo ministro segretario di Stato, che aveva il potere di convocarlo e di stabilirne l'ordine del giorno; la carica fu ricoperta, per tutto il tempo in cui esistette il Gran consiglio, da Benito Mussolini. Segretario del Gran consiglio era il Segretario del Partito Nazionale Fascista. Al momento della sua costituzione nel 1923 ne facevano parte di diritto:

  • i ministri fascisti
  • i sottosegretari alla Presidenza e all'Interno
  • il presidente del gruppo parlamentare fascista
  • i membri della direzione de. PNF
  • il direttore generale di P.S
  • il segretario delle Corporazioni sindacali fasciste
  • il commissario straordinario delle Ferrovie
  • lo Stato maggiore della M.V.S.N.
  • il capoufficio stampa della presidenza del consiglio

Nel 1926, nello statuto del PNF, si stabilì che ne facevano parte:

  • i ministri
  • i sottosegretari alla presidenza del consiglio, all'interno, agli Esteri
  • i Quadriumviri della Marcia su Roma
  • i membri del direttorio del partito
  • il presidente dell'Istituto fascista di cultura
  • il presidente della Confederazione generale Enti Autarchici
  • il segretario generale dei Fasci all'estero
  • il comandante generale della Milizia
  • il presidente della confederazione fascista dei lavoratori
  • uno dei presidenti delle confederazioni dei datori di lavoro
  • rappresentanti dei senatori fascisti designati dal Duce

Con la legge 14 dicembre 1929, n. 2099, che sul punto aveva modificato la legge 2693/1928,[5] ne erano membri di diritto:

Oltre ai suddetti membri di diritto potevano essere chiamati a far parte del Gran consiglio ulteriori componenti nominati con decreto del capo del governo, che duravano in carica un triennio, con possibilità di conferma, ma erano in ogni momento revocabili.

Funzioni[modifica | modifica sorgente]

La seduta del Gran consiglio del 9 maggio 1936, in cui fu proclamato l'Impero

Il Gran consiglio deliberava:[6]

  • sulla lista dei deputati da sottoporre al corpo elettorale (poi sostituiti dai consiglieri della Camera dei Fasci e delle Corporazioni);
  • sugli statuti, gli ordinamenti e le direttive politiche del Partito Nazionale Fascista.

Oltre a tali funzioni deliberative, il Gran consiglio aveva funzioni consultive (la legge 2693/1928 lo definiva "consulente ordinario del Governo in materia politica"); i suoi pareri non erano vincolanti. Doveva essere sentito su "tutte le questioni aventi carattere costituzionale" (tra le quali la legge includeva: successione al Trono; attribuzioni e prerogative della Corona; composizione e funzionamento del Gran consiglio e delle due Camere del Parlamento; attribuzioni e prerogative del capo del Governo; facoltà del potere esecutivo di emanare norme giuridiche; ordinamento corporativo e sindacale; rapporti fra lo Stato e la Santa Sede; trattati internazionali che importino variazioni al territorio dello Stato e delle colonie).

Spettava infine al Gran consiglio formare e tenere aggiornate:

  • la lista dei nomi da presentare al Re per la nomina del capo del governo primo ministro segretario di Stato, in caso di vacanza dell'ufficio;
  • la lista dei nomi delle persone idonee ad assumere funzioni di governo.

Note[modifica | modifica sorgente]

Guglielmo Marconi durante l'unica seduta del Gran consiglio a cui partecipò
  1. ^ G.Candeloro, Storia dell'Italia Moderna Vol. IX - Il fascismo e le sue guerre, p. 22, Feltrinelli 2002, ISBN 88-07-81378-5
  2. ^ Il testo integrale è riportato in A.Aquarone, L'organizzazione dello Stato totalitario, pp. 493-495, Einaudi 2003, ISBN 88-06-16522-4
  3. ^ Anche questo giudizio è contenuto in A.Aquarone, op.cit.
  4. ^ Questo ordine del giorno e quello approvato nella seduta del 23 febbraio 1923, relativo all'incompatibilità tra iscrizione al P.N.F. e appartenenza alla massoneria, furono le uniche deliberazioni che il Gran Consiglio non assunse all'unanimità (Cfr. G. Candeloro, Storia dell'Italia moderna: Il Fascismo e le sue guerre, Vol. 9, Feltrinelli Editore, 1993)
  5. ^ L'elenco contenuto nella legge 2693/1928 era più lungo comprendendo anche coloro che avevano fatto parte del Gran consiglio per almeno tre anni, in qualità di componenti del governo; i segretari del Partito Nazionale Fascista cessati dalla carica dopo il 1922; il segretario amministrativo e gli altri membri del direttorio nazionale del Partito Nazionale Fascista; il presidente dell'Istituto nazionale di cultura fascista; il presidente dell'Opera nazionale balilla; il presidente dell'Ente nazionale per la cooperazione e il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio
  6. ^ Secondo la legge legge 2693/1928 il Gran consiglio deliberava anche sulla nomina e la revoca del Segretario, dei Vicesegretari, del Segretario amministrativo e dei membri del direttorio nazionale del Partito Nazionale Fascista. Tale competenza fu, però, soppressa dalla legge 2099/1029, la quale demandò la nomina del segretario del P.N.F. al Re, su proposta del capo del Governo, e la nomina degli altri componenti il direttorio del P.N.F. al capo del Governo, su proposta del segretario del partito