Filippo Corridoni

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« Il popolo non crede ai cultori delle cedole bancarie. Crede all'azione, a chi gli indica le vie del destino. Crede soprattutto a chi gli aprirà le strade vere della giustizia sociale. »
Filippo Corridoni

Filippo Corridoni (Pausula, 19 agosto 1887San Martino del Carso, 23 ottobre 1915) è stato un sindacalista, militare, politico e giornalista italiano.

La gioventù[modifica | modifica sorgente]

Figlio di Enrico, operaio in una fornace, grazie all'aiuto di un prozio francescano e predicatore, Filippo ricevette un'infarinatura di cultura umanistica. Dopo le elementari venne avviato al lavoro di fornace. Dotato di vivissima intelligenza, proseguì gli studi, anche grazie ad una borsa di studio presso l'Istituto superiore industriale di Fermo. Si appassionò alle letture su Carlo Pisacane, Giuseppe Mazzini e Karl Marx. Iniziò così ad evidenziarsi il suo carattere proteso alla difesa dei più deboli.

Le prime lotte[modifica | modifica sorgente]

Nel 1905 a Milano, metropoli in fermento per la nuova fase di rivoluzione industriale, trovò lavoro quale disegnatore tecnico presso l'industria metallurgica "Miani e Silvestri".

Divenne segretario della sezione giovanile del Partito Socialista Italiano di Porta Venezia e, nel marzo 1907, fondò con Maria Rygier, giovane anarchica, il giornale Rompete le Righe, avvicinandosi così sempre più alla corrente sindacalista rivoluzionaria. Il giornale fu di natura antimilitarista[1] e ne uscì circa una decina di numeri. Al fine di attirare l'attenzione sulla pubblicazione, Corridoni inviò alcuni numeri a Felice Santini[2] L'intervento contro il giornale di Felice Santini gli fruttò quattro anni di detenzione e la chiusure del giornale. Uscì grazie ad un'amnistia riparando a Nizza, dove fece amicizia con Edmondo Rossoni. Quando a Parma incominciarono gli scioperi dei braccianti lasciò Nizza sotto il nome di Leo Celvisio, a ricordo della rocca di San Leo, fortezza papalina dove venivano rinchiusi soprattutto i detenuti politici.

L'agitazione[modifica | modifica sorgente]

Scrisse sul giornale L'Internazionale, organo della "Camera del Lavoro sindacalista rivoluzionaria" di Parma, poi pubblicato anche a Milano e Bologna: oltre ai fratelli Alceste e Amilcare De Ambris (quest'ultimo in seguito sposò la sorella di Corridoni), si occupavano del giornale Michele Bianchi, Paolo Mantica, Tullio Masotti, Umberto Pasella, Cesare e Romualdo Rossi, Angelo Oliviero Olivetti ed altri esponenti del sindacalismo rivoluzionario, che si ritroveranno in parte nei Fascio rivoluzionario d'azione internazionalista.

La polizia identificò Corridoni a causa di un articolo pubblicato da un giornale socialista, obbligandolo a fuggire prima a Milano e poi a Zurigo.

Nel biennio 1909-1910 gli fu possibile rientrare nel modenese grazie ad una nuova amnistia e dirigere la Camera del lavoro di San Felice sul Panaro, tentando una improbabile sintesi fra le posizioni rivoluzionarie e quelle riformiste del proletariato socialista, pur propendendo per le posizioni rivoluzionarie. L'operazione non riuscì e Corridoni venne emarginato dal movimento sindacale, in cui prevalse l'ala riformista.

Dopo un altro arresto[3], fondò Bandiera Rossa, giornale poco fortunato, passò quindi a collaborare con due testate dirette da Edmondo Rossoni, l'una evoluzione dell'altra: Bandiera Proletaria e Bandiera del Popolo, la cui stessa nomenclatura indica uno spostamento dalle posizioni di lotta di classe a posizioni più mediate in riferimento alla lotta di classe.

Un sindacalista rivoluzionario avverso ai conflitti coloniali[modifica | modifica sorgente]

Sconfitto nel tentativo di innescare principi rivoluzionari nel sindacato, si trasferì a Milano e nel 1911-1912 riprendendo il tentativo di introdurre nel sindacato il metodo organizzativo basato sull'unità produttiva e sul ruolo qualificato dell'addetto. Secondo il suo pensiero, questo metodo avrebbe portato a nuovi tipi di relazioni industriali, ma nel contempo avrebbe introdotto un principio interclassista dal punto di vista politico. Nonostante tale metodo non avesse fatto proseliti, Corridoni fu riconosciuto come uno dei capi del sindacalismo rivoluzionario di Milano. Corridoni commentò amaramente:

« Milano è una delle poche città d'Italia che è ricca di tutte le caratteristiche necessarie ad un completo trionfo delle nostre idealità: industrialismo sviluppatissimo, contrasti di classe netti e vivi, nessuna infatuazione elettoralistica, accentuato spirito battagliero, fusione completa tra indigeni e immigrati e quindi nessuna acredine regionalistica: purtuttavia il riformismo- e cioè: l'armonia fra le classi, l'intrigo piccolo borghese e bottegaio, il cretinismo schedaiolo, la repugnanza per qualsiasi lotta che potrebbe accentuare la lotta di classe a detrimento della pace sociale e quindi dell'iride elettorale- da dieci anni vi ha regno incontrastato, e, proprio a Milano, è riuscito ad esercitare i suoi più malsani esperimenti.[4] »

Al tempo della guerra italo-turca Corridoni prese posizioni nettamente contrarie al conflitto. La sua avversione non va ricercata però in motivazioni strettamente ideologiche quanto nell'inutilità che vedeva, per le sorti del paese, nel conflitto stesso: nel 1911, alla vigilia della spedizione, nell'opuscolo Le rovine del neoimperialismo Italico poneva in essere un'analisi comparata della situazione economica italiana e sondava con sagacia i rischi e le scarse opportunità che un tale impegno comportava. Nei fatti gli era impossibile, per operai e masse lavoratrici, vedere alcun miglioramento della condizione sociale che fosse proporzionato a quanto richiesto in termini di sacrifici dallo sforzo bellico. In questo senso è già possibile intravedere un primo abbozzo dell'eclettismo del sindacalista marchigiano in riferimento a quella che doveva essere l'azione propriamente intesa "di classe" e che troverà sintesi in Sindacalismo e Repubblica: non una contrapposizione frontale (se non nel momento dello scontro che si esplica nella forma dello sciopero) quanto piuttosto un criticismo propositivo volto a ciò che verrà in seguito definito Produttivismo Nazionale.

La nascita dell'Unione Sindacale Italiana[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Unione Sindacale Italiana.

In seguito una nuova ondata di scioperi che si innescarono ovunque in Italia, riportò in auge la componente rivoluzionaria del sindacalismo socialista portandone alla dirigenza diversi esponenti e Benito Mussolini alla direzione dell'Avanti. Nel novembre 1912 Corridoni prese parte a Modena al congresso istitutivo dell'Unione Sindacale Italiana (USI), scissione della Confederazione Generale del Lavoro (CGdL), il sindacato confederale legato fortemente al partito socialista. Tutta una serie di personaggi di spicco passarono all'USI, dai fratelli De Ambris a Giuseppe Di Vittorio.

L'USI ebbe numerose adesioni a livello nazionale, in particolare a Genova, dove le camere del lavoro più importanti, come quella di Sestri Ponente, passarono in gran parte dai confederali all'USI. Nell'aprile 1913 nacque a Milano, su ispirazione di Corridoni, l'Unione Sindacale Milanese (USM), autonoma ma associata all'USI, della quale divenne responsabile. Con la stretta collaborazione dei fratelli De Ambris, egli organizzò una serie di scioperi ed ottenne l'adesione al sindacato USM dei sindacati metallurgici, dei gassisti, dei lavoratori del vestiario, dei tappezzieri di carta e dei decoratori.

Filippo Corridoni durante un comizio, dietro si intravede Mussolini con la paglietta in testa

Furono anni di intensa collaborazione coi De Ambris quelli fra il 1913-1914, in cui venne appoggiato nella sua azione dall'allora direttore dell'Avanti, Benito Mussolini. Ritornò nuovamente in carcere quale autore dell'opuscolo Riflessioni sul sabotaggio; uscito dal carcere ritrovò l'USM fortemente indebolita ed attaccò Mussolini tramite articoli su L'Internazionale per sopravvenuti dissensi, fino alla "settimana rossa" di Ancona del 1914, dopo la quale, vista la sua notorietà di infaticabile agitatore e trascinatore, venne attaccato vivacemente dal Corriere della Sera.

I venti di guerra che soffiavano in Europa furono spunto per una nuova agitazione sindacale. Il pretesto fu fornito dalla vicenda di un soldato, Augusto Masetti, che, per non partire per la guerra in Libia che ancora si trascinava, aveva sparato contro un proprio ufficiale. Il soldato Antonio Moroni, fedele al proprio credo antimilitarista, era stato mandato alla Compagnia di Disciplina dalla quale scriveva regolarmente a Corridoni. Il 6 giugno 1914 a un comizio pro Masetti e Moroni. Corridoni prese la parola:

« Il proletariato d'Italia non vuol saperne di guerre. Ne ha avute abbastanza di quelle di Eritrea e di Libia e non sente il bisogno di prendersi nuove gatte da pelare per i begli occhi di Guglielmo di Wied o di Essad pascià.[5] »

Un altro di questi comizi si tenne ad Ancona il 7 giugno 1914, al termine del quale si verificarono aspri scontri con la polizia che diedero vita alla cosiddetta Settimana rossa. Negli stessi giorni Corridoni si trovava a Milano, dove tenne un comizio all'Arena Civica davanti a circa 100.000 operai, a cui presero parte anche Mussolini e Gibelli. Al termine della manifestazione, la folla intenzionata a raggiungere piazza del Duomo fu fronteggiata dalla polizia: ne nacquero scontri, nel corso dei quali furono feriti sia Corridoni che Mussolini. Quest'ultimo grazie all'intervento di altri partecipanti tra cui Amilcare De Ambris fu messo in salvo, mentre Corridoni fu nuovamente arrestato. Mentre scontava la pena in carcere nel frattempo in Europa scoppiò la Prima guerra mondiale.

La conversione all'interventismo[modifica | modifica sorgente]

Filippo Corridoni al termine di una manifestazione interventista
Filippo Corridoni con Benito Mussolini durante una manifestazione interventista della primavera 1915 a Milano

Scarcerato il 5 settembre 1914, Corridoni concluse il percorso che lo portò ad un interventismo di stampo sindacalista rivoluzionario, già intrapreso nel periodo di detenzione.

Riprese a pubblicare Avanguardia, che con la sua incarcerazione aveva sospeso la sua attività, e sul primo numero pubblicò un articolo in cui manifestava la sua adesione all'interventismo stesso.

« Riprendiamo le pubblicazioni della nostra Avanguardia in un'ora storica. La immane catastrofe in cui è piombata l'Europa ha fatto crollare come fragili impalcature di palcoscenico tutte le costruzioni ideali ed umanitarie che i popoli avevano eretto in quarant'anni di pace e di lavoro fecondo...Ma vi sono avvenimenti che scuotono la fede più cieca ed incrollabile: la guerra europea è uno di quelli. Noi non credevamo al tradimento dei proletari tedeschi ed austriaci: s'è consumato. Quando i nostri governanti ci prospettavano la possibilità di una guerra europea che travolgesse l'Italia- e ne traevano conseguenza gli armamenti indispensabili- noi negavamo violentemente e rispondevamo trionfanti che se anche tale ipotesi avesse la possibilità di realizzarsi, lo sciopero generale insurrezionale del proletariato all'atto della mobilitazione avrebbe stroncato la guerra sul nascere. Ci illudevamo. I fatti ci hanno dato la più solenne smentita, e noi se non siamo dei caparbi, della gente che vuole avere ragione ad ogni costo, siamo in dovere di riconoscere che non vedemmo giusto, e siamo in obbligo quindi di riprendere in esame tutti i nostri piani di guerra per conformarli alle esigenze della mutata situazione. »
(Filippo Corridoni su Avanguardia[6])
« I proletari di Germania hanno dichiarato di essere prima tedeschi e, poi socialisti. Ecco un fatto nuovo che noi ignoravamo e che abbiamo avuto il torto di non intuire »
(Filippo Corridoni durante un comizio interventista[7])

Il 23 settembre Corridoni, alla termine di un nuovo comizio fu accusato dai vecchi compagni di essere un “venduto” a causa della sua posizione interventista[8] Ai primi di ottobre fondò i Fasci d'azione internazionalista insieme a Decio Bacchi, Ugo Clerici, Alceste De Ambris, Amilcare De Ambris, Giovanni Marinelli, Attilio Deffenu, Aurelio Galassi, Angelo Oliviero Olivetti, Decio Papa, Cesare Rossi, Silvio Rossi, Sincero Rugarli, Libero Tancredi, Luigi Razza. Michele Bianchi fu nominato segretario. Questa svolta era basata sull'ipotesi che una sconfitta delle potenze reazionarie e retrograde, per lui rappresentate dagli Imperi centrali, avrebbe aperto nuove dinamiche per uno sbocco rivoluzionario.

Intanto il 14 novembre 1914 uscì il primo numero del Popolo d'Italia, fondato da Benito Mussolini. Nel contempo, su iniziativa di Mussolini, nacquero i Fasci d'azione rivoluzionaria, gruppo che rinserrò ed organizzò i ranghi dell'interventismo di sinistra ed evoluzione dei Fasci d'azione internazionalista: le personalità sindacaliste rivoluzionarie e di sinistra si accodavano così alla campagna sostenuta dalla borghesia italiana, e diretta dalle colonne del Corriere della Sera, volta ad orientare verso la partecipazione alla guerra le operaie e gli intellettuali.

Lo sciopero dei gassisti milanesi[modifica | modifica sorgente]

Nel 1915 Corridoni continuò nella propria azione di interventista e sindacalista ma, nel gennaio 1915, un minacciato sciopero dei gassisti milanesi rischiò di provocare una frattura nel fronte operaio. Corridoni ritenne opportuno evitarlo, innanzitutto perché avrebbe costituito un diversivo di cui i partiti neutralisti avrebbero potuto approfittare per creare delle crepe nel fronte interventista sindacale, in secondo luogo la società contro cui era diretto il minacciato sciopero era la francese Unione del Gaz dell'ingegnere Gruss. Corridoni stesso si recò a Parigi, grazie all'interessamento del Ministro del lavoro francese riuscì a strappare un accordo onorevole pur non ottenendo la maggioranza delle approvazioni. Cercando di orientare i lavoratori italiani verso simpatie filofrancesi con l'intento di avere condizioni vantaggiose per i lavoratori stessi.[9] Ciò nonostante pochì giorni dopo l'Unione del Gaz non rispettò l'accordo ed il 26 gennaio fu proclamato lo sciopero dei gassisti milanesi. Corridoni ritornò a Parigi insieme a una rappresentanza di gassisti milanesi e il 3 febbraio riuscì ad ottenere un accordo definitivo.

Al ritorno, il 13 febbraio fu di nuovo brevemente arrestato per una vecchia imputazione. In carcere, nel mese di aprile, ebbe il tempo di scrivere Sindacalismo e Repubblica in cui espresse le sue idee guida circa una futura repubblica a democrazia diretta ed "antipartitica". La sua azione era ormai parallela a quella di Benito Mussolini, con comizi per l'interventismo. L'atmosfera ideale per tutta una serie di intellettuali, sindacalisti rivoluzionari, socialisti rivoluzionari ed interventisti di sinistra fu quella delle radiose giornate di maggio di Gabriele D'Annunzio. Nel maggio del 1915 Corridoni tenne insieme a Mussolini una imponente manifestazione presso l'Arena Civica di Milano.

Morte di Corridoni[modifica | modifica sorgente]

Bozzetto del monumento a Filippo Corridoni di Diego De Minicis per il concorso indetto dal Comune di Corridonia
Trincea delle Frasche, presso San Martino del Carso

Allo scoppio della prima guerra mondiale Corridoni si presentò volontario per il fronte e poco prima della partenza mandò un saluto a Mussolini:

« Carissimo, fra pochi istanti partiamo per la linea del fuoco. Viva l'Italia! In te bacio tutti i fratelli delle battaglie di ieri sperando nell'avvenire »
(nel messaggio inviato da Corridoni a Benito Mussolini[7][10])

Il 25 luglio 1915 partì per il fronte con i complementi del 32° Rgt. Fanteria. Essendo però minato dalla tisi, che lo affliggeva da anni, fu inizialmente assegnato ai servizi di retrovia. Risoluto a combattere, Corridoni con i compagni Dino Roberto e Rubolini fugge a Sagrado per raggiungere la prima linea ma vengono fermati, accusati di diserzione e condotti davanti al Tribunale di Guerra a Ruda. Il Generale Ciancio dopo un primo momento di esitazione li accontenta e li trasferisce al 142° Rgt. Brigata Catanzaro che in quei giorni viene mandata all’assalto di Castelnuovo e dopo l’azione Corridoni venne assegnato al 32° Rgt. della Brigata Siena. I fanti della Siena tra luglio ed agosto avevano combattuto per attestarsi saldamente sul ciglione carsico ed erano schierati nelle linee di partenza a San Martino del Carso di fronte alle trincee dei Razzi e delle Frasche. Corridoni, come dimostra uno schizzo da lui eseguito il 6 ottobre, portò a termine diverse esplorazioni per raccogliere dati sulle posizioni austriache che la Brigata Siena avrebbe dovuto occupare. Il 21 ottobre partì l’attacco che segnava l’inizio della 3^ Battaglia dell’Isonzo ma i reggimenti 31° e 32° che formavano la brigata non riescirono ad ottenere risultati apprezzabili. Il giorno successivo l’offensiva riprese: alle 10, alle 13 e alle 14 gli attacchi si susseguirono ma le Frasche si rivelarono imprendibili. Il giorno seguente, a causa delle perdite tra gli ufficiali ed i graduati, per ordine del Col. Chiaramello, Filippo Corridoni e Dino Roberto furono messi ciascuno a capo di un plotone d’assalto. Alle 10.30 del 23 ottobre il 31° attaccò la Trincea dei Razzi mentre l’artiglieria martellava le Frasche fino alle 15. Alle 15.01 quando i cannoni tacquero, i fanti del 32° partirono all’assalto delle Frasche. Alle 15.30 i plotoni di Corridoni e Roberto riuscironoa raggiungere la linea nemica, preparandosi a respingere i contrattacchi, ma la mancata conquista della quota164 a sinistra e della trincea dei Razzi a destra rese precaria la loro posizione, sottoponendoli ad un micidiale tiro incrociato. Arrivarono rinforzi, Corridoni si espose per chiamarli ma venne colpito da un colpo di fucile in fronte. Risultò così profetica la sua affermazione eroica: "Morirò in una buca, contro una roccia o nella corsa di un assalto ma, se potrò, cadrò con la fronte verso il nemico, come per andare più avanti ancora!".[11] Il suo corpo non venne mai ritrovato.

Il sacrificio di tanti combattenti fu però inutile perché durante la notte gli austriaci contrattaccano e alle 7.00 del mattino gli italiani furono costretti a ripiegare abbandonando le Frasche appena conquistate.[12] Corridoni venne successivamente decorato alla memoria con medaglia d'argento al valor militare, decorazione che lo stesso Benito Mussolini, fece convertire in medaglia d'oro nel 1925. Lo ricorda un monumento del 1933, opera dello scultore Francesco Ellero, sul Carso goriziano nel luogo dove cadde (Trincea delle Frasche).[13] Nella piazza in stile fascista della sua città natale, Pausula (oggi rinominata Corridonia), si erge ancora la statua bronzea del Corridoni in punto di morte, opera dello scultore Oddo Aliventi, inaugurata da Mussolini, il 24 ottobre 1936.

La figura di Filippo Corridoni[modifica | modifica sorgente]

Monumento "Filippo Corridoni" a Fogliano Redipuglia, opera di Pietro Zanini

Dopo la morte la figura di Filippo Corridoni fu associata al nascente fascismo con il cui leader aveva condiviso nell'ultima fase della sua vita la scelta dell'interventismo, l'arruolamento volontario in guerra e dai vecchi compagni socialisti coi quali aveva condiviso le battaglie giovanili. L'ascesa di Mussolini nel 1922 lo consegnò nell'immaginario collettivo al Fascismo.

Tanto che lo stesso Curzio Malaparte, sull'opera svolta da Corridoni, commentò:

« I precursori e gli iniziatori del fascismo sono quelli stessi, repubblicani e sindacalisti, che avevano per primi sollevato il popolo contro il socialismo deprimente e rinnegatore ed avevano voluto ed attuato, con Filippo Corridoni, gli scioperi generali del 1912 e del 1913. »
(Curzio Malaparte in Opere Complete[14])

Ma la figura di Filippo Corridoni fu comunque poi rivendicata anche dagli ex compagni socialisti Giuseppe Di Vittorio e Alceste De Ambris: in particolare a sinistra Giuseppe Di Vittorio, capo storico del sindacato CGIL e proveniente dalle file del sindacalismo anarchico, era uno dei pochi a ricordare l'importanza della figura di Corridoni per la formazione delle strutture sindacali in Italia, in quanto proprio a causa dell'avvicinamento della sua figura al regime fascista, Corridoni risultava personaggio scomodo:

« È un'infame invenzione di Mussolini, Corridoni non sarebbe mai stato fascista. Era troppo onesto, coraggioso, leale, per mettersi al servizio degli agrari! »
(Giuseppe Di Vittorio La mia vita con Di Vittorio, 1965)

Mentre per Alceste De Ambris:

« Il capolavoro mussoliniano in questa materia è stato però l'usurpazione dei cadaveri e la profanazione dei sepolcri. Non c'è chi possa dimenticare lo sfruttamento macabro di Corridoni, consumato dal fascismo »
(Alceste De Ambris)
Monumento a Corridoni di Parma, costruito all'imbocco del quartiere popolare dell'Oltretorrente

Ma lo stesso Filippo Corridoni il 16 maggio 1915, allorché l'Italia si apprestava ad entrare in guerra, dichiarò riguardo al Partito Socialista:

« Lasciatemi esprimere tutto il mio profondo cordoglio per la bancarotta di un partito che è ormai cadavere. Alludo al socialista. Un altro cadavere è la Camera del Lavoro. Una delibera si impone per l'igiene pubblica. Il partito socialista e la Camera di Lavoro hanno firmato oggi il loro decesso: non risorgeranno più. »
(Filippo Corridoni, 16 maggio 1915, discorso tenuto sulle gradinate del Duomo di Milano[15])

La sua memoria rimane, per molti, legata al Fascismo e Mussolini nel suo discorso funebre sul Popolo d'Italia ne tratteggiò la figura:

« Egli era un nomade della vita, un pellegrino che portava nella sua bisaccia poco pane e moltissimi sogni e camminava così, nella sua tempestosa giovinezza, combattendo e prodigandosi, senza chiedere nulla Leviamoci un momento dalle bassure della vita parlamentare; allontaniamoci da questo spettacolo mediocre e sconfortante; andiamo altrove col nostro pensiero che non dimentica; portiamo altrove il nostro cuore, le nostre angosce segrete, le nostre speranze superbe, e inchiniamoci sulla pietra che, nella desolazione dell'Altipiano di Trieste, segnò il luogo dove Filippo Corridoni cadde in un tumulto e in una rievocazione di vittoria. »
(Benito Mussolini su "Il Popolo d'Italia", 23 ottobre 1917[11])

Inoltre Corridoni appoggiò Benito Mussolini ed il movimento interventista anche finanziariamente, procurando iscrizioni al Popolo d'Italia anche dal fronte.

Riconoscimenti[modifica | modifica sorgente]

Una delle prime squadre fasciste di Bologna nel 1919 fu la Squadra d'azione Filippo Corridoni; allo stesso tempo, nei primi anni venti gli antifascisti costituirono la Legione Proletaria Filippo Corridoni, che si scontrò con le squadre d'azione di Italo Balbo nei cosiddetti Fatti di Parma all'interno delle formazioni di difesa proletaria.

I fascisti costituirono la 109ª Legione d'assalto "Filippo Corridoni" della Milizia Volontaria di Sicurezza Nazionale (MVSN) di stanza a Macerata e mutarono il nome della sua città natia Pausula in Corridonia. Gli furono intitolati: un sommergibile, istituti scolastici (tra i quali l'Istituto Professionale di Stato per l'Industra e l'Artigianato "F. Corridoni" nel suo comune natale Corridonia), associazioni culturali, cooperative ed è ricordato nella toponomastica di molti comuni italiani.

Nel 1933 gli venne intitolato il Regio Istituto Tecnico di Fermo.

Opere[modifica | modifica sorgente]

  • Le Rovine Del Neo-imperialismo Italico: Libia e Antimilitarismo, 1912
  • Sindacalismo e repubblica, 1945
  • Anticlericali e laici all'avvento del fascismo, 1986
  • Come per andare più avanti ancora Scritti politici e sindacali. A cura di Andrea Benzi, SEB, 2001.
  • Per le mie idee Lettere, frammenti epistolari, cartoline dal fronte. A cura di Andrea Benzi, SEB, 2003.
  • Il fuoco sacro della rivolta. La produzione giornalistica. A cura di Andrea Benzi, SEB, 2006.

Onorificenze[modifica | modifica sorgente]

Medaglia d'oro al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'oro al valor militare
«Soldato volontario e patriota instancabile, col braccio e la parola tutto se stesso diede alla Patria con entusiasmo indomabile. Fervente interventista per la grande guerra, anelante alla vittoria, seppe diffondere la sua tenace fede fra tutti i compagni, sempre di esempio per coraggio e valore. In testa alla propria compagnia, al canto di inni patriottici, muoveva fra i primi e con sereno ardimento all’attacco di difficilissima posizione e tra i primi l’occupava. Ritto, con suprema audacia sulla conquistata trincea, al grido di “Vittoria! Viva l'Italia!” incitava i compagni che lo seguivano a raggiungere la meta, finché cadeva fulminato da piombo nemico.»
— Trincea delle Frasche (Carso), 23 ottobre 1915.

Centenario della morte (1915-2015)[modifica | modifica sorgente]

Il 16 febbraio 2013, l'ammiraglio Giampaolo Di Paola, Ministro della Difesa, ha fatto visita a Corridonia, dando inizio alle solenni celebrazioni dell'eroe, nel Centenario della morte (si è tenuta una cerimonia a Palazzo di Città, quindi il Ministro ha visitato la casa natale di Corridoni)[16][17].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Tullio Masotti, Corridoni, Casa editrice Carnaro, Milano, 1932, pag. 26: "Il giornaletto non veniva messo in vendita: aveva dei sostenitori e lo si distribuiva gratis preferibilmente ai soldati. Corridoni versava alla cassa tutto quello che gli rimaneva dei suoi guadagni. Egli, oltre che redattore e sovventore, si trasformava in attivo distributore del giornale e molto spesso veniva sorpreso ed arrestato sulle porte delle caserme nell'atto di consegnare ai soldati la prosa rivoluzionaria"
  2. ^ Questo al fine di suscitarne la reazione fingendosi un cittadino sdegnato: "Voi, on. Santini, che siete vigile sentinella dell'onore e della vita della Patria e della Dinastia, come non sentite l'anima vostra accendersi degli sdegni più fieri contro l'abbominevole opera di questo giornale che si può pubblicare a Milano? Svegliate i dormienti del governo. La Patria è in pericolo". in Tullio Masotti, Corridoni, Casa editrice Carnaro, Milano, 1932, pag. 27
  3. ^ Corridoni fu arrestato circa trenta volta nella sua pur breve vita
  4. ^ Tullio Masotti, Corridoni, Casa editrice Carnaro, Milano, 1932, pag. 51-52:
  5. ^ Tullio Masotti, Corridoni, Casa editrice Carnaro, Milano, 1932, pag. 64:
  6. ^ Tullio Masotti, Corridoni, Casa editrice Carnaro, Milano, 1932, pag. 87-88-89
  7. ^ a b Ilario Fermi, Corridoni, in La Tribuna illustrata, Anno XI, 28 maggio 1933, pag. 15:
  8. ^ Ad essi rispose: "Chi fa mercato di sé non lo fa per morire, ma per vivere. Siete voi disposti a dare la vita per la vostra idea, come io sono pronto a gettarla per la mia?"
  9. ^ "La grande guerra sta per scoppiare anche per noi: l'agitazione dei gassisti potrebbe trascinare in piazza tutto il proletariato milanese. Il dovere nostro dunque è di non complicare la situazione. Ma questo dovere deve esser sentito e rispettato anche dall'Unione del Gas. In caso contrario riprenderemo la battaglia". Discorso di Filippo Corridoni tenuto alle maestranze il 5 gennaio 1915, in Tullio Masotti, Corridoni, Casa editrice Carnaro, Milano, 1932, pag. 110
  10. ^ Tullio Masotti, Corridoni, Casa editrice Carnaro, Milano, 1932, pag. 180:
  11. ^ a b Filippo Corridoni, Come per andare più avanti ancora. Scritti politici e sindacali. A cura di Andrea Benzi, Seb, 2001.
  12. ^ http://www.grandeguerra.ccm.it/scheda_archivio.php?goto_id=1326
  13. ^ Scheda di Corridoni su chieracostui.com, con un'immagine del monumento.
  14. ^ Curzio Malaparte, Opere Complete, Vallecchi, 1961, pag. 462-463:
  15. ^ Tullio Masotti, Corridoni, Casa editrice Carnaro, Milano, 1932, pag. 143
  16. ^ “Filippo Corridoni esempio per l’Italia di oggi” Il ministro De Paola apre le celebrazioni | Cronache Maceratesi
  17. ^ Il Ministro della Difesa a Corridonia | CronacheMaceratesi TV

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Tullio Masotti, Corridoni, Casa editrice Carnaro, Milano, 1932
  • Curzio Malaparte, De Ambris, Masotti, Rastelli, Filippo Corridoni, Settimo Sigillo, 1988.
  • Andrea Benzi, Filippo Corridoni sindacalista rivoluzionario, Seb.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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