Michele Bianchi

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Michele Bianchi
Michele Bianchi.jpg

Ministro dei lavori pubblici del Regno d'Italia
Durata mandato 1929 –
1930
Presidente Benito Mussolini
Predecessore Benito Mussolini
Successore Araldo di Crollalanza

Dati generali
Partito politico Partito Fascista
Michele Bianchi
Stemma del Regno d'Italia Parlamento del Regno d'Italia
Camera del Regno d'Italia
Luogo nascita Belmonte Calabro
Data nascita 22 luglio 1882
Luogo morte Roma
Data morte 3 febbraio 1930
Professione sindacalista, giornalista pubblicista
Partito PNF
Legislatura XXVII, XXVIII
Gruppo Partito Nazionale Fascista
Pagina istituzionale

Michele Bianchi (Belmonte Calabro, 22 luglio 1882Roma, 3 febbraio 1930) è stato un politico e giornalista italiano. È stato il primo segretario del Partito Nazionale Fascista, dall'11 novembre 1921 al 13 ottobre 1923.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

La gioventù socialista[modifica | modifica sorgente]

Bianchi frequentò prima il liceo a Cosenza e, successivamente, la facoltà di giurisprudenza a Roma, dedicandosi al giornalismo ancor prima di concludere gli studi. Assunto nel 1903 come redattore dall'Avanti!, aderì al Partito Socialista Italiano (PSI), di cui fu dirigente nella Capitale, e nel 1904 prese parte al congresso del partito tenutosi Bologna, in cui appoggiò la corrente guidata da Arturo Labriola.

Nel 1905 di dimise dall'Avanti! ed assunse, dal 1º luglio e per qualche mese, la direzione di Gioventù socialista, organo della Federazione dei giovani socialisti. Dalle colonne della sua nuova testata lanciò una campagna antimilitarista che lo costrinse prima al carcere e poi al trasferimento forzato a Genova.[1] Aderì al sindacalismo rivoluzionario, divenendo segretario delle Camere del Lavoro rivoluzionarie di Genova e Savona, quindi direttore di Lotta socialista (1905-1906).[2]

Nel 1906, in appoggio ad alcune sollevazioni operaie, espresse al PSI la sua linea neutralista, che non fu accolta positivamente in maniera unanime. Trasferitosi a Savona, ebbe una parte di rilievo nelle vicende che condussero alla scissione dei sindacalisti dal Partito Socialista, avvenuta prima al congresso giovanile socialista di Bologna nell'aprile del 1907, e poi al primo congresso sindacalista tenuto a Ferrara nel luglio dello stesso anno.

Dopo vari arresti e viaggi in giro per l'Italia, nel maggio del 1910 divenne direttore del giornale La Scintilla in cui lanciò l'idea, poi non accolta, di una lista unica di socialisti e sindacalisti rivoluzionari in vista delle imminenti elezioni amministrative. Messo in minoranza per "aver tradito la spontanea genuinità del sindacato", decise, dato l'aumento dei suoi lettori, di trasformare La Scintilla da settimanale in quotidiano, da cui diresse alcune rivolte proletarie scoppiate nel 1911.

Le difficoltà economiche gli imposero la soppressione del giornale, non prima però di essere nuovamente arrestato a Trieste per un articolo in cui attaccò Giovanni Giolitti e la guerra Italo-Turca da lui voluta. Tornato a Ferrara grazie ad un'amnistia, fondò e diresse il giornale La Battaglia, creato appositamente in vista delle elezioni politiche del 1913 in cui si candidò senza successo. Successivamente si spostò a Milano, dove divenne uno dei maggiori esponenti della locale Unione Sindacale Italiana (USI). Massone, Bianchi aderiva alla comunione della Gran Loggia di Piazza del Gesù.[3]

Interventista[modifica | modifica sorgente]

Esattamente come Benito Mussolini, Bianchi si schierò nel 1914 su posizioni interventiste nel Fascio d'azione rivoluzionaria e partecipò da volontario alla Prima guerra mondiale, diventando sottufficiale prima di fanteria e poi di artiglieria. Conclusosi il conflitto bellico, fu sansepolcrista della prima ora e partecipò alla fondazione prima dei Fasci Italiani di Combattimento, di cui fu primo segretario della giunta esecutiva, e poi del Partito Nazionale Fascista (PNF), di cui venne eletto primo segretario nazionale nel npvembre 1921.[1] In questa veste cercò di stabilire un'alleanza tra i fascisti e le forze di destra ma autorizzò un gran numero di raid eseguiti dalle squadre d'azione.[senza fonte]

Quadrumviro[modifica | modifica sorgente]

Bianchi, secondo da sinistra, tra De Bono e Mussolini

Dopo aver portato al fallimento dello sciopero legalitario, portato avanti dal partito socialista in ottica antifascista, nell'ottobre del 1922 partecipò come quadrumviro alla Marcia su Roma, che portò alla nomina di Benito Mussolini alla carica di Presidente del Consiglio dei ministri.

Il 4 novembre dello stesso anno Bianchi assumeva la carica di segretario generale al Ministero degli Interni nel neonato governo guidato dal futuro Duce. In breve tempo, dopo essersi dimesso nel 1923 dalla carica di segretario del PNF, Bianchi divenne membro del Gran Consiglio del Fascismo e nel 1924 deputato alla Camera tra le file della Lista Nazionale.[1] Il 14 maggio si dimise dall'incarico di segretario generale agli Interni, mentre nel 1925 fu nominato sottosegretario ai Lavori Pubblici.[2]

Ministro[modifica | modifica sorgente]

Nel 1928 fu sottosegretario al Ministero dell'Interno, e il 12 settembre 1929 venne nominato Ministro dei Lavori Pubblici.[2]

Nell'incarico di ministro dei Lavori Pubblici Bianchi promosse la realizzazione di alcune opere pubbliche in Calabria, in particolare nella sua provincia di Cosenza. È di quel periodo la fondazione del centro invernale di Camigliatello Silano, un tempo chiamato appunto Camigliatello Bianchi; così come pure alcune importanti opere pubbliche realizzate nella città di Cosenza sotto la gestione del podestà Tommaso Arnoni (1925-1934). Nel 1990 l'Amministrazione comunale di Cosenza, per iniziativa dell'allora assessore Sergio Nucci, vinse un imbarazzo decennale intitolando a Michele Bianchi la piazza panoramica antistante il serbatoio dell'acquedotto del Merone, che fu una delle opere pubbliche realizzate a Cosenza nel periodo fascista.

Rieletto deputato nel 1929, le sue condizioni di salute, già da tempo precarie per una grave malattia, peggiorarono irrimediabilmente tanto da portarlo alla morte a soli 48 anni.

Dopo la morte[modifica | modifica sorgente]

Nel 1932 venne sepolto nell'imponente monumento funebre, edificato in suo onore sulla collina di Bastia davanti al suo paese natale, Belmonte Calabro. Edificato tra il 1930 ed il 1932 il monumento consiste in un'alta colonna rivestita di travertino, ispirata alla Colonna Traiana e sormontata da una particolarissima croce di ferro a quattro bracci orizzontali quindi visibile nella sua forma da tutte le direzioni. All'interno dell'intero fusto corre una scala a chiocciola che arriva fino alla balconata superiore, al centro della quale è posta la suddetta croce che in origine, quando ancora illuminata, serviva come faro. È l'unico mausoleo dedicato ad un gerarca fascista.

A Mantova fu intitolato a Michele Bianchi il palazzo della Camera di Commercio (oggi MaMu, "Mantova Multicentre") in largo Pradella, edificato alla fine degli Trenta ed inaugurato nel 1941.[4]

Onorificenze[modifica | modifica sorgente]

Medaglia commemorativa della Marcia su Roma - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa della Marcia su Roma
Croce al merito di guerra - nastrino per uniforme ordinaria Croce al merito di guerra
Medaglia commemorativa della guerra italo-austriaca 1915 – 18 (4 anni di campagna) - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa della guerra italo-austriaca 1915 – 18 (4 anni di campagna)
Medaglia a ricordo dell'Unità d'Italia 1848-1918 - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia a ricordo dell'Unità d'Italia 1848-1918
Medaglia Interalleata della Vittoria - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia Interalleata della Vittoria

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c AA.VV., Uomini e volti del fascismo, Bulzoni, Roma, 1980.
  2. ^ a b c Francesca Tacchi, Storia illustrata del fascismo, Giunti, Firenze, 2000.
  3. ^ Aldo Alessandro Mola, Storia della Massoneria italiana dalle origini ai giorni nostri, Bompiani, Milano, 1992, pag. 486
  4. ^ Gazzetta di Mantova - Quando il Michele Bianchi era un simbolo del fascismo (12-10-2003). URL consultato il 17-06-2013.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • AA.VV., Uomini e volti del fascismo, Bulzoni, Roma, 1980.
  • Vittorio Cappelli, Il fascismo in periferia, Editori Riuniti, Roma, 1992 (poi: Marco, Lungro, 1998).
  • Francesco Perfetti, Giuseppe Parlato, Il sindacalismo fascista, Bonacci, 1998.
  • Francesca Tacchi, Storia illustrata del fascismo, Giunti, Firenze, 2000.
  • Marco Bernabei, Fascismo e nazionalismo in Campania (1919-1925), Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1975.
  • Bruno Bianchi Michele Bianchi il calabrese sindacalista che inventò il fascismo, 2001.
  • Enzo Misefari, Il quadrumviro col frustino: Michele Bianchi, Lerici, 1977.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Predecessore Segretario del PNF Successore National Fascist Party logo.svg
Benito Mussolini (dei Fasci di combattimento) 10 novembre 1921 - gennaio 1923 Francesco Giunta

Controllo di autorità VIAF: 29095866 SBN: IT\ICCU\MILV\212458