Democrazia organica

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« Il fascismo è un metodo, non un fine; una autocrazia sulla via della democrazia »
(Benito Mussolini, dall'intervista concessa all'inviato del Sunday Pictorial (oggi Daily Mail) di Londra il 12 novembre 1926)

La democrazia organica, o funzionale, è un tentativo di organizzazione politico-amministrativa organicistica, perseguito dal fascismo per ovviare alle derive partitocratiche insite nella democrazia liberale[1][2] parlamentare e come modello alternativo ai sistemi liberaldemocratici e alla dittatura del proletariato marxista.[3][4]

La democrazia organica si richiama a due principi: comunitarismo e sussidiarietà. Da una parte il benessere della comunità nel suo insieme è considerato prioritario rispetto alle necessità individuali;[5] d'altra parte, in questo sistema, le decisioni andrebbero prese in maniera diretta dal segmento della comunità interessato: famiglia, condominio, quartiere, comune, etc., e da organizzazioni di entità produttive quali le corporazioni sindacali ed economiche, soggetti collettivi che i fautori della democrazia organica ritengono i migliori, in quanto tali gruppi sono basati su relazioni sociali primarie, a differenza di relazioni artificiali come quelle dei partiti politici.[6] Difatti, essa non presuppone istituzioni parlamentari e consiliari.

È considerata la realizzazione politica del modello organizzativo economico noto come corporativismo, modello inizialmente proprio della dottrina sociale della Chiesa cattolica in seguito divenuto tipico delle ideologie fasciste.

Aspetti teorici[modifica | modifica wikitesto]

Esempio di democrazia organica

Nella democrazia organica non esistono elezioni generalizzate con candidati scelti e proposti dai partiti: i partiti non sono necessariamente proibiti, bensì considerati inutili. Se nella democrazia liberale, infatti, i partiti politici hanno la funzione di dare una referenza ai candidati, nella democrazia organica si presume che ogni elettore conosca personalmente i candidati, in quanto si procede a elezioni piramidali, per cui essi non hanno la necessità di una referenza partitica.

In ciascuna elezione, gli elettori sono in numero limitato, in quanto esse avvengono all'interno delle singole comunità che formerebbero lo Stato: vi è quindi la reale possibilità che ognuno di essi conosca personalmente i candidati e sia perciò in grado di giudicarli. Ognuno vota un proprio rappresentante, il quale, a sua volta, in rappresentanza dei propri elettori, voterà un superiore gerarchico, partendo dal più piccolo nucleo, quartiere, azienda, o quant'altro, e arrivando al massimo vertice dello Stato: una camera nazionale di corporazioni (corrispondente all'attuale concetto di Esecutivo), che organizzi la struttura politica nazionale.[7][8]

In tal modo si vorrebbe semplificare l'intero sistema rappresentativo, poiché numerose elezioni di piccola entità sarebbero logisticamente più gestibili rispetto ad elezioni generali in cui è coinvolta l'intera popolazione. La semplificazione avverrebbe tanto in termini di organizzazione quanto in termini di ciclicità, poiché sarebbe possibile approntare in breve tempo una nuova votazione laddove sia necessario, favorendo un ricambio ad ogni livello. Tale impostazione favorirebbe la meritocrazia: al crescere del livello gerarchico, corrisponderebbero 'naturalmente' persone maggiormente meritevoli non per una scelta verticistica, ma per una valutazione della base. Ogni pubblico amministratore risulterebbe costantemente messo alla prova, dal momento che non esisterebbero più scadenze elettorali fisse, ma solo contingenti.

L'ambizione di base è quella di eliminare i difetti tipici della democrazia liberale, soprattutto la partitocrazia, la propaganda demagogica, la corruzione, l'immobilismo ("attaccamento alla poltrona"), l'imperscrutabilità ed il lassismo. In teoria la democrazia organica presenta quello che potrebbe essere considerato un elemento di associazione basale di natura sindacalista o avvicinarsi ad alcune delle varianti dell'idea anarchica di Stato, anche se il suo modello storico più vicino è l'organizzazione corporativa del tardo Medioevo. Tuttavia, mentre le ideologie prettamente anarchiche e sindacaliste sono libertarie, il corporativismo è tradizionalmente estremamente gerarchico. Comunque a tutt'oggi anche alcuni gruppi dell'area anarco-nazionalista ne sostengono la filosofia, in quanto a loro dire corrisponderebbe implicitamente in pratica all'abolizione del concetto stesso di "Stato"[9].

Storia[modifica | modifica wikitesto]

« "(...) il carattere autenticamente democratico, nel senso sano, del regime. Tutta l’organizzazione sociale è stata predisposta e sistemata in modo tale che il cittadino e produttore non abbia mai a sentirsi isolato, smarrito, alla mercé del più forte, in una lotta per la vita senza quartiere e senza giustizia: il Partito lo accoglie cameratescamente nei suoi ranghi; l’organizzazione sindacale lo tutela nei suoi diritti e nei suoi interessi. (...) La vera democrazia non è nella verbosa demagogia dei parlamenti, ma nella eloquenza sincera delle opere: nelle strade aperte ai commerci; nelle terre bonificate restituite al lavoro; negli acquedotti; nelle scuole ampie aperte a ricevere in una gioia di aria e di sole la nuova gioventù d’Italia; nei moderni sanatori, negli ospedali. [...]

A volte la tensione cui costringe quest’opera di ricostruzione è dura: ma essa appare sempre lieve se è certa la fede nella meta finale: un grande popolo, una Nazione potente" »

(Mario Gradi[10])

Un primo abbozzo al modello fu dato durante il Congresso di Verona nella Repubblica Sociale Italiana ad opera di Silvio Gai. La sua applicazione era prevista, in concomitanza alle leggi di natura economica, per il 25 aprile 1945[11], e non attuata per ovvi motivi.

In seguito la democrazia organica è stata applicata in Spagna durante la dittatura di Francisco Franco con la legge del referendum nazionale del 22 ottobre 1945, quando ha voluto dare una parvenza di sistema politico corporativo, che era stato in via di sviluppo durante la prima fase della dittatura, sostenendo che una tale soluzione permetterebbe, senza l'intervento dei partiti politici, agli spagnoli di partecipare alla vita politica attraverso il loro voto ed organizzandosi in corporazioni od organizzazioni spontanee quali consigli locali.[12][13]

La realizzazione più completa fu forse quella attuata in Portogallo, con l'Estado Novo di Salazar, mentre in parte venne attuata anche in Austria sotto il regime di Engelbert Dollfuss.[14][15]

In Spagna la democrazia organica ha vissuto sotto costanti critiche internazionali, in quanto in tutta Europa era vigente la democrazia liberale. Un risultato della democrazia organica di Franco è stata la timida apertura del governo di Arias Navarro nel 1974. È famosa la liberalizzazione della creazione di associazioni politiche (ma non di partiti politici), popolarmente noto come l'atto Espíritu del 12 de febrero. Questa riforma però fu criticata tanto dai falangisti che dai democratici.[16][17]

L'attuazione della democrazia organica, sia nella Spagna franchista che nel Portogallo di Salazar, ha generato il riaffermarsi di poteri locali a scapito di quelli centrali. Tale fenomeno è noto anche come caciquismo (una sorta di feudalesimo elettivo) in Spagna: esso prese piede soprattutto nelle zone più arretrate culturalmente, in cui si abbandonò il regolare processo elettorale. Ciò avveniva perché il sistema era applicato senza un retroterra interclassista quale quello previsto invece in Italia dalla socializzazione[18].

Attualmente i partiti ed i movimenti che fanno riferimento alla democrazia organica sono quelli neofascisti ed alcuni gruppi minoritari appartenenti all'area anarchica.

Critiche[modifica | modifica wikitesto]

La democrazia organica è stata sottoposta a numerose critiche politologiche. In particolare, il già citato Juan José Linz ha osservato che con questa forma di democrazia estremamente indiretta è difficile ottenere di rendere responsabile la leadership nazionale nei confronti dei singoli cittadini. Inoltre si basa su alcuni assiomi piuttosto discutibili: 1. che le unità primarie rappresentino interessi comuni anziché essere divise a loro volta da conflitti interni (come spesso capita all'interno delle medesime categorie); 2. che, a livello nazionale, non esistano interessi più importanti di quelli rappresentati dalle unità primarie e che se anche esistessero tali interessi di portata più generale, questi non dividano la società e non meritino di essere rappresentati. Dal momento che interessi del genere esistono, è lecito supporre che i partiti, basati sull'aggregazione di un gran numero di interessi generali, si svolgono comunque una funzione su scala nazionale, mentre i rappresentanti eletti secondo il sistema corporativo non disporrebbero di alcuna base su cui prendere decisioni circa tali interessi generali non essendo scelti per le loro opinioni in merito.

Poi esiste il problema di come delimitare i collegi elettorali/corporativi. Limitarsi a riconoscere le organizzazioni preesistenti, formatesi spontaneamente, rivelerebbe quanto sia diseguale la mobilitazione organizzativa dei vari interessi; pertanto sarà inevitabile che lo Stato centrale si assuma il compito di stabilire le categorie legalizzandole o autorizzandole e concedendo loro dall'alto un monopolio della rappresentanza. Stesso dicasi per la scelta di quale peso assegnare, nel processo decisionale, alle corporazioni e quale criterio adottare per conferire una rappresentanza a interessi non economici e non professionali. Le scelte condizionerebbero la struttura economica e sociale ad ogni cambiamento. Le decisioni autoritarie dei burocrati e del governo predeterminerebbero la natura e la composizione dei corpi decisionali, che quindi sarebbero tutt'altro che un prodotto organico della società.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Massimiliano Gerardi, Istituto Studi Corporativi
  2. ^ Mario Gradi, Fascismo, Rivoluzione del Lavoro, 1939.
  3. ^ Matteo Pasetti, Progetti corporativi tra le due guerre mondiali, Carocci editore, Roma, 2006
  4. ^ Jacques Maritain Les Nouveaux Cahiers
  5. ^ Mario Gradi, Fascismo, Rivoluzione del Lavoro, 1939.
  6. ^ Alberto Aquarone, L'organizzazione dello Stato totalitario, Torino 1965.
  7. ^ Alberto Aquarone, L'organizzazione dello Stato totalitario, Torino 1965.
  8. ^ Giano Accame, Il Fascismo immenso e rosso, Settimo Sigillo, 1990
  9. ^ Southgate, Troy, Tradition and Revolution: Collected Writings of Troy Southgate, Aarhus: Integral Traslate. Va detto che l'"anarco-nazionalismo" è una corrente che larga parte del movimento anarchico considera neofascista e reazionaria, per nulla affine all'anarchismo.
  10. ^ Fascismo, Rivoluzione del Lavoro, 1938
  11. ^ Mario Viganò, Il Congresso di Verona - 14 novembre 1943, Edizioni Settimo Sigillo, Roma
  12. ^ Guy, Hermet, Storia della Spagna del Novecento, Bologna, Il Mulino, 1999
  13. ^ Preston, Paul, Francisco Franco, Milano, Mondadori, 1997
  14. ^ Collotti Enzo, Fascismo fascismi, Milano, Bompiani, 1989
  15. ^ dalla voce "Autoritarismo" di Juan José Linz dell'Enciclopedia delle Scienze Sociali, 1991.
  16. ^ Guy, Hermet, Storia della Spagna del Novecento, Bologna, Il Mulino, 1999
  17. ^ Preston, Paul, Francisco Franco, Milano, Mondadori, 1997
  18. ^ Claudio Schwarzenberg, Il sindacalismo fascista, collana problemi di storia, Mursia, Milano, 1972

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giano Accame, Il Fascismo immenso e rosso, Settimo Sigillo, 1990.
  • Giuseppe Capograssi, La nuova democrazia diretta.
  • Collotti Enzo, Fascismo fascismi, Milano, Bompiani, 1989.
  • Mario Gradi, Fascismo, Rivoluzione del Lavoro, 1939.
  • Guy, Hermet, Storia della Spagna del Novecento, Bologna, Il Mulino, 1999.
  • Enciclopedia delle Scienze Sociali, voce Autoritarismo, Juan José Linz, 1991.
  • Matteo Pasetti, Progetti corporativi tra le due guerre mondiali, Carocci editore, Roma, 200
  • Preston, Paul, Francisco Franco, Milano, Mondadori, 1997.
  • Claudio Schwarzenberg, Il sindacalismo fascista, collana problemi di storia, Mursia, Milano, 1972.
  • Southgate, Troy, Tradition and Revolution: Collected Writings of Troy Southgate, Aarhus: Integral Traslate.
  • Mario Viganò, Il Congresso di Verona - 14 novembre 1943, Edizioni Settimo Sigillo, Roma.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]