Manifesto del futurismo

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Il Manifesto del futurismo (vedi testo) fu scritto da Filippo Tommaso Marinetti e rilasciato in forma declamatoria per fornire una raccolta concisa di pensieri, convinzioni e intenzioni dei Futuristi il 5 febbraio 1909.

Uccidiamo il chiaro di luna!, uno dei tanti manifesti futuristi di Marinetti

Pubblicazione[modifica | modifica sorgente]

Il Manifesto del Futurismo apparve in anteprima sul Giornale dell’Emilia di Bologna, in data 5 febbraio 1909[1].

Con il titolo Manifesto iniziale del Futurismo fu pubblicato in francese sulla prima pagina del quotidiano Le Figaro di Parigi il 20 febbraio 1909.[2]

Era stato prima pubblicato in Italia all'inizio di febbraio 1909 da diversi quotidiani:[2]

e dalla rivista settimanale di Napoli Tavola rotonda il 14 febbraio.[2]

Quando il testo fu pubblicato sul quotidiano parigino Le Figaro, il Manifesto raggiunse però una fama internazionale. Nacque come reazione alla cultura borghese dell'Ottocento, compreso il decadentismo dannunziano. "Parole in libertà" dovevano sostituire la retorica tradizionale.

Manifesto del Futurismo
Le Figaro - 20 febbraio 1909
  1. Noi vogliamo cantare l'amor del pericolo, l'abitudine all'energia e alla temerità.
  2. Il coraggio, l'audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia.
  3. La letteratura esaltò fino ad oggi l'immobilità pensosa, l'estasi ed il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l'insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno.
  4. Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova; la bellezza della velocità. Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall'alito esplosivo... un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia.
  5. Noi vogliamo inneggiare all'uomo che tiene il volante, la cui asta ideale attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita.
  6. Bisogna che il poeta si prodighi con ardore, sfarzo e munificenza, per aumentare l'entusiastico fervore degli elementi primordiali.
  7. Non v'è più bellezza se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro. La poesia deve essere concepita come un violento assalto contro le forze ignote, per ridurle a prostrarsi davanti all'uomo.
  8. Noi siamo sul promontorio estremo dei secoli!... Perché dovremmo guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le misteriose porte dell'impossibile? Il Tempo e lo Spazio morirono ieri. Noi viviamo già nell'assoluto, poiché abbiamo già creata l'eterna velocità onnipresente.
  9. Noi vogliamo glorificare la guerra - sola igiene del mondo - il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna.
  10. Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d'ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica e utilitaria.
  11. Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa: canteremo le maree multicolori e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri, incendiati da violente lune elettriche; le stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano; le officine appese alle nuvole per i contorti fili dei loro fumi; i ponti simili a ginnasti giganti che scavalcano i fiumi, balenanti al sole con un luccichio di coltelli; i piroscafi avventurosi che fiutano l'orizzonte, e le locomotive dall'ampio petto, che scalpitano sulle rotaie, come enormi cavalli d'acciaio imbrigliati di tubi, e il volo scivolante degli aeroplani, la cui elica garrisce al vento come una bandiera e sembra applaudire come una folla entusiasta.

È dall'Italia che noi lanciamo per il mondo questo nostro manifesto di violenza travolgente e incendiaria col quale fondiamo oggi il FUTURISMO perché vogliamo liberare questo paese dalla sua fetida cancrena di professori, d'archeologi, di ciceroni e d'antiquari. Già per troppo tempo l'Italia è stata un mercato di rigattieri. Noi vogliamo liberarla dagli innumerevoli musei che la coprono tutta di cimiteri.

Filippo Tommaso Marinetti

Relazioni con fascismo e progresso[modifica | modifica sorgente]

In generale, le relazioni tra Futurismo e Fascismo non sono per nulla chiare, ma la violenza verbale e metaforica di questo manifesto può aiutare a spiegare perché il Fascismo avrà modo di usare con successo il suo stile ed il suo aspetto tipicamente nazionalista. Fu infatti un movimento che sulla scia della metafora della "guerra sola igiene del mondo", consumò sul fronte i suoi migliori talenti (Umberto Boccioni e Antonio Sant'Elia).

Ciò che fu il limite della letteratura italiana alla fine dell'Ottocento, la sua mancanza di contenuti forti, il suo quieto e passivo laissez faire, venne immediatamente combattuto dai Futuristi (vedi art. 1, 2, 3) e la loro reazione comprese l'uso dell'eccesso, che provò l'esistenza di una sopravvissuta e dinamica classe intellettuale italiana.

Nel periodo in cui l'industria cresceva d'importanza in tutta Europa, i Futuristi sentivano il bisogno di confermare che l'Italia è presente, ha un'industria, ha il potere di prendere parte a questa nuova esperienza, saprà trovare l'essenza superiore del progresso, attraverso i suoi simboli: l'automobile e la sua velocità (vedi art. 4).

Inoltre, i Futuristi confermarono che la letteratura non sarebbe stata sorpassata dal progresso. Avrebbe assorbito il progresso nella sua evoluzione e avrebbe dimostrato che il progresso era quello che era perché l'Uomo lo avrebbe usato per lasciar esplodere sinceramente la sua natura, che è fatta di istinto. L'Uomo reagisce contro la forza potenzialmente soverchiante del progresso, e grida forte la sua centralità. L'Uomo userà la velocità, non il contrario (vedi art. 5 e 6). Un altro punto in comune col fascismo è l'interpretazione della guerra come "igiene" del mondo tramite cui esso viene purificato da ogni male. La poesia, la voce dello spirito, aiuterà l'Uomo nel permettere alla sua anima di essere parte di tutto questo (vedi art. 6 e 7), indicando un nuovo concetto di bellezza che si rifarà all'istinto umano per la lotta.

Il senso della storia non può essere lasciato da parte: questo è un momento speciale, molte cose stanno per cambiare in nuove forme e nuovi contenuti, ma l'Uomo sarà in grado di passare attraverso questi cambiamenti, (vedi art. 8) portando con sé ciò che gli deriva dall'inizio della civilizzazione.

Uno degli articoli più particolari è l'articolo 9, nel quale la guerra viene definita come una specie di bisogno per lo spirito umano, una purificazione che permette e favorisce l'idealismo. Alcuni hanno detto che questa definizione data dai Futuristi avrà in seguito influenzato i movimenti di massa che pochi anni dopo daranno consistenza al totalitarismo, principalmente in Italia, Germania e, in forma differente, in Russia.

La pesante provocazione inclusa nell'articolo 10 è una logica conseguenza di tutto quanto detto sopra.

Si deve notare che questo manifesto apparve molto prima che avvenisse uno qualsiasi dei fatti dirompenti del XX secolo che immediatamente vengono richiamati alla memoria come potenziale significato concreto di questo testo. E molti di essi non potevano neanche essere immaginati. La Rivoluzione Russa è la prima di queste rivoluzioni "descritte" dall'articolo 11, ma che avvenne diversi anni dopo.

Riferimenti[modifica | modifica sorgente]

  • Il Dj Alessio Bertallot ha prodotto una canzone che ha come base il manifesto del futurismo: il pezzo si intitola "L'uomo che tiene il volante"

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Giovanni Lista, F. T. Marinetti, Éditions Seghers, coll. "Poètes d'Aujourd'hui", Paris, 1976
  2. ^ a b c Giordano Bruno Guerri, Filippo Tommaso Marinetti, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2009, ISBN 978-88-0459568-7. p. 67
  3. ^ La Gazzetta di corsa con Marinetti Articolo di Luca Traini a pag.15 della Gazzetta di Mantova dell'8 febbraio 2009
  4. ^ Lo stesso quotidiano veronese (ora con testata L'arena) ha ripubblicato quelle pagine il 18 maggio 2008 a pagina 57, sulla base di ricerche dello studioso veronese Antonio Pantano.

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