Socializzazione dell'economia (fascismo)

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Con il termine socializzazione si indicava genericamente fino al 1943 una forma di trasformazione sociale dell'economia in cui la proprietà dei mezzi di produzione, delle industrie e dei servizi passava dai privati alla proprietà pubblica o, più estensivamente, alla collettività.

Indice

[modifica] La socializzazione nel fascismo

Il termine venne assunto nel 1943 per indicare una dottrina economica proposta dal fascismo all'interno di un sistema economico corporativista; la socializzazione fascista avrebbe dovuto costituire, nelle intenzioni dei suoi proponenti, la "terza via" in contrapposizione ai due maggiori sistemi economici del Novecento, il capitalismo ed il comunismo sia per quanto riguarda l'economia sia per i suoi riflessi conseguenti sul piano sociale. Essa fu elaborata anche dal già comunista Nicola Bombacci, il quale per sua parte attinse per quest'opera dalle teorie dell'anarchico ucraino Nestor Ivanovyč Machno, dal fabianesimo, e dal distributismo geselliano. Stretto amico del Duce Benito Mussolini, Nicola Bombacci collaborò difatti a questa politica economica della Repubblica Sociale Italiana senza mai rinnegare il suo ideale comunista, ma facendolo collimare con la forte politica sociale fascista.

La definizione originaria era "corporazione proprietaria", ovvero la corporazione che diventa proprietaria dell'azienda[1].

La socializzazione si trovò affiancata agli altri due "capisaldi" dell'ideologia economica dell'ultimo fascismo: il "corporativismo" e la "fiscalità monetaria", come base del sistema politico della democrazia organica.

« I nostri programmi sono decisamente rivoluzionari le nostre idee appartengono a quelle che in regime democratico si chiamerebbero "di sinistra"; le nostre istituzioni sono conseguenza diretta dei nostri programmi; il nostro ideale è lo Stato del Lavoro. Su ciò non può esserci dubbio: noi siamo i proletari in lotta, per la vita e per la morte, contro il capitalismo. Siamo i rivoluzionari alla ricerca di un ordine nuovo. Se questo è vero, rivolgersi alla borghesia agitando il pericolo rosso è un assurdo. Lo spauracchio vero, il pericolo autentico, la minaccia contro cui lottiamo senza sosta, viene da destra. A noi non interessa quindi nulla di avere alleata, contro la minaccia del pericolo rosso, la borghesia capitalista: anche nella migliore delle ipotesi non sarebbe che un'alleata infida, che tenterebbe di farci servire i suoi scopi, come ha già fatto più di una volta con un certo successo. Sprecare parole per essa è perfettamente superfluo. Anzi, è dannoso, in quanto ci fa confondere, dagli autentici rivoluzionari di qualsiasi tinta, con gli uomini della reazione di cui usiamo talvolta il linguaggio »
(Benito Mussolini, Milano, 22 aprile 1945)

[modifica] Storia e definizione

Tale teoria economica - che trovò attuazione nel Febbraio 1944, anche per via delle vicende della seconda guerra mondiale, della diffidenza degli occupanti tedeschi verso tale teoria - venne elaborata e prevista nel manifesto di Verona, documento che conteneva il programma politico del Partito Fascista Repubblicano, allora alla guida della neo costituita Repubblica Sociale Italiana. Il manifesto fu presentato durante il Congresso del PFR tenutosi a Verona il 14 novembre 1943. Fino allora ogni realistico tentativo di apporre più ardite modifiche al sistema economico italiano era naufragato di fronte all'ostracismo dei poteri economici.

Nel Manifesto di Verona si affermava che la base della Repubblica sociale e della dottrina economica del Partito Fascista Repubblicano è il lavoro (articolo 9); che la proprietà privata, frutto di lavoro e risparmio sarebbe stata garantita ma non si sarebbe dovuta per ciò trasformare in entità disgregatrice della personalità altrui sfruttandone il lavoro (articolo 10). Tutto ciò che era di interesse collettivo, da un punto di vista economico si sarebbe dovuto nazionalizzare (articolo 11). Nelle aziende sarebbe stata avviata e regolata la collaborazione tra maestranze e operai per la ripartizione degli utili e per la fissazione dei salari (articolo 12). In agricoltura le terre incolte o mal gestite sarebbero state espropriate e riassegnate a favore di braccianti e cooperative agricole (articolo 13). L'Ente Nazionale per la casa del popolo avrebbe avuto l'obbiettivo di fornire una casa in proprietà a tutti (articolo 15). Si sarebbe costituito un sindacato dei lavoratori, obbligatorio, e avrebbe riunito tutte le categorie (articolo 16).

La socializzazione viene considerata la dottrina economica tipica dell'ultimo fascismo mentre quella del primo fascismo era prettamente basata sulla dottrina corporativista contenuta nella Carta del Lavoro.

« Troppo capitalismo non significa troppi capitalisti, ma troppo pochi capitalisti[2] »

(ovvero: troppo capitalismo significa troppo pochi capitalisti e quindi troppo denaro nelle mani di pochi).

La base della socializzazione è la totale assenza di lavoro dipendente, ovvero ogni entità produttiva apparterrebbe in egual misura a tutti i suoi lavoratori, senza più padroni né dipendenti. Ciò a differenza del capitalismo, dove un'entità produttiva è di proprietà di una persona o di una società di persone anche estranee alla produzione, mentre la produzione è affidata a lavoratori dipendenti. E a differenza del comunismo, dove la proprietà è sostituita "dallo stato" ("dittatura del proletariato") e viene gestita tramite burocrati di nomina politica, spesso incompetenti e disinteressati ai lavoratori ed al buon funzionamento della produzione. La socializzazione non abolisce il sistema capitalista ma solamente ridistribuisce la proprietà ed elimina i rapporti umani di sudditanza e dipendenza salariati (che siano essi da parte di altre persone o dallo "stato"), confidando sulla naturale maggior responsabilizzazione dei lavoratori di fronte all' autogestione del loro lavoro e del loro capitale. Similmente al capitalismo, la teoria socializzatrice prevede il diritto alla proprietà privata, la libertà d' iniziativa economica, il rispetto della legge della "domanda-offerta" e della libera concorrenza. Tuttavia la grande differenza sta nell'autogestione di tutto ciò, dando quindi perlomeno un senso di controllo della propria vita a tutti i lavoratori ed uno stimolo alla partecipazione. La socializzazione, a differenza della collettivizzazione comunista, non prevede l'attuazione dei propri contenuti dottrinali mediante una rivoluzione espropriativa, ma mediante la proibizione legislativa del lavoro salariato e la contemporanea concessione di un credito sociale. La gerarchia e la divisione dei guadagni delle grandi aziende sarebbe stata decisa elettoralmente da tutti i partecipanti all'azienda, nello stile del corporativismo e in un'ottica di meritocrazia.

La socializzazione delle imprese venne disposta inizialmente con il Decreto Legislativo del 12 Febbraio 1944 N.375, alla firma di Benito Mussolini unita a quelle di Domenico Pellegrini Giampietro e Piero Pisenti.

L'attuazione integrale della socializzazione era prevista, ironia della sorte, per il 25 aprile 1945.[3]

Difatti il 25 aprile 1945 tra i primi atti politico-amministrativi del CLNAI (il CLNAI era formato da: comunisti (PCI), cattolici (DC), azionisti (PdA), liberali (PLI), socialisti (PSIUP) e democratici-progressisti) dopo la sconfitta del fascismo nel nord Italia, vi fu proprio l'abrogazione del decreto legge sulla socializzazione, il quale resta ancora un atto di legiferazione sociale tutt'ora ineguagliato che sarebbe stato, e sarebbe tutt'oggi, un punto di svolta epocale per gli operai di tutto il mondo.

1945.[4]

[modifica] Critica

Tuttavia, fanno notare i critici di parte comunista, "socializzazione" non avrebbe significato parificazione totale delle ricchezze, in quanto, anche se la proprietà di una azienda è percentualmente uguale per tutti, la suddivisione dei profitti non sarebbe stata ugualmente la stessa, ma decisa dall' assemblea aziendale a seconda dei ruoli o delle capacità. Di conseguenza i dirigenti nominati avrebbero potuto ricevere una percentuale superiore alle maestranze, e questi dirigenti avrebbero potuto anche essere gli ex-proprietari. Inoltre un'azienda meno produttiva di un'altra avrebbe inevitabilmente assicurato redditi netti suddivisi inferiori rispetto ad una più produttiva[5]. I sostenitori della socializzazione rispondono che tutto questo non sarebbe più però codificato dal diritto dello Stato o da contratti sindacali, ma lasciato liberamente all'autogestione dell'assemblea dei lavoratori di ogni azienda, ovvero, per libera concorrenza, io operaio e co-proprietario dell'azienda nella quale lavoro ho tutto l'interesse a che la mia azienda conquisti maggiori fette di mercato. In poche parole, responsabilizzazione al lavoro da una parte e dall'altra parte a fine mese molto più denaro che col salario da dipendente. [6].

[modifica] Voci correlate

[modifica] Bibliografia

  • Il comunista in camicia nera, Nicola Bombacci tra Lenin e Mussolini - Petacco Arrigo - Mondadori - 1997.
  • Il Fascismo immenso e rosso - Giano Accame - Settimo Sigillo - 1990.
  • Fascisti rossi - Paolo Buchignani - Mondadori - 1998.
  • Il fascismo di sinistra. Da Piazza San Sepolcro al Congresso di Verona - L. L. Rimbotti - Settimo Sigillo - 1989.
  • Ciao, rossa Salò. Il crepuscolo libertario e socializzatore di Mussolini ultimo - E. Landolfi - Edizioni dell'Oleandro - 1996.
  • Claudio Schwarzenberg, Il sindacalismo fascista, collana:problemi di storia. Mursia,Milano.1972

[modifica] Note

  1. ^ Il comunista in camicia nera, Nicola Bombacci tra Lenin e Mussolini, Arrigo Petacco, Mondadori, 1997
  2. ^ G. K. Chesterton, "The Uses of Diversity", 1921
  3. ^ Antonio Fede, Appunti critici di storia recente, Ed. Coop. Quilt, Messina 1988, pag. 41
  4. ^ DECRETO DEL C.L.N. SUI CONSIGLI DI GESTIONE
    25 aprile 1945
    Il Comitato di liberazione nazionale per l'Alta Italia, considerati gli obiettivi antinazionali del decreto legislativo fascista del 12 febbraio 1944 n. 375 sulla pretesa "socializzazione" delle imprese, con la quale il sedicente Governo fascista repubblicano ha tentato di aggiogare le masse lavoratrici dell'Italia occupata al servizio ed alla collaborazione con l'invasore, considerata l'alta sensibilità politica e nazionale delle maestranze dell'Italia occupata che, astenendosi in massa da ogni partecipazione alle elezioni dei rappresentanti nei consigli di gestione, hanno manifestato la loro chiara comprensione del carattere antinazionale e demagogico della pretesa "socializzazione" fascista,
    considerata la situazione di fatto creata dal decreto legislativo del 12 febbraio 1944 e dai successivi decreti di socializzazione di singole aziende, al fine di assicurare, all'atto della liberazione dei territori ancora occupati dal nemico, la continuità ed il potenziamento dell'attività produttiva, nello spirito di una effettiva solidarietà nazionale, decreta:
    Art. 1 - Il decreto legislativo del 12 febbraio 1944, n. 375, e quello del 12 ottobre 1944, n. 861, promulgati dal cosiddetto Governo fascista repubblicano, sono abrogati.
    Art. 2 - Fino a nuovo e generale regolamento della materia con atti legislativi del Governo nazionale, l'amministrazione delle aziende contemplate nei decreti sopracitati resta affidata ai consigli di gestione nazionale, coi poteri previsti dai decreti medesimi per i consigli di gestione delle aziende "socializzate".
    Art. 3 - I sedicenti rappresentanti delle maestranze nei consigli di gestione fascisti si dichiarano decaduti da ogni loro mandato nell'amministrazione dell'azienda. Tale mandato sarà considerato ad ogni effetto nullo, salvo quanto riguarda le eventuali sanzioni penali in cui i sedicenti rappresentanti delle maestranze siano incorsi per il reato di collaborazione col nemico o altro.
    Art. 4 - La rappresentanza delle maestranze nei consigli di gestione prevista dai decreti sopra citati, viene affidata, nei consigli di gestione nazionale, coi diritti e coi doveri e le prerogative ad essi inerenti, a rappresentanti appositamente e liberamente eletti dalle maestranze, secondo norme che saranno ulteriormente fissate. La designazione elettiva di tali rappresentanze dovrà aver luogo non oltre tre mesi dopo la data della liberazione.
    Sino al momento in cui la nuova rappresentanza liberamente eletta dalle maestranze potrà entrare in funzione, la rappresentanza delle maestranze stesse nei consigli di gestione nazionale resta affidata, con tutti i diritti, i doveri e le prerogative, ad essa inerenti, ai comitati di liberazione nazionale aziendali, costituiti nella fase della lotta clandestina.
    Art. 5 - I diritti, i doveri e le prerogative previste dagli abrogati decreti per il cosiddetto "capo dell'azienda" vengono attribuiti al responsabile tecnico della produzione.
    Là dove l'azienda sia sottoposta, in base a decreto d'epurazione, a gestione commissariale, le funzioni del capo d'azienda -ferme restando le prerogative del consiglio di gestione nazionale- sono attribuite al commissario.
    Art. 6 - Le disposizioni dei decreti sopra citati per quanto concerne la fissazione del limite massimo dei profitti da distribuire al capitale e la partecipazione agli utili restano immutate, in quanto esse non entrino in contrasto con le disposizioni del presente decreto.
    Art. 7 - Gli utili attribuiti ai lavoratori in ogni singola azienda verranno versati ad uno speciale fondo unico di solidarietà nazionale, da impiegarsi inopere di assistenza e di previdenza sociale nell'interesse delle masse lavoratrici, con particolare riguardo alle necessità immediate che nascono dalla situazione (mense popolari, assistenza infanzia, orfani di guerra, eccetera).
    C.L.N., Bollettino ufficiale degli atti del C.L.N.-Giunta regionale di governo per il Piemonte, 25 aprile 1945, tratto da:
    Perticone, G. La repubblica di Salò, Ed. Leonardo, Roma 1947
  5. ^ L. Gruppi, Togliatti e la via italiana al socialismo, Ed Riuniti, 1976, pag. 153
  6. ^ Antonio Fede, Appunti critici di storia recente, Ed. Coop. Quilt, Messina 1988, pag. 47


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