Corporativismo

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« Chi dice lavoro, dice borghesia produttiva e classi lavoratrici delle città e dei campi. Non privilegi alla prima, non privilegi alle ultime ma tutela di tutti gli interessi che armonizzano con quelli della produzione e della nazione »
(Dal discorso pronunciato in parlamento il 16 novembre 1922 da Benito Mussolini)

Il termine corporativismo in senso proprio deriva dalle Corporazioni delle arti e mestieri, che controllavano la vita cittadina in molti Liberi Comuni dell'Italia medievale: il termine intende richiamare i cosiddetti "corpi sociali", cioè le associazioni intermedie tra uomo ed autorità politica che formano la società civile. Nel 1891 il corporativismo venne richiamato dall'enciclica Rerum Novarum, in ottica cattolica.

Il corporativismo è una dottrina propria anche del Fascismo, codificata nella Carta del Lavoro del 1927 e poi sviluppata. Il corporativismo regolò la vita economica e sindacale italiana durante il fascismo prima e la Repubblica Sociale Italiana poi, in ottica di collaborazione di classe, nel dichiarato intento del regime di creare una "terza via" tra capitalismo e marxismo per la risoluzione dei conflitti tra le classi sociali.

Cenni storici[modifica | modifica wikitesto]

Italia, 1922-1943[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Corporazione proprietaria.

Una volta consolidato il proprio controllo politico sull'Italia, il Fascismo assunse l'iniziativa anche in campo economico-sociale, con l'intento di adottare una soluzione che comportasse il superamento dei problemi economico-finanziari dell'epoca e l'obsolescenza tanto del liberalismo quanto del socialismo marxista.

La nuova ricetta che avrebbe dovuto, tra l'altro, consentire di eliminare la lotta di classe con la sua conflittualità sociale ed il danno da essa recante allo sviluppo economico, fu il corporativismo: lavoratori e datori di lavoro furono associati all'interno di un'ampia gamma di corporazioni, corrispondenti alle varie attività economiche, poste sotto il controllo del governo e riunite nella "Camera dei Fasci e delle Corporazioni". A causa dell'origine sindacal-rivoluzionaria del Fascismo (in cui rientra Filippo Corridoni che, nel pamphlet "Sindacalismo e Repubblica", indicò la socializzazione delle imprese come obiettivo ultimo della nascente "Sinistra Nazionale"), Mussolini trovò opposizione nelle sue riforme economiche da parte delle forze più conservatrici dello Stato quali la monarchia, i pensatori conservatori e la Chiesa; oltre a quella della plutocrazia e della massoneria

.

Lo Stato corporativo rappresentò, nella visione di Enrico Corradini e di Ugo Spirito, la destra idealista di stampo hegeliano. Lo Stato corporativo applicò, nel mondo delle attività commerciali e produttive, il precetto mussoliniano secondo cui "l'individuo non esiste se non in quanto è nello Stato e subordinato alla necessità dello Stato". Spettava quindi allo Stato, per mezzo delle corporazioni, definire quale fosse la giusta mercede invece di affidarsi al vecchio meccanismo della domanda e dell'offerta, scardinando completamente il liberismo economico (a differenza del quale è la "Corporazione proprietaria", cioè l'azienda socializzata, a decidere i prezzi) e guidando l'economia ai superiori interessi dello Stato. Ciò senza cadere nella burocratizzazione livellatrice del bolscevismo, ma utilizzando la tassazione come mezzo di pianificazione.

Secondo Benito Mussolini, il corporativismo "è la pietra angolare dello Stato fascista, anzi lo Stato fascista o è corporativo o non è fascista".[1]

Il meccanismo corporativo subisce comunque molteplici cambiamenti in via di applicazione: condizione giuridica e competenze delle corporazioni vengono modificate con una serie di leggi e disposizioni che si succedono con scadenza poco meno che annuale.

Un'importante legge dell'aprile 1926 proibì scioperi e serrate, istituendo una speciale magistratura del lavoro.

Il 2 luglio dello stesso anno fu creato il nuovo Ministero delle Corporazioni. Le sue attribuzioni risultarono piuttosto ampie: esso infatti non solo ebbe competenze sul controllo e sulla regolamentazione dei salari e delle condizioni del lavoro, ma anche sull'alta direzione dell'intera economia nazionale. Lo stesso Mussolini nel dicembre del 1926 si dichiarò convinto di poter realizzare, attraverso il meccanismo corporativo, la mobilitazione civile ed economica di tutti gli italiani.

La legislazione sociale[modifica | modifica wikitesto]

Nell'aprile del 1927 fu pubblicata la Carta del lavoro, salutata come il documento fondamentale della rivoluzione fascista. Secondo il suo autore principale, Giuseppe Bottai, grazie a questa carta l'Italia si trovò ad essere il paese più avanzato del mondo nel campo della legislazione del lavoro. Con essa fu istituito il tribunale del lavoro, col compito di giudicare i conflitti fra capitale e lavoro al di fuori delle rivendicazioni violente di tutte le classi sociali, in quanto non tollerando lo Stato nessuna forma di giustizia privata, sia in campo civile che penale, questa sarebbe stata vietata anche sul luogo di lavoro (decisione in cui rientrano i divieti di scioperi e serrate, già ribaditi in precedenza).

Con legge n. 206 del 20 marzo 1930, il Consiglio Nazionale delle Corporazioni, già istituito con regio decreto del 2 luglio 1926, divenne organo costituzionale e fu inaugurato il 22 aprile dello stesso anno.

Il 19 gennaio 1939 venne istituita la Camera dei Fasci e delle Corporazioni, che sostituiva la Camera dei deputati, e tenne la sua seduta inaugurale il 23 marzo dello stesso anno.

A questo si aggiunse l'imponente legislazione sociale del fascismo, di cui ricordiamo, per completezza, solo alcuni provvedimenti molto importanti:

  • Tutela lavoro donne e fanciulli - (R.D. 653/1923);
  • Maternità e infanzia - (R.D. 2277/1923);
  • Assistenza ospedaliera per i poveri - (R.D. 2841/1923);
  • Assicurazione contro la disoccupazione - (R.D. 3158/1923);
  • Assicurazione invalidità e vecchiaia - (R.D. 3184/1923);
  • Riforma “Gentile” della scuola - (R.D. 2123/1923);
  • Assistenza illegittimi e abbandonati - (R.D. 798/1927);
  • Assicurazione obbligatoria contro la tubercolosi - (R.D. 2055/1927);
  • Esenzioni tributarie famiglie numerose - (R.D. 312/1928);
  • Assicurazione obbligatoria contro malattie professionali - (R.D. 928/1929);
  • Opera nazionale orfani di guerra - (R.D. 1397/1929);
  • Istituto nazionale assicurazione infortuni sul lavoro I.N.A.I.L. - (R.D. 264/1933);
  • Istituzione libretto di lavoro - (R.D. 112/1935);
  • Istituto nazionale per la previdenza sociale I.N.P.S. - (R.D. 1827/1935);
  • Riduzione settimana lavorativa a 40 ore - (R.D. 1768/1937);
  • Ente comunale di assistenza E.C.A. - (R.D. 847/1937);
  • Assegni familiari - (R.D. 1048/1937);
  • Casse rurali ed artigiane - (R.D. 1706/1937);
  • Tessera sanitaria per addetti servizi domestici - (R.D. 1239 23/06/1939);
  • Istituto nazionale per le assicurazioni contro le malattie I.N.A.M. - (R.D. 318/1943).

Repubblica Sociale Italiana, 1943-1945[modifica | modifica wikitesto]

Durante la RSI, con la fuga di parte della componente capitalista e plutocratica, si ebbero nuovi tentativi di rivoluzionare il sistema economico. Se il corporativismo inserito in un'ottica sociale di interessi divergenti tra proprietari e dipendenti appare utopistico e demagogico, diversa è la situazione in un sistema economico aziendale socializzato, nel quale tutti hanno uguali diritti e doveri, senza padroni e dipendenti. In questo caso il corporativismo funge da organo facente le funzioni del padrone, non più esistente come soggetto privato, sostituito adesso da un'assemblea di tutti i lavoratori che, al tempo stesso, possiedono e lavorano nell'azienda stessa. La quale cosa, è, in definitiva, il corporativismo.

« I nostri programmi sono decisamente rivoluzionari le nostre idee appartengono a quelle che in regime democratico si chiamerebbero "di sinistra"; le nostre istituzioni sono conseguenza diretta dei nostri programmi; il nostro ideale è lo Stato del Lavoro. Su ciò non può esserci dubbio: noi siamo i proletari in lotta, per la vita e per la morte, contro il capitalismo. Siamo i rivoluzionari alla ricerca di un ordine nuovo. Se questo è vero, rivolgersi alla borghesia agitando il pericolo rosso è un assurdo. Lo spauracchio vero, il pericolo autentico, la minaccia contro cui lottiamo senza sosta, viene da destra. A noi non interessa quindi nulla di avere alleata, contro la minaccia del pericolo rosso, la borghesia capitalista: anche nella migliore delle ipotesi non sarebbe che un'alleata infida, che tenterebbe di farci servire i suoi scopi, come ha già fatto più di una volta con un certo successo. Sprecare parole per essa è perfettamente superfluo. Anzi, è dannoso, in quanto ci fa confondere, dagli autentici rivoluzionari di qualsiasi tinta, con gli uomini della reazione di cui usiamo talvolta il linguaggio »
(Benito Mussolini, Milano, 22 aprile 1945[2])

Il Decreto del Capo della Repubblica n. 853 del 20 dicembre 1943 costituisce la Confederazione Generale del Lavoro, della Tecnica e delle Arti (C.G.L.T.A.) come la base del sistema corporativo della Repubblica Sociale Italiana. Suo scopo era di essere un contenitore organizzativo di tutte le singole corporazioni, rifondate sulla base delle nuove regole stabilite nel Congresso di Verona. Secondo queste regole, le corporazioni avrebbero rappresentato ognuna un settore produttivo, secondo lo schema già esistente, e avrebbero rappresentato ogni ambito produttivo e, indirettamente, ogni lavoratore secondo una logica organicistica, in previsione della creazione della democrazia organica.

Stato corporativo[modifica | modifica wikitesto]

La concezione dello Stato corporativo risponde alla necessità di superare i limiti dello Stato liberale e dello Stato socialista. Lo Stato fondato sul corporativismo è di difficile attuazione nella sua forma più pura, in quanto rappresenta l’ideale stato della società civile in cui i governanti appartengono ad una categoria del tutto avulsa dalla produzione: non è la classe dirigente dello Stato liberale né di quello Socialista. La classe dirigente del sano Stato corporativo deve essere super partes. In caso contrario si trasformerebbe nella cinghia di trasmissione degli interessi della classe dominante. Ciò implica l'impossibilità di attuare uno Stato pienamente corporativo in un contesto democratico, in quanto la democrazia prevede ancora l'esistenza della lotta di classe.

In Italia, la prima nazione dove lo Stato corporativo tentò l'applicazione, il secondo conflitto mondiale infranse l'esperimento in una fase cruciale, a causa dell'isolamento internazionale provocato dalle sanzioni e dall'autarchia.

Negli U.s.a., il tentativo di introdurre lo Stato corporativo viene fatto risalire al National Industrial Recovery Act (N.I.R.A.) ed alla National Recovery Administration (N.R.A.), che aveva il compito di sovraintendere alla stesura delle norme di concorrenza leale. L'N.R.A. aveva sorprendenti affinità con il sistema fascista di organizzazione industriale in Italia, sebbene senza la brutalità e i metodi di stato di polizia di quest'ultimo. L'N.R.A era sostanzialmente un sistema di pianificazione economica privata (autogoverno industriale), con supervisione governativa. Il 27 maggio 1935 l'N.R.A. fu dichiarata incostituzionale dalla Corte suprema[3]. Sostanzialmente, la stesura del codice sulle norme di concorrenza leale da parte della N.R.A. rappresentava una delega incostituzionale del potere legislativo in violazione della Commerce Clause.

Nello storico suo discorso del 14 novembre 1933[4] al Consiglio nazionale delle Corporazioni, Benito Mussolini dichiarò: il corporativismo è l'economia disciplinata, e quindi anche controllata, perché non si può pensare a una disciplina che non abbia un controllo. Il corporativismo supera il socialismo e supera il liberismo; crea una nuova sintesi.

Erra chi crede che "Stato corporativo" significhi soltanto Stato fondato sulle "Corporazioni". "Stato corporativo" e "Stato fascista" sono termini equivalenti, poiché, come disse Benito Mussolini: lo Stato fascista è corporativo, o non è fascista.

Non si deve credere quindi che il corporativismo sia soltanto l'insieme delle istituzioni che hanno il fine di regolare i rapporti fra i datori di lavoro e i lavoratori. Questa è solo una parte del corporativismo. Il corporativismo non regola solamente la questione sociale, ma è un nuovo sistema di organizzazione, di vita e di attività della collettività nazionale e dello Stato nel campo economico e politico. Il corporativismo è un nuovo ordinamento dello Stato in cui tutte le forze politiche e tutti gli organi vengono fatti convergere verso il maggiore potenziamento e verso il massimo benessere della collettività, sulla base di un'unica sovranità: quella dello Stato. È una nuova organizzazione della nazione in cui le attività degli individui e dei gruppi sociali sono sempre subordinati ai superiori fini nazionali.

In altri termini, lo Stato è corporativo (e quindi fascista) non solamente in campo economico, ma pure nel campo costituzionale, amministrativo e politico. Il concetto di "Stato corporativo" non è unicamente un concetto politico ma è altresì ed essenzialmente un concetto giuridico che riguarda la struttura dello Stato medesimo.

In conclusione, lo Stato corporativo fascista si chiama così non perché sia fondato soltanto sulle corporazioni, ma perché è uno Stato nel quale l'organizzazione, la vita e l'attività economica, sociale e politica sono fondate sul corporativismo.[5]

Una riproposizione in chiave moderna del concetto giuridico del corporativismo è rappresentato oggi in Italia dalle cosiddette Autorità amministrative indipendenti.

La questione del corporativismo giuridico nelle istituzioni europee è ben riassunto nella interpellanza 09.3256 del 20 marzo 2009 al Consiglio federale svizzero e relativa risposta del 3 marzo 2010[6][7].

Le corporazioni durante il regime fascista[modifica | modifica wikitesto]

Il concetto di fondo si basava sulla diversa concezione che la dottrina fascista aveva del rapporto tra l'Uomo, lo Stato e l'economia. I precedenti governi liberali ritenevano che lo Stato dovesse limitarsi a garantire le libertà individuali con l'ordine, assistendo indifferenti a scioperi e serrate, senza considerare il fatto che, anche se tali lotte interessavano solo singole categorie, tutta la nazione riceveva comunque un danno. Il fascismo partì invece da un principio del tutto opposto. Esso considera i cittadini non come entità particolari, ma altresì organiche di un tutto che è lo Stato, affermando quindi che il dovere dello Stato è di intervenire per mantenere non solo l'ordine, ma anche la giustizia e la pace sociale tra le diverse classi. Questo perché ritiene che l'interesse supremo sia non quello dell'individuo, quanto quello nazionale. A questo proposito tutti i cittadini vennero inquadrati all'interno di sindacati, suddivisi in base alle affinità professionali e giuridicamente riconosciuti come organi dello Stato stesso. I vari sindacati fascisti rappresentano quindi una determinata categoria di persone, che esercita una certa attività produttiva e che stipula contratti collettivi di lavoro, che acquistano valore per tutta la categoria stessa.

I sindacati si raggruppano in tre confederazioni:

Confederazione dei Datori di Lavoro (suddivisa in settori di attività: agricoltura, industria, commercio, credito);
Confederazione dei Lavoratori (suddivisa in settori di attività: agricoltura, industria, commercio, credito);
Confederazione dei Professionisti ed Artisti.

A questo livello datori di lavoro e lavoratori erano separati dalla tutela dei rispettivi interessi ma, siccome la priorità va all'interesse collettivo, i rappresentanti dei vari sindacati fascisti (sia dei datori che dei lavoratori quindi) si riuniscono nelle corporazioni, che comprendono tutti i fattori di produzione.

La legge del 5 febbraio 1934 stabilì le 22 corporazioni:

  • Cereali
  • Orto-floro-frutticoltura
  • Viti-vinicola e olearia
  • Zootecnia e pesca
  • Legno
  • Tessile
  • Abbigliamento
  • Siderurgia e metallurgia
  • Meccanica
  • Chimica
  • Combustibili liquidi e carburanti
  • Carta e stampa
  • Costruzioni edili
  • Acqua, gas ed elettricità
  • Industrie estrattive
  • Vetro e ceramica
  • Comunicazioni interne
  • Mare e aria
  • Spettacolo
  • Ospitalità
  • Professioni e arti
  • Previdenza e credito[8]


all'interno di esse, i sindacati si distribuiscono secondo il ciclo produttivo: ogni corporazione comprende infatti tutti i sindacati di ogni ramo di produzione, andando a formare tre gruppi:

a) Corporazioni a ciclo produttivo agricolo, industriale e commerciale;
b) Corporazioni a ciclo produttivo industriale e commerciale;
c) Corporazioni per le attività produttrici di servizi.

Obbiettivo risulta quindi il tentativo di armonizzare, nell'interesse nazionale, gli interessi divergenti dei vari rami e categorie produttive, dando rappresentanza a tutte e riunendole in modo da concorrere al bene collettivo. Si tenta quindi di elevare la figura del lavoratore dipendente con vari istituti, tra i quali spicca l'Opera Nazionale Dopolavoro, creata nel 1925.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Dal discorso del 1º ottobre 1930 in Valentino Piccoli, Carlo Ravasio, Scritti e discorsi di Benito Mussolini, Hoepli, Milano, 1934
  2. ^ Il manuale delle guardie nere, Ed. reprint
  3. ^ Rondo Cameron - Larry Neal, Storia economica del mondo II volume, Ed. Il Mulino, Bologna, 2002
  4. ^ [1], Discorso del 14 novembre 1933, Benito Mussolini
  5. ^ Pietro Fedele, Grande Dizionario Enciclopedico - UTET
  6. ^ 09.3256 - Trattati internazionali indenunciabili - Curia Vista - Atti parlamentari - L'Assemblea federale - Il Parlamento svizzero
  7. ^ Bundesamt für Informatik und Telekommunikation BIT
  8. ^ Marco Palla, Mussolini e il fascismo, Collana XX secolo, Giunti editore, pag. 74

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Claudio Schwarzenberg, Il sindacalismo fascista, Mursia, 1972.
  • Luca Leonello Rimbotti, Il fascismo di sinistra. Da Piazza San Sepolcro al Congresso di Verona, Settimo Sigillo, 1989.
  • Giano Accame, Il Fascismo immenso e rosso, Settimo Sigillo, 1990.
  • Realino Marra, Aspetti dell’esperienza corporativa nel periodo fascista, in «Annali della Facoltà di Giurisprudenza di Genova», XXIV-1.2, 1991-92, pp. 366–79.
  • Enrico Landolfi, Ciao, rossa Salò. Il crepuscolo libertario e socializzatore di Mussolini ultimo, Edizioni dell'Oleandro, 1996.
  • Arrigo Petacco, Il comunista in camicia nera, Nicola Bombacci tra Lenin e Mussolini, Mondadori, 1997.
  • Paolo Buchignani, Fascisti rossi, Mondadori, 1998.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

  • Giuseppe Bottai, «CORPORATIVISMO» la voce nella Enciclopedia Italiana - I Appendice, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1938.
  • A. Ans., «CORPORATIVISMO» la voce nella Enciclopedia Italiana - II Appendice, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1948.
  • Daniela Parisi, «CORPORATIVISMO» in Il contributo italiano alla storia del pensiero - Economia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2012.
  • Corporativismo in Tesauro del Nuovo Soggettario, BNCF, marzo 2013.