Consociativismo

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Il consociativismo è una forma di governo che garantisce una rappresentanza ai diversi gruppi che compongono un paese profondamente diviso. Viene spesso adottato per gestire i conflitti che sorgono in comunità nazionali profondamente divise per ragioni storiche, etniche o religiose.

I suoi obiettivi sono: garantire la stabilità del governo, assicurare la sopravvivenza degli accordi di divisione del potere e la sopravvivenza della democrazia, evitare l'uso della violenza politica. Quando il consociativismo viene organizzato secondo le diverse confessioni religiose che convivono in un determinato paese, è noto anche come confessionalismo. Un esempio di governo in cui sia stato applicato il confessionalismo è offerto dal Libano.

È spesso visto come un sinonimo dell'espressione 'condivisione del potere' (power-sharing), sebbene da un punto di vista tecnico sia solo una delle forme attraverso cui può realizzarsi la condivisione del potere.[1]

Enucleazione del concetto[modifica | modifica wikitesto]

Il consociativismo è stato trattato in termini accademici dal politologo olandese Arend Lijphart. Lijphart, peraltro, affermava di aver "unicamente messo in luce quali professionisti della politica – gli uni indipendentemente dagli altri e senza tener conto dall'opera di specialisti accademici – avessero ripetutamente inventato il sistema negli anni precedenti".[2]

John McGarry e Brendan O'Leary fanno risalire il consociativismo al 1917, quando venne per la prima volta utilizzato nei Paesi Bassi.[3] Infatti, Lijphart fa profondi riferimenti all'esperienza del suo paese d'origine per sviluppare la sua tesi in favore dell'approccio consociativo per regolare i conflitti etnici. Nel periodo tra il 1857 e il 1967, i Paesi Bassi, paese consociativo, furono divisi in quattro pilastri non territoriali: i calvinisti, i cattolici, i socialisti e i liberali (anche se, fino al 1917 era in vigore un sistema elettorale di tipo maggioritario). Nel periodo d'oro della "pillarisation", ognuna delle quattro componenti di quel sistema comprendeva gruppi saldamente organizzati, scuole, università, ospedali e giornali, tutti rigidamente separati secondo lo schema della struttura sociale a "pilastri". La teoria, secondo Lijphart, si focalizza sul ruolo delle élite sociali, sui loro accordi e la loro cooperazione, come chiave per raggiungere una democrazia stabile.

Anche la Svizzera è nota per il suo regime consociativo.

Caratteristiche[modifica | modifica wikitesto]

Lijphart identifica quattro caratteristiche chiave delle democrazie consociative:[4]

Nome Spiegazione
Grande coalizione I gruppi dirigenti di ogni "pilastro" si uniscono per governare insieme negli interessi della società, in quanto riconoscono i pericoli della non cooperazione.
Veto reciproco Il consenso tra i vari gruppi è necessario per confermare la regola della maggioranza. La reciprocità comporta che la minoranza non ha interesse a bloccare la maggioranza. Infatti, se un gruppo riuscisse a bloccare un altro in una certa materia, quest'ultimo per rappresaglia potrebbe bloccare il primo in qualche altra materia di suo interesse. Si cercheranno, quindi, soluzioni condivise.
Proporzionalità La rappresentanza, non solo politica, si basa sulla popolazione. Se un "pilastro" rappresenta il 30% della società civile, i suoi rappresentanti devono occupare non solo il 30% dei seggi parlamentari, ma anche un'identica porzione delle forze di polizia, del pubblico impiego e di tutti gli altri segmenti in cui è divisa la nazione e la società.
Autonomia tra i settori Crea un senso di individualità e permette l'adozione di norme diverse in base alle differenti culture delle singole comunità. Ad esempio, in Libano e Israele il matrimonio è regolato esclusivamente dalle norme della religione a cui aderiscono i nubendi (Islam, Ebraismo, varie confessioni cristiane ecc.) e non esistono norme regolatrici dei matrimoni interreligiosi, che quindi, di fatto, non sono consentiti.

Condizioni favorevoli[modifica | modifica wikitesto]

Lijphart identifica anche una serie di 'condizioni favorevoli' sotto le quali il consociativismo può avere successo:[4]

  • Equilibrio di potere su più assi - la presenza di 3 o più gruppi diversi, ciascuno dei quali costituisce una minoranza, mantiene l'equilibrio del potere.
  • Sistema pluripartitico - Un partito non può imporre la sua volontà a scapito degli altri. Quindi, diventa necessario costruire delle coalizioni.
  • Piccole dimensioni - I membri dell'élite hanno più probabilità di avere familiarità reciproca nel contesto di una società di piccole dimensioni.
  • Lealtà dominante - I vari gruppi condividono un sentimento di appartenenza allo stesso ambiente politico.
  • Isolamento settoriale - Contatti stretti tra i settori della società comporterebbero una maggiore propensione al conflitto sociale.
  • Élite tradizionalmente accomodanti - Per creare un ambiente favorevole
  • Rapporto tra élite e seguaci - Le élite hanno l'appoggio delle rispettive basi, su cui mantengono uno stretto controllo.

Vantaggi del consociativismo[modifica | modifica wikitesto]

In uno stato consociativo, tutti i gruppi, incluse le minoranze, godono di una rappresentanza sullo scenario politico ed economico. I fautori del consociativismo sostengono che, nelle società affette da profonde divisioni, esso garantisce un'opzione più realistica, rispetto all'integrazione razziale nell'affrontare la risoluzione dei conflitti.[5].

Gli viene riconosciuta la capacità di aver garantito il successo per una transizione non violenta alla democrazia in paesi come il Sudafrica[senza fonte], ma, per converso, in realtà come quella italiana è stato definito parte del problema della democrazia bloccata e necessaria condizione per la sua soluzione[6].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Brendan O'Leary, Debating consociational politics: Normative and explanatory arguments in Noel, Sid JR (a cura di), From Power Sharing to Democracy: Post-Conflict Institutions in Ethnically Divided Societies, Montreal, McGill-Queen's Press, 2005, pp. 3–43, ISBN 0-7735-2948-9.
  2. ^ Arend Lijphart (2004) 'Constitutional design for divided societies', Journal of Democracy 15(2), pp. 96-109, p. 97
  3. ^ John McGarry and Brendan O’Leary (1993) ‘Introduction: The macro-political regulation of ethnic conflict’, in John McGarry and Brendan O’Leary (eds.) The Politics of Ethnic Conflict Regulation: Case Studies of Protracted Ethnic Conflicts, London: Routledge, pp. 1-40
  4. ^ a b Arend Lijphart (1977) Democracy in Plural Societies: A Comparative Exploration, New Haven, CT: Yale University Press
  5. ^ John McGarry and Brendan O'Leary (2006) 'Consociational theory, Northern Ireland's conflict, and its agreement 2: What critics of consociation can learn from Northern Ireland', Government and Opposition 41(2), pp. 249-277
  6. ^ Follini, Marco, "L'ITALIA CONSOCIATIVA", in Il Mulino: Rivista Bimestrale di Cultura e Politica, 45, no. 5 (settembre 1996): 869-878.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Maurizio Stefanini. "Grandi coalizioni. Quando funzionano, quando no". Boroli Editore, 2008.