Vittorio Cini

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sen. Vittorio Cini
Stemma del Regno d'Italia Parlamento del Regno d'Italia
Senato del Regno d'Italia
Vittorio Cini.gif
Luogo nascita Ferrara
Data nascita 20 febbraio 1885
Luogo morte Venezia
Data morte 18 settembre 1977
Partito Partito Nazionale Fascista
Legislatura XXX

Vittorio Cini, Conte di Monselice (Ferrara, 20 febbraio 1885Venezia, 18 settembre 1977), è stato un politico e imprenditore italiano. Gli era attribuito uno dei patrimoni italiani più cospicui dei suoi anni.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Ereditò dal padre alcune cave di trachite nel Veneto ed alcuni terreni nel Ferrarese. Studiò economia e commercio in Svizzera, in Italia fu il primo a intraprendere importanti opere di bonifica (Pineta di Destra e Giussago) per strappare le terre all'erosione del mare. Compì lavori di canalizzazione e progettò una rete per la navigazione interna della Valle Padana.

Partecipò alla prima guerra mondiale, poi si dedicò a valorizzare la sua città d'adozione, Venezia, che volle non fosse più considerata unicamente un grande museo, ma anche un centro di nuovo benessere: fu così che gettò le basi per la costruzione del porto industriale di Marghera. Gli venne affidata, più tardi, la gestione delle acciaierie ILVA, in pessime condizioni economiche. Dal 1936 al 1943 fu Commissario Generale dell'Esposizione Universale di Roma: E42. Venne insignito il 16 maggio 1940 del titolo di Conte di Monselice[1].

Ministro delle Comunicazioni nel febbraio 1943 (ultimo gabinetto Mussolini), lasciò la carica per profonde divergenze con il capo del governo. Dopo l'8 settembre venne catturato dai tedeschi ed internato a Dachau, da dove il figlio Giorgio (che aveva ricavato del denaro vendendo tutti i gioielli della madre, l'attrice Lyda Borelli) riuscì a farlo evadere corrompendo i guardiani delle SS.

Nel 1949 il figlio morì in un incidente di volo e Vittorio Cini dedicò da allora la sua vita a opere di filantropia. Domandò e ricevette in concessione dallo Stato un'intera isola, quella di San Giorgio, davanti alla riva di piazza San Marco; dopo aver finanziato gli importanti lavori di restauro necessari, istituì la Fondazione Giorgio Cini, centro d'arte e di cultura, sede di istituti di preparazione professionale e di addestramento dei giovani alla vita sul mare.

Fu presidente della SADE dal 1953 al 1964, quindi dal periodo della progettazione e costruzione della diga del Vajont e anche oltre il disastro del Vajont - e come tale fu chiamato a deporre in tre circostanze. Nella prima, il 5 giugno 1967, dal giudice istruttore di Belluno, Mario Fabbri, nel corso dell'istruttoria formale che si era aperta nel febbraio 1964. Una seconda volta, il 20 luglio 1968, dal sostituto procuratore della Repubblica di Venezia Ennio Fortuna, in occasione del procedimento penale apertosi «a carico di Biadene ed altri» con un esposto presentato dall'avvocato Alberto Scanferla al procuratore generale della Corte d'appello di Venezia per "truffa" concernente il passaggio dell'impianto del Vajont dalla Sade all'Enel.

Un terzo interrogatorio si verificò il 14 maggio 1969 durante il dibattimento nel processo di primo grado a L'Aquila. Nel periodo tra le due guerre Cini fu con Giuseppe Volpi uno dei principali esponenti del cosiddetto "gruppo veneziano", di cui fu la "mente finanziaria". Le sue attività industriali si svilupparono principalmente nei settore finanziario, siderurgico, elettrico, marittimo, turistico, assicurativo. Egli fece parte del consiglio di amministrazione della Sade dal 1924 al 1943. Nel 1953, alla morte del presidente della società, Achille Gaggia - stretto e fedele collaboratore di Volpi e del "gruppo veneziano"-, assunse la presidenza della società elettrica, nazionalizzata nella sua branca idroelettrica formalmente nel dicembre 1962 e concretamente nel giugno 1963, e che mantenne fino all'incorporamento della Sade (Finanziaria/Gruppo) nella Montecatini, decisa nell'agosto 1964 e avvenuta nel 1966.

Dalla prima moglie, oltre all'erede Giorgio, ebbe anche le figlie Minna (1920), e le gemelle Ylda (1924) sposata a Giacinto Guglielmo, marchese di Vulci, e Yana, sposata a Fabrizio, 3º principe Alliata[2]. In seconde nozze si sposò con la Marchesa Maria Cristina Dal Pozzo di Annone.

Onorificenze[modifica | modifica sorgente]

Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata
— 1975
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
— 1975
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona d'Italia
— 1975

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Tina Merlin, Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso del Vajont, 4ª ed., Cierre Edizioni, settembre 2001, pp. 62, ISBN 88-8314-121-0.
  2. ^ Genealogia

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Controllo di autorità VIAF: 102374329 LCCN: n82080304