Legittimismo

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Il termine legittimismo si riferisce ad una dottrina politica teorizzata durante il Congresso di Vienna (1814-1816) dal rappresentante della monarchia francese Talleyrand (17541838) il quale sosteneva un ritorno all'assolutismo monarchico del XVIII secolo e, riaffermando che il potere dinastico ha un valore assoluto poiché per diritto divino è assegnato "per grazia di Dio", pretendeva la restaurazione sui loro "legittimi" troni dei sovrani europei arbitrariamente detronizzati con la forza dalla Rivoluzione francese e da Napoleone [1].

Le origini[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Legge salica.
Jacques Bénigne Bossuet

Il legittimismo nasce come una tendenza politica francese basata sulla legge salica,[2] che, dopo essere stata per lungo tempo dimenticata, fu successivamente interpretata anacronisticamente come legge successoria del Regno. La legge stabiliva come legittima la successione al trono per ordine di primogenitura maschile e di conseguenza stabiliva che il re di Francia fosse riconosciuto come legittimo dalla volontà di Dio che, attraverso la nascita del primogenito maschio, assegnava a lui il diritto di regnare.

Con questa concezione si vuole affermare una legittimazione dell'autorità politica attraverso lo strumento del "diritto divino", base teorica dell'assolutismo monarchico, dell'onnipotenza legislativa del sovrano assoluto.

Tale fu l'assolutismo ad esempio di Luigi XIV (16381715) teorizzato da Jacques Bénigne Bossuet (16271704) che rivedendo i precedenti dell'Antico Testamento riguardo alla scelta dei re, concludeva che i re erano consacrati come rappresentanti di Dio sulla Terra. Ognuno di essi aveva ricevuto il suo trono da Dio stesso, e ribellarsi contro la loro autorità era come ribellarsi a Dio. Nessun parlamento, nobile, tanto meno il popolo, aveva il diritto di partecipare a questa autorità legittimata da Dio, poiché era stata conferita dalla provvidenza divina attraverso il diritto di primogenitura. Secomdo Bossuet la monarchia si fonda sulla tradizione della religione cattolica e sul potere assoluto del re che rispettando il diritto di proprietà e le libertà dei sudditi esprime un governo legittimo, cioè conforme alla legge di Dio e degli uomini, e perciò non arbitrario.[3] In tal, senso il legittimismo dunque esprimeva la stretta unione che, fino alla Rivoluzione francese, metteva in scambievoli rapporti le due autorità stabilite da Dio: la Chiesa e lo Stato, che collaboravano a tutelare la vita morale e cristiana dei sudditi.

Lo stato laico della Rivoluzione francese[modifica | modifica wikitesto]

Questa concezione del potere sovrano si sfalda con gli eventi storici della fine del XVIII secolo: la Rivoluzione francese nella sua Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino stabilisce il principio di sovranità democratica (art. 3), che prevede che «il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella Nazione. Nessun corpo o individuo può esercitare un'autorità che non emani espressamente da essa». Legittimo, secondo la legge fondamentale dello stato, la Costituzione, sarà quindi quel governo basato sulla volontà dei cittadini.

La Chiesa si separava dallo Stato: «Pur senza compiersi dovunque nello stesso tempo e nello stesso grado, il distacco ebbe dovunque per logico effetto di lasciare che la Chiesa provvedesse con i suoi mezzi ad assicurare la sua azione, il compimento della sua missione, la difesa dei suoi diritti e della sua libertà» (Gabriele De Rosa, Storia del Movimento Cattolico in Italia. Dalla restaurazione all'età giolittiana. Laterza, Bari 1974)

Il Congresso di Vienna[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Congresso di Vienna.

Quando Talleyrand nel Congresso di Vienna sosteneva la necessità di un ritorno sui troni dei sovrani legittimi per grazia di Dio esprimeva una concezione che riaffermava la complementarità di politica e religione sostenuta dalla nuova concezione della storia tipica dell'età della Restaurazione.

« S'identificò la storia della civiltà con la storia della religione, e si scorse una forza provvidenziale non solo nelle monarchie, ma sin nel carnefice, che non potrebbe sorgere e operare nella sua sinistra funzione se non lo suscitasse, a tutela della giustizia, Iddio: tanto è lungi dall'essere operatore e costruttore di storia l'arbitrio individuale e il raziocino logico. »
(Adolfo Omodeo, L'età del Risorgimento italiano, Napoli,1955)

Nell'età della Restaurazione si avanzava infatti una nuova concezione della storia che smentiva quella degli illuministi basata sulla capacità degli uomini di costruire e guidare la storia con la ragione. Le vicende della Rivoluzione francese e il periodo napoleonico avevano dimostrato che gli uomini si propongono di perseguire alti e nobili fini che tuttavia s'infrangono dinanzi alla realtà storica. Il secolo dei lumi era infatti tramontato nelle stragi del Terrore e il sogno di libertà nella tirannide napoleonica che mirando alla realizzazione di un'Europa al di sopra delle singole nazioni aveva determinato invece la ribellione dei singoli popoli proprio in nome del loro sentimento di nazionalità.

Dunque la storia non è guidata dagli uomini ma è Dio che agisce nella storia. Esiste una Provvidenza divina che s'incarica di perseguire fini al di là di quelli che gli uomini ingenuamente si propongono di conseguire con la loro meschina ragione.

Gli antesignani della Restaurazione[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Restaurazione.
Edmund Burke
Prima edizione delle Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia

Questa nuova visione della storia intesa come espressione della volontà divina e quindi come base teorica della unione di politica e religione e della legittimità del potere politico per "grazia di Dio", aveva avuto, già prima della Restaurazione, i suoi principali teorici in Edmund Burke, François-René de Chateaubriand e in Louis de Bonald.

François-René de Châteaubriand
Giuseppe Maria de Maistre

Nelle Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia, pubblicate nel 1790, Burke mettendo a confronto la rivoluzione inglese del 1688 con quella francese vede nella prima una linea evolutiva che si era sviluppata per gradi nel rispetto delle tradizioni e questo «lascia libera la possibilità di nuovi acquisti , ma fornisce la garanzia assicurata di ogni acquisto»[4] mentre la seconda gli appare come un evento caotico in cui si mescolano «leggerezza e ferocia, confusione di delitti e di follie travolti insieme»[5]. Nella stessa opera contesta il principio della sovranità popolare e della democrazia a cui contrappone la supremazia dell'aristocrazia e dell'ordine sociale legittimati dalla loro natura divina. Per lui le masse, che esprimono una maggioranza che scioccamente pretende di prevalere sulla minoranza mentre non sa distinguere il suo vero interesse, sono il sostegno del dispotismo e la Rivoluzione francese era perciò destinata a fallire poiché si era allontanata dalla grande e diritta via della natura.

Châteubriand (17681848) fin dal 1802 aveva attaccato con il suo "Génie du Christianisme" (Genio del Cristianesimo) le dottrine illuministiche accusandole di estremo razionalismo e difendendo la religione e il cristianesimo. Louis de Bonald (1754-1840) fervente monarchico e cattolico, fu la voce più importante degli ultra-legittimisti. Aveva aderito all'inizio alle idealità rivoluzionarie che ripudiò dopo i provvedimenti anticlericali sanciti con la Costituzione civile del clero.

« Credo possibile dimostrare che l'uomo non può dare una costituzione alla società religiosa o politica, così come non può dare la pesantezza ai corpi o l'estensione alla materia. »
(Louis de Bonald, 'Teoria del potere politico e religioso nella società civile (1796))

Nelle sue numerose opere,[6] attaccò la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, il Contratto sociale di Jean-Jacques Rousseau e le innovazioni sociali e politiche portate dalla Rivoluzione sostenendo il ritorno all'autorità della monarchia e della religione. La rivoluzione stessa, egli sosteneva, è una specie di prova dell'esistenza di Dio, poiché mette in luce come l'eliminazione della religione conduca alla distruzione della società. L'ambito religioso e quello politico sono, agli occhi di Bonald, inseparabili.

Ma il vero ideologo della Restaurazione fu Joseph de Maistre (17531821). Sulla linea del tradizionalismo di Burke nell'opera Du pape (1819) egli sostiene la concezione della storia come depositaria di valori etici trascendenti. Nel Medioevo la Chiesa è stata il sostegno dell'ordine sociale e questo la rende superiore al potere civile che solo essa può rendere legittimo in quanto depositaria e interprete della volontà divina.

Le teorie illuministiche sulla libertà naturale dell'uomo sono semplici follie e diaboliche stranezze. L'uomo è troppo malvagio per poter essere libero, egli è invece nato naturalmente servo e tale è stato sino a quando il cristianesimo lo ha liberato. Il cristianesimo autentico è quello rappresentato dal papa romano che ha proclamato la libertà universale ed è l'unico nella generale debolezza di tutte le sovranità europee ad aver conservato la sua forza e il suo prestigio.

De Maistre condivide poi l'analisi di Burke sulla falsa pretesa della maggioranza di prevalere sulla minoranza mentre «dovunque il piccolissimo numero ha sempre condotto il grande» e per questo è diritto legittimo dell'aristocrazia di assumere la guida del paese.[7]

Il ruolo di Talleyrand e Metternich[modifica | modifica wikitesto]

Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord
Il principe Klemens Lothar von Metternich

Dopo le guerre napoleoniche che avevano sconvolto l'Europa ci si volse alla ricerca della pace che però non basta desiderarla per averla; essa doveva essere basata secondo Metternich su un nuovo principio di legittimità che non poteva voler dire restaurare i sovrani legittimi su i loro troni per diritto di successione e per "grazia di Dio", come sosteneva Talleyrand, ma la restaurazione doveva essere il risultato del consenso dei governi europei nello stabilire gli scopi e i metodi per realizzare l'idea centrale della politica metternichiana: l'ordine internazionale. Luigi XVIII sarà quindi il "legittimo" sovrano della Francia, non per la legge salica, ma perché tale lo ritengono i governi europei per assicurare la pace.

Solo stabilendo un ordine europeo dopo il caos napoleonico vi poteva essere pace in Europa. Quindi bisognava stabilire che cosa fosse legittimo per fare uscire l'Europa dalla condizione di illegittimità determinata dalla Rivoluzione francese e da Napoleone.

L'antico principio di legittimità era stato abolito con la forza da Napoleone. La forza delle armi si era sostituita alla legge e la nozione stessa di legittimità, così com'era stata stabilita nel XVIII secolo era sparita. Bisognava allora ricostruire per preservare la pace un ordine riconosciuto come legittimo da tutti gli stati che si ponesse al centro della soluzione delle inevitabili vertenze che sarebbero inevitabilmente risorte in Europa.

La stabilità politica che contrassegna la storia europea per circa quarant'anni, sino alla guerra di Crimea (1853-1856) , primo conflitto internazionale dopo il Congresso di Vienna, fu merito di due statisti: il ministro degli esteri britannico lord Castlereagh; e quello austriaco Metternich che adottavano metodi diversi ma avevano uno stesso obiettivo: l'ordine; il primo contrastando ogni volontà aggressiva degli stati, mantenendo l'equilibrio in Europa, (balance of power), il secondo prevenendo e sedando i moti insurrezionali ovunque si verificassero mettendo in atto quel diritto d'intervento che derivava dal principio stesso di legittimità, intesa ora come il consenso degli stati.

Il superamento del legittimismo[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Rivoluzione di Luglio.

Alla morte di Luigi XVIII il re restaurato sul trono francese come erede legittimo del re ghigliottinato salì al trono il fratello Carlo X costretto ad abdicare con la nuova fase rivoluzionaria che inizia in Europa con la rivoluzione di Luglio del 1830 in Francia che segnò la vittoria del sistema liberale costituzionale al quale aveva aspirato la borghesia girondina francese sin dal 1789 quando aveva tentato inutilmente di trasformare l'assolutismo monarchico in monarchia costituzionale. Ora con l'abdicazione di Carlo X la grande borghesia ha raggiunto il suo obiettivo respingendo ai margini della vita politica i fautori del legittimismo.

All'atto dell'abdicazione Carlo X aveva designato come suo erede il nipote Enrico, conte di Chambord, ma in applicazione della legge salica il trono venne ceduto al figlio maggiore del re, Luigi XIX, zio di Enrico. Tuttavia, il parlamento aveva già nominato Luigi Filippo d'Orléans come re dei Francesi (non più di Francia[8]) per volontà della nazione (non più per grazia di Dio) , sostenuto non solo dalla «maggioranza parlamentare ma anche dall'astuzia di Adolphe Thiers, dalla diplomazia di Talleyrand e dalla ricchezza del banchiere Lafitte» (in D.Thomson, Storia d'Europa dalla Rivoluzione francese ai nostri giorni, Feltrinelli, Milano, 1961). I Borboni furono costretti ad esiliare.

Scrive Georges Lefebvre: «Dietro la rivoluzione dinastica vi fu una rivoluzione politica; la nazione scelse il suo re e gli impose una costituzione votata dai suoi rappresentanti... la minaccia di un ritorno all'ancien regime fu eliminata e la nuova società creata dalla Grande Rivoluzione fu messa al sicuro. La rivoluzione del 1830 è così l'ultimo atto della Rivoluzione cominciata nel 1789» (cfr. La Rivoluzione francese, 1930 e 1951, ed. it. Milano,1958)

Nel 1871, in seguito alla sconfitta francese nella guerra franco-prussiana e al crollo dell'impero di Napoleone III, il parlamento, di maggioranza realista, era intenzionato a ripristinare la monarchia. Tuttavia, esso era diviso tra "legittimisti", che appoggiavano Enrico d'Artois, e "orleanisti", che al contrario sostenevano l'erede di Luigi Filippo d'Orléans, Filippo VII.

Alla fine l'assemblea si accordò sulla nomina di Enrico d'Artois come Enrico V di Francia, il quale però, rifiutandosi di adottare la bandiera tricolore e volendo invece mantenere la bandiera bianca monarchica, perse diversi sostenitori orleanisti. Il parlamento decise allora di nominare un presidente della Repubblica favorevole ai monarchici, Patrice de Mac-Mahon, e di attendere la morte di Enrico d'Artois per nominare re Filippo d'Orleans come Filippo VII.

Quando però Enrico V morì nel 1883 fu riconfermata la repubblica, in quanto colle successive elezioni il parlamento era ormai diventato di maggioranza repubblicana.

Legittimisti e orleanisti[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Linea di successione al trono di Francia.

Alla morte di Enrico, "legittimisti" e "orleanisti" si divisero di nuovo. Più precisamente vi fu una scissione all'interno dei "legittimisti", in quanto la maggior parte di questi riconobbe Filippo VII, pur senza rinunciare al programma politico legittimista (Bianchi d'Eu), mentre una minoranza (Bianchi di Spagna) appoggiò il parente più vicino di Enrico d'Artois, Juan di Borbone conte di Montizón, (detto «Giovanni III» dai suoi partigiani), discendente di Filippo V di Spagna, il quale aveva però rinunziato, per sé e per i suoi discendenti, ai diritti alla Corona di Francia, firmando il trattato di Utrecht. Un gruppo ulteriore si rifugiò nel survivantisme, una specie di Sebastianismo alla francese.

Con il pensiero di maurrassiana dell'Action Française, la maggior parte dei monarchici francesi riconobbe i diritti del ramo degli Orléans, ma con la crisi postbellica e gli azzardi politici del Conte di Parigi il "neo-legittismo" conobbe una nuova fase di attenzione, pur restando minoritaria. Le dispute sulla legittimità dinastica che proseguono fino ad oggi, effettivamente, non fecero altro che rafforzare l'ormai consolidato regime repubblicano francese.

In ogni caso la linea successoria, detta «orleanista», è la seguente:

Tuttavia i più ardenti legittimisti dimostrano che la rinuncia di Filippo V di Spagna, al Trono di Francia, sarebbe stata da invalidare e dal 1883 il Trono sarebbe di conseguenza passato ai suoi eredi maschi come segue:

Storicamente dal 1713 al 1830 il capo della linea di Orléans godette dello status di Premier Prince du Sang, riservato al primo in linea di successione dopo i figli e nipoti maschi del Re. Questa condizione non venne del resto negata da Enrico V che riconobbe Filippo d'Orléans come Delfino di Francia.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Dizionario di storia Treccani (2009) alla voce corrispondente
  2. ^ La Lex salica, codice fatto redigere da Clodoveo (481-511) attorno al 510 riguardante la popolazione dei franchi Salii, è una delle prime raccolte di leggi dei regni latino-germanici che stabilirono per iscritto le antiche norme tramandate sino ad allora oralmente. Gli articoli riguardavano particolari casi di violazione delle norme per i quali si prevedevano più frequentemente pene in denaro per i liberi e punizioni corporali per i non liberi.
  3. ^ Il sovrano come teorizzava Jean Bodin(1530 ca–1596) era tenuto a rispettare oltre che le leggi divine e naturali anche le norme fondamentali non scritte inviolabili perché garantivano la continuità dello stato e tra queste la principale era appunto quella che stabiliva la legittimità della successione dinastica.
  4. ^ Edmund Burke, Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia, Cappelli, Bologna, 1935
  5. ^ Edmund Burke, op. cit.
  6. ^ Nel 1802 pubblicò la Legislazione primitiva, in contemporanea con il Genio del Cristianesimo di Châteaubriand. Commentando lo scarso successo della sua opera rispetto a quella dell'amico, Bonald affermò di aver «offerto la sua droga al naturale, mentre Châteaubriand l'ha offerta zuccherata.
  7. ^ Ad evitare una lettura eccessivamente limitata di De Maestre riducendolo a un ultralegittimista si consideri che quello che divenne l'apostolo della Reazione nel 1793, durante il Terrore, scriveva ad un amico: «Secondo il mio modo di pensare il progetto di mettere il lago di Ginevra in bottiglie è molto meno folle di quello di ristabilire le cose proprio sulle stesse basi in cui si trovavano prima della Rivoluzione» questo è come voler richiamare in vita i morti. Egli dunque non condivide l'assurdità degli ideologi della Restaurazione che pretendevano nel congresso di Vienna di riportare le lancette della storia all'indietro cancellando tutto quello che era accaduto dalla Rivoluzione francese all'età napoleonica. D'altra parte egli riconosceva scrivendo nelle Considerazioni sulla Francia che «la rivoluzione francese segna una grande epoca e le sue conseguenze, in tutti i campi, si faranno sentire ben al di là della sua esplosione e del suo epicentro.»
  8. ^ Questo voleva dire la fine della concezione patrimoniale del Regno, inteso nei regimi assolutisti, come proprietà personale del sovrano.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Victor Vaillant, Etudes sur les sermons de Bossuet, 1851
  • E.Burke, Riflessioni sulla Rivoluzione francese, Cappelli, Bologna, 1935
  • G. De Ruggero, Storia del liberalismo europeo, Laterza, Bari, 1941
  • F.R. de Chateaubriand, Génie du Christianisme, Flammarion, Paris, 1966
  • J. De Maistre, Il Papa, trad. di T. Casini, Firenze, 1926
  • E.J.Hobssbawm, Le rivoluzioni borghesi. 1789-1848, Il Saggiatore, Milano, 1963
  • H. Kissinger, Diplomazia della Restaurazione, trad, di E.Brambilla, Garzanti, Milano, 1973
  • Pier Damiano Ori; Giovanni Perich. Talleyrand. Milano, Rusconi Editore, 1981 (seconda edizione).
  • Guglielmo Ferrero. Ricostruzione-Talleyrand a Vienna (1814–1815). Milano, Corbaccio Editore, 1999.
  • D.Thomson, Storia d'Europa dalla Rivoluzione francese ai nostri giorni, Feltrinelli, Milano, 1961
  • G.Lefebvre, La Rivoluzione francese, 1930 e 1951, ed. it. Milano,1958

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]