Interventismo

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Con il termine interventismo si definiscono, in riferimento alla storia italiana, le posizioni assunte da alcune correnti politiche e di pensiero favorevoli all'intervento nella I guerra mondiale. Nel lessico comune, l'espressione ha assunto un significato più ampio, riferito all'intervento in qualsiasi tipo di guerra (anche nella forma "fredda" della contrapposizione fra blocchi) e ancora più in generale all'intervento della politica nelle sfere dell'attività pubblica (ad esempio l'interventismo economico).

Il contesto storico[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Prima guerra mondiale.

Nel 1914, all'inizio della guerra mondiale, l'Italia era legata alle potenze della Triplice alleanza, Germania e Austria-Ungheria, ma il patto di natura difensiva non prevedeva la necessità di un intervento al fianco dei due alleati. Del resto, il governo di Vienna non aveva neanche consultato quello di Roma in vista dell'ultimatum alla Serbia. L'Italia, in una prima fase, optò dunque per la neutralità, anche considerando la propria scarsa preparazione militare e presumendo che gli alleati, in caso di vittoria, non avrebbero offerto importanti contropartite per l'intervento di uno stato di minore importanza militare e politica nella Triplice (e infatti, alla vigilia dell'entrata in guerra, fu formalizzata un'offerta che riguardava una parte del Trentino e del Friuli, con l'esclusione di Gorizia e Trieste). In Italia erano inoltre forti i sentimenti irredentisti nei confronti dei territori del Trentino, di Trieste con l'Istria e di Zara con la Dalmazia, ancora sotto il controllo asburgico. A questi si aggiungevano diffusi sentimenti di simpatia per la Triplice intesa ed un patto segreto con la Francia, che di fatto invalidava gli accordi con gli Imperi centrali.

I neutralisti[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Neutralismo.

In questo contesto erano forti le spinte contro l'entrata in guerra. Gran parte del governo, a partire da Giovanni Giolitti, ex presidente del Consiglio dei ministri, si era schierata sul fronte neutralista: sulle linee giolittiane si erano posti in un primo tempo socialisti del calibro di Ivanoe Bonomi, Leonida Bissolati, l'allora direttore dell'Avanti! Benito Mussolini e buona parte del fronte cattolico. Se i liberali giolittiani avevano assunto una posizione prudente, più rivolta alla previsione delle modifiche dell'equilibrio sociale derivanti da una guerra, sul fronte cattolico vi erano posizioni più diversificate: dalla posizione reazionaria, di un'ostilità allo Stato liberale animata da una base filosofica che descriveva la guerra come una punizione divina contro la degenerazione dei costumi politici e sociali, a quella democratico-popolare, che interpretava le esigenze delle classi medio-povere, ben lontane dalla guerra. Per i socialisti, infine, la posizione neutralista fu una naturale conseguenza della tradizione internazionalista di costanza pacifista, ma in Italia questa assunse una sfumatura lievemente diversa, basata sulla formula del "né aderire né sabotare", seguendo la quale si discostarono dalla Seconda internazionale negando alla Camera l'approvazione dei crediti di guerra.

Gli interventisti[modifica | modifica wikitesto]

Benito Mussolini in divisa da bersagliere

L'inizialmente più ristretto fronte interventista aveva però una linea di comunicazione più decisa, basata sul diffuso sentimento anti-austriaco e sull'idea che l'egemonia della Germania in Europa avrebbe frustrato le aspirazioni nazionali italiane. Ne facevano parte forze politiche di natura profondamente diversa: oltre al punto di forza dello schieramento, i nazionalisti, vi era una componente neo-risorgimentale e irredentista che aveva un riferimento in Cesare Battisti e vedeva la Grande Guerra come una quarta guerra di indipendenza, necessario punto di arrivo delle lotte di riscatto nazionale, e una componente più democratica, che invece pensava alla guerra come un'opportunità per consolidare l'unità nazionale intervenendo sulla pesante frattura fra Stato e classi sociali medio-basse derivato dal processo di unificazione nazionale; ma anche sfumature liberali rappresentate da Antonio Salandra e Sidney Sonnino. Vi era inoltre il fronte dell'interventismo di sinistra, costituito dal sindacalismo rivoluzionario, nato dalle espulsioni operate all'interno dell'Unione Sindacale Italiana (USI) e guidato da Filippo Corridoni (questi ultimi speravano che la guerra avrebbe portato al crollo dei regimi borghesi); da Benito Mussolini, espulso appositamente dal partito socialista e dalla direzione dell'Avanti!, con il suo nuovo Popolo d'Italia; e dai futuristi, capeggiati da Filippo Tommaso Marinetti ed Umberto Boccioni, e fedeli al loro manifesto in cui la guerra era definita "sola igiene del mondo":

« Noi vogliamo glorificare la guerra - sola igiene del mondo - il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore del liberatori, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna »
(Filippo Tommaso Marinetti, Il manifesto del Futurismo, Le Figaro, 20 febbraio 1909)

A questo schieramento composito si aggiunse in un secondo tempo il fronte degli interventisti democratici, da Leonida Bissolati a Gaetano Salvemini, dai repubblicani al Corriere della Sera diretto da Luigi Albertini.

Inoltre un altro interventista è stato Gabriele D'Annunzio, poeta appartenente alla corrente letteraria del Decadentismo.

L'intervento in guerra[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1915 il fronte interventista aveva assunto posizioni molto meno marginali nel Paese: i vertici del governo, convinti allora che l'intervento militare avrebbe potuto riportare l'Italia allo slancio patriottico e all'unità nazionale, ma soprattutto che si sarebbero allentate così le tensioni sociali che avevano avuto uno sfogo nella settimana rossa, valutarono con consistenza la possibilità di schierarsi con l'Intesa.

Dopo avere trattato sia con gli alleati della Triplice che con l'Intesa, il 26 aprile 1915 il governo Salandra si decise a firmare il Patto di Londra, che in cambio di un'entrata in guerra entro un mese accordava all'Italia in caso di vittoria il Trentino, il Tirolo fino al Brennero (Alto Adige), la Venezia Giulia, l'intera penisola istriana, con l'esclusione di Fiume, una parte della Dalmazia, numerose isole dell'Adriatico, l'arcipelago del Dodecaneso, la base di Valona in Albania e il bacino carbonifero di Adalia in Turchia. L'opposizione insorse, chiedendo le dimissioni del governo Salandra, ma fu di fatto sconfessata dalla casa regnante che affidò nuovamente l'incarico di governo allo stesso Salandra, approvando così il Patto di Londra e l'intervento militare. L'interventismo così scelse la via della piazza, mentre il fronte neutralista arretrava ed il Parlamento si trovò di fronte ad una guerra già dichiarata nei fatti, per una dichiarazione di intervento ratificata il 20 maggio e dichiarata il 24 maggio dal governo.

Note[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Procacci, Giuliano, Storia degli italiani, Laterza. ISBN 88-420-5454-2
  • Stefano Fabei, Guerra e proletariato, Introduzione di Enrico Galmozzi, Milano, 1996.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]